Mal di schiena in gravidanza? Non sai cosa fare per attenuare il dolore? Leggi questo articolo, potrebbe esserti utile

Mal di schiena in gravidanza? Non sai cosa fare per attenuare il dolore? Leggi questo articolo, potrebbe esserti utile

1) Mal di schiena in gravidanza: cosa c’è da sapere

Il mal di schiena in gravidanza è molto comune, si stima che la percentuale di donne che soffrono di questi dolori durante la gestazione sia molto alta.
Il dolore si può manifestare in forma lieve solo durante alcune attività oppure può essere intenso e costante e diventare molto invalidante.

Quando si parla di mal di schiena in gravidanza, è molto importante capire l’origine del dolore per orientarsi e agire di conseguenza. Si fa principalmente riferimento a due quadri clinici:

  • Dolore Lombare (Low Back Pain, LBP), nella parte bassa della schiena: dolore o limitazione funzionale compreso tra il margine inferiore dell’arcata costale e le pieghe glutee inferiori con eventuale irradiazione posteriore alla coscia ma non oltre il ginocchio.

 

  • Dolore pelvico (Pelvic girdle pain, PGP): in gravidanza è più frequente rispetto
    al dolore lombare. È un dolore che si localizza tra la cresta iliaca e piega glutea inferiormente. Può dare una componente di dolore riferito ad inguine e sinfisi pubica e dolore irradiato alla coscia posteriore ma mai oltre il cavo popliteo. Il dolore è del tutto caudale alla quinta vertebra lombare. Quest’ultimo colpisce tra il 56 e l’80% delle donne in gravidanza.

2) Qual è la causa?

Non è ancora certa la motivazione per cui la gestazione influenzi la storia naturale del dolore lombare; le ipotesi sono diverse. Sicuramente la gravidanza aumenta il carico biomeccanico modificando i normali equilibri posturali e di carico sul rachide. Un’ipotesi alternativa potrebbe essere collegata al fatto che durante la gravidanza avviene un aumento di lassità del tessuto collagene. E’ risaputo che il contenuto ematico di relaxina aumenta di 10 volte con un picco massimo tra la trentottesima e la quarantaduesima settimana di gravidanza. Questo influirebbe soprattutto sull’ articolazione sacroiliaca e sulla sinfisi pubica, ma potrebbe influire anche sulla colonna rendendola meno rigida e in carenza di una muscolatura forte; di conseguenza potrebbe causare nuovi disequilibri con dolore. Ad oggi, il ruolo di tutti questi fattori non è ancora certo.

3) Come avviene la diagnosi e perché non è consigliato imaging?

Per capire se si tratta di “Pelvic Girdle Pain” è fondamentale rivolgersi a un professionista, che dopo un’ accurata valutazione e tramite test clinici specifici di provocazione del cingolo pelvico, farà la diagnosi.

Le linee guida dicono di non fare imaging se non ci sono quadri importanti (infiammazione, tumori, traumatismi gravi). Ovviamente non si consiglia la RX alle donne in gravidanza. Non possiamo comunque associare alle bio-immagini la fonte del dolore. L’imaging non da informazioni sul dolore o meno. Attraverso la risonanza magnetica si può osservare edema osseo profondo, solo in questo caso da un’informazione correlata a questi problemi. L’ematoma però dev’essere omogeneo e superiore al centimetro.

4) Quali sono le caratteristiche dei sintomi?

Solitamente nel dolore pelvico, l’insorgenza di dolore avviene dopo circa 30 minuti di cammino o di mantenimento della posizione seduta.

Inoltre, può esserci dolore durante attività quali: girarsi nel letto, igiene intima, infilare il pantalone stando in piedi su una gamba, stare seduti a terra a gambe incrociate, alzarsi dalla sedia.

5) Quando avviene l’esordio?

In presenza di una paziente in gravidanza la sintomatologia si deve essere manifestata o durante la gravidanza (12-24 settimane, aumentando dalla 24-36 settimana) o nel gap temporale che va dal parto alle 3 settimane successive.

6) In cosa consiste il trattamento?

Dagli studi fatti fin’ora, si evince che solo il 50% delle donne con dolore pelvico si rivolge a un professionista per essere trattata e si è visto che tra il 68-87% ha beneficio dal trattamento. L’approccio multimodale è il migliore in questi casi; si è visto, in particolare, in particolare, che attraverso l’educazione, l’esercizio terapeutico e la terapia manuale si hanno dei buoni risultati.

Per prima cosa, le donne andrebbero informate che il problema non è di alcun pericolo né per loro né per il loro bambino e che il decorso è solitamente benigno. Successivamente viene raccomandato l’esercizio per ridurre il dolore e si consiglia di eseguire sotto la supervisione di un professionista esercizi di stabilizzazione, di controllo motorio ed esercizi generici di rinforzo, insieme allo stretching. In letteratura, si è visto che ha una buona evidenza anche il massaggio perineale autoindotto per diminuire i danni da parto. Inoltre, si è constatato che solo per brevi periodi può essere utile l’uso della cintura pelvica. Il training cognitivo-comportamentale può essere di aiuto in caso di dolore cronico.

A cura di:

NOEMI MARINARI, PT, OMPT student

Il mal di schiena del ciclista: cause e rimedi

Il mal di schiena del ciclista: cause e rimedi

Il ciclismo fa parte di uno di quegli sport maggiormente praticati in Italia, soprattutto adesso in era COVID dove pochi sport sono praticabili.

Ma amatori e professionisti, ciclisti da strada o da mountain bike spesso si ritrovano a combattere con il mal di schiena.

Ma da cosa è dovuto e perché i ciclisti spesso hanno mal di schiena?

Le cause di mal di schiena nel ciclismo possono essere diverse :

  • da patologie più gravi quali displacement discale;
  • disturbi articolari;
  • rigidità muscolari;
  • instabilità o squilibrio muscolare;
  • squilibrio muscolare funzionale della pedalata (postura sulla bicicletta).

Il classico “Mal di schiena” o Lombalgia è una delle patologie più comuni e si stima che circa l’80% della popolazione almeno una volta nella vita abbia avuto mal di schiena in maniera più o meno limitante e nel ciclismo, il verificarsi di lesioni traumatiche e non traumatiche è circa uguale, con circa 23 milioni di ciclisti che sviluppano almeno un infortunio causato da sovraccarico.

Di queste, il mal di schiena (LBP) aspecifico è il più diffuso.

L’obiettivo di un ciclista è quello di produrre la massima potenza sui pedali per migliorare la propria velocità o prestazione.

Per migliorare la velocità il ciclista deve ridurre la propria area frontale trasversale in modo da ridurre la resistenza aerodinamica. Di conseguenza una delle posizioni maggiormente assunte da chi va in bicicletta è quella flessa in avanti.

Questa posizione porta la colonna ad avere una postura definita in Round-back o Flat back, cioè una postura della colonna lombare in una posizione non fisiologica, in cifosi lombare che se mantenuta a lungo può contribuire al Low Back Pain (LBP).

Ma quali sono le cause di mal di schiena nel ciclista?

Innanzitutto è da precisare che non è la bicicletta in sé a provocare il mal di schiena ma sono piuttosto una serie di altri fattori che vedremo in seguito

MA la posizione mantenuta che si assume in bicicletta può contribuire ed amplificare problematiche già preesistenti

Sono stati fatti numerosi studi a riguardo e tutti sono d’accordo nel dire che la causa più frequente di mal di schiena nel ciclista, in assenza di patologie gravi, è uno squilibrio muscolare e un alterato controllo motorio.

Ancora non è chiaro cosa venga prima: squilibri muscolari che colpiscono la cinematica spinale o la cinematica spinale alterata (posizione flessa mantenuta nel tempo) che portano a squilibrio di attivazione muscolare?

In ogni caso i ciclisti con LBP assumono una posizione più flessibile all’inizio dell’allenamento e questa posizione non cambia durante l’attività; tuttavia, il dolore aumenta.

Questi risultati possono indicare il controllo motorio disadattivo della colonna vertebrale durante l’allenamento come fattore causale.

Infatti se i muscoli che dovrebbero sostenere la colonna vertebrale sono deboli o si attivano in ritardo o in maniera scorretta, allora, è possibile che, quando maggiormente affaticata, la colonna vertebrale possa assorbire un carico e uno stress maggiore.

Questo spostamento delle forze a livello spinale e alterazione del carico rafforza il concetto per il quale potrebbe non essere il posizionamento del corpo sulla bici che conta ma il tempo trascorso in quella posizione e squilibri di attivazione muscolare simultanei o deficit di resistenza che possono contribuire al LBP.

 

Ma cosa si intende per squilibrio muscolare e alterato controllo motorio?

  • Controllo motorio, è l’interazione di sistemi nervosi periferici e centrali che permettono ai muscoli sinergici di anticipare o rispondere all’informazione propriocettiva e cinetica lavorando con una corretta sequenza per creare il movimento coordinato. 
  • Stabilità è la capacità del sistema neuromuscolare attraverso le azioni dei muscoli sinergici di mantenere un segmento corporeo in una posizione stazionaria, possiamo riassumerlo come la capacità di mantenere l’allineamento osseo per mezzo di componenti passive e dinamiche.

Quindi coloro che hanno alterato controllo motorio e instabilità muscolare hanno proprio l’incapacità di attivare e mantenere attivi quei muscoli che ci consentono di fare un’attività fisica o di rimanere in una posizione per lungo periodo, come può essere rimanere in sella alla bicicletta per ore.

Studi su professionisti ciclisti hanno evidenziato quali sono i muscoli che maggiormente sono interessati.

  • un ritardo di attivazione dei muscoli stabilizzatori;
  • co-contrazione asimmetrica dei muscoli multifidi;
  • Ridotto spessore del trasverso addominale;
  • Ridotto spessore dei multifidi;
  • Ridotta resistenza dei muscoli estensori della colonna vertebrale.

Il multifido lombare è noto per essere uno stabilizzatore chiave della colonna lombare inferiore che controlla sia i movimenti di flessione che di rotazione della colonna vertebrale.

La disfunzione del multifido è stata documentata attraverso studi elettromiografici nella popolazione ciclista con LBP, con una perdita di co-contrazione simmetrica. I risultati di alcuni studi suggeriscono che i ciclisti con dolore indagati presentavano maggior asimmetria di attivazione del multifido sia all’inizio che a fine allenamento, rispetto ai ciclisti senza dolore.

Altri studi hanno anche indagato quanto la posizione del ciclista sulla bicicletta possa influire sul dolore lombare, ed è stato visto che ciclisti che tenevano un manubrio troppo in basso, avevano come risultante una maggiore flessione della colonna lombare e un aumento del tilt pelvico e ciò influiva negativamente sul LBP già preesistente

Quindi adesso che abbiamo capito che una delle cause possibili del mal di schiena del ciclista è uno squilibrio a livello muscolare, come fare per ridurre dolore?

Sicuramente pensare ad un lavoro di prevenzione e ad una buona cura e preparazione del proprio fisico.

In molti si avvicinano alla bicicletta non giovanissimi e spesso si avvicinano a questo sport dopo che hanno subito infortuni o impossibilità di praticare altri sport.

Il presupposto fondamentale per chi vuole pedalare, sia per principianti che per i più esperti, deve partire da una corretta posizione in bicicletta, per evitare sovraccarichi sia a livello osteoarticolare che muscolare. Per cui è importante apportare le giuste correzioni sulla bicicletta in modo da permettere al proprio corpo di pedalare in massimo equilibrio.

Ma a questo ci pensa il vostro biomeccanico di fiducia.

Uno degli strumenti che invece abbiamo noi Fisioterapisti in questo caso è l’esercizio terapeutico;

Per Esercizio Terapeutico si intende la sistematica e pianificata esecuzione di movimenti corporei, posture ed attività fisiche (Definizione data da American Physical Therapy Association);

quindi una serie di esercizi più o meno semplici a carico graduale che permetta di riequilibrare la muscolatura e “insegnare” ai muscoli ad attivarsi correttamente prima di un movimento e soprattutto mantenere l’attivazione durante tutta l’attività.

 

Ma come allenare questi muscoli?

Innanzi tutto un muscolo funzionale deve avere una buona

  • Coordinazione: è la qualità del movimento.

Ed è la contrazione e rilassamento dei muscoli in uno specifico ordine consecutivo e quantità per produrre un movimento per una specifica funzione; 

Per ottenere il gesto coordinato è necessario eseguire un movimento fino a 6000 volte 

Quindi per allenare la coordinazione bisogna fare esercizi a basso carico ma alte ripetizioni 

  • Resistenza: capacità di eseguire un’attività per un lungo periodo di tempo

per allenare la resistenza, è necessario fare esercizi a un carico di circa 60 – 70% del carico massimale con un massimo di 25 ripetute. 

  • Velocità: l’aumento della velocità corrisponde ad un aumento di forza e coordinazione. Quindi per riuscire ad aumentare velocità dovrò avere maggior forza e maggiore coordinazione.
  • Volume: area della sezione trasversale del muscolo; in questo caso per avere un aumento di volume bisogna aumentare i carichi di lavoro
  • Forza: anche in questo caso bisogna aumentare i carichi di lavoro; 75%-90% del massimale con ripetute da 5 ad un massimo di 15
  • Potenza

 

E per quanto riguarda la tipologia di esercizi in questo caso sono svariati:

l’obbiettivo è proprio quello di rendere il muscolo più funzionale: allenando forza coordinazione resistenza, velocità volume e potenza.

Solitamente si parte con esercizi statici di reclutamento muscolare e propriocettivi, inizialmente con focus interno in modo da “sentire” l’attivazione muscolare per poi passare ad esercizi con focus esterno:

  • Esercizi di reclutamento del muscolo trasverso addominale
  • Esercizi di reclutamento dei muscoli multifidi e muscoli estensori della colonna
  • Esercizi di mobilità della colonna lombare prevalentemente in estensione qualora sia presente una restrizione di movimento

 

  • Si passa poi a esercizi di rinforzo in maniera più dinamica.
  • Esercizi di rinforzo addominale per muscoli obliqui;
  • Esercizi di rinforzo di tutta la parete addominale;
  • Esercizi di rinforzo dei muscoli lombari (prevalentemente estensori)

 

  • Si arriva poi ad esercizi dinamici con compiti motori diversi cercando però di mantenere l’attivazione muscolare
  • Arrivando sempre di più ad esercizi in posizione funzionale
  • L’ultimo step è il ritorno all’attività fisica in maniera graduale.

A cura di :

GIULIA SANGUINETTI, PT, OMPT student

  • Orthopeadic Manipulative Physical Therapist (OMPT) student
  • Fisioterapista dei disturbi vascuolo-linfatici
  • Fisioterapista esperta in fisio-pilates
Stenosi lombare: cos’è e quali sono i possibili trattamenti

Stenosi lombare: cos’è e quali sono i possibili trattamenti

Stenosi lombare: cos’è e quali sono i possibili trattamenti
1) Che cos’è la stenosi lombare?
Stenosi lombare spinale è il termine medico che indica tutti quei quadri clinici i cui i sintomi sono
correlati a un restringimento anatomico del canale spinale e la conseguente compressione delle
strutture neurali contenute all’interno.

2) Quali sono le possibili cause di stenosi lombare?
Principalmente, in base alla causa, la stenosi lombare viene classificata in:
– stenosi primaria o congenita: in questi quadri la stenosi è causata da malformazioni congenite o da
anomalie di sviluppo;
– stenosi degenerativa o secondaria: è causata da quadri patologici post-traumatici, iatrogeni (a seguito
di intervento; un esempio è dato dalle cicatrici post-chirurgiche) o degenerativi. Tra questi ultimi si
riscontrano degenerazioni del disco vertebrale (ernia del disco) e della faccetta articolare, ipertrofia
delle lamine in aggiunta all’ipertrofia legamentosa.

3) Quali sono i sintomi più comuni che riportano i pazienti con stenosi?
I segni e sintomi che più comunemente si riscontrano in pazienti con stenosi sono:
– dolore ed altri disturbi della sensibilità agli arti inferiori, come intorpidimento, formicolio, parestesie;
– disturbi motori agli arti inferiori, come crampi e debolezza;
– alterazione a livello della forza, della sensibilità e dei riflessi;
– “claudicatio neurogenica”: Con claudicatio si intende la condizione per cui il paziente riesce a
percorrere 200-400-800 metri ma poi è costretto a fermarsi a causa della sensazione di discomfort alle
gambe; se la sintomatologia è legata ad una compressione delle strutture nervose, si definisce
claudicatio neurogenica.
Inoltre, nel paziente con stenosi, i sintomi sono prevalentemente a carico degli arti inferiori; il mal di
schiena è secondario e può essere presente o meno.

4) Quali sono i fattori che aggravano i sintomi?
Le manifestazioni cliniche, infatti, possono essere simili ad altre patologie, mentre solo in caso di
stenosi i pazienti rispondono ai fattori aggravanti e allevianti descritti in seguito.
I fattori aggravanti del paziente con stenosi si riferiscono a:
– attività in estensione;
– cammino;
– stazione eretta.
I fattori allevianti del paziente con stenosi si riferiscono a:
– attività in flessione;
– posizione seduta, specie se in flessione lombare.
Questo perché, a livello della biomeccanica, l’estensione lombare comporta un ulteriore
restringimento del diametro del canale e del forame, portando ad un peggioramento della
sintomatologia del paziente con stenosi. La flessione lombare, invece, allarga il diametro del canale e
del forame, portando ad un miglioramento della sintomatologia. Per questo motivo, i fattori aggravanti
ed allevianti sono tipici della stenosi.

5) C’è correlazione tra imaging e clinica?
Le linee guida affermano che non ci sono prove sufficienti per dimostrare o rifiutare una correlazione
tra clinica e presenza di riduzione anatomica del canale spinale solamente in base alle bioimmagini.
Ciò significa che è molto importante correlare sempre il reperto radiologico ai dati clinici; infatti, per
stenosi non si intende la presenza di un reperto all’RX o alla RMN, ma un insieme di segni e sintomi
presentati dal paziente.
Si parla, quindi, di quadri clinici poiché esiste una forte dissonanza tra la clinica e l’imaging: è possibile
che un paziente sia sintomatico, ma non presenti un quadro grave a livello di imaging e viceversa.

6) Qual’è la prevalenza?
Questo anno è stata pubblicata una revisione di Jensen, basata su studi osservazionali, dalla quale
emerge che la prevalenza di diagnosi:
– clinica di stenosi lombare (quindi basata sui sintomi tipici) nella popolazione generale è di 11%;
– radiologica di stenosi lombare (con TC o RMN che mostravano una riduzione del canale spinale) nella
popolazione generale è di 38%;
– clinica più radiologica di LSS (RMN) nella popolazione generale è di 9%;
In generale, è stato visto che la stenosi radiologica aumenta significativamente all’aumentare dell’età e
in particolare, dopo i 50 anni, la stenosi radiologica risulta piuttosto comune.

7) Come viene diagnosticata la stenosi lombare?
Per la diagnosi clinica di stenosi spinale lombare:
o l’anamnesi è lo strumento più potente;
o l’esame neurologico è necessario per affinare la diagnosi e per pesare la gravità dei
reperti (stesso ragionamento adottato per radicolopatia/dolore radicolare);
o Test specifici (di provocazione e di neurotensione) possono dare informazioni aggiuntive.

8) Quali sono i possibili trattamenti?
Sebbene le prove di efficacia siano esigue, sembra che il trattamento conservativo possa
essere d’aiuto soprattutto nei pazienti con sintomi lievi e moderati; mentre i pazienti con sintomi gravi
dovrebbero sottoporsi ad una valutazione chirurgica, ma potrebbero ugualmente beneficiare del
trattamento conservativo.

9) In cosa consiste il trattamento chirurgico?
Le possibili tecniche chirurgiche per la stenosi spinale comprendono la fusione, la laminectomia, gli innesti
mini-invasivi, i dispositivi spinali e le protesi. La chirurgia può aumentare lo spazio nel canale spinale
attraverso la rimozione di porzioni delle strutture spinali posteriori (lamina, faccette, osteofiti, legamenti,
cisti sinovitiche o sinoviali) e viene generalmente descritta come “decompressione”.
La rimozione di tali strutture anatomiche aberranti responsabili della compressione può aumentare il
rischio di instabillità. Alla luce di ciò, viene spesso aggiunta alla procedura di decompressione anche la
fusione vertebrale, per evitare o limitare tale instabilità.

10) In cosa consiste il trattamento fisioterapico?
I principali obiettivi del trattamento fisioterapico sono:
– ridurre i sintomi e la disabilità;
– aumentare la capacità di carico;
– modificare eventuali elementi maladattativi.

Le strategie utili per raggiungere questi obiettivi sono:

I. educazione al paziente:
• spiegare al paziente che la prognosi nella maggior parte dei casi è favorevole e promuovere
strategie di autogestione;
• ridurre i comportamenti maladattativi e le posizioni che esacerbano i sintomi;

II. training aerobico:
• cyclette;
• cammino su treadmill (con supporto del peso o inclinato)
• cammino in acqua
• utilizzo del corsetto
• migliorare i sintomi del paziente e aumentare il tempo di cammino o la distanza percorsa.

III. terapia manuale: utile specie nei pazienti con sintomi lievi o moderati
• mobilizzazione in flessione lombare (regionale e segmentale)
• mobilizzazione coxofemorale, bacino, torace

IV. esercizio terapeutico: utile specie nei pazienti con sintomi lievi/moderati;
• la promozione della flessione lombare e estensione toracica
• stretching autogestito
• controllo motorio lombopelvico e degli arti inferiori
• idrokinesiterapia.

A cura di:
Noemi Marinari, PT, OMPT student

RUNNING: 10 DOMANDE E RISPOSTE PER TE!

RUNNING: 10 DOMANDE E RISPOSTE PER TE!

La corsa è, in questo momento, lo sport con il più alto numero praticanti al mondo, che per di più crescono anno dopo anno, seguendo un trend che non sembra volersi fermare.

Viene consigliata per dimagrire, per combattere lo stress, per rinforzare la muscolatura svolgendo un’attività efficace quanto semplice ed economica; e può essere declinata nei modi più svariati: su pista, su strada, sterrato e sterrato con ostacoli.

Spesso capita di farsi delle domande a riguardo, ed ecco qua riassunte le 10 domande più frequenti e le relative risposte.

 

  • Quali sono gli infortuni più frequenti nella corsa ?
  • Ma correre fa male alla schiena ?
  • Correre fa male alle ginocchia ?
  • Post corsa ho dolore, perchè?
  • Ho dolore, posso correre lo stesso?
  • Quali sono le scarpe migliori per correre?
  • Dopo un infortunio posso tornare a correre ?
  • Lo stretching è utile per evitare infortuni?
  • Qualche consiglio per te
  • Perchè è così importante l’allenamento di forza ?

 

  1. Quali sono gli infortuni più frequenti nella corsa?

 

L’infortunio è caratterizzato da un dolore che provoca un interruzione di attività per almeno

  • 7 giorni
  • 3 sessioni di allenamento
  • che richiede un consulto di un fisioterapista o medico

 

Vediamo quali sono i principali infortuni che avvengono in un anno ai corridori (professionisti e amatoriali)

In questo studio di Taunton, 2002 vediamo descritte le principali sedi di infortuni in un anno.

 

Tabella 1

Frequenza e distribuzione per sesso delle 26 lesioni più comuni

 

Lesione Uomini (n /%) Donne (n /%) Totale (n)
* Significativa differenza di sesso con p <0,05.
Sindrome del dolore femorale rotulea * 124/38 207/62 331
Sindrome da attrito della bandelletta ileo-tibiale * 63/38 105/62 168
Fasciopatie plantare * 85/54 73/46 158
Lesioni meniscali * 69/69 31/31 100
Sindrome da stress tibiale 43/43 56/57 99
Tendinite rotulea * 55/57 41/43 96
Tendinite d’Achille * 56/58 40/42 96
Lesioni del gluteo medio * 17/24 53/76 70
Frattura da stress: tibia 27/40 40/60 67
Lesioni spinali 24/51 23/49 47
Lesioni ai muscoli posteriori della coscia 25/54 21/46 46
Metatarsalgia 17/50 17/50 34
Sindrome del compartimento anteriore 13/46 15/54 28
Lesioni gastrocnemio * 19/70 8/30 27
Borsite trocanterica maggiore 9/39 14/61 23
Lesioni agli adduttori * 15/68 7/32 22
Osteoartrosi (ginocchio) * 15/71 6/29 21
Lesioni sacroiliache * 2/10 19/90 21
Frattura da stress: femore 6/32 13/68 19
Lesioni da inversione della caviglia 9/53 8/47 17
Lesioni da ileopsoas 6/37 10/63 16
Condromalacia rotulea 4/31 9/69 13
Tendinite peroneale 9/69 4/31 13
Il neuroma di Morton 5/42 7/58 12
Lesioni da abduttore 7/67 4/33 12
Apofisite calcaneare 7/58 5/42 12
Tibiale posteriore lesione 8/73 3/27 11

 

Come è possibile vedere dalla tabella, il sito di lesione più comune è stato il ginocchio (42,1% degli infortuni totali). Altri siti comuni erano il piede / caviglia (16,9%), parte inferiore della gamba (12,8%), anca / bacino (10,9%),Tendine Achille / polpaccio (6,4%), parte superiore della gamba (5,2%) e parte bassa della schiena (3,4%)

 

2 . Ma correre fa male alla schiena?

 Questa è la fatidica domanda che ultimamente tutti si pongono: “ma correre fa male alla schiena?” “comprime i dischi intervertebrali”, “fa venire ernie” ?

La risposta alle precedenti domande è NO .

Spieghiamo meglio, la corsa non è dannosa alla schiena di per se, ma può andare a peggiorare una situazione preesistente oppure crearne una, se praticata in maniera errata o superficiale.

 

In uno studio del 2017 “running exercise strenght strengthens the intervertebral disc”, viene affermato che l’esercizio di corsa è associato a una migliore composizione del disco intervertebrale (quindi più idratazione e contenuto di proteoglicani).

 

Di per se la corsa non fa male alla schiena e non provoca ernie o quant’altro, ma come qualsiasi altro sport o attività fisica deve essere eseguita bene ed associata a rinforzo muscolare.

 

3 . Ma correre fa male alle ginocchia ?

 Questa è un’altra domanda che la maggior parte dei corridori amatoriali si pone.

“correre mi farà venire l’artrosi ?” Anche in questo caso la risposta è Negativa

NO correre non fa male alle ginocchia, o per lo meno non la corsa di per se.

Vari studi dimostrano che non c’è un aumento del rischio di osteoartrosi sintomatica del ginocchio tra i corridori auto-selezionati rispetto ai non corridori, e in coloro in cui non è presente osteoartrosi, la corsa non è dannosa per le ginocchia.

Quindi se questa paura è ciò che vi frena all’iniziare a correre, state tranquilli!

 

4 . Post corsa ho dolore, perché?

 Generalmente, in assenza di traumi diretti o indiretti, il dolore del corridore viene definito come Aspecific Running Injury. Questo termine racchiude tutti quelli che sono gli infortuni da sovraccarico.

L’infortunio da sovraccarico avviene quando il carico

cumulativo applicato ai tessuti è superiore

alla capacità di carico stesso.

 I dolore non è un indicatore di danno tissutale, ma un meccanismo difensivo. Il nostro sistema produce dolore come risposta a una situazione di pericolo percepito.

I fattori che possono essere percepiti come pericolosi sono molteplici:

  • nocicezione/sensibilizzazione
  • infiammazione/infezione
  • convinzioni/credenze (significato che viene dato al dolore)
  • stress/stanchezza
  • contesto in cui ci si trova.

Il sistema di allarme è molto sensibile: si attiva prima di un danno tessutale e se il carico è percepito come eccessivo, il sistema produce dolore.

Quindi cosa fare? Ridurre il carico o ridurre intensità della corsa.

E se il dolore persiste allora affidarsi a un professionista che possa valutarti e valutare il tuo dolore.

 

 

 

5 . Ho dolore, posso correre lo stesso?

 

Chi non riesce a stare senza corsa, la domanda è questa.

Ho dolore ma posso correre lo stesso?

La risposta alla domanda è DIPENDE.

Dipende dal tipo di dolore.

 

 Se il dolore è un dolore di grado 1: presente solo durante la corsa e che sparisce completamente a fine corsa, allora Sì, si può correre a meno che il dolore non alteri il passo della corsa.

Anche se il dolore è di grado 2; presente fino al massimo il giorno dopo e che sparisce del tutto in massimo 24 H. Anche in questo caso il dolore non deve essere tale da alterare il passo e cosa fondamentale, non ci deve essere dolore notturno. 

Se invece il dolore persiste e continua nei giorni successivi, alterando le attività di vita quotidiana, portando a zoppia e al dover ricorrere a farmaci allora NO, è necessaria una pausa e soprattutto un consulto da uno specialista.

 

 

 

6 . quali sono le scarpe migliori per correre e come si appoggia il piede? 

Come è possibile vedere dall’immagine che rappresenta le prove olimpiche dei 10 km nel 2012 in USA

Non esiste uno stile migliore di altri che vada bene per tutti 

esistono diverse tipologie di scarpe:

scarpe minimaliste, massimaliste scarpe con drop di diversa altezza,  barefoot ecc.

secondo vari studi chi corre in barefoot ha un rischio maggiore di sviluppare tendinopatia e infortuni al tendine d’Achille;

d’altro canto chi corre con scarpe con drop maggiore tende a sviluppare con più facilità: fasciopatie plantari, sindromi da stress tibiali e sindromi femoro rotulee.

Chi invece corre con scarpe minimaliste tende ad avere con più facilità sindromi da stress sul metatarso.

 

 

Quindi quali sono le scarpe migliori per correre? 

Sono stati fatti numerosissimi studi a riguardo ma la conclusione (ad oggi) è che nessuna scarpa è migliore di un’altra a prescindere.

Altri studi sono stati eseguiti anche per cercare di capire se scarpe antipronazione, plantari potessero ridurre il rischio di infortunio, ma la postura del piede in statica non coincide con la postura del piede in dinamica.

La forma del piede Non è correlata alla sua funzione dinamica (trimble 2002, razeghi 2002, paterson 2015)

La pronazione non è correlata all’infortunio ( rayan 2013, nelsen 2014)

 

In un anno il circa 30% dei runner subisce infortuni, e questi infortuni sono uguali in coloro che pronano, supinano, usano scarpe minimaliste, massimaliste o plantari

 

…. quindi

La scarpa è un mezzo non un fine

 

Quindi scegli la scarpa in base a come ti senti meglio, in base a come stai e in base a eventuali problematiche.

 

  1. Dopo un infortunio come posso tornare a correre ?

 

Partendo dal presupposto che ogni infortunio ha i suoi tempi di recupero, se e quando sarai pronto a correre è necessario ripartire con calma e permettere alle strutture di riadattarsi al carico,

quindi come e quando ripartire?

 

Post infortunio si può tornare a correre solo se:

  • nessun segno di infiammazione
  • articolarità ed estensibilità massime
  • stabilità indolore mono-podalica
  • camminare senza dolore per 30 minuti

 

se tutto è presente tutto questo allora è possibile tornare a correre in maniera graduale:

iniziare mescolando camminata a corsa permette di riportare i tuoi tessuti di riadattarsi al carico.

 

Seduta Corsa Cammino
1 1 minuto 4 minuti X6
2 2minuti 3minuti X6
3 3minuti 2 minuti X6
4 4minuti 1 minuto X6
5 20 minuti di corsa
6 25 minuti di corsa
7 30 minuti di corsa

 

Comincia ogni seduta di corsa con 5 minuti di cammino, poi fai sei blocchi consecutivi di corsa/cammino come descritto in tabella. Con una seduta a giorni alterni.

 

È consentito sentire dolore purché rimanga sotto un valore di 4/10 e che sparisca del tutto entro 48H.

8.Ma stretching è utile per evitare infortuni?

No, vari studi sono stati fatti a riguardo e la conclusione è sempre la solita, lo stretching statico non previene infortuni, non aumenta la lunghezza muscolare, bensì solo la tolleranza allo sforzo (konrad 2014)

 

  1. Qualche consiglio per te
  • Lavora di forza e resistenza in maniera simultanea, ciò permette il miglioramento della velocità ed una migliore economia della corsa, l’allenamento della forza riduce gli infortuni da sovraccarico del 50%
  • lavora su coordinazione motoria, mobilità, controllo e stabilità di tutto l’arto inferiore (anca, ginocchio, caviglia, alluce)
  • lavora di potenza e reattività con esercizi di balzi, pliometrici o salti.
  • Se hai avuto un infortunio dai il tempo al tuo corpo di riadattarsi ai carichi, non pretendere di fare gli stessi km, solita velocità di prima, ci arriverai piano piano

 

  1. perché il lavoro di forza è tanto importante ?

 

Per questo vi rimando all’articolo del collega che spiega il perché un runner dovrebbe sempre fare allenamento di forza (https://www.fisioterapia-massa.it/la-forza-nel-running/)

A cura di :

GIULIA SANGUINETTI, PT, OMPT student

  • Orthopaedic Manipulative Physical Therapist (OMPT) Student
  • Fisioterapista dei disturbi vascuolo-linfatici
  • Fisioterapista esperta in fisio-pilates

10 Punti chiave per la gestione del tuo mal di schiena.

10 Punti chiave per la gestione del tuo mal di schiena.

Se sei preoccupato di un forte mal di schiena sappi che spesso  pensiamo possa essere molto più grave di quello che sembra.

Circa l’80% delle persone vivono un’esperienza simile di dolore nell’arco della vita, e nella maggior parte dei casi questi episodi si risolvono spontaneamente senza dover necessariamente fare ricorso all’assunzione di farmaci. 

Lo sapevi che la maggior parte degli attacchi di mal di schiena si risolvono spontaneamente nell’arco di 12 settimane? 

Per alcuni pazienti, tuttavia,  il dolore diventa cronico compromettendo seriamente la vita lavorativa e domestica.

 

LE RACCOMANDAZIONI DI PHYSIOTHERAPY  PER LA GESTIONE DEL MAL DI SCHIENA 

1 – Il riposo a letto viene considerato un trattamento inadeguato per favorire la risoluzione di un quadro doloroso, rallentando la ripresa;

2 – Riprendi quanto prima a svolgere le tue normali attività di vita quotidiana;

3 – Le evidenze  sempre più supportano una serie di programmi di esercizi come trattamento di prima scelta per  alleviare il mal di schiena.

4 – Un programma di esercizio, progettato da un fisioterapista altamente qualificato, incorpora sia un allenamento cardio vascolare e sia un programma per lo sviluppo della forza.

5 – Non esiste la postura ideale. al lavoro non è importante la postura, ma il tempo che passi in una determinata postura. cerca di cambiarla spesso, muoviti di più.

6 – Insegnare ai pazienti come affrontare la paura di muoversi. Continuare a muoversi è parte integrante del processo di guarigione

7 – L’ernia del disco è responsabile del vostro dolore nel 1 – 3% dei casi… quindi causa molto raramente il mal di schiena.

8- I miglior candidati alla chirurgia sono quei pazienti che presentano un quadro specifico ( si parla infatti di lombalgia specifica) ed identificabile con una patologia specifica, come tumore,  infezione od ernia del disco sintomatica (rara). Infatti spesso sono presenti ernie in soggetti senza dolore: l’ernia non giustifica il dolore ma rappresenta spesso un normale processo di invecchiamento della colonna!

9 – La risonanza magnetica aumenta il livello di disabilita’ perché spesso crea preoccupazioni sull’esito del referto. Spesso la risonanza magnetica fa emergere delle “anomalie” che sono presenti anche in soggetti senza dolore.

10 -Insegnare  ai pazienti quei processi neurobiologici e neurofisiologici che stanno alla base delle loro esperienze di dolorose per metterli nella condizione di comprendere perché hanno dolore e che molto spesso il dolore non ha niente a che fare con un tessuto lesionato o degenerato.

 

Mal di schiena: cosa è utile?

Mal di schiena: cosa è utile?

MAL DI SCHIENA: LE CREDENZE ATTUALI

Il mal di schiena (low back pain) rappresenta una condizione comune che colpisce persone di tutte le età nei paesi sviluppati ed in via di sviluppo, un sintomo molto conosciuto nella maggior parte della popolazione, in grado di colpire ognuno di noi durate la nostra vita.

Questo condizione produce un notevole impatto negativo sulla qualità della vita, in termini di dolore, ridotta funzionalità fisica, alterazione della sfera sociale e psicologica, nonché una ridotta capacità lavorativa.

Spesso conduce ad un aumento dei giorni di assenza dal lavoro ed al prepensionamento con conseguente aumento dei costi di assistenza sanitaria.

Una grande quantità di ricerche sono state condotte per studiare l’efficacia terapeutica nella riduzione del mal di schiena . Nel migliore dei casi, le strategie terapeutiche producono modesti effetti sui sintomi, sulla qualità della vita e/o sulla funzionalità.

Ad esempio, l’attività fisica e gli esercizi sono in grado di ridurre il dolore e migliorare la funzionalità fisica, ma i loro effetti sono per lo più da piccoli a moderati.

Alcuni interventi, come il supporto lombare, il riposo, la chirurgia e la stimolazione elettrica nervosa transcutanea, si sono dimostrati inefficaci se non addirittura dannosi. Ciononostante, di fronte a queste prove di efficacia terapeutica ed alle linee guida cliniche, numerose tecniche inefficaci e/o potenzialmente dannose vengono comunemente forniti nel tentativo di gestire la lombalgia, in particolare quella persistente.

Nonostante una notevole quantità di ricerca è stata condotta sul argomento, poche sono le strategie di riduzione della lombalgia considerate di successo.

Questo articolo mira a determinare, in una popolazione che soffre di mal di schiena, quali siano i fattori, secondo i pazienti, in grado di ridurre la sintomatologia dolorosa.

  • Quali sono le credenze degli individui che soffrono di lombalgia?
  • Cosa,  secondo la loro opinione, è in grado di ridurre la sintomatologia dolorosa?

In Australia è stato condotto un sondaggio online su 130 adulti i quali si sono auto identificati come pazienti con mal di schiena. I dati delle risposte a questo sondaggio sono stati analizzati utilizzando l’analisi del contenuto per determinare qual’era secondo loro un approccio ritenuto efficace per ridurre il mal di schiena.

PANORAMICA DEI RISULTATI

I partecipanti hanno frequentemente affermato che il loro mal di schiena potesse  essere ridotto, come trattamenti passivi, dall’ applicazione di caldo/freddo (66%), da farmaci (64,1%) e dal riposo (60%).  Per quanto riguarda i trattamenti attivi l’esercizio fisico e/o l’attività fisica viene considerato come il principale trattamento in grado di ridurre la sintomatologia dolorosa.

I principali risultati mostrano i tre principali trattamenti che possano, secondo le opinioni, dare un beneficio in termini di diminuzione del dolore in caso di lombalgia: le applicazioni di caldo/freddo, i farmaci ed il riposo. Questi fattori sono considerati molto spesso rispetto ad altri fattori quali l’esercizio e/o l’attività fisica, menzionati, invece,  come quarto fattore in grado di alleviare una lombalgia.

Queste considerazioni da parte della popolazione sono contrari alla corrente raccomandazioni per la gestione di una lombalgia. I tre fattori più comunemente menzionati per la gestione di una lombalgia non sono supportate dalle attuali evidenze scientifiche

Le possibili spiegazioni di questi contrasti (opinine pubblica e letteratura) si possono tradurre nell’errate credenze su ciò che influenza il loro dolore.  Nella gestione del mal di schiena acuto e cronico,  è importante informare il paziente circa la vera natura del suo dolore, ovvero fare  vera e propria educazione del paziente. 

Negli ultimi 10 anni le ricerche nel campo delle neuroscienze hanno portato novità importanti nella comprensione del ruolo del cervello nel dolore, specialmente quello cronico.  Sono sempre più numerosi gli studi che evidenziano come il dolore cronico sia associato ad una riorganizzazione della corteccia sensoriale.

Come citato in un precedente mio articolo, un approccio relativamente nuovo e promettente nella gestione di mal di schiena cronico consiste nell’insegnare al paziente la neurobiologia e la neurofisiologia del dolore, ovvero la PNE (l’educazione alla neurofisiologia del dolore) con l’obiettivo di insegnare di più ai pazienti circa i processi neurobiologici e neurofisiologici che stanno alla base delle loro esperienze di dolorose.

GIONATA PROSPERI FT, SPT, SM, cert. VRS          

  • Fisioterapista e scienze motorie
  • Fisioterapista esperto In Terapia Manuale nelle cefalee, emicrania
  • Fisioterapista dei disturbi dell’articolazione Temporo – Mandibolare
  • Fisioterapista dei Disturbi Vestibolari
  • Fisioterapista specializzato nella Spalla dolorosa
  • Fisioterapia ecoguidata