La forza nel running

La forza nel running

Perché includere un allenamento della forza nel runner?

 L’allenamento simultaneo di forza e resistenza (CSE) si riferisce a programmi combinati di allenamento di forza e di resistenza cardio respiratoria

 Nello specifico questo programma utilizza programmi di esercizi di resistenza utilizzando il proprio peso, le macchine dei pesi e l’allenamento pliometrico.

 Negli ultimi tempi, un numero di revisioni hanno esaminato l’effetto di questo programma di training in termini di performance nel runner.

 La conclusione collettiva è che il CSE (allenamento simultaneo di forza e resistenza) migliori sia la performance e sia l’economia della corsa rispetto al solo allenamento della resistenza, dimostrando un migliore risultato nelle distanze che vanno dai 400 m ai 10 km

 

Nonostante i benefici ben consolidati dell’allenamento CSE per questi atleti, c’è un evidenza scientifica limitata che chiarisca i meccanismi che stanno alla base di questi adattamenti.

 

Di conseguenza lo scopo di questo articolo non è quello di riesaminare gli effetti dell’allenamento simultaneo  della forza e della resistenza sulla distanza di performance della corsa, ma bensì di valutare come le variabili biomeccaniche e neuromuscolari possano cambiare a seguito dell’allenamento CSE.

 L’allenamento CSE è in grado di migliorare la performance della corsa attraverso due principali adattamenti: il miglioramento della velocità ed una migliore economia di corsa.

 Questi adattamenti consentirebbero agli atleti di sostenere una corsa più veloce e di conservare energie di riserva per le fasi decisive della gara.

 I miglioramenti della performance della corsa a seguito di un allenamento CSE sono spesso riportati in assenza di cambiamenti significativi della massima capacità aerobica (VO2max), della massa corporea o dell’ipertrofia muscolare.

Questo suggerisce che I miglioramento ottenuti non sono facilitati dai cambiamenti della fitness cardio-respiratoria.

 L’allenamento CSE è stato proposto per migliorare la prestazione della corsa attraverso variabili biomeccaniche e neuromuscolari che permettano all’atleta di generare rapidamente alte forze durante la corsa di resistenza prolungata.

 Questo articolo rileva che esistano prove molto limitate a sostegno di tali affermazione, principalmente dovuto alla scarsità di ricerca che misuri direttamente queste variabili. 

  • Ci sono forti evidenze che l’allenamento simultaneo di forza e resistenza possa migliorare la forza durante la flessione del ginocchio, la flessione plantare e lo squat rispetto al solo allenamento della resistenza. Tuttavia, forti evidenze suggeriscono come l’allenamento CSE non cambi l’altezza del salto nel runner di distanza. 

I risultati attuali suggeriscono come l’allenamento simultaneo della forza e della resistenza non cambiano il rapporto tra lunghezza e frequenza del passo quando il runner corre a velocità submassimali costanti. 

  • E’ stato riscontrati che l’allenamento CSE produce un effetto significativo e moderato che favorisce un miglioramento sulla forza plantare della caviglia. 

L’allenamento della forza con target sul tricipite surale potrebbe influire sulla potenza della flessione plantare durante la corsa, incrementando la propulsione del centro di massa e facilitando una maggiore lunghezza del passo, motivo per cui un’ allenamento pliometrico, che sfrutta l’azione rapida e ciclica del ciclo di stiramento – accorciamento (SSC), ovvero cicli che comportano una fase eccentrica ad alta intensità immediatamente seguita da una rapida contrazione concentrica,  può essere utilizzato per migliorare la capacità di generare forza eccentrica. 

L’allenamento simultanea  di forza e resistenza sembrerebbe produrre un effetto moderato in termini di incremento della forza durante la flessione e l’estensione del ginocchio e della forza durante lo squat negli atleti di endurance, rispetto al solo allenamento della resistenza. 

  • Un incremento della forza dei muscolo dell’anca e del ginocchio potrebbe facilitare i miglioramenti della velocità della corsa consentendo un’accelerazione più rapida della gamba durante la fase di oscillazione (SWING). 

L’allenamento CSE sembrerebbe aumentare la forza dei muscoli biarticolari dei muscoli responsabili dell’accelerazione rapida del ginocchio e dell’anca durante la corsa. Si è riscontrata una migliore forza nello squat durante una ripetizione massimale (1RM) ed una migliore forza reattiva (RSI) durante il drop jump,  impiegato spesso  per quantificare la performance pliometrica o SSC ed usata per valutare la leg stiffness. 

Tutto ciò potrebbe migliorare l’economia della corsa e la capacità di riservare energie riducendo così i costi metabolici a una certa velocità di corsa submassimale. 

  • Questo studio mostra inoltre moderate prove che l’allenamento CSE non aumenta in maniera significativa la stiffness del tendine d’achille durante la corsa, sebbene sia vicino a un cambiamento statisticamente significativo. 

Tuttavia, un incremento della rigidità  del tendine d’achille  potrebbe influenzare le prestazione della corsa influenzando la capacità di un’unità muscolo-tendinea di  immagazzinare e restituire energia elastica.

 

Conclusioni 

Questo è un articolo che ha esaminato i cambiamenti delle variabili biomeccaniche e neuromuscolare a seguito di un allenamento simultaneo di forza e resistenza nel runner. 

Questa tipologia di allenamento è in grado di migliorare la forza dei flessori di ginocchio, dei flessori plantari della caviglia, degli estensori di ginocchio e la forza in uno squat massimale rispetto al solo allenamento di resistenza, suggerendo come un incremento della capacità di sviluppo della forza (RFD), ovvero l’abilità del sistema neuro-muscolo scheletrico di produrre un alto tasso di aumento della forza muscolare per unità di tempo,  del tricipite surale, del quadricipite, dei flessori del ginocchio e dei muscoli del gluteo possa giocare un ruolo cruciale nella propulsione del centro di massa e nell’accelerazione della gamba durante la corsa, sebbene siano necessarie ulteriori ricerche per stabilire se queste adattamenti si possano tradure in una maggiore lunghezza del passo o maggiore velocità di corsa.

A cura di:

GIONATA PROSPERI, FT, SPT, SM, VRS.

  • Certificazione In Terapia Manuale nelle cefalee, emicrania;
  • Sport Physical Therapy;
  • Master in Terapia Manuale Osteopatica – Spagna
  • Student Master od Advanced Studies in Fisioterapia Muscolo Scheletrica Supsi – Svizzera
  • Certification in Spinal Manipulative Therapy Student – USA;
  • Fisioterapista dei disturbi dell’articolazione Temporo – Mandibolare;
  • Fisioterapista dei Disturbi Vestibolari – American Muscoloskeletal Institute;
  • C.E.O. della Fisioterapia Vertebrale di Massa;
ESERCIZIO TERAPEUTICO E DOLORE

ESERCIZIO TERAPEUTICO E DOLORE

Innanzitutto cosa s’intende per esercizio? 

 

L’Esercizio è una Sistematica e pianificata esecuzione di movimenti corporei, posture e attività fisiche intese a fornire al paziente i mezzi per:

  • Rimediare o prevenire danni
  • Migliorare, ripristinare o favorire una funzione fisica
  • Prevenire o ridurre fattori di rischio correlati alla salute
  • Ottimizzare lo stato di salute generale

 

Perché, sempre da definizione, è importante l’esercizio terapeutico?

Perché l’indipendenza in quanto tale, quindi essere autonomi sia a casa che a lavoro che all’interno della comunità e durante le attività ricreative dipende dalla FUNZIONALITA’ fisica associata a quella psicologica e sociale. La funzione fisica ha una serie di aspetti multidimensionali: l’area dell’equilibrio ossia la capacità di allineare i segmenti corporei contro gravità per mantenere o muovere il corpo all’interno della base d’appoggio senza cadere, la funzione cardio-vascolare ossia l’abilità di eseguire movimenti corporei di bassa intensità ripetitivi per un certo periodo di tempo, poi troviamo la coordinazione ossia il corretto timing e la sequenza dell’attivazione muscolare che si combinano con l’appropriata intensità di contrazione muscolare permettendo di iniziare e guidare un movimento. Troviamo la mobilità/flessibilità, come abilità di muoversi liberamente, la performance muscolare come capacità del muscolo di produrre tensione ed eseguire lavoro fisico. Controllo neuromuscolare, inteso come interazione di sistemi nervosi periferici e centrali che permettono ai muscoli sinergici di anticipare o rispondere all’informazione propriocettiva e cinetica lavorando con una corretta sequenza per creare il movimento coordinato. Abbiamo il concetto di stabilità che è la capacità del sistema neuromuscolare attraverso le azioni dei muscoli sinergici di mantenere un segmento corporeo in una posizione stazionaria, possiamo riassumerlo come la capacità di mantenere l’allineamento osseo per mezzo di componenti passive e dinamiche.

L’esercizio terapeutico quindi mira al ripristino della funzione nel suo significato globale che abbiamo visto pocanzi essere multidimensionale.

 

Come può l’esercizio influenzare una condizione dolorosa?

 

Le condizioni di stress sono da sempre considerate meccanismi che riescono ad abbassare le risposte al dolore. Tale fenomeno è detto “stress-induced-analgesia”. Uno dei primi esempi di questo meccanismo ci è stato suggerito da Beecher et al. (1946) che notò come i soldati in battaglia erano meno responsivi al dolore e necessitavano di meno analgesici durante le chirurgie rispetto ai civili. Il termine “stress-induced-analgesia” viene cosi modificato in “exercise-induced-analgesia (EIH)“.

 

Occorre porsi una serie di domande:

  • Come può un esercizio determinare una riduzione del dolore?
  • l’entità dell’effetto analgesico dell’esercizio varia in base alla modalità del tipo di contrazione (isometrico, aerobico, resistenza dinamica)?
  • Si ottiene un effetto ipoalgesico dell’esercizio su pazienti tendenzialmente sani e su pz con dolore cronico?

 

Una recente meta-analisi risponde a tutte queste domande e termina dicendo che vi sono sufficienti prove per affrontare la questione dell’entità dell’ipoalgesia indotta dall’esercizio in risposta al dolore.

Lo studio ha rilevato che la dimensione media dell’effetto ipoalgesico dell’esercizio varia da moderato a grande negli adulti sani a seconda della modalità di induzione del dolore e del protocollo di esercizio. È importante sottolineare che tutti e tre i tipi di esercizio presi in esame (isometrico, aerobico e di resistenza) erano in grado di produrre grandi effetti negli adulti sani, sebbene tali effetti fossero generalmente transitori. Sono stati anche riscontrati discreti effetti ipoalgesici a livello del muscolo doloroso in soggetti con condizioni di dolore cronico localizzato quando veniva attivato un muscolo distante e quando l’attivazione era di intensità bassa/moderata. Tuttavia, l’EIH era inesistente in soggetti con dolore cronico diffuso quando l’esercizio avveniva a un’intensità da moderata a elevata, anzi spesso l’esercizio portava ad un peggioramento della condizione dolorosa.

Sono stati proposti diversi meccanismi per spiegare l’ipoalgesia indotta dall’esercizio. Forse il meccanismo più ampiamente considerato è che l’attivazione del sistema endogeno di oppioidi durante l’esercizio fisico riduce la percezione del dolore dopo l’esercizio. L’esercizio d’intensità e durata sufficienti porta al rilascio di beta-endorfine periferiche e centrali che sono state associate a cambiamenti nella sensibilità al dolore. Un altro potenziale meccanismo prevede un’interazione tra i sistemi modulatori del dolore e cardiovascolari. Ad esempio, la regolazione del dolore e il controllo della pressione sanguigna coinvolgono gli stessi nuclei del tronco encefalico, i neurotrasmettitori (ad es. monoammine) e i neuropeptidi ( ad es. oppioidi). Inoltre, la pressione sanguigna e la frequenza cardiaca aumentano significativamente durante l’esercizio aerobico e isometrico e questi aumenti sono stati riportati in concomitanza con alterazioni della sensibilità agli stimoli dolorosi. Altri potenziali meccanismi includono l’attivazione di pattern di inibizione del dolore ascendenti (ad es. l’attivazione delle fibre delta A afferenti muscolari e le fibre C)  e discendenti mediante l’esercizio.

È possibile quindi riassumere dicendo che l’EIA è un fenomeno molto complesso e ciò probabilmente è causato da una combinazione dei fattori illustrati in precedenza.

 

Uno studio di Nijs conferma quanto detto pocanzi ossia che l’esercizio attiva l’analgesia endogena nei soggetti sani. L’aumento della soglia del dolore (PPT) successiva all’esercizio fisico è dovuta al rilascio di oppioidi endogeni e all’attivazione di meccanismi inibitori delle vie nocicettive sovra-spinali orchestrate dal cervello. L’esercizio innesca il rilascio di β-endorfine dall’ipofisi (periferico) e dall’ipotalamo (centrale), che a sua volta da inizio agli effetti analgesici attivando i recettori μ-oppioidi a livello periferico e centrale. L’ipotalamo, attraverso le sue proiezioni sul grigio periaqueduttale, ha la capacità di attivare meccanismi inibitori nocicettivi discendenti.

Tuttavia è stato riscontrato che i pazienti con dolore cronico mostrano un’alterazione della modulazione centrale del dolore in risposta all’esercizio. Le contrazioni muscolari attivano l’analgesia endogena nei soggetti sani e in pazienti con osteoartrite o artrite reumatoide, ma provoca una maggiore sensibilità al dolore nei pazienti con fibromialgia. Nei pazienti che hanno dolori muscolari localizzati (ad es. mialgia alla spalla), l’esercizio di muscoli non dolorosi attiva l’analgesia endogena. Tuttavia, l’esercizio con l’attivazione di muscoli dolorosi non cambia la sensibilità al dolore nel muscolo esercitante o in posizioni distanti.

Sempre secondo Nijs però gli studi che mostrano una disfunzione del sistema inibitorio discendente durante l’esercizio fisico in alcune condizioni di dolore cronico non contraddicono le prove cliniche che favoriscono l’uso dell’esercizio fisico come intervento per il dolore persistente.

Quindi, il suo uso clinico e i suoi benefici non dovrebbero essere messi in discussione.

 

Scegliere se far fare esercizio o meno ai pazienti con dolore cronico non è più la domanda che ci dobbiamo porre. Allo stesso tempo però non va ignorata una disfunzione del sistema di modulazione del dolore tipica dei pazienti con dolore persistente.

Inoltre questa disfunzione potrebbe spiegare la bassa aderenza terapeutica all’esercizio nei pazienti con dolore cronico.

A cura di:

GIULIA SANGUINETTI, PT, OMPT student 

  • Orthopaedic Manipulative Physical Therapist (OMPT) Student
  • Fisioterapista dei disturbi vascuolo-linfatici
  • Fisioterapista esperta in fisio-pilates
La forza nel running

Covid ed esercizio fisico

La diffusione pandemica del coronavirus (Covid – 19) è diventato un argomento discusso nel mondo della sanità gettando tutti in un gran panico e nella preoccupazione sociale, rappresentando una minaccia per la salute di portata sconosciuta a livello globale.

 

Pur contenendo il virus il più rapidamente possibile per l’urgente priorità della salute pubblica, ad oggi poche sono le linee guida per il pubblico su ciò che le persone possano o non debbano fare in termini di mantenimento del loro esercizio quotidiano o delle loro attività fisiche.

Probabilmente, rimanere a casa, sebbene sia una misura sicura, può portare a conseguenze negative non intenzionali, poiché gli sforzi per evitare la trasmissione del virus da uomo a uomo possono portare ad una drastica riduzione dell’attività fisica e della fitness in generale.

È probabile che un soggiorno prolungato a casa possa comportare un aumento dei comportamenti sedentari, come passare troppo tempo seduto davanti alla tv e/o videogame e non seguire più una dieta equilibrata.  La riduzione di un’attività fisica regolare, o addirittura evitare di muoversi, può comportare un elevato rischio in termini di peggioramento delle condizioni di salute.

Pertanto, guidata da una forte motivazione di salute, è fondamentale continuare l’attività fisica in casa per mantenersi sani e mantenere una buona funzione del sistema immunitario.

 

Si ricorda che l’organizzazione mondiale della sanità RACCOMANDA 75 minuti di attività aerobica intensa e 2 sessioni di rinforzo muscolare a SETTIMANA

Svolgere quindi esercizi a casa che siano sicuri, semplici e facilmente implementabili sono adatti per evitare il coronavirus aereo e mantenere i livelli di fitness.

Tali forme di esercizio possono includere, senza limitazioni, esercizi di forza, attività di equilibrio, esercizi di stretching od una combinazione di questi.

 

Esempi di esercizi a casa includono il sollevamento di qualsiasi genere alimentare (una cassa di 6 bottiglie di acqua per esempio), degli affondi sulle gambe, salire e scendere le scale, alzarsi e sedersi da una sedia o semplici flessioni in posizione facilitate. Inoltre, dovrebbero essere considerati i tradizionali esercizi di Tai Ji Quan, Qigong, e yoga poiché non richiedono attrezzature specifica, tanto spazio e possono essere praticati in qualsiasi momento.

 

Le misure ufficiali che limitano i movimenti delle persone in presenza della crisi del coronavirus non significano necessariamente che l’attività fisica debba essere limitata addirittura interrotta. È stato dimostrato che l’esercizio fisico offre chiari benefici sia nella popolazione sana e sia nella popolazione con patologie croniche.

 

L’obiettivo dovrebbe essere quello di intraprendere almeno 30 minuti di attività fisica moderata ogni giorno e / o almeno 20 minuti di vigorosa attività fisica a giorni alterni, sebbene una combinazione di entrambe le intensità siano preferibili in aggiunta alla pratica di attività volta alla produzione della forza.

Data la preoccupante crescita della diffusione del coronavirus, è indispensabile rispettare  il controllo delle infezioni e prendere le dovute precauzioni di sicurezza. Il soggiorno a casa è un passo fondamentale per la sicurezza in grado di limitare la diffusione del virus. Ciononostante, i soggiorni prolungati a casa potrebbero aumentare quei comportamenti che portano all’inattività contribuendo allo sviluppo dell’ansia, della depressione e dei disturbi dell’umore.

Mantenere un’attività fisica regolare tramite l’esercizio fisico in un ambiente domestico sicuro è una strategia importante per una vita sana durante la crisi del coronavirus.

 

 

A cura di:

GIONATA PROSPERI, FT, SPT, SM, VRS.

  • Certificazione In Terapia Manuale nelle cefalee, emicrania;
  • Sport Physical Therapy;
  • Master in Terapia Manuale Osteopatica – Spagna
  • Student Master od Advanced Studies in Fisioterapia Muscolo Scheletrica Supsi – Svizzera
  • Certification in Spinal Manipulative Therapy Student – USA;
  • Fisioterapista dei disturbi dell’articolazione Temporo – Mandibolare;
  • Fisioterapista dei Disturbi Vestibolari – American Muscoloskeletal Institute;
  • C.E.O. della Fisioterapia Vertebrale di Massa;

 

Protesi di ginocchio

i tratta di un intervento chirurgico di sostituzione dell’articolazione del ginocchio  con una protesi anatomica composta da materiali diversi. L’operazione  si rende necessaria quando l’articolazione, subisce un grave danno. L’applicazione della protesi mira a ristabilire la normale mobilità articolare, che potrebbe essere, irrimediabilmente compromessa.

Cenni anatomici

Il ginocchio è l’articolazione intermedia dell’arto inferiore, per le sue caratteristiche possiede un grado di libertà( movimento di flessione/estensione) che permette all’estremità dell’arto di modificare la distanza del corpo dal suolo. L’articolazione è rivestita dalla capsula articolare, ed è composta da: il  femore (situato superiormente), tibia (inferiormente) e rotula (anteriormente) che agisce come braccio di leva. La cartilagine articolare riveste le estremità ossee e ne previene il consumo da sfregamento. Attorno alla capsula, è presente  la cosiddetta membrana sinoviale, che produce il liquido sinoviale; esso riduce le frizioni tra femore e tibia e facilita il movimento dei tendini e dei legamenti. Quest’ultimi sono indispensabili, perché consentono la flessione dell’arto inferiore (durante una camminata, una corsa ecc.) e forniscono stabilità all’articolazione. I menischi sono strutture fatte di cartilagine e garantiscono stabilità all’articolazione. Occupano la parte superiore della tibia e servono ad assorbire le sollecitazioni, che il femore e l’intero corpo esercitano sulla tibia stessa.

Cause più frequenti di danno articolare

Un attenta valutazione ortopedica ha permesso di tipizzare il ginocchio  da operare; percorsi chirurgici specifici di ricostruzione sono stati preparati per trattare pazienti affetti da molteplici cause, le  più comuni, che determinano un danno all’articolazione del ginocchio, sono:

  • Osteoartrosi.  Sono le artrosi più comuni, caratterizzate dalla degenerazione della cartilagine articolare. Per questo motivo, sono dette anche “artrosi da usura”. Il paziente, per lo più anziano, avverte dolore e difficoltà motorie.
  • Artrite reumatoide. Si tratta di una malattia autoimmune che colpisce le articolazioni sinoviali, provocando uno stato infiammatorio duraturo e con esiti di rigidità e deformità articolare.
  • Emofilia. Le continue lesioni sanguinolente (emartri) indeboliscono le articolazioni, le quali si irrigidiscono e diventano dolenti. I bersagli più colpiti sono le ginocchia e le caviglie.

Queste patologie determinano un danno articolare progressivo, pertanto  inizialmente possono essere trattate conservativamente, ma alla lunga gli esiti portano all’operazione chirurgica.

Tra le altre cause, meno comuni troviamo: patologie metaboliche come la gotta, necrosi avascolare dovuta ad abuso di alcool; displasie o deformazioni congenite del capi ossei .

Chi si sottopone all’intervento?

L’indicazione alla chirurgia protesica di ginocchio è basata sul dolore di un paziente e sul suo grado di disabilità, non sull’età. Gli individui che si sottopongono maggiormente all’intervento di protesi al ginocchio, sono gli anziani di età compresa tra i 60 e gli 80 anni. Questi, d’altra parte, sono anche i soggetti più colpiti da osteoartrosi e artrite reumatoide. Non esiste un’età assoluta o limitazioni di peso per la chirurgia protesica del ginocchio anche se è bene ricordare che questi impianti non durano in eterno (in media 15 anni) e che il peso eccessivo può essere la causa di una minore longevità dell’impianto protesico. Quando una protesi fallisce perché si è usurata, dovrà essere sostituita; questo intervento detto di revisione della protesi di ginocchio è un intervento più complesso e più rischioso rispetto all’intervento di primo impianto.

Quali sono i benefici e obiettivi dell’intervento?

L’intervento di protesi di ginocchio mira al raggiungimento dei seguenti obiettivi e benefici:

  • Riduzione del dolore
  • Miglioramento della mobilità articolare
  • Miglioramento delle capacità motorie dell’individuo operato
  • Miglioramento sensibile della qualità della vita.

Più del 90 % delle persone sottoposte a protesi del ginocchio hanno sperimentato una notevole riduzione del dolore del ginocchio e un significativo miglioramento della capacità di eseguire attività comuni della vita quotidiana. Ma  bisogna segnalare che la protesi del ginocchio non  permetterà  all’individuo di fare di più di quanto faceva prima di iniziare a soffrire di artrosi.

Con l’uso e l’attività normale, lo spaziatore di plastica di ogni protesi di ginocchio comincia a usurarsi. Un eccessiva attività o l’essere troppo pesanti può accelerare questa usura e può condurre  all’intervento di revisione della  protesi poiché si è mobilizzata o è diventata dolorosa.

Intervento

Una volta giunto al ricovero ospedaliero e svolto gli esami di routine (visita medica, ECG, esami sangue e urine , esami farmacologici) l’intervento di protesi d’anca si esegue, di solito, in anestesia generale. Tuttavia, è possibile anche optare per un’anestesia epidurale, in cui solo l’estremità inferiore del corpo è insensibile al dolore. Chi sceglie questa seconda opzione, non è comunque cosciente, poiché deve assumere dei forti sedativi.

La scelta del tipo di protesi da utilizzare spetta al chirurgo, il quale basa le sue considerazioni su i seguenti elementi:

 

  • Età del paziente
  • Patologia di base
  • Peso corporeo

È possibile scegliere tra due tipi di protesi al ginocchio: 

  • Protesi totale
  • Protesi parziale o monocompartimentale

La scelta dipende dalla gravità del danno articolare e dalla scelta dello specialista.

L’operazione può durare da una a tre ore e prevede tre momenti : 

  • Incisione in corrispondenza della rotula
  • Rimozione delle estremità ossee degenerate di femore e tibia
  • Sostituzione con articolazione artificiale

L’incisione si esegue dove risiede la rotula, la quale viene spostata da un lato, per avere maggiore accesso all’intero impianto articolare del ginocchio. Di seguito, si procede con la rimozione delle estremità consumate di tibia e femore e con la loro sostituzione con placche di metallo, queste ultime tendono a rispettare maggiormente la morfologia dei capi ossei  per mantenere la stessa funzionalità biomeccanica dell’arto. In mezzo alle due placche, che sono incollate alle ossa con una sostanza chiamata “cemento”, si inserisce un elemento spaziatore in plastica che permette di  evitare lo sfregamento diretto di femore e tibia.

Qualora la rotula fosse danneggiata, su quest’ultima, si applica una placca metallica nella parte interna.

Al termine della procedura, si richiude e si sutura l’incisione. 

Complicanze 

Il tasso di complicanze a seguito di protesi totale del ginocchio è basso. Complicazioni gravi, quali l’infezione del ginocchio, si verificano in meno del 2% dei pazienti. Le malattie croniche possono aumentare il rischio di complicanze. Anche se è raro, quando però si verificano, queste complicazioni possono prolungare o limitare il pieno recupero.  Le più comuni sono:

  • Infezioni
  • Coaguli di sangue (trombi)
  • Problemi d’impianto
  • Danno ai legamenti,vascolare o nervoso
  • Fratture ossee
  • Rigidità articolare
  • Dislocazione della rotula
  • Reazioni allergiche.

Decorso post operatorio – prevenzione complicanze 

Il decorso post operatorio inizierà per i primi giorni in ospedale per poi proseguire a domicilio. I punti base saranno questi:

Gestione del dolore. La gestione del dolore è una parte importante della vostra guarigione. La deambulazione e il movimento dell’anca inizierà subito dopo l’intervento chirurgico, appena si sente meno dolore, si inizierà a muoversi presto e questo aiuterà a riprendere le forze in modo più rapido.

Prevenzione dei coaguli di sangue (Trombosi Venosa Profonda -TVP-). Il chirurgo ortopedico può prescrivere uno o più misure per prevenire i coaguli di sangue e diminuire il gonfiore delle gambe. Questi possono includere calze elastiche vascolari a compressione graduale, e fluidificanti del sangue (eparina). Subito dopo l’intervento chirurgico saranno incoraggiati il movimento del piede e della caviglia per aumentare il flusso di sangue nei muscoli delle gambe e quindi per aiutare a prevenire il gonfiore delle gambe e la formazione di coaguli di sangue.

Fisioterapia. Esercizi di mobilizzazione dell’anca e del ginocchio e della caviglia saranno eseguiti fin dal giorno stesso dell’intervento chirurgico. La maggior parte dei pazienti inizierà a deambulare il giorno dopo l’intervento quando il drenaggio verrà rimosso. Un fisioterapista vi insegnerà esercizi specifici per rafforzare i glutei, la coscia e ripristinare il movimento del ginocchio. Particolare attenzione sarà rivolta alla ripresa della deambulazione per permettervi di recuperare il prima possibile le normali attività quotidiane subito dopo l’intervento chirurgico. La fisioterapia viene consigliata di essere proseguita a domicilio e nei vari centri di riabilitazione per un miglior recupero fisico.

Durante la  convalescenza a casa sono consigliate di fare  diverse modifiche  che possono rendere più facile la deambulazione  durante il recupero. I seguenti suggerimenti possono aiutarvi con le attività quotidiane: 

  • Barre di sicurezza o un corrimano sicuro nella vostra doccia o vasca da bagno;
  • Corrimano sicuri lungo le scale;
  • Una sedia stabile con un cuscino del sedile fermo (e una altezza di 45-50 cm);
  • Un rialzo del water se si dispone di un WC basso;
  • Un banco doccia stabile o una sedia per la doccia;
  • Rimozione di tutti i tappeti e degli ostacoli;
  • Uno spazio di vita temporaneo sullo stesso piano, perché fare le scale sarà più difficile durante la prima fase di recupero.

Riabilitazione 

La riabilitazione è fondamentale per recuperare, nei tempi stabiliti, la piena mobilità articolare.

Essa comincia già dopo la dimissione dall’ospedale e consiste in un programma di esercizi da eseguire in palestra. In questa sede, il paziente deve affidarsi alle cure e ai consigli di un fisioterapista, il quale propone gli esercizi da svolgere e corregge eventuali errori di esecuzione.

La riabilitazione è un momento importante, non solo per il recupero fisico, ma anche per quello psicologico. La sensazione di dolore, patita all’inizio del percorso di recupero, può sconfortare il paziente, ma il sostegno, offerto dalle persone attorno a lui, può aiutarlo a superare tali difficoltà.

Bisogna curare ogni piccolo dettaglio, se si vuole recuperare al meglio. Pertanto, durante la fase di recupero andranno evitati movimenti bruschi e posizioni estreme. 

  • Evitare di ruotare il ginocchio
  • Non accavallare le gambe
  • Evitare di comprimere la ferita
  • Non mettere un cuscino sotto il ginocchio, quando si dorme. C’è rischio di una flessione permanente del ginocchio
  • Non inginocchiarsi
  • Non sedersi su sedie troppo basse

Alcuni consigli 

  • Con le stampelle, salire le scale avanzando prima l’arto sano
  • Con le stampelle, scendere le scale avanzando prima l’arto operato
  • Scendere dal letto dalla parte dell’arto operato e a piè pari
  • Entrare e uscire dall’auto a piè pari

Come abbiamo già detto l’intervento riabilitativo inizierà già dalla prima giornata post operatoria e ha tra i suoi primi obiettivi quello di intervenire principalmente sulla prevenzione delle complicanze, insieme a quelle del recupero della mobilità, forza e dell’autonomia del paziente. Oltre a istruire il paziente sui movimenti da evitare, si raccomanderà  al paziente cosa fare possibilmente a letto e di ripetere questi esercizi più volte nell’arco della giornata autonomamente, secondo sempre la tolleranza al dolore:

  • flesso-estensione della caviglia
  • contrazione isometrica dei muscoli glutei
  • flesso –estensione dell’articolazione dell’anca e di ginocchio

Sarà inoltre educato all’esecuzione delle seguenti attività motorie:

  • passaggi posturali
  • scendere dal letto
  • camminare
  • azione di igiene personale

Nei successivi 20 giorni gli obiettivi saranno:

  • completa guarigione della ferita
  • recupero dell’articolarità:

-esercizi di mobilizzazione passiva  effettuata dal fisioterapista

-esercizi di auto-mobilizzazione assistita

-mantenimento di posture che influiscono sul recupero dell’articolarità

-esercizi di cauta mobilizzazione forzata da parte del fisioterapista

-esercizi di stretching articolare e muscolare.

  • Recupero forza muscolare recupero forza muscolare:

-contrazioni isometriche di coscia in posizione supina ad arto esteso

-contrazioni isometriche di glutei in posizione supina ad arti estesi

-flessione della coscia

-estensione della coscia

-abduzione e adduzione della coscia

-contrazione dei muscoli addominali

-esercizi per i muscoli del comparto anteriore e posteriore della gamba

  • Posizione supina: allungamento e rinforzo muscoli flessori, abduttori e adduttori
  • Posizione decubito laterale : Rinforzo dei muscoli estensori, abduttori, adduttori e addominali che stabilizzano il tronco
  • Posizione prona: Rinforzo dei muscoli estensori, abduttori e stabilizzatori dell’anca
  • Posizione seduta: Rinforzo dei muscoli quadricipiti e flessori ginocchio
  • Posizione quadrupedica: Rinforzo dei muscoli stabilizzatori del tronco e dei muscoli estensori, extrarotatori e intrarotatori dell’anca
  • Stazione eretta: graduali esercizi di carico
  • Esercizi di propriocezione
  • Esercizi durante il cammino.

Possono essere proposte anche varie attività in differente tipologie:

  • lavoro di gruppo in palestra per il recupero articolare e funzionale
  • lavoro di gruppo per l’addestramento delle attività di vita quotidiana
  • lavoro di gruppo in percorso indoor
  • lavoro di gruppo in percorso outdoor.

Durante la fase di riabilitazione sono consigliate anche delle sedute di massoterapia e di linfodrenaggio. Utile se fosse disponibile una volta che la cicatrice sia ben suturata anche delle sedute di Idrokinesi terapia: la diminuzione del carico sulle articolazioni e la fluidità dei movimenti svolti in acqua rendono gli esercizi riabilitativi più semplici e controllabili, consentendo al paziente l’esecuzione di movimenti impensabili a secco.

La riabilitazione continua  dalle 3 alle 8 settimane salvo complicanze elencate precedentemente.

SI procederà al carico progressivo , allo svezzamento delle stampelle e al ritorno graduale alle attività di vita quotidiana e allo sport.

Negli ultimi anni molti istituti utilizzano il protocollo di riabilitazione “Fast Track “in cui il soggetto viene già messo in piedi nel pomeriggio dell’intervento chirurgico ed inizia a deambulare con stampelle o girello, poiché una mobilizzazione precoce:

  • riduce notevolmente il rischio di trombosi venosa profonda della gamba.

 

  • permette di non abbassare in maniera catastrofica il livello funzionale e muscolare del’individuo, che deve, quindi, solo fare un “mantenimento” della sua capacità motoria e muscolare.

 

  • libera dal catetere, fonte pericolosa di infezioni. A livello psicologico, andare in bagno in modo autonomo lo rende indipendente.

 

  • alza il tono umorale dell’individuo, che quindi si sentirà maggiormente coinvolto e motivato. E avrà risultati migliori.

 

  • riduce i tempi di degenza ospedaliera. Perché essere in Ospedale può da un lato tranquillizzare il soggetto, ma dall’altro può essere fonte di contagio infettivo, fonte di disturbi del sonno e fonte di problematiche depressive.

 

  • Può essere pericoloso nell’anziano? Assolutamente NO. Il tasso di complicanze risulta notevolmente più basso rispetto al protocollo classico.

 

Domande frequenti : 

Attività                Dopo quanto si può riprendere a ?

  • Guidare : 4-6 settimane dopo l’operazione. È bene astenersi dalla guida, se non si è ancora in grado di piegare liberamente il ginocchio. Il paziente può incontrare delle difficoltà a entrare e uscire dall’auto. Una soluzione può essere quella di sedersi e girarsi sul sedile con le gambe parallele.
  • Lavoro : 6-12 settimane dopo l’operazione .I tempi dipendono dal tipo di lavoro. Se sedentario, la ripresa richiede, ovviamente, meno tempo.
  • Vita sessuale : 6-8 settimane dopo l’operazione .È meglio aspettare il consulto del medico curante.
  • Sport :        12-16 settimane ,a seconda del tipo di attività ,consigliati sport non da contatto e a basso impatto .

A cura di:

Luigi Lanfranchi

  • Fisioterapista
Disturbi alla mandibola

Disturbi alla mandibola

DISTURBI ALLA MANDIBOLA

  1. Hai mai auto dolore alle mascelle, alle tempie, nell’orecchio o davanti l’orecchio dall’altro lato?
  1. Negli ultimi 30 giorni hai mai avuto un mal di testa che includesse l’area delle tempie?
  1. Negli ultimi 30 giorni hai sentito rumori quando hai mosso o usato la mandibola?
  1. Sei mai rimasto bloccato a bocca chiusa o hai mai avuto la sensazione che la bocca non si aprisse del tutto?
  1. Aprendo al massimo la boccam sei mai rimasto bloccato a bocca aperta o comunque hai mai avuto la sensazione che non si sarebbe richiusa?

Queste sono le principali domande che si pongono quando i pazienti si rivolgono a noi per una problematica oro – faciale con problematiche della temporo – mandibolare annesse.

 

COSA SI INTENDE CON DISORDINE TEMPO MANDIBOLARE?

Con il termine di disordini tempo mandibolari (o DTM) si intende un gruppo di sintomi particolarmente invalidanti per la persona, la quale riferisce spesso rumori o scrocchi alla mandibola, spesso dolorosi, dolori cervicali, oro faciali (al viso) e mal di testa.

Secondo una stima americana,  12% della popolazione   presenterebbe un disturbo alla temporo mandibolare, con un’ incidenza maggiore nel sesso femminile in una misura di rapporto di 8 a 1 rispetto al sesso maschile.

 

ANATOMIA DELL’ARTICOLAZIONE TEMPORO – MANDIBOLARE

L’articolazione temporo mandibolare è una struttura anatomica molto complessa. Essa è un’articolazione che permette di collegare la mandibola all’osso temporale del cranio. La complessità è dunque causata dalle innumerevoli strutture anatomiche che la compongono:

  • Muscoli
  • Legamenti
  • Capsula articolare
  • Menisco cartilagineo

Di conseguenza sono molto complessi anche i disturbi ad essa legati.

I DISTURBI DELL’ARTICOLAZIONE TEMPORO MANDIBOLARE (ATM)

Con disturbi dell’articolazione temporo mandibolare si intende una varietà di condizioni patologiche. Queste condizioni coinvolgono i muscoli masticatori, articolazione temporo mandibolare e tutte le strutture ad esse associate.

Infatti molto spesso andiamo incontro a processi di natura infiammatoria e/o degenerativa, ovvero di stati patologici che interessano tutto l’apparato stomatognatico (la bocca per intenderci), in particola modo i muscoli della masticazione e l’articolazione temporo mandibolare.

Viene definito infatti con il termine cranio cervico mandibolare tutto quel complesso che funziona in maniera sincrona, collegando testa cervicale ed area mandibolare.

In base alle nuove conoscenze neurofisiologiche, biomeccaniche e psico-ambientali questo apparato stomatognatico è da considerarsi come un  “sistema integrato cibernetico”, le cui componenti fondamentali sono:

  1. occlusione,
  2. le articolazioni temporo-mandibolari (ATM),
  3. il sistema neuro-muscolare,
  4. il sistema osteobasale

Queste componenti sono strettamente legate ai fattori psico-emotivi e alla tolleranza biologica individuale.

La sintomatologia che può accusare il paziente, afflitto da disordini temporo mandibilari, può essere:

  • Dolore localizzato o diffuso
  • Click articolari
  • Limitazione del fisiologico movimento articolare della mandibola
  • Mal occlusione
  • Incoordinazione nel movimento
  • Mal di testa: Ogni persona che soffre di cefalea ha il diritto e deve ricevere un’accurata valutazione della funzionalità mandibolare soprattutto quando lamenta anche dolori e rigidità in quell’area, prima, durante o dopo gli attacchi di cefalea.

Le cause di questi disturbi possono essere:

  • Incongruenza dei capi articolari
  • Incongruenza del morso
  • Traumi diretti o indiretti
  • Patologie degenerative croniche (osteoartrosi)
  • Dislocazione discale

Ad oggi, il 75% circa della popolazione generale riferisce segni e sintomi che afferiscono ad un disordine (distrubo) della temporo mandibolare.

Molto spesso, i pazienti con una disfunzione di questa articolazione presentano poi una sintomatologia più complessa ed ad ampio spettro con interessamento della regione cervicale (cervicalgia) e della regione dorsale (dorsalgia)

Fra i numerosi rimedi, la letteratura scientifica suggerisce sempre più la pratica di una adeguata fisioterapia, la quale è in grado di apportare notevoli benefici e miglioramenti.

COME?

Attraverso interventi specifici del fisioterapista con lo scopo di individuare e trattare la disfunzione attraverso tecniche di terapia manuale specifiche. Si tratta di manovre non invasive in grado di ristabilire il corretto funzionamento della mandibola (movimento) andando ad agire sia a livello della muscolatura e sia a livello articolare.

Si insegna inoltre al paziente tutta una serie di esercizi che permettono di migliorare il movimento dell’articolazione e rilassare la muscolatura.

Cicatrice ed osteopatia

Cicatrice ed osteopatia

L’osteopatia al servizio delle vostre cicatrici

Tutti abbiamo una cicatrice, grande o piccola che sia, esito di un trauma, di un intervento chirurgico o di un parto cesareo.
Spesso si tende ad ignorare l’importanza delle cicatrici ed a parlarne soltanto in termini estetici o di impatto psicologico, dimenticando che in realtà si tratta di un processo di riparazione tissutale che, seppur utile e necessario, può influenzare postura, mobilità, provocare dolore e disabilità.

Quali sono i tempi di guarigione e come devono essere trattate le cicatrici?

Non appena un tessuto viene leso, inizia subito il processo di guarigione che può essere
suddiviso in 3 fasi:

  1. infiammatoria: della durata di 3-4 giorni;
  2. riparativa-proliferativa: per le tre settimane successive;
  3. di maturazione o rimodellamento: può durare fino a uno o due anni.

Durante il processo di guarigione della ferita, entrano in gioco numerosi fattori che ne influenzano velocità e qualità della riparazione: fattori individuali sistemici, come ad esempio età, alimentazione, stato metabolico, circolazione, alcuni ormoni, infezioni e fattori meccanici.

Durante la fase di guarigione, pertanto, possono verificarsi alcune complicazioni che possono essere racchiuse in tre macro categorie:
❌ insufficiente cicatrizzazione,
❌ eccessiva produzione di tessuto cicatriziale (ad es. cheloidi),
❌ formazione di contratture.

In caso di cicatrice in stato di formazione la “Società Europea della Riparazione dei Tessuti” consiglia di seguire tre valutazioni in tre momenti diversi: una al termine del primo mese, una al secondo ed l’ultima al terzo mese, dopo la rimarginazione della ferita. 

Durante la prima valutazione clinica si analizzano le caratteristiche generali della cicatrice, cioè il colore, conferitole dalla vascolarizzazione. 

  • Al secondo mese si valutano le variazioni di larghezza, altezza e colore.
  • Al terzo mese si esaminano flessibilità e consistenza.
  • È inoltre importante tenere sempre in considerazione le controindicazioni e gli effetti indesiderati delle terapie proposte al fine di individuare per ciascun caso la terapia più idonea.

Cosa può fare l’osteopata?

✅ L’osteopata ha il compito di assicurare al tessuto una buona mobilità al fine di ridurre le tensioni meccaniche che possono interferire con il processo di riparazione e, soprattutto, evitare complicazioni, disfunzioni e sindromi dolorose associate alla cicatrice stessa.

Uno studio pubblicato a giugno sul Journal of Complementary Therapies in Medicine da Riquet et al., ha valutato l’influenza del trattamento osteopatico su una cicatrice misurando la differenza di temperatura tra il tessuto cicatriziale e l’area circostante.

Ciò che è emerso è che il trattamento osteopatico è stato in grado di ridurre al minimo la differenza di temperatura tra la cicatrice e l’area peri-cicatriziale; questo suggerisce una modifica della funzione del tessuto connettivo a seguito dell’intervento osteopatico. Come l’osteopatia modifichi il tessuto connettivo non è ancora chiaro, ma ciò che appare evidente è l’effetto clinico che ha su di esso. Ulteriori studi sono necessari per conoscere a fondo le funzioni del tessuto connettivo e i meccanismi di guarigione.

L’ipotesi si fonda sul fenomeno della meccano-trasduzione, ovvero l’applicazione di forze meccaniche in grado di modificare il comportamento cellulare; che coinvolgerebbe l’espressione genetica, la vascolarizzazione, la sintesi di fattori di crescita e della matrice extracellulare e l’attivazione di fibroblasti in miofibroblasti.

 

LETIZIA PIACENTINI

  • Osteopata I.E.M.O. Di Genova
  • Post Graduate  in Manipolazione Spinale e periferica
  • Osteopatia Pediatrica – Centro Soma di Milano