PADEL, non solo epicondilite: scopriamo insieme altri distretti interessati.

PADEL, non solo epicondilite: scopriamo insieme altri distretti interessati.

 

Il padel è uno sport che combina sia elementi degli sport da parete che da rete; pur non essendo uno sport di contatto, comporta comunque tutta una serie d’infortuni che possono essere riassunti in:

Accidentali: causate da fattori presenti nel campo oppure dal caso, come prendere una pallata, scontrarsi con la griglia o con il vetro o colpirsi con la pala.

Sovraccarico: quando le nostre articolazioni, muscoli non sono sufficientemente allenati per sopportare lo sforzo richiesto, determinando un eccesso di carico.

Tecnica: una meccanica esecutiva non corretta provoca movimenti che possono causare delle lesioni sia a livello articolare che muscolare.

Preparazione: spesso si arriva al campo e si comincia a giocare, senza alcun tipo di riscaldamento. Partire senza un warm up adeguato può essere causa di lesioni muscolari.

Condizioni climatiche: pioggia, freddo, caldo, umidità, sono tutti fattori che possono causare un infortunio.

Ad oggi non abbiamo moltissimi studi epidemiologici riguardanti le lesioni associate a questo sport, ma i pochi dati in nostro possesso ci dicono che non soltanto il gomito è interessato da problematiche varie, ma anche numerosi altri distretti come la schiena e la caviglia. Il quadrante inferiore e il tronco, secondo alcuni recenti studi, sembrerebbero essere le porzioni di corpo maggiormente soggette a infortuni legati al padel.

 

Ma perché proprio la schiena?

 

Problematiche lombari sono tipiche di uno sport come il padel che prevede tante frenate e ripartenze, in cui bisogna stare molto spesso col baricentro basso e quindi esacerbare sul distretto lombare numerosi stress per mantenere una certa aderenza al terreno ed essere pronti a scatti e balzi verso l’alto.

Inoltre in questo sport, la colonna vertebrale e in particolare la zona lombare si muove continuamente su tutti i piani possibili: flessione, estensione, rotazione e lateroflessione.

Ecco perché uno scarso controllo posturale, una non efficiente muscolatura ed un mediocre controllo motorio possono causare questo tipo di problematiche. Anche praticare sport su superfici molto dure, proprio come succede nel padel, può aumentare il rischio di incorrere in questo tipo di infortunio.

Per quanto riguarda la tecnica, il colpo più frequente che può causare mal di schiena e altri problemi alla schiena è lo smash. La posizione corretta per effettuare questo colpo, sarebbe quella di piegare le ginocchia e sollevare le caviglie per bilanciare il corpo, ma a volte, o non siamo preparati per il colpo e non abbiamo tempo per eseguire una buona tecnica, o vogliamo imprimere una forza esagerata nella racchetta e abusare del movimento del braccio, e la conseguenza è un vero e proprio  “colpo di frusta” nella parte bassa della schiena.

Anche l’asimmetria della muscolatura lombare è un fattore di rischio da non sottovalutare infatti diversi studi hanno dimostrato come i giocatori sani senza infortuni avessero uno sviluppo simmetrico della forza nelle direzioni di entrambe le rotazioni, sinistra e destra.

 

E il piede?

Per quanto riguarda il piede, in particolar modo il tendine d’Achille, è chiaro comprendere quanto questo distretto sia sollecitato durante la pratica del padel; essendo uno sport che richiede bruschi arresti e ripartenza associati a variazioni di direzione, il tendine d’Achille viene costantemente richiamato per eseguire i vari spostamenti all’interno del terreno di gioco. Per questo, se l’atleta non presenta una buona forza muscolo-tendinea, il sovraccarico associato potrebbe determinare vari quadri patologici tra cui una tendinopatia.

Anche la scarpa può incidere su questa condizione clinica, scarpa che deve avere caratteristiche differenti secondo il tipo di gioco espresso dall’atleta: se un giocatore esegue tanti cambi di direzione avrà bisogno di una scarpa piuttosto leggera, con un drop ridotto, cioè l’altezza dal suolo della zona del tallone, e una certa flessibilità; chi invece ne esegue pochi, dovrebbe usare una scarpa più pesante che ammortizza maggiormente gli impatti col terreno.

L’altezza del tallone è un fattore molto importante, infatti se nella vita normale si indossano scarpe con tacco medio-alto e nella pratica del paddle si elimina, il tendine subisce una trazione ‘insolita’ in condizioni di stress, provocandone l’irritazione. Si consiglia quindi un tacco di almeno 2,5 cm per una corretta pratica sportiva in campo.

Acura di :

Claudio Ceccarelli, Pt‐OMPT‐Cert DN­‐FIFA Diploma in Football Medicine

  • Docente a contratto Università di Pisa
  • Membro del gruppo di ricerca scientifico G.E.R.I.C.O (Università di Roma “Tor Vergata”)
  • Fisioterapista specializzato in problematiche di spalla e gomito.
  • FIFA Diploma in Football Medicine

Med. Student, UniCh

Riabilitazione post Covid-19

  • Cosa è COVID-19 e cosa determina?

Il virus Covid-19 (Corona Virus Disease 2019) è un virus nuovo per la razza umana, ad oggi sappiamo che può determinare una sintomatologia estremamente varia che può andare da un quadro asintomatico, sintomatologia simil influenzale, polmonite interstiziale, fino ad arrivare a quadro di stress respiratorio acuto importante.

  • Quali sono le disabilità correlate al COVID-19?

Di conseguenza, le disabilità correllate al Covid possono essere molteplici, principalmente residuano disabilità respiratorie e motorie (sia legate alla compromissione muscolare legata all’infezione sia all’allettamento). Inoltre dagli studi si è evidenziato che possono residuare, in misura minore, anche disabilità neurologiche, cardiologiche e psichiatriche. La gravità e l’evoluzione a breve e lungo termine non sono ancora note. Le evidenze scientifiche non sono ancora del tutto definitive, in quanto è una malattia nuova e c’è bisogno di follow up a lungo termine.

  • Qual è lo scopo della riabilitazione per i pazienti sintomatici nella fase post-acuta?

La convalescenza dei pazienti sintomatici sembrerebbe piuttosto lunga, quindi è importante una riabilitazione precoce. Lo scopo della riabilitazione è quello di migliorare la dinamica respiratoria, contrastare l’indebolimento muscolo-scheletrico, ridurre l’insorgenza di complicanze e migliorare la qualità della vita. I pazienti, a seconda del loro livello di compromissione respiratoria e motoria, seguiranno un programma riabilitativo personalizzato e individuale.

Per i pazienti che sono stati ricoverati con sintomi respiratori importanti, la riabilitazione dovrebbe avvenire in strutture ad hoc e devono essere seguiti da un team di professionisti specializzati nella riabilitazione respiratoria. Similmente ai pazienti in fase di recupero da ARDS causata da infezione da H1N1 1-2, i pazienti con COVID acuta possono presentare disabilità e deficit funzionale (deficit della funzionalità respiratoria, neuropatia e miopatia da malattia critica acuta), ridotta partecipazione e deterioramento della qualità della vita, sia nel breve che nel lungo periodo successivo alla dimissione. Il tempo di recupero è variabile a seconda del grado di insufficienza respiratoria normocapnica e della disfunzione fisica (astenia, debolezza dei muscoli periferici) ed emotiva (ansia, depressione, senso di abbandono, sindrome da stress post-traumatica) che sono associate3.

Le persone che sono state dimesse a domicilio dopo essere state sottoposte a cure mediche (non intensive) in regime di ricovero, possono presentare presentare molteplici sintomi che persistono nella fase di convalescenza post covid-19 che beneficiano di esercizi motori specifici:

  • Vertigini
  • Difficoltà a camminare anche per brevi tragitti
  • Difficoltà a stare a lungo seduti
  • Difficoltà ad alzarsi in piedi
  • Dolore muscolare
  • Dolore articolare
  • Dispnea (senso d’affanno e fiato corto)
  • Grave senso di fatica
  • Diminuita efficacia della tosse

I pazienti che, invece, hanno potuto curare l’infezione a casa e sono stati costretti a una ridotta mobilità fisica per quarantena, una volta ricevuto l’esito negativo del tampone, possono riprendere gradualmente la propria vita, non prima di aver verificato di avere una buona funzionalità respiratoria a riposo. Inoltre, bisogna tenere presente che i pazienti con comorbidità necessiteranno di un periodo più lungo per tornare alle loro condizioni precedenti.
Anche questi pazienti possono presentare diversi sintomi che beneficiano di esercizi motori specifici:

  • Difficoltà a camminare a lungo per facile faticabilità
  • Debolezza muscolare
  • Fatica
  • Fiato corto (dispnea)
  • Dolori articolari
  • Rigidità articolare
  • Ansia

 

  • In cosa consiste il percorso di riabilitazione?

Prima di iniziare il percorso di riabilitazione, è importante che venga fatta una valutazione iniziale al fine di programmare un intervento il più specifico possibile per ogni singolo paziente che comprenderà:

  • la valutazione dei parametri clinici (temperatura, SpO2, SpO2/FiO2, tosse, dispnea, frequenza respiratoria, dinamica toraco-addominale) 4.
  • la valutazione della forza dei muscoli respiratori periferici con la scala MRC, test muscolare manuale, test muscolare isocinetico e misurazione dell’ampiezza del movimento articolare (ROM).
  • La valutazione della capacità di esercizio e dell’andamento della saturazione durante lo sforzo (tramite il test del cammino dei 6 minuti) e durante il riposo notturno dovrebbe essere pianificata appena possibile. 
  • Appena possibile è raccomandata una valutazione dell’equilibrio (specie per i pazienti con maggior tempo di allettamento).

 

Il programma riabilitativo mirato al recupero dalla disabilità comprenderà:

o Ricondizionamento con ausili specifici (cammino su treadmill, cicloergometro): gli esercizi di ricondizionamento allo sforzo sono utili per velocizzare il recupero verso la normale vita quotidiana.

o Allenamento dei muscoli respiratori in caso di debolezza dei muscoli inspiratori: gli esercizi respiratori possono essere utili per ristabilire un corretto equilibrio muscolo-scheletrico e per mantenere i volumi polmonari. Gli esercizi potranno comprendere diverse tecniche di respiro come la respirazione a labbra socchiuse, esercizi d’espirazione controllata continua/ intermittente, espirazione lenta totale a glottide aperta in decubito laterale e stretching dei muscoli accessori.

o Allenamento dei muscoli periferici (endurance training degli arti superiori e inferiori): Si raccomanda, al fine di preservale la normale funzione, esercizio fisico con graduale incremento del carico di lavoro basato sui sintomi soggettivi4. Sono indicati inizialmente esercizi a bassa intensità (< 3.0 METs), educazione e supervisione quotidiana del paziente. 

o Stimolazione elettrica neuromuscolare 

Il programma riabilitativo sarà mirato ed individuale. Durante la riabilitazione si prevede il monitoraggio della SaO2 e della frequenza cardiaca, con rilevazioni della pressione arteriosa e del grado di dispnea da sforzo.

La fase di rivalutazione finale è molto importante e serve a quantificare i miglioramenti ottenuti e comprende l’esecuzione di test di performance fisica, valutazione della dispnea e dell’autonomia nelle attività della vita quotidiana.

 

 

Bibliografia

  1. Hsieh MJ, Lee WC, Cho HY, et al. Recovery of pulmonary functions, exercise capacity, and quality of life after pulmonary rehabilitation in survivors of ARDS due to severe influenza A (H1N1) pneumonitis. Influenza Other Respir Viruses 2018;12: 643-8.
  2. Pandharipande PP, Girard TD, Jackson JC, et al.; BRAIN-ICU Study Investigators. Long-term cognitive impairment after critical illness. N Engl J Med 2013;369:1306-16.
  3. Pandharipande PP, Girard TD, Jackson JC, et al.; BRAIN-ICU Study Investigators. Long-term cognitive impairment after critical illness. N Engl J Med 2013;369:1306-16.

4.Chinese Association of Rehabilitation Medicine; Respiratory rehabilitation committee of Chinese Association of Rehabilitation Medicine; Cardiopulmonary rehabilitation Group of Chinese Society of Physicai Medicine and Rehabilitation. Recommendations for respiratory rehabilitation of COVID-19 in adult. Zhonghua Jie He He Hu Xi Za Zhi 2020 Mar 3;43(0):E029. doi: 10.3760/cma.j.cn112147-20200228-00206. [Epub ahead of print]

A cura di:

NOEMI MARINARI , PT, OMPT student

 

TENOSINOVITE DI DE  QUERVAIN: COS’E, COME  SI TRATTA

TENOSINOVITE DI DE  QUERVAIN: COS’E, COME  SI TRATTA

Cos è la tenosinovite di De Quervain? 

La tenosinovite stenosante di De Quervain (DQST) è una patologia caratterizzata da dolore al polso e alla stiloide radiale. È causata da un alterato scorrimento dei tendini dell’abduttore lungo del pollice (APL) e dell’estensore breve del pollice (EPB). Queste strutture muscolo-­‐ tendinee controllano la posizione e l’orientamento, l’applicazione della forza e la stabilità articolare del pollice. 

Si ritiene che l’alterato scivolamento tendineo sia dovuto all’ispessimento del retinacolo dell’estensore nel compartimento dorsale del polso, con conseguente restringimento del canale osteo-­‐fibroso.

 

Da dove origina il dolore? 

Il termine “tenosinovite” implica la presenza di una condizione infiammatoria, tuttavia, la patofisiologia del DQST non comporta infiammazione e presenta reperti istopatologici simili a quelli di altre tendinopatie come ad esempio metaplasia fibro-­‐cartilaginea e neovascolarizzazione, la quale è accompagnata da una crescita dei fascicoli nervosi che hanno componenti sia sensoriali che simpatici in grado di trasmettere dolore. Pertanto, l’impingement meccanico dei tendini APL e EPB nel canale osteo-­‐fibroso ristretto è il probabile stimolo nocicettivo e quindi doloroso. 

Quale sono le caratteristiche cliniche? 

Il sintomo principale della tenosinovite di De Quervain è il dolore o la tensione alla base del pollice, il dolore potrebbe anche estendersi sull’avambraccio. Può svilupparsi lentamente o manifestarsi all’improvviso, può peggiorare quando si usa la mano, il pollice o il polso. Altri sintomi includono: Gonfiore vicino alla base del pollice, intorpidimento lungo la parte 

posteriore del pollice e dell’indice, una sensazione di “schiocco” quando si sposta il pollice, un suono cigolante mentre i tendini si muovono all’interno delle guaine. 

Cosa comporta tutto ciò? Qual è la prevalenza? 

Una conseguente compromissione della funzionalità del polso, mano e pollice nelle attività come il sollevamento, la spinta, la trazione e non per ultima la presa. In un ampio studio del Regno Unito, la prevalenza di DQST è stata trovata allo 0,5% negli uomini e all’1,3% nelle donne. La più alta prevalenza di DQST è stata segnalata tra i soggetti di età compresa tra 30 e 55 anni.

 Quali sono le cause della tenosinovite di De Quervain? 

La causa più comune della tenosinovite di De Quervain è l’abuso prolungato del polso, come ad esempio sollevare un bambino nel seggiolino oppure sollevare pesanti borse della spesa per le maniglie. Altre cause potrebbero includere una lesione diretta al polso o l’artrite infiammatoria. 

Come viene diagnosticata la tenosinovite di De Quervain? 

Fondamentale è la raccolta anamnestica e l’esame fisico

  • Trauma acuto/da overuse 
  • Anamnesi remota patologica 
  • Movimenti ripetuti di mano/polso nell’attività lavorativa/attività ludica 
  • Dolore localizzato sulla base del pollice 
  • Mano dominante coinvolta nella sintomatologia 
  • Donna incinta o post parto

L’esame fisico tendenzialmente evidenza dolorabilità in prossimità della stiloide radiale del polso, gonfiore sempre in questa regione; in associazione a ciò è disponibile un semplice test clinico provocativo denominato test di Finkelstein il quale prevede una flessione del pollice in modo che poggi sul palmo della mano; quindi viene chiesto al paziente di fare il pugno, chiudendo le dita sul pollice. Infine, è richiesta un’inclinazione ulnare del polso.

Terapia non chirurgica

La terapia conservativa prevede l’utilizzo di ortesi notturne rigide e diurne semirigide per mettere in scarico il pacchetto tendineo, in associazione alla terapia medica farmacologica/infiltrativa e fisioterapica.

Dal punto di vista riabilitativo la gestione è essenzialmente identica alla gestione delle tendinopatie e prevede un lavoro incentrato su esercizi specifici per le due strutture interessate a carico crescente nel rispetto della sintomatologia clinica ma con il focus di aumentare la capacità di carico tendinea e ridurre la dolorabilità. 

I primi esercizi proposti prevedono 4 serie da 4 ripetizioni di contrazione isometrica mantenuta per 20 secondi circa sia in abduzione che estensione; successivamente vengono richiesti esercizi che prevedono contrazioni isotoniche concentrice ed eccentriche (tre serie per 15 ripetizioni), il tutto monitorando costantemente il dolore durante e immediatamente l’esercizio che non deve mai superare il 4/10 della scala di valutazione del dolore NPRS. 

Man mano che la sintomatologia clinica migliora verrà aumentato il carico con l’inserimento di attività specifica in relazione alle richieste/aspettative del paziente.

Terapia chirurgica: quando e perché? 

La terapia conservativa è considerata la gestione gold standard per questa problematica, tuttavia se la sintomatologia clinica non si modifica in un arco temporale di 6-­‐12 mesi è consigliabile la gestione chirurgica

Il trattamento chirurgico della sindrome di De Quervain viene eseguito in regime di day surgery e consiste in una incisione cutanea di circa 1,5 centimetri centrata sulla tumefazione, nell’individuazione, isolamento e protezione dei rami nervosi sensitivi del nervo radiale, sezione del tetto osteofibroso che delimita il 1° tunnel osteofibroso con conseguente liberazione  dei  tendini, (tenolisi o  pulizia)  degli  stessi.

A cura di:

Claudio Ceccarelli, Pt-­‐OMPT-­‐Cert DN-­‐FIFA Diploma in Football Medicine

  • Docente a contratto Università di Pisa
  • Assistente alla didattica Università di Roma “Tor Vergata”
  • Membro del gruppo di ricerca scientifico G.E.R.I.C.O (Università di Roma “Tor Vergata”)
  • Fisioterapista specializzato in problematiche di spalla e gomito.
  • FIFA Diploma in Football Medicine
  • Med. student

Indolenzimento post allenamento

Indolenzimento post allenamento

Indolenzimento a insorgenza ritardata post allenamento  ( DOMS)

L’emergenza legata al coronavirus ha costretto a tutta la popolazione la riduzione dell’attività fisica . In questi ultimi mesi le raccomandazioni proposte hanno comportato restrizioni negli spostamenti e per la pratica di attività fisica all’aperto, riducendo inevitabilmente la quantità di esercizio fisico svolto e aumentando la sedentarietà ; la maggior parte delle persone ha provato ad allenarsi in casa o in giardino seguendo le indicazioni dei professionisti via telematica oppure tramite il social. Quando    sarà    possibile    riprendere    l’attività    fisica    all’aperto    sarà    necessario    aumentare gradualmente la quantità di esercizio praticato quotidianamente fino a raggiungere le linee guida indicate, sarà fondamentale  che  dopo  un  periodo  di  ridotto  esercizio  fisico  e  aumentata  sedentarietà  una  adeguata  attività  fisica,  finalizzata  alla  tutela  della  salute,  venga  praticata  con  le  dovute  cautele  e  in  condizioni  di  assoluta  sicurezza,  con  gradualità  e  periodicità  corrette. Nella maggior parte dei casi una ripresa non graduale può portare come prima conseguenza alla formazione dell’indolenzimento muscolare a insorgenza ritardata ( DOMS).

Deleyed Oset Muscle Soreness ( DOMS)  viene definito come una dolenzia muscolare ad esordio ritardato a seguito di un esercizio non abituale spesso associato ad contrazioni muscolari di tipo eccentrico ; comporta un’ aumentata concentrazione di calcio che determina l’attivazione di enzimi proteolitici e una contrazione muscolare senza attivazione nervosa. Determinano dolore, con picco nelle 24-48 ore successive allo sforzo, riduzione della forza, gonfiore, accorciamento muscolare.

Questo è un fenomeno molto frequente nei soggetti fuori allenamento, ma presente anche in quelli che pur allenati , si cimentano ad allenamenti insoliti e diversi dal solito coinvolgimento muscolare.

I sintomi caratteristici di questa sindrome sono :

  • Dolenzia muscolare – picco 48-72 h dopo l’attività
  • Riduzione della max forza isometrica (15-55%)
  • Riduzione del ( ROM ) range of motion , ovvero dell’escursione articolare a riposo
  • Contrazione Muscolare indotta da stravaso di Calcio –no EMG
  • Aumento della circonferenza del muscolo
  • Deficit nei test funzionali.

Il soggetto a cui compaiono questi indolenzimenti muscolari, sarà impossibilitato allo svolgimento dell’attività fisica per la presenza del dolore che provoca oltre che una inibizione della forza ma anche una riduzione del movimento articolare .

Da quando sono stati fatti i primi studi nel 1900 fino ai giorni nostri , si è ritenuto che questa fenomeno fosse associato alla formazione di microlesioni strutturali del muscolo dovuto al fenomeno di over stretching delle unità funzionali del muscolo stesso . In una recente pubblicazione , si ritiene invece che i DOMS potrebbero essere la conseguenza di microlesioni delle terminazioni nervose dei fusi neuromuscolari al seguito di un eccessiva compressione durante le contrazioni muscolari ripetute. La stessa forza prodotta potrebbe danneggiare il muscolo e creare una risposta infiammatoria immuno-mediata aumentando i sintomi ma non come causa del DOMS di per se.

L’importate è distinguere i DOMS dall’Acido Lattico:

 un sottoprodotto del metabolismo anaerobico lattacido. Si tratta di un composto tossico per le cellule, il cui accumulo nel torrente ematico  si correla alla comparsa della cosiddetta fatica muscolare. Solo un attività molto intensa  e relativamente breve causa l’accumulo di acido lattico. Quest’ultimo non deve essere considerato un apportatore di fatica nelle attività di bassa moderata intensità di qualunque durata, soprattutto l’accumulo dell’acido lattico e del lattato ( lo ione che deriva dalla depolarizzazione dell’acido lattico stesso,fonte di combustibile preferita per il cuore e il cervello ) non è causa del dolore muscolare ritardato (DOMS). Una produzione eccessiva di acido lattico può portare alla formazione dell’indolenzimento muscolare a insorgenza acuta. Questo evento è transitorio dal momento che l’acido lattico viene smaltito dal corpo entro 1h dal termine dell’attività.

Nessun trattamento è efficace: massaggio, calore, ghiaccio, FANS, stretching, immobilizzazione, contrazioni, terapie fisiche possono aiutare ad alleviare il sintomo ma non alla completa risoluzione .

 Il recupero è  spontaneo in 4-15gg. Potrebbero essere proposti degli esercizi specifici , che comportano una contrazione isotonica concentrica, per la riduzione del dolore e per la risposta infiammatoria.

La migliore cura è la prevenzione , è utile impostare un programma di allenamento specifico rivolto a soggetti sedentari in cui dovrebbe prevedere inizialmente  attività con carichi modesti per evitare danni ultrastrutturali a carico dei distretti muscolari esercitati . E’ importante gestire le attività che richiedono un sforzo prolungato nel tempo  come ad esempio : la corsa o la camminata in montagna in cui comportano un’azione di frenata del nostro corpo , ma anche le attività di pesistica o di corpo libero .

 

 

 

 

 

 

 

Luigi Lanfranchi – Fisioterapista- OMPT student

Linfedema

Linfedema

Linfedema, Arti gonfi e Sistema linfatico.  Le risposte alle vostre domande

  1. Che cosa è il sistema linfatico ?

Il sistema linfatico è una fitta rete che percorre tutto il nostro corpo ed è costituito da vasi linfatici e  organi linfatici suddivisi in organi linfatici primari e organi linfatici secondari: 

  • Tra i primari c’è il midollo osseo e il timo, importanti per la formazione delle difese immunitarie.
  • Nei secondari troviamo la milza, tonsille, linfonodi, follicoli linfatici nei quali avviene l’avvio della risposta immunitaria specifica cellulare e anticorpale
  • Il numero complessivo dei linfonodi varia da 600 a 700 in tutto il corpo, di cui 150-200 sono localizzati zona mesenterica. I linfonodi si trovano isolati o riuniti in gruppi più o meno numerosi (stazioni linfonodali).

 

Il Sistema linfatico può essere suddiviso in:

  • Superficiale: drena la cute e il sottocute (90% della linfa negli arti viene drenata dal sistema superficiale);
  • Profondo: drena la linfa proveniente dalle strutture sotto fasciali (muscoli, articolazioni, ossa).
  • Viscerale: profondi a livello degli organi e visceri

2 .Ma che cosa è il linfedema ?

Il Linfedema è una disfunzione anatomica del sistema linfatico, intrinseco o estrinseco, che provoca una riduzione della capacità linfatica di riassorbimento e di trasporto della linfa, determinato da una momentanea o permanente insufficienza linfatica a bassa portata.

 

Comporta la presenza di gonfiore ed edema;

Può interessare tutti i distretti del corpo, ma ha una maggiore incidenza negli arti superiori e/o inferiori

  1. Per quale motivo avviene una disfunzione del sistema linfatico ?

le cause possono essere molteplici

  • Primario connatale: presente dalla nascita per deficit immunologici congeniti
  • Primario precoce : prima dei trentacinque anni, spesso dopo un trauma contusivo o distorsivo o una puntura d’insetto che procura flogosi della via linfatica;
  • Primario tardivo: si possono presentare dopo i trentacinque anni con le stesse modalità dei precoci.
  • Secondario Post-chirurgici: ad esempio mastectomia con asportazione di linfonodi
  • Secondario Post-radioterapia: comprende territori vascolari linfatici;
  • Secondario Post-flogistici: da infestazione parassitaria da Filaria, particolarmente incidente nelle regioni medio ed estremo-orientali, dopo infezione propagatasi alle vie linfatiche (ad esempio da streptococco);
  • Secondario Da Disuso: insorge con l’allettamento prolungato, frequenti nell’anziano e nel disabile, o dopo ictus cerebrali con emiparesi
  • Secondario Post-traumatici: rare, causato da traumi diretti o incidenti stradali.

 

  1. Come faccio a sapere di avere una disfunzione linfatica ?

La diagnosi di linfedema, così come per tutte le altre patologie, viene effettuata in base a dati anamnestici, clinici e strumentali.
Tra gli esami a disposizione del medico, troviamo l’ecografia dei tessuti molli, l’ecocolordoppler, la linfoscintigrafia, la TAC e la RMN, la linfangiorisonanza magnetica.

 

  1. Una Volta diagnosticato il linfedema cosa devo fare ?

Nel caso del Linfedema, stiamo parlando di una patologia cronica e in guaribile,

MA ATTENZIONE ,ciò non significa che non ci sia una terapia in grado di migliorare le condizioni cliniche, stabilizzare la progressione della malattia e migliorare la qualità della vita.

Il linfedema non sparirà mai del tutto ma con il giusto trattamento è possibile tenerlo sotto controllo

Oltre alle terapie farmacologiche (drenanti, alcalinizzanti, anti-infiammatori, antibiotici) quando necessario , il trattamento è basato su terapie fisiche e manuali:

  • Drenaggio linfatico manuale ( linfodrenaggio )
  • bendaggio multistrato
  • esercizi decongestionanti per l’attivazione di pompe muscolari
  • Onde d’urto in casi di fibrosi
  • kinesio taping
  • tutori elastocontenitivi personalizzati e talvolta su misura

 

  1. Ma quindi quali effetti avrò dal trattamento ?
  • la riduzione dell’edema;
  • riduzione della fibrosi di cute e sottocute;
  • miglioramento del trofismo cutaneo;
  • ridurre il rischio di infezioni.

       Inoltre si ha una riduzione della disabilità con miglioramento della qualità della vita.

 

      7 . Quanto tempo impiega un linfedema a ridursi ?

        I tempi di recupero sono variabili e dipendono da vari fattori tra cui grado di linfedema, età del             paziente, numero di sedute e tantissime altre variabili .

            Generalmente variano dalle 2 – 4 settimane alle 6-8 settimane

 

8 . A fine ciclo del trattamento dovrò portare calze elastiche ?

Si, i tutori elastocontenitivi hanno la funzione di ottimizzare e mantenere i risultati ottenuti finita la prima fase riabilitativa decongestionante.

I tutori possono essere standard o su misura e vengono prescritti  in base alla conformazione dell’arto e alla tollerabilità del paziente.

 

La caratteristica comune per i tutori è il fatto che la loro pressione deve essere graduale, cioè che la pressione man mano che sale in direzione disto-prossimale tende a diminuire. Questa riduzione di pressione garantisce, su un arto precedentemente decongestionato, il riassorbimento e la spremitura della linfa.

Perché vengano tollerati dal paziente e risultino efficaci, è importante che questi tutori si adattino bene alla conformazione dell’arto, non scivolino verso il basso, non creino lacci intermedi, non provochino arrossamenti cutanei, abrasioni.

A cura di:

GIULIA SANGUINETTI, PT, OMPT student

  • Orthopaedic Manipulative Physical Therapist (OMPT) Student
  • Fisioterapista dei disturbi vascuolo-linfatici
  • Fisioterapista esperta in fisio-pilates
Sei un runner?

Sei un runner?

Sei un runner amatore o professionista che presenta un dolore laterale di ginocchio? Potrebbe essere la bandelletta.

Molto spesso runners e amanti della bicicletta soffrono di una condizione clinica caratterizzata da dolore nella porzione laterale del ginocchio o leggermente inferiore ad esso denominata sindrome della bandelletta ileotibiale o ginocchio del corridore; questa è una lesione da overuse/sovraccarico caratterizzata da dolore al ginocchio nella parte laterale, principalmente nella regione del condilo femorale che si manifesta soprattutto dopo movimenti ripetuti del ginocchio, tendenzialmente durante la corsa o in altri sport come ad esempio nel ciclismo che prevedono un gesto ripetuto in flesso/estensione di ginocchio.
Negli ultimi anni è stato riscontrato un aumento di questa problematica che si potrebbe associare al numero crescente di corridori in tutto il mondo anche perché la corsa è una forma economica di attività fisica che può essere svolta liberamente, ovunque e in qualsiasi momento della giornata.
La bandelletta ileo-tibiale è un ispessimento laterale del muscolo tensore della fascia lata della coscia. Prossimamente si divide in strati superficiali e profondi, è ancorata alla cresta iliaca e riceve le fibre dal tensore della fascia lata e dal grande gluteo. La bandelletta ileotibiale è generalmente vista come una banda di tessuto connettivo fibroso denso che passa sopra l’epicondilo femorale laterale e s’inserisce sul tubercolo di Gerdy nell’aspetto anterolaterale della tibia.

Dal punto di vista EPIDEMIOLOGICO la sindrome della bandelletta ileotibiale rappresenta la causa più comune di dolore laterale al ginocchio nei runners e nei ciclisti, ma occorre sottolineare che può anche presentarsi in atleti che praticano ad altri sport come ad esempio il tennis, il calcio, lo sci e il sollevamento pesi.

Dal punto di vista d’incidenza oscilla tra l’1,6% e il 12% nei corridori e in altri sport in cui vi è un reclutamento elevato del ginocchio. Nel ciclismo la percentuale è leggermente maggiore, circa il 15%. Alcuni autori affermano che la sindrome della bandelletta ileotibiale comprende il 20% di tutte le lesioni agli arti inferiori. 
Le donne sono colpite maggiormente rispetto agli uomini con un rapporto di 2:1. Raramente si verifica nella popolazione non attiva.

L’EZIOLOGIA della sindrome della bandelletta ileotibiale è fonte di discussione da diverso tempo ed è probabilmente di tipo multifattoriale. Per anni la letteratura ci convinse della teoria secondo cui alla base del disturbo ci fosse uno scivolamento ripetitivo della bandelletta ileotibiale contro l’epicondilo femorale laterale, durante i movimenti di flesso/estensione del ginocchio (ad esempio durante la corsa), che causava l’infiammazione dell’area di contatto in seguito all’attrito tra bandelletta e osso. Questo contatto tra la bandelletta e l’epicondilo laterale avverrebbe a 30 gradi di flessione del ginocchio; 
tuttavia, sono stati eseguiti vari studi anatomici i quali non hanno supportato questo movimento di scorrimento sull’epicondilo laterale in quanto la bandelletta ileotibiale risulta essere saldamente ancorata distalmente al femore, escludendone quindi una sua traslazione antero-posteriore ma piuttosto è stato osservato che i ripetuti movimenti di flesso estensione provocano un aumento di pressone a livello del cuscinetto adiposo che separa appunto il tendine dall’epicondilo femorale laterale; questo cuscinetto è stato scoperto da esami istologici che hanno evidenziato la presenza di un cuscinetto adiposo altamente innervato e vascolarizzato situato proprio tra la bandelletta e l’epicondilo e quindi la sua compressione durante il movimento potrebbe essere la causa del dolore laterale al ginocchio caratteristico di questo disturbo.
È possibile concludere affermando che non è la frizione tra la bandelletta e l’osso che genera l’infiammazione della bandelletta e di conseguenza il dolore laterale al ginocchio, bensì è l’irritazione del cuscinetto adiposo dovuta alla sua compressione che causa il dolore caratteristico di questa patologia.

 

Essendo di fronte ad una problematica multifattoriale, i FATTORI DI RISCHIO sono molteplici e inerenti diverse strutture:

  • Deficit muscolare dei flesso-estensori
  • Debolezza extrarotatori d’anca
  • Pronazione del piede aumentata
  • Rigidità della bandelletta ileotibiale
  • Corsa su superficie inclinata e/o in discesa
  • Variazione dell’allenamento/superfici

 

Tra i fattori biomeccanici sarebbe logico correlare la presenza di abduttori dell’anca deboli con la sindrome di frizione di banda ileotibiale, poiché gli abduttori deboli potrebbero portare ad una maggiore adduzione dell’anca durante la fase statica dell’andatura con un conseguente aumento della tensione della banda ileotibiale e una maggiore tendenza a comprimerla i tessuti sottostanti. Alcuni autori hanno riferito che i pazienti affetti da ITBFS presentavano una debolezza degli abduttori o una maggiore adduzione dell’anca durante la fase di appoggio dell’andatura, un risultato che poteva essere interpretato come dovuto alla debolezza dell’abduttore. Quindi, potrebbe esserci una correlazione tra la sindrome di frizione di banda ileotibiale e la debolezza degli abduttori d’anca o con problemi del timing e dell’ampiezza dell’attivazione degli abduttori d’anca durante il ciclo del passo e la quantità di adduzione dell’anca che si verifica durante il fase di marcia.

Potrebbe anche logico collegare la tensione dell’ITB alla sindrome da frizione di banda ileotibiale, poiché presumibilmente una banda più tesa porterebbe a una maggiore compressione dei tessuti sottostanti con ciascun ciclo del passo.

Alcuni autori hanno riscontrato una maggiore incidenza di ITBFS negli atleti che hanno un’iperpronazione del retropiede mentre altri autori hanno raggiunto la conclusione opposta ossia che i corridori con ITFS avevano una riduzione della pronazione del retropiede rispetto ai controlli

Altri fattori biomeccanici che sono stati associati alla sindrome da frizione di banda ileotibiale includono: aumento delle forze di atterraggio, aumento della rotazione interna del ginocchio, ridotta forza degli ischiocrurali rispetto alla forza del quadricipite sullo stesso lato e genu recurvatum.

 

Come si presenta un paziente con questo disturbo? Si guarisce?

 

La DIAGNOSI è prettamente clinica e raramente e necessita di ulteriori studi ed esami strumentali come possono essere un ecografia (che può segnalare un ispessimento anormale nella zona distale della bandelletta ileotibiale) o una risonanza magnetica (utili soprattutto per escludere altre problematiche).
Il paziente riferisce dolore laterale al ginocchio localizzato nell’area tra il tubercolo di Gerdy e l’epicondilo laterale e solitamente racconta di un recente cambiamento nelle attività come può essere un aumento del livello dell’intensità sportiva ecc; difficilmente si ha una storia di trauma. Dal punto di vista clinico nelle fasi iniziali il dolore si presenta al termine dell’attività sportiva mentre nelle fasi successive il paziente potrebbe riferire dolore anche a riposo, durante e dopo l’attività associato a fitte improvvise, in particolare in discesa nella fase di decelerazione quando il piede entra in contatto con il suolo.
Nell’esecuzione dell’esame fisico, non si osserva alcun gonfiore del ginocchio ma il paziente riferisce dolore acuto e bruciante alla palpazione della bandelletta ileotibiale sul condilo femorale laterale durante l’esecuzione della flesso/estensione del ginocchio. 
Come test clinici utilizzati dal fisioterapista vi è il test di Ober, test che in passato, veniva utilizzato per valutare la flessibilità della bandelletta ileotibiale ma ad oggi si è dimostrato avere scarsa affidabilità.

Dal punto di vista PROGNOSTICO quasi tutti i pazienti risolvono la loro condizione clinica in seguito ad un trattamento conservativo della durata di 2 mesi circa. l’intervento chirurgico non viene quasi mai preso in considerazione a meno che non ci sia un fallimento della terapia conservativa dopo 6/12 mesi di gestione.

 

In cosa consiste il trattamento riabilitativo?

 

Non esiste ad oggi un GOLD STANDARD di trattamento, vi sono diverse strategie di gestione ma tutte con prove limitate.

Il trattamento accettato della sindrome da frizione di banda ileotibiale segue la linea comune al trattamento di molte lesioni del tessuto connettivo, iniziando con il trattamento della risposta infiammatoria acuta e progredendo attraverso una fase di trattamento correttivo e in un ritorno all’attività regolare.

  • Allungamento della bandelletta ileotibiale e strutture correlate

Lo stretching della bandelletta ileotibiale, medio gluteo e altri muscoli è spesso raccomandato come parte del piano di trattamento per questo disturbo. È stata suggerita una varietà di protocolli di stretching ma Falvey ha rilevato che l’allungamento ottimale variava considerevolmente da individuo a individuo e  nessuno studio documenta un legame tra la distensione a breve termine della banda ileotibiale, come durante una routine di stretching, e cambiamenti a più lungo termine nella risposta meccanica del tessuto e nel miglioramento della meccanica di corsa. Inoltre, alla luce  di quanto detto sopra sul ruolo discutibile della frizione della  bandelletta ileotibiale sull’eziologia della malattia, ci può essere una ragione per mettere in discussione il tentativo di allungare la bandelletta.

 

  • Manipolazione del tessuto connettivo

Anche le tecniche di terapia manuale per rilasciare le restrizioni miofasciali nella bandelletta iliotibiale e le strutture correlate come i muscoli glutei e in tutte le altre aree che si trovano nella zona dell’anca, della coscia o degli arti inferiori. Fredericson concorda sul fatto che il trattamento dei punti trigger nella banda può aiutare in modo significativo

 

  • Rafforzamento degli abduttori dell’anca

È raccomandato il rinforzo dei muscoli abduttori d’anca ed il miglioramento della coordinazione neuromuscolare

 

NB: Una cosa certa è che i pazienti sottoposti a trattamenti conservativi riportano una percentuale di risposta positiva elevata.

 

  • Trattamento globale come miglior strategia?

Sicuramente il trattamento conservativo più corrette prevede un trattamento globale incentrato sulla gestione/risoluzione di tutti i fattori di rischio correlati a questa condizione clinica.