Legamento crociato anteriore: cosa c’è da sapere

Legamento crociato anteriore: cosa c’è da sapere

 Legamento crociato anteriore: lo sapevi che…

  1. Le lesioni del legamento crociato anteriore (LCA) sono un infortunio frequente nella popolazione attiva e negli USA sono stimate circa 200.000 ricostruzioni chirurgiche ogni anno? Secondo i dati del Ministero della Salute nel 2005 sono state eseguite 21.621 interventi chirurgici.
  2. La ricostruzione del legamento crociato anteriore è un comune trattamento per tutti gli atleti che si infortunano a livello del ginocchio? L’incidenza di un infortunio al legamento crociato anteriore in assenza di un trauma diretto sembra essere maggiore negli atleti di età compresa tra i 15 ed i 40 anni e che praticano sport in cui richiedono rotazioni di ginocchio continue, come calcio, pallacanestro, sci e pallavolo.
  3. Ogni anno, circa il 3% degli atleti amatoriali si infortuna al legamento crociato anteriore? e che questa percentuale sale al 15% se si alza il livello a professionistico?
  4. Che il sesso femminile ha più del doppio la probabilità di subire un infortunio rispetto al sesso maschile?

Legamento crociato anteriore: anatomia

I due legamenti principali del ginocchio che forniscono la stabilità sono il LEGAMENTO CROCIATO ANTERIORE E POSTERIORE (pivot centrale). Essi si oppongono alle sollecitazioni esterne abnormi e sono chiamati in questo modo perché si incrociano al centro dell’articolazione, tra tibia e femore. Altri due legamenti, più periferici, sono rappresentati dai collaterali, interno ed esterno.

Immagine ginocchio

Come si rompe il legamento crociato anteriore?

In base al tipo di sport, sono diverse le situazioni che mettono a dura prova i legamenti:

  • Rapidi cambiamenti di direzione
  • Frenate improvvise
  • Un atterraggio sbagliato
  • Contatto diretto o collisione, ad esempio un placcaggio da calcio

 

Se sei un giocatore di calcio o di pallacanestro, sai bene di cosa stiamo parlando. Una distorsione, lieve o grave che sia, rappresenta un vero e proprio incubo. La tua mente, subito dopo l’infortunio si pone già la domanda se il crociato è stato lesionato o meno.

Ma quali sono i segni e i sintomi di una lesione al legamento crociato anteriore?

I sintomi possono variare in modo significativo da paziente a paziente; il quadro tipico è caratterizzato da dolore intenso, gonfiore marcato che insorge rapidamente e sensazione di cedimento/instabilità (“giving away”) con importante limitazione funzionale

La diagnosi si basa sull’esame clinico che si avvale di opportuni test per valutare la stabilità passiva del ginocchio (Pivot – shift, Lachman test, il test del cassetto e il varo-valgo test),  accompagnato il più delle volte da una risonanza magnetica (RMN) per valutare eventuali lesioni associate.

Contatta Physiotherapy per una consulenza rapida e gratuita!

Ho una lesione del legamento crociato anteriore, devo quindi operarmi?

Dipende!

Il trattamento varia a seconda delle esigenze di ogni singolo individuo, dipende sempre dalla gravità della lesione e dal livello di attività! Facciamo chiarezza:

  • Sei un giovane atleta che pratichi sport che richiede una grande agilità? Allora molto probabilmente dovrai sottoporti ad un intervento chirurgico.
  • Sei una persona meno attiva, magari di età superiore? Magari potrai tornare ad uno stile di vita normale senza finire sotto i ferri!

Ti sei appena operato al legamento crociato anteriore e pratichi sport ad alto livello?

Non rifiutarti di leggere quanto scritto qua sotto!

Lo sapevi che…

  • che un recente studio Australiano condotto nel 2018 ha affermato che  molti atleti ricevono una riabilitazione insufficiente dopo la ricostruzione del legamento crociato anteriore ?
  • che solo il 5% degli atleti amatoriali riceve una riabilitazione che segue le linee guida basate sull’evidenze scientifiche? Questo programma consiste in almeno 6 mesi di riabilitazione sport specifico!
  • che il 45% degli atleti non effettua un controllo clinico dopo il terzo mese post-operatorio e che il 70% non esegue esercizi di agilità o di salto. Dopo un anno dall’intervento, i criteri considerati fondamentali della forza del quadricipite e dell’esecuzione del test di salto superiori al 90% sono stati mostrati rispettivamente nel 31% e nel 53% degli atleti non trattati adeguatamente.
  • che il legamento crociato anteriore contiene dei meccanorecettori i quali a loro volta influenzano direttamente il controllo neuromuscolare del ginocchio? Una lesione al legamento potrebbe quindi essere considerata una disfunzione neurofisiologica e non una semplice lesione muscolo scheletrica.
  • Un numero di atleti riprende sì a praticare sport, ma ad un livello inferiore rispetto a quello praticato prima di farsi male?
  • Il 35% degli atleti operati di legamento crociato anteriore non ritornano ad un livello pre infortunio entro i due anni?
  • Che la metà degli operati riferisci di ritornare ad un livello sportivo inferiore per colpa del legamento operato?
  • Il rischio di una recidiva è molto alto? Anche per lesioni al legamento crociato contro laterale?
  • Cambiamenti nelle strategie di controllo motorio potrebbero portare a cambiamenti nella propriocezione, nel controllo posturale e nella forza muscolare?

 

Physiotherapy raccomanda una riabilitazione preoperatoria

Lo sapevi che:

  • Un deficit in estensione prima dell’intervento è considerato un fattore di rischio per deficit di estensione dopo l’intervento?
  • Un deficit di forza quadricipitale del 20%può portare ad un peggior risultato a 2 anni dall’intervento?
  • Una riabilitazione prima dell’intervento garantisce un miglior risultato funzionale del ginocchio a 2 anni dall’intervento?

 

Dopo l’intervento di ricostruzione del legamento crociato anteriore Physiotherapy raccomanda:

  • Una continua riabilitazione di 9 – 12 mesi a seconda dello sport ed in base agli obiettivi del paziente
  • Un carico immediato tollerato solo se presente un corretto schema del passo, in assenza di dolore e senza alcun versamento sia durante il cammino e dopo aver camminato.
  • L’utilizzo della crioterapia per ridurre il dolore fino ad una settimana dopo l’intervento, senza produrre nessun effetto nel drenaggio post operatorio.
  • Gli esercizi isometrici, utili e sicuri sin dalla prima settimana dopo l’intervento
  • L’utilizzo dell’ elettrostimolazione in aggiunta alla riabilitazione specifica, in quanto potrebbe essere più efficace nel migliorare la forza fino a 2 mesi dopo l’intervento.
  • Un utilizzo di esercizi in catena cinetica aperta a partire dalla 4° settimana post intervento, in un range di movimento 45° -90°, con o senza resistenza extra.
  • L’utilizzo di esercizi in catena cinetica chiusa già dalla seconda settimana post intervento.

 

Se la pratica clinica non segue le linee guida basate sull’evidenze, non offriamo il meglio ai nostri atleti. PHYSIOTHERAPY segue sempre queste linee guida!

 Physiotherapy non tratta un ginocchio, ma una persona che ha un problema al ginocchio!

Contattaci per una consulenza rapida e gratuita!

 

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  • Fisioterapia ecoguidata
Comunicazione in fisioterapia: la grande importanza delle parole

Comunicazione in fisioterapia: la grande importanza delle parole

Comunicazione in fisioterapia: premessa

Le parole possono, e spesso hanno, un impatto incredibile nella nostra vita. Ma non solo, possono anche aiutare durante un percorso impegnativo e complesso come per la riabilitazione muscolo-scheletrica. Lo scopo della comunicazione in fisioterapia sta proprio in questo: quello di migliorare la compliance con ogni paziente.

Non parliamo soltanto da un punto di vista teorico, ma proprio sul risultato finale tanto che hanno un impatto significativo sull’esito clinico della terapia.

Le parole sono benefiche se usate nel modo corretto, possono essere invece un ostacolo alla guarigione se non utilizzate a dovere.

Una persona che soffre di una patologia è spesso preda di paure. Il non sapere, o anche il fraintendere, sono condizioni che generano forte ansia e stress. Per evitare che accada è sufficiente imparare a usare nel modo più corretto ed empatico possibile le parole, in modo tale da rendere efficace la comunicazione in fisioterapia.

risonanza

Nella gestione del mal di schiena acuto e cronico, la comunicazione gioca un ruolo chiave: Il paziente deve essere informato e responsabilizzato sulla natura del suo dolore. 

Andremo quindi ad analizzare le potenti conseguenze delle parole, che vengono usate nella pratica clinica, e come modificare e adattare il linguaggio usato comunemente per aiutare la riabilitazione muscolo-scheletrica.

 

Le parole come fondamento della giusta comunicazione in fisioterapia

Guidare un paziente, durante la riabilitazione muscolo-scheletrica, è un percorso difficile che ha come fondamento essenziale la capacità del terapista di comunicare.

Le persone si trovano in una condizione di stress, paura, e soprattutto sono angosciate e molto vulnerabili (vedi: Mal di schiena quando preoccuparsi). Fisioterapisti e medici dovrebbero tenere in grande considerazione tali elementi e imparare a gestirli al meglio anche con l’uso delle “parole giuste”.

Le parole scelte, come detto, hanno la capacità meravigliosa di guarire (o per essere più precisi di aiutare la guarigione) ma anche di fare del male. Sono simili a droghe che modificano le percezioni di chi ne fa uso! una comunicazione in fisioterapia che sia efficace è un fattore di cui non se ne può fare a meno.

Le parole possono modificare pensieri, convinzioni, idee. Rompere barriere ma anche le solide basi che ognuno di noi utilizza per stare a galla in questo Mondo.

Immagine comunicazione


Esse sono più potenti di quanto ci rendiamo conto: sono in grado di far provare sensazioni belle e anche brutte in un istante andando a portare cambiamenti, in chi ne è il destinatario, a volte anche molto profondi e importanti.


Possono spingere e convincere a compiere azioni buone o azioni cattive. Pensiamo ai giovani che si lasciano manipolare con tanta facilità da quello che gli dicono i ragazzi più grandi, gli amici o i personaggi dello spettacolo.

Quando una persona soffre di un problema muscolo-scheletrico (es. lombalgia, dolore cervicale ecc), anche il solo ipotizzare che divenga una condizione cronica può abbatterla, spingendola a cercare informazioni e risposte.

Purtroppo ci sono ormai troppe informazioni in giro (vedi internet) utilizzate con una superficialità disarmante che spinge in tanti a farsi autodiagnosi improbabili.

Siamo a un singolo “click” dal confermare le nostre peggiori paure o a darne vita a nuove che non avevamo mai preso in considerazione.

Il dolore, la mente e le parole: la comunicazione in fisioterapia

Da molti studi si è evidenziato come i fattori psicologici, rispetto a quelli patogenici, siano dei migliori predittori dei livelli di dolore.

I fattori psicologici devono essere presi in considerazione durante una terapia e vanno riconosciuti e compresi, utilizzandoli con attenzione per aiutare nella riabilitazione.

L’incomprensione e l’ignoranza di tali fattori, da parte dei terapisti o dei medici, comporta il serio rischio che si arrivi a un risultato non positivo fino anche negativo del trattamento.

Un altro grave problema è che le terapie si focalizzano quasi esclusivamente su questioni biomediche enfatizzando un tipo di linguaggio pato-anatomico spesso di difficile comprensione per chi non ha una laurea in medicina!

Nonostante ci sia ormai una crescente consapevolezza della grande importanza dei fattori psicologici, e della forza delle parole e del linguaggio, ancora manca un modo “giusto” di dire e informare i pazienti.

Il campo della riabilitazione muscolo-scheletrica, in modo particolare, è un vero e proprio campo minato fatto di parole che sembrano minacciose e altre così ambigue da generare paure al solo sentirle.

Ormai è necessario modificare la stessa “idea del dolore” che non può più essere valutato con strumenti che diano risultati oggettivi, ma invece va visto come un’esperienza diversa per ognuno di noi.

 

Incontrare un altro umano significa incontrare un altro mondo

 Con questo in mente non ci può essere una semplice ricetta o formula per come si possono usare il linguaggio e le parole all’interno della pratica clinica.

Un buon medico (o fisioterapista) è consapevole ed attento, durante la riabilitazione muscolo-scheletrica, delle parole che utilizza e nel modo con cui comunica con il proprio paziente.

Un essere umano è formato da muscoli, ossa, tessuti, organi eppure le parole che usiamo in terapia possono influenzare profondamente la percezione che si ha della propria condizione e del proprio corpo.

Una parola usata male potrebbe far credere al paziente di avere una grave patologia quando invece questo non è vero, oppure acuire una sua paura del dolore aumentando l’ansia che a sua volta farà incrementare il dolore.

Alcuni termini potrebbero sembrare neutri, se non addirittura delicati per un terapista invece, all’orecchio del malato, potrebbero dare l’idea che qualcosa di molto pericoloso sia in atto nel suo corpo.

Scherzando potremmo dire che le parole sono come il dentifricio: una volta uscito non possiamo rimetterlo dentro, e il danno è fatto. I terapisti hanno quindi l’obbligo di avere una maggiore sensibilità e attenzione ai bisogni di rassicurazione e conoscenza del paziente.

Spiegargli quindi cosa sta accadendo al loro corpo ma con strumenti semplici e chiari che non inneschino infondate paure o ansie catastrofiche. Disinnescare autodiagnosi errate che, magari, ai loro occhi potrebbero avere tutti i sintomi di cui soffrono.

Questo è senza dubbio un parametro importante per comprendere la validità di un terapista e di come approccia al problema. Ogni individuo è diverso e si deve imparare a modulare la comunicazione al fine di fargli comprendere la sua reale condizione.

Come parlare a un paziente: saper comunicare

Ormai ci sono molte evidenze scientifiche che indicano come il dire le medesime cose ma con parole diverse ne disattivi alcuni fattori negativi.

Immagine Medico Paziente

 

Basi pensare alla grandissima quantità di stress, ansia e paura che alcuni termini suscitano, riuscire a usarne altri che siano altrettanto precisi ma meno “negativi” è già di base un buon aiuto per il paziente.


Ad esempio molte persone ricevono di routine radiografie, risonanze a altri esami diagnostici per valutare e capire le cause di eventuali sintomi.

 

Anche il linguaggio utilizzato con i pazienti durante la stessa diagnosi – e in seguito nella terapia – riveste un ruolo molto importante.


L’utilizzo di determinati termini per la valutazione dei risultati delle stesse scansioni (come per esempio la presenza di un ernia) potrebbe generare ansie e paure nonché la nascita di vere e proprie credenze popolari non supportate dalla scienza medica.

Le prove dimostrano che se il medico impara a riformulare i risultati (e diagnosi) in modo sempre più attento ed efficacie, che non terrorizzi, possa liberare da una serie di paure assolutamente infondate ed errate.

Il linguaggio dovrebbe concentrarsi sugli elementi positivi, come la guarigione e il recupero, piuttosto che su quelli negativi.

 

Le parole e le aspettative

In molte scienze sociali, come ad esempio l’economia, si utilizzano termini più o meno evocativi per suscitare emozioni e avere un forte impatto su quelle che comunemente sono chiamate aspettative.

Spesso più che un piano economico è l’aspettativa che esso funzioni ad avere un effetto positivo e di crescita anche su un intero Paese.

In medicina è un po’ la stessa cosa. Una persona con aspettative di guarigione scarse avrà molte meno possibilità di guarire di chi, invece, è più ottimista. E le parole incidono proprio su tutto questo.

Nella riabilitazione muscolo-scheletrica, parole come:

  • può,
  • forse,
  • potrebbe,
  • …e simili…

possono facilmente determinare risposte emotive negative. Un gran numero di pazienti che hanno patologie di tipo muscolo-scheletrico sono ansiosi per il loro futuro e quindi tendono, in generale, a vedere in modo negativo l’esito del loro trattamento.

Per quanto possa sembrare paradossale, se si è di umore pessimo e si sta male fisicamente, si cercano teorie e informazioni che supportino le nostre vulnerabilità.

 

Un piccolo traduttore per comunicare meglio con i pazienti

Come abbiamo visto in tutto l’articolo l’importanza della giusta comunicazione è elevata tanto da incidere sulla stessa guarigione.

Parole e aspettative, ma anche stress, paura e ansia non sono elementi da ignorare ma spesso sono fondamentali come e quanto la stessa terapia manuale.

Non esistono parole “giuste” o “sbagliate”, anche se alcune portano con sé un aurea più o meno negativa che colpisce chi ne è predisposto in quel momento (una persona malata ad esempio).

Disinnescare questi processi è possibile facendo attenzione a usare termini che risultino il più neutri possibili e che non siano così assertivi, in negativo, da non lasciare spazio alla speranza di guarigione.

 

Alcuni esempi di comunicazione in fisioterapia: 

 

Dovrai imparare a conviverci Dovrai fare alcuni cambiamenti
Malattia Condizione
Cronico Persistente
Diagnostica Raggi X o scansione
Neurologico Sistema nervoso
Instabilità Più forza per controllarlo
Non ti preoccupare Andrà tutto bene
Lordosi La normale curva della tua schiena
Cambiamenti degenerativi cronici Normali cambiamenti dovuti all’età
Risultati negativi dei test Tutto sembra normale
Parestesia Sensazioni alterate
Cifosi La normale curva della tua schiena

 

Questi sono solo alcuni dei modi con cui si possono comunicare determinate informazioni senza spaventare o allarmare troppo il paziente.

Non sono leggi immodificabili ma solo lo spunto per capire quanto effettivamente una parola o un’altra possano offrire una percezione diversa di ciò che accade. la comunicazione in fisioterapia, quella giusta, influenza positivamente l’outcome.

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Crunch per gli addominali, fa male o no alla schiena?

Crunch per gli addominali, fa male o no alla schiena?

Il famoso Crunch, forse l’esercizio più noto per gli addominali, fa male? È pericoloso?

Ecco la verità supportata dalla scienza per spazzare via tutte le leggende metropolitane che ci sono a riguardo.


Ormai l’estate è giunta e tutti, anche in inverno a dire il vero, ambiscono ad avere una pancia piatta fino anche alla tanto ambita “tartaruga”. Si passano molte ore in palestra proprio per far venire fuori e mostrare con orgoglio i 6-packs!

In generale si è convinti che il Crunch sia valido per gli addominali ma pericoloso per la schiena. Ci sono un gran numero di trainer che arrivano addirittura a bandirlo dalle loro schede di allenamento portando a comprova fantomatiche ricerche scientifiche.

In realtà ci sono molti studi che indicano come, ad esempio, se si desideri un determinato incremento della massa muscolare, il Crunch come altre sue varianti, è invece un esercizio raccomandato.

A cosa serve il Crunch?

Se invece il fine ultimo dell’allenamento è di mantenere la flessibilità e tonicità, lo stesso Crunch può andar bene ma deve essere modificato sia come viene eseguito che diminuendo i pesi (lo sforzo).

È un esercizio come un altro, questo è il punto di partenza, e come tale offre alcuni benefici ma anche rischi se viene effettuato nel modo scorretto.

Farne un numero eccessivo, quindi sforzando troppo la zona addominale e di conseguenza obbligare il resto dei muscoli a una compensazione potrebbe essere rischioso.

Ma questo può accadere per qualsiasi esercizio: il problema non è il Crunch ma la disinformazione e la scarsa applicazione.

Partendo da queste considerazioni possiamo però dire, visti gli studi ormai conclamati, che forse il Crunch su palla potrebbe essere meno “rischioso” rispetto a quello classico a terra. Questo perché il primo, su palla, permette una più ampia varietà di movimenti, compresa la flessione spinale.

 

Che rapporto c’è tra Crunch, postura e funzionalità?

Secondo molti allenatori si tratta di un esercizio dannoso che ha anche il difetto di peggiorare sia la postura che la funzionalità, diventando quindi inutile se non addirittura dannoso per gli atleti.

Diciamo che credere che il Crunch modifichi la tua postura rendendola più flessa, che ti faccia quasi “chiudere su te stesso”, è un’idea folle!


A questo va aggiunto che alcuni trainer evitano proprio gli esercizi in cui c’è una “flessione spinale” per lavorare meglio gli addominali, isolandoli ritenendo che questo approccio sia più funzionale per la pratica sportiva.


Vengono chiamati esercizi di stabilità,ma in realtà si tratta solo di semplici esercizi isometrici.  Gli esercizi di stabilizzazione a nostro avviso da soli non sarebbero in grado di togliere completamente il dolore, e di questo ne abbiamo discusso proprio in quest’altro articolo!

 

Dal calcio alla boxe, dal karate al golf…crunch tutti i giorni!

Dal combattimento in gabbia (MMA) al tennis è innegabile il ruolo fondamentale che riveste il movimento del tronco e la sua forza per effettuare determinati movimenti.

Non è di certo possibile immaginare Cristiano Ronaldo che stacca di testa e colpisce il pallone senza però muovere il busto! Sarebbe ridicolo ma soprattutto non riuscirebbe a imprimere al pallone alcuna forza.


Per capire la grande importanza che la schiena ricopre nello sport basta fare un esperimento banale che però darà un’idea chiara:

  1. Prendi una palla medica di circa 3 kilogrammi e fai quello che è un tiro simile a un “fallo laterale”. In pratica lancia la palla con due mani facendola passare sopra la testa e usando anche la schiena per avere più forza.
  2. Ora ripeti lo stesso esercizio questa volta, però, tenendo bloccata la schiena.

Immagino che tu abbia già compreso quale dei due tiri andrà più lontano!

 

Se si vuole massimizzare le proprie prestazioni sportive, o anche solo restare in forma, ha più senso allenare proprio quei muscoli responsabili della flessione vertebrale per massimizzare forza e resistenza.

Immagine esercizio fisico

Conclusioni

Possiamo dire che il Crunch non è un esercizio pericoloso, anzi. Aiuta a fortificare la muscolatura addominale dando aiuto e supporto anche alla schiena.

 

Il problema è sempre la qualità degli esercizi, non solo come vengono svolti ma anche il loro grado di intensità in base alle proprie condizioni. Il rischio di strappi, contratture o anche ernie è concreto se non si esegue un regime di allenamento strutturato e tarato sul se stessi. Abbiamo visto infatti in un altro articolo come spesso usiamo male la nostra potente e ben strutturata schiena. 

Soprattutto se si soffre, ad esempio, di lombalgia, dolore cronico alla schiena o altre condizioni della colonna vertebrale, è opportuno allenarsi con moderazione e sotto l’occhio attento di un allenatore capace o, ancora meglio, di un fisioterapista.

Immagine Dott. Prosperi

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Come proteggere la zona lombare della schiena

Come proteggere la zona lombare della schiena

Proteggere la zona lombare

Lo so che è brutto dirlo ma prima o poi qualcosa nella tua schiena cambierà: che sia per un infortunio, l’età o altro poco importa, e non potrai fare nulla per tornare indietro.

Un infortunio alla zona lombare è qualcosa che capita a ogni persona, sedentari in primis, il dolore è lancinante e i fastidi ad esso associati intensi.

Se già sei tra i fortunati che lo hanno sperimentato allora sai di cosa stiamo parlando, quella che affronti o affronterai è una dannata bestia ma che, con i giusti strumenti, può essere domata!

Sono stati fatti molti studi per capire come affrontare il problema della lombalgia e del dolore cronico che hanno portato a rendersi conto che:

 

  • La maggior parte di chi si infortuna alla schiena viene sottoposto a tecniche diagnostiche ed osteopatiche spesso obsolete.
  • Gli sportivi, specialmente gli agonisti, avevano il bisogno di continuare ad allenarsi anche mentre curavano il problema fisico.
  • In troppi si focalizzano quasi esclusivamente sulla diagnostica per immagini (es. Risonanza magnetica, Raggi-X) senza tenere conto, invece, dei sintomi e delle loro personali sensazioni.
  • Molti dei pazienti si informano con il Dott. Google, una sorta di medico virtuale, per poiconfrontarsi meglio con i medici e comprendere quanto veniva loro spiegato. Purtroppo si sono dimostrati più confusi che consapevoli a causa del grande numero di opinioni contrastanti a riguardo.
  • I più cercavano di tornare al vecchio regime di allenamento, una volta superato il problema fisico, trovando però una serie di controindicazioni da parte degli specialisti su ciò che non dovevano fare piuttosto che su ciò che potevano fare!

 

In questo articolo andremo a valutare i punti appena visti tentando di “risolverli” o almeno dare consigli utili per chi ha problemi di lombalgia.

 

Mal di schiena e allenamento

 

Ancora  conosciamo molto poco del corpo umano, ad esempio i meccanismi profondi del dolore sono del tutto sconosciuti, ciò che è d’aiuto è proprio la consapevolezza che c’è ancora molto da imparare: la mente aperta permette di capire e affrontare problemi ignoti o complessi.

Il mal di schiena, per un atleta, non è solo debilitante e doloroso, ma un vero blocco della loro stessa natura e spesso anche mestiere che va quindi affrontato sia sul piano medico ma anche personale e psicologico.

diagnosi

È quindi essenziale non lavorare solo sulla cura ma anche, e forse soprattutto, sulla prevenzione agli infortuni e poi in caso sulla riabilitazione.

 

Quasi certamente avrai mal di schiena nella tua vita: l’attacco del gatto!

Le stime non sono di certo incoraggianti, ad esempio circa l’80% degli americani soffre di dolori lombari  e circa il 25% è cronico. Va detto che per fortuna nel nostro Paese la situazione non è così drammatica, anche se è comunque allarmante.

Ciò deriva dallo stile di vita statunitense che predilige una vita sedentaria e in cui il tasso di obesità arriva a picchi per ora lontani dai nostri. Purtroppo la tendenza a fare sempre meno attività fisica, e una alimentazione ricca di grassi e zuccheri, ci sta conducendo ai loro stessi standard.

Immagine vita sedentaria

 

C’è un detto molto interessante di un professore dell’Università del Connecticut: “ Se vivi la tua vita in modo sano, probabilmente ti ritroverai nello studio di un ortopedico; se la vivi nel modo sbagliato finirai dal cardiologo!”.

Vediamola sotto un altro punto di vista: in quanti conoscono una persona che si è fatta male alla schiena semplicemente allacciandosi una scarpa o facendo altre azioni tanto banali?

Conosco un atleta che è riuscito a fare un esercizio di squat con più di 350 kilogrammi in una gara e si è infortunato raccogliendo da terra il suo gatto!

Il problema non è il gatto (sì, lo so è ovvio) ma neanche il movimento che ha fatto. Si è infortunato perché la maggior parte dei problemi alla schiena derivano da anni di traumi che si accumulano fino ad arrivare alla “rottura”.

Ciò che deve far riflettere è il fatto che circa il 5% dei bambini ha traumi già prima di iniziare l’attività sportiva, quindi forse non è sempre lo sport la causa di infortuni alla colonna vertebrale.

 

La diagnosi non è mai definitiva, purtroppo

Questa è una cosa che si deve comprendere per poter affrontare in modo sano ed equilibrato una lombalgia o un dolore cervicale o qualsiasi altro problema alla schiena.

Ci sono casi di persone che hanno sofferto per anni senza mai ricevere una diagnosi certa e univoca generando stress e ansia per il fatto che, oltre al dolore, aumenta la preoccupazione che possa trattarsi di qualcosa di grave.

Sappiamo, per esempio, come l’ernia sia responsabile del dolore in una piccola percentuale dei casi e come spesso rappresenta spesso un normale processo di invecchiamento della colonna!

Nella maggior parte delle situazioni si tratta di semplici traumi o infiammazioni, come in questo articolo: Quando preoccuparsi del dolore al collo… e quando no! in cui spiego i campanelli d’allarme e i casi in cui potrebbe essere una patologia grave.

Le diagnosi così poco precise non sono affatto rare, anzi potremmo dire che sono la consuetudine.

 

Anche se non hai sintomi potresti essere un “casino strutturale”

Per quanto “casino strutturale” sia un modo di dire molto poco scientifico credo renda l’idea sul fatto che, anche persone che non provano ad esempio dolore, potrebbero avere una conformazione strutturale non perfetta.

Per esempio uno studio effettuato su atleti professionisti spagnoli ha mostrato come la spondilolisi fosse presente in un gran numero di loro, pur non avendo reali sintomi. Solo la metà ha detto di soffrire di lombalgia!

Anche la stessa diagnostica per immagini, quindi, si dimostra poco precisa perché da molti casi che sulla carta dovrebbero indicare una lombalgia ma che, nella realtà, sono del tutto asintomatici. Ne abbiamo parlato nell’articolo I raggi e la Risonanza sono utili per il tuo mal di schiena.

 

Il dolore quasi certamente non è dovuto da cause gravi!

Questa forse è una buona notizia! Quando si soffre di lombalgia si tende a “drammatizzare” l’evento e pensare che sia sempre qualcosa di grave alla schiena.

L’idea che si tratti, ad esempio, di un tumore, affligge e ha il tremendo effetto di moltiplicare il dolore attraverso:

  • Ansia;
  • Paura;
  • Stress.

Tutti fattori che non fanno altro che modulare e far percepire ancora di più il dolore. Si finisce in un circolo vizioso che va rotto prima che degeneri in comportamenti psicologici al limite del patologico.

Per farlo i fisioterapisti più esperti e moderni hanno compreso l’importanza della cultura del paziente: spiegargli quindi in modo chiaro la sua condizione, rassicurarlo sul fatto che provi dolore.

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La flessione spinale è utile o meno?

La flessione spinale è utile o meno?

La flessione spinale è importante per la salute e la forza della schiena?

Come in alcuni campi della medicina, anche nel fitness si tende a seguire delle mode per ragioni a volte non meglio identificate.

Come appunto per la flessione della spina dorsale che ha avuto momenti di grande importanza, diventando una sorta di Graal della fisioterapia che permetteva di risolvere ogni tipo di dolore alla schiena.

Si è arrivati  a eseguire una quantità tale di esercizi superstressanti come varie tipologie di crunch o piegamenti di ogni genere. Eccedere è un po’ come piegare una carta di credito: il risultato è la rottura!

Esistono a riguardo moltissime ricerche che mostrano come la flessione spinale sotto una pressione sia un chiaro indicatore di un possibile danno. Tale condizione peggiora enormemente se si subisce anche una forza orizzontale applicata alla stessa colonna vertebrale.

Si è stimato che tali forze diventino dalle 10 alle 15 volte maggiori nel momento in cui, oltre a tali pesi, si tende a flettere la schiena. In pratica potrebbe bastare un peso minimo per provocare danni anche gravi.

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La flessione spinale: cosa accade ai nostri muscoli

Le fasce muscolari della schiena, quando ci si trova in una posizione flessa, si allungano (un po’ come quando si fa stretching tentando di toccare le punte dei piedi). In tale condizione i muscoli gran dorsali, spinali ed il quadrato dei lombi sono chiaramente allungati e non riescono a esprime la loro reale forza.

Di conseguenza, con i muscoli allungati (e quindi in grado di produrre una minima forza), si riduce anche la loro capacità di evitare la deformazione della colonna vertebrale. È chiaro che, in una situazione di questo genere, il rischio di muovere la colonna in una posizione “pericolosa” aumenta moltissimo.

Ci si può quindi infortunare con estrema facilità e subire:

  • Una lesione.
  • un aumento del dolore.
  • un danno ad un legamento

Gli stessi studiosiperò non tengono in considerazione che la spina dorsale ha di per sé un’elevata capacità a flettersi. Ma questa va allenata oppure c’è il rischio che vada persa aumentando il rischio di farsi male.

La nostra schiena ha un grandissimo numero di movimenti disponibili utili sia per un discorso funzionale che per evitare infortuni o danni di varia natura. Per questo saper “muovere” e flettere la schiena è importante. Nessuno andrebbe in giro con un ginocchio che non si stende senza andare da un medico per capire le ragioni della sua condizione e risolverla!

La flessione spinale

Tra medici, allenatori e fisioterapisti è sorta una grande discussione sul carico che debba o possa subire la schiena durante una flessione spinale.

Se ad esempio bastasse piegarsi di colpo sul computer per subire un infortunio allora significherebbe o che c’è un problema importante da valutare, oppure che l’esser umano non è progettato particolarmente bene.

Per capire meglio il ruolo di un peso aggiuntivo alla schiena mentre si trova flessa (piegata) possiamo fare l’esempio dell’aumento di peso.

A molti sarà capitato, magari in un momento di stress o sotto le feste, di mettere su qualche chilogrammo. La schiena lo sente ma lo stress generale sarebbe inferiore rispetto a un carico diretto, dello stesso peso, sulla spina dorsale.

È un po’ come se dovessi piegarti in avanti e afferrare un peso da per terra.

Secondo il fitness tradizionale flettere la schiena per prendere un oggetto dal pavimento è come prendersela con un cucciolo di foca! Un qualcosa di così orribile da evitare e che addirittura meriterebbe il pubblico ludibrio!

Eppure, secondo la geometria, è più efficiente per il minor dispendio di energie proprio quel movimento che invece i guru del fitness evitano come la peste. Questo accade perché agire secondo efficienza serve per avere più energie per svolgere altre, a volte più importanti (es: fuggire da un animale feroce), attività.

Quando è flessa il rischio è maggiore

Quando la colonna vertebrale si trova in una posizione flessa, anche minima, è a maggior rischio di possibili infortuni. In modo particolare se dovessero agire su di essa forze che la “colpiscono” in senso orizzontale.

Per questa ragione è altamente sconsigliato sollevare un peso elevato con la schiena completamente flessa ma, come detto, la flessione della schiena è una funzione fondamentale che dobbiamo effettuare quando facciamo determinati sforzi.

In pratica non si deve dimenticare che la schiena è fatta per flettersi e il nostro corpo strutturato per eseguire determinati movimenti che siano soprattutto efficienti, non tenerla allenata fa si che aumentino i rischi di dolore cronico e danni.

Purtroppo ancora oggi questo pensiero  riflette anche le strategie di sollevamento comunemente insegnate, in cui si consiglia agli individui di mantenere la schiena dritta e piegare le ginocchia.

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Conclusioni

La flessione spinale deve essere una parte importante nel nostro allenamento. Ma vista la sua importanza e i rischi di farsi male è consigliato sempre rivolgerti a personale qualificato, fisioterapisti e trainer che conoscano bene il funzionamento della schiena e come mantenerla in forma senza infortuni.

Si dovrebbe quindi iniziare sempre con carichi molto leggeri (o anche nulli per chi è meno in forma), evitando pesi “di taglio” e sperimentazioni olistiche da maestro yoga!

Possiamo affermare che non vada temuta, in linea di principio, la flessione spinale. L’unica attenzione è di non caricarla eccessivamente soprattutto con pesi “orizzontali” quando appunto i muscoli sono allungati.

GIONATA PROSPERI, FT, SPT, SM.

  • Esperto In Terapia Manuale nelle cefalee, emicrania
  • Fisioterapista dei disturbi dell’articolazione Temporo – Mandibolare
  • Fisioterapista dei Disturbi Vestibolari
  • C.E.O. del Centro della Colonna vertebrale di Massa
  • Fisioterapia ecoguidata