Disturbi alla mandibola

Disturbi alla mandibola

DISTURBI ALLA MANDIBOLA

  1. Hai mai auto dolore alle mascelle, alle tempie, nell’orecchio o davanti l’orecchio dall’altro lato?
  1. Negli ultimi 30 giorni hai mai avuto un mal di testa che includesse l’area delle tempie?
  1. Negli ultimi 30 giorni hai sentito rumori quando hai mosso o usato la mandibola?
  1. Sei mai rimasto bloccato a bocca chiusa o hai mai avuto la sensazione che la bocca non si aprisse del tutto?
  1. Aprendo al massimo la boccam sei mai rimasto bloccato a bocca aperta o comunque hai mai avuto la sensazione che non si sarebbe richiusa?

Queste sono le principali domande che si pongono quando i pazienti si rivolgono a noi per una problematica oro – faciale con problematiche della temporo – mandibolare annesse.

 

COSA SI INTENDE CON DISORDINE TEMPO MANDIBOLARE?

Con il termine di disordini tempo mandibolari (o DTM) si intende un gruppo di sintomi particolarmente invalidanti per la persona, la quale riferisce spesso rumori o scrocchi alla mandibola, spesso dolorosi, dolori cervicali, oro faciali (al viso) e mal di testa.

Secondo una stima americana,  12% della popolazione   presenterebbe un disturbo alla temporo mandibolare, con un’ incidenza maggiore nel sesso femminile in una misura di rapporto di 8 a 1 rispetto al sesso maschile.

 

ANATOMIA DELL’ARTICOLAZIONE TEMPORO – MANDIBOLARE

L’articolazione temporo mandibolare è una struttura anatomica molto complessa. Essa è un’articolazione che permette di collegare la mandibola all’osso temporale del cranio. La complessità è dunque causata dalle innumerevoli strutture anatomiche che la compongono:

  • Muscoli
  • Legamenti
  • Capsula articolare
  • Menisco cartilagineo

Di conseguenza sono molto complessi anche i disturbi ad essa legati.

I DISTURBI DELL’ARTICOLAZIONE TEMPORO MANDIBOLARE (ATM)

Con disturbi dell’articolazione temporo mandibolare si intende una varietà di condizioni patologiche. Queste condizioni coinvolgono i muscoli masticatori, articolazione temporo mandibolare e tutte le strutture ad esse associate.

Infatti molto spesso andiamo incontro a processi di natura infiammatoria e/o degenerativa, ovvero di stati patologici che interessano tutto l’apparato stomatognatico (la bocca per intenderci), in particola modo i muscoli della masticazione e l’articolazione temporo mandibolare.

Viene definito infatti con il termine cranio cervico mandibolare tutto quel complesso che funziona in maniera sincrona, collegando testa cervicale ed area mandibolare.

In base alle nuove conoscenze neurofisiologiche, biomeccaniche e psico-ambientali questo apparato stomatognatico è da considerarsi come un  “sistema integrato cibernetico”, le cui componenti fondamentali sono:

  1. occlusione,
  2. le articolazioni temporo-mandibolari (ATM),
  3. il sistema neuro-muscolare,
  4. il sistema osteobasale

Queste componenti sono strettamente legate ai fattori psico-emotivi e alla tolleranza biologica individuale.

La sintomatologia che può accusare il paziente, afflitto da disordini temporo mandibilari, può essere:

  • Dolore localizzato o diffuso
  • Click articolari
  • Limitazione del fisiologico movimento articolare della mandibola
  • Mal occlusione
  • Incoordinazione nel movimento
  • Mal di testa: Ogni persona che soffre di cefalea ha il diritto e deve ricevere un’accurata valutazione della funzionalità mandibolare soprattutto quando lamenta anche dolori e rigidità in quell’area, prima, durante o dopo gli attacchi di cefalea.

Le cause di questi disturbi possono essere:

  • Incongruenza dei capi articolari
  • Incongruenza del morso
  • Traumi diretti o indiretti
  • Patologie degenerative croniche (osteoartrosi)
  • Dislocazione discale

Ad oggi, il 75% circa della popolazione generale riferisce segni e sintomi che afferiscono ad un disordine (distrubo) della temporo mandibolare.

Molto spesso, i pazienti con una disfunzione di questa articolazione presentano poi una sintomatologia più complessa ed ad ampio spettro con interessamento della regione cervicale (cervicalgia) e della regione dorsale (dorsalgia)

Fra i numerosi rimedi, la letteratura scientifica suggerisce sempre più la pratica di una adeguata fisioterapia, la quale è in grado di apportare notevoli benefici e miglioramenti.

COME?

Attraverso interventi specifici del fisioterapista con lo scopo di individuare e trattare la disfunzione attraverso tecniche di terapia manuale specifiche. Si tratta di manovre non invasive in grado di ristabilire il corretto funzionamento della mandibola (movimento) andando ad agire sia a livello della muscolatura e sia a livello articolare.

Si insegna inoltre al paziente tutta una serie di esercizi che permettono di migliorare il movimento dell’articolazione e rilassare la muscolatura.

Cicatrice ed osteopatia

Cicatrice ed osteopatia

L’osteopatia al servizio delle vostre cicatrici

Tutti abbiamo una cicatrice, grande o piccola che sia, esito di un trauma, di un intervento chirurgico o di un parto cesareo.
Spesso si tende ad ignorare l’importanza delle cicatrici ed a parlarne soltanto in termini estetici o di impatto psicologico, dimenticando che in realtà si tratta di un processo di riparazione tissutale che, seppur utile e necessario, può influenzare postura, mobilità, provocare dolore e disabilità.

Quali sono i tempi di guarigione e come devono essere trattate le cicatrici?

Non appena un tessuto viene leso, inizia subito il processo di guarigione che può essere
suddiviso in 3 fasi:

  1. infiammatoria: della durata di 3-4 giorni;
  2. riparativa-proliferativa: per le tre settimane successive;
  3. di maturazione o rimodellamento: può durare fino a uno o due anni.

Durante il processo di guarigione della ferita, entrano in gioco numerosi fattori che ne influenzano velocità e qualità della riparazione: fattori individuali sistemici, come ad esempio età, alimentazione, stato metabolico, circolazione, alcuni ormoni, infezioni e fattori meccanici.

Durante la fase di guarigione, pertanto, possono verificarsi alcune complicazioni che possono essere racchiuse in tre macro categorie:
❌ insufficiente cicatrizzazione,
❌ eccessiva produzione di tessuto cicatriziale (ad es. cheloidi),
❌ formazione di contratture.

In caso di cicatrice in stato di formazione la “Società Europea della Riparazione dei Tessuti” consiglia di seguire tre valutazioni in tre momenti diversi: una al termine del primo mese, una al secondo ed l’ultima al terzo mese, dopo la rimarginazione della ferita. 

Durante la prima valutazione clinica si analizzano le caratteristiche generali della cicatrice, cioè il colore, conferitole dalla vascolarizzazione. 

  • Al secondo mese si valutano le variazioni di larghezza, altezza e colore.
  • Al terzo mese si esaminano flessibilità e consistenza.
  • È inoltre importante tenere sempre in considerazione le controindicazioni e gli effetti indesiderati delle terapie proposte al fine di individuare per ciascun caso la terapia più idonea.

Cosa può fare l’osteopata?

✅ L’osteopata ha il compito di assicurare al tessuto una buona mobilità al fine di ridurre le tensioni meccaniche che possono interferire con il processo di riparazione e, soprattutto, evitare complicazioni, disfunzioni e sindromi dolorose associate alla cicatrice stessa.

Uno studio pubblicato a giugno sul Journal of Complementary Therapies in Medicine da Riquet et al., ha valutato l’influenza del trattamento osteopatico su una cicatrice misurando la differenza di temperatura tra il tessuto cicatriziale e l’area circostante.

Ciò che è emerso è che il trattamento osteopatico è stato in grado di ridurre al minimo la differenza di temperatura tra la cicatrice e l’area peri-cicatriziale; questo suggerisce una modifica della funzione del tessuto connettivo a seguito dell’intervento osteopatico. Come l’osteopatia modifichi il tessuto connettivo non è ancora chiaro, ma ciò che appare evidente è l’effetto clinico che ha su di esso. Ulteriori studi sono necessari per conoscere a fondo le funzioni del tessuto connettivo e i meccanismi di guarigione.

L’ipotesi si fonda sul fenomeno della meccano-trasduzione, ovvero l’applicazione di forze meccaniche in grado di modificare il comportamento cellulare; che coinvolgerebbe l’espressione genetica, la vascolarizzazione, la sintesi di fattori di crescita e della matrice extracellulare e l’attivazione di fibroblasti in miofibroblasti.

 

LETIZIA PIACENTINI

  • Osteopata I.E.M.O. Di Genova
  • Post Graduate  in Manipolazione Spinale e periferica
  • Osteopatia Pediatrica – Centro Soma di Milano
Morbo di Chron e osteopatia

Morbo di Chron e osteopatia

Il Morbo di Chron (CD) è una malattia infiammatoria cronica del tratto intestinale molto frequente tra la popolazione, caratterizzata da periodi attivi (peggioramento dei sintomi) alternati a periodi di remissione (pochi sintomi o nessun sintomo), che inficia negativamente su aspetti fisici e psicologici della qualità della vita (QoL). 

I sintomi principali comprendono dolori addominalidiarreavomito, possibile perdita di peso, talvolta complicazioni ad altri organi ed apparati, come eruzioni cutaneeartritistanchezza e mancanza di concentrazione.

Molte persone affette dalla malattia presentano i sintomi per anni prima che venga formulata una diagnosi.

Solitamente l’esordio è tra i 15 e i 30 anni di età, con un alto picco di incidenza tra i cinquanta e i sessant’anni.

Non esiste terapia farmacologica risolutiva o terapia chirurgica eradicante, questo spesso induce i pazienti affetti da questa patologia a sottoporsi a medicine complementari (CAM), come l’osteopatia. 

Da qui la necessità di effettuare degli studi clinici atti a misurare la sicurezza e l’efficacia di questi approcci per garantire al paziente un percorso terapeutico il più incisivo possibile ed unamigliore qualità di vita.

Quali sono stati i risultati?

Ciò che è emerso è stato un significativo miglioramento della qualità della vita, indipendente dallo stato della malattia, nei pazienti trattati osteopaticamente, rispetto ai pazienti non trattati.

In conclusione, l’integrazione della pratica clinica osteopatica nella gestione del paziente con malattia infiammatoria cronica intestinale potrebbe essere una valida opzione per migliorare la qualità della vita di questi pazienti. 

References:

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/30572544

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/25357218

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/22546751

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/24917634

 

 

LETIZIA PIACENTINI

  • Osteopata I.E.M.O. Di Genova
  • Post Graduate  in Manipolazione Spinale e periferica
  • Osteopatia Pediatrica – Centro Soma di Milano
Raccomandazioni per una migliore pratica clinica

Raccomandazioni per una migliore pratica clinica

 

Le condizioni del dolore muscoloscheletrico (MSK) rappresentano le principali cause di disabilità a livello internazionale con il conseguente grande onere sociale

L’obiettivo di questo studio è stato quello di identificare le raccomandazioni comuni di alta qualità per la gestione del dolore di natura muscolo scheletrico, sia a livello vertebrale (lombare, cervicale e dorsale) e sia a livello periferico (anca, ginocchio e spalla).

LIMITARE L’USO DELLA DIAGNOSTICA PER IMMAGINI

LOMBALGIA:  Il 25% 42% dei pazienti a cui è stata diagnostica una lombalgia viene sottoposta a imaging. In linea di principio le principali guide mediche raccomandano caldamente di non utilizzare i Raggi X e anche la risonanza magnetica per diagnosticare il mal di schiena perché, tali metodologie, producono un grandissimo numero di falsi-positivi. Gran parte dei falsi allarme mostrati sono il più delle volte condizioni fisiologiche dovute in modo particolare all’invecchiamento e altri danni “normali” e non associabili al mal di schiena e al dolore.

 

SPALLA: Il 60% dei medici generici consiglia una radiografia nel pazienti con presentano un quadro clinico di  tendinopatia della cuffia dei rotatori mentre l’82% fa eseguire una ecografia. La letteratura scientifica degli ultimi anni ci ha confermato come spesso il dolore del paziente non è correlato all’entità del danno anatomico: La risonanza magnetica e l’ecografia possono essere utili in caso di lesione totale tendinee ma meno utili al diminuire dell’entità della lesione. LE numerose  Linee Guida cliniche sconsigliano l’utilizzo della diagnostica per immagini prima di 6 settimane dall’esordio dei sintomi

LIMITARE L’USO DELLA CHIRURGIA

GINOCCHIO:  l’ artroscopia del ginocchio per l’artrosi del ginocchio non è raccomandato;

SPALLA: gli interventi di decompressione subacromiale della spalla e di riparazione della cuffia dei rotatori sono in continuo aumento  anche se i risultati chirurgici sono paragonabili a quelli della fisioterapia e agli interventi SHAM

LIMITARE L’USO DEI FARMACI

Uso eccessivo di oppioidi: l’efficacia degli oppioidi per la gestione del dolore di natura muscolo scheletrico è discutibile, sia per il dolore cronico e sia per la gestione della fase acuta. L’uso precoce degli oppioidi è stato associato a esiti peggiori nella cura della mal di schiena, motivo per cui limitare l’uso di oppioidi è fortemente raccomandato.

 

Raccomandazioni per una migliore pratica clinica nella gestione del dolore muscolo scheletrico

  1. La cura dovrebbe essere centrata sul paziente. Numerosi studi dimostrano l’efficacia di un intervento cognitivo nella riduzione del dolore sia in combinazione con altri interventi (Alaranta et al., 1994; McCracken and Gross, 1998) che singolarmente (Moseley et al. 2004). Questo include l’attenzione rivolta al contesto individuale del paziente, una comunicazione efficace e l’utilizzo di un processo decisionale condiviso con più figure professionali.
  2. individuare segni e sintomi del paziente e le Bandiere Rosse, quest’ultime come espressione di problematiche importanti nella gestione del dolore di natura muscolo scheletrica;
  3. Valutare i fattori psicosociali. Le linee guida e la ricercar più attuale hanno enfatizzato la necessità dei clinici di applicare un modello di cura biopsicosociale.
  4. L’imaging radiologico è sconsigliato a meno che:
    • non si sospetti una patologia grave;
    • il trattamento conservativo fatichi a dare i suoi benefici;
  5. Intraprendere un esame fisico, che potrebbe includere test di screening neurologico, valutazione della mobilità e / o forza muscolare. Lo scopo dell’esame fisico è quello di assistere nella diagnosi, o classificazione del dolore muscolo scheletrico.
  6. Valutare continuamente I progressi del paziente attraverso valide misure di outcome;
  7. Fornire ai pazienti istruzione e/o informazioni sui loro condizioni e sulla possibilità di gestirlo;
  8. Indirizzare il paziente alla pratica di un’attività fisica e/o all’esercizio terapeutico.
  9. Applicare la terapia manuale solo in aggiunta ad altri trattamenti basati sull’evidenza.
  10. Salvo indicazione specifica (ad esempio la presenza di bandiere rosse) offrire al paziente un alternativa non chirurgica  “evidence based”;
  11. Facilitare il proseguimento o la ripresa del lavoro.

 

Altre raccomandazioni per singole condizioni dolore di natura muscolo scheletriche

Secondo una recente revisione sistematica della letteratura per queste singole condizioni dolorose si raccomanda quanto segue:

  1. OSTEOARTROSI (OA)
    • Offrire programmi di autogestione;
    • Fornire un intervento mirato alla perdita di peso in persone in sovrappeso;
    • Non usare glucosamina o condroitina per l
    • Non intraprendere lavaggi artroscopici al ginocchio e sbrigliamento a meno che non vi sia una logica (come il blocco meccanico del ginocchio
  2. LOMBALGIA·
    • Non prescrivere paracetamolo, oppioidi, antidepressivi e anticonvulsionanti;
    • Non fare iniezioni spinali;
    • Non utilizzare plantari;
    • Non effettuare operazioni chirurgiche di disc replacement

 

GIONATA PROSPERI FT, SPT, SM            

  • Fisioterapista e scienze motorie
  • Fisioterapista esperto In Terapia Manuale nelle cefalee, emicrania
  • Fisioterapista dei disturbi dell’articolazione Temporo – Mandibolare
  • Fisioterapista dei Disturbi Vestibolari
  • Fisioterapista specializzato nella Spalla dolorosa
  • Fisioterapia ecoguidata
Fibromialgia: un valido aiuto

Fibromialgia: un valido aiuto

FIBROMIALGIA: Definizione e Patogenesi

La fibromialgia è un disturbo cronico caratterizzato da un generalizzato dolore muscolo scheletrico e da altri comuni sintomi quali fatica, disordini del sonno, depressione ed ansia eccessiva.

La patogenesi della Fibromialgia non è ancora ben compresa ma viene considerata essere, da alcuni ricercatori, un disturbo neurobiologico causato da un abnorme processazione del dolore.

A seguito della mancanza di marketer che possano identificare questo disturbo, la diagnosi è fatta attraverso un accurato esame clinico, secondo le linee guida dell’American College of Rheumatology.

Fibromialgia e trattamento

Dato che la fibromialgia non presenta cure, i trattamenti sono palliative, con un approccio multidisciplinare che richiede l’uso di farmaci, esercizio fisico e trattamento della sfera psicologica.

L’esercizio fisico è fortemente raccomandato in diversi studi e nelle linee guida per il trattamento della fibromialgia soprattutto gli esercizi aerobici, di resistenza ed esercizi in acqua.

Recentemente è stata presa in esame la relazione tra l’esercizio fisico e la fibromialgia e come l’allenamento della forza possa produrre dei maggiori risultati rispetto ad altre modalità di esercizio fisico.

Diversi studi hanno mostrato come gli esercizi di forza possano produrre risultato favorevoli sul dolore, sulla qualità del sonno, sulla depressione e sul numero di tender point.

L’analisi di questi studi ha rilevato come gli esercizi di forza possano ridurre la sintomatologia caratteristica di una persona con fibromialgia, andando a migliorare la capacità funzionale e e la qualità della vita indipendentemente dal tipo di esercizio utilizzato.

Gli studi in esame utilizzavano protocolli di lavoro partendo dal 40% di 1RM fino ad arrivare all’85%. Gli esercizi comprendevano sia l’utilizzo delle macchine e sia gli esercizi a corpo libero coinvolgendo contemporaneamente diversi gruppi muscolari.

  • Il dolore è stata la variabile maggiormente studiata, mostrando una significativa riduzione dopo un protocollo di lavoro sulla forza muscolare della durata dalle 16esima e 21esima settimana.
  • La variabile psicologica maggiormente investigata è stata la depressione. Diversi studi hanno mostrato una riduzione dei sintomi della depressione dopo un programma di lavoro centrato sulla forza muscolare.
  • Sono stati analizzato anche i risultati relativi alla qualità del sonno: i disordini del sonno si sono ridotti dopo tale programma. Di conseguenza anche il dolore è diminuito. Gli studi di Ericsson hanno inoltre reso noti come i programmi basati sulla forza abbiano prodotto risultati migliori rispetto a sessioni di rilassamento.
  • Un ulteriore variabile indagata è stato l’intervallo della frequenza cardiaca. Alcuni studi suggeriscono una relazione tra la fibromialgia ed una disregolazione del sistema nervoso centrale, causando una dinfunzione autonomica che induce la comparsa si alcuni sintomi come ansia e fatica. Alcuni ricercatori hanno sottoposto i pazienti a 16 settimane di esercizio fisico intenso e ciò ha prodotto miglioramento nell’intervallo della frequenza cardiaca, nell’attività del parasimpatico e nella riduzione del dolore.

Relativamente alla sessione sulla forza, è stato osservato che non esisteva uno specifico protocollo per le persone con fibromialgia, perciò gli autori di questi studi utilizzavano un proprio protocollo di lavoro.

  • Jones et al. Sottoponeva i pazienti ad una serie di 4-5 ripetizioni incrementando progressivamente il lavoro fino a 12 ripetizioni.
  • Questo protocollo era simile a quello utilizzato da Bircan et al. che istruiva i pazienti ad eseguire una serie di 4 ripetizioni incremento il numero fino a 12.

In entrambi i studi l’intensità di lavoro raggiunta è stata l’80% di 1RM alla fine della sessione di lavoro.

Questi studi hanno rilevato che pazienti con fibromialgia aveva una minore forza ed una ridotto capacità funzionale rispetto ai soggetti sani della stessa età. La ridotta forza muscolare nei pazienti con fibromialgia può essere riconducile alla presenza di una sintomatologia dolorosa.

Se la pratica clinica non segue le linee guida basate sull’evidenze, non offriamo il meglio ai nostri atleti. PHYSIOTHERAPY segue sempre queste linee guida!

 Physiotherapy non tratta un SINTOMO, ma una persona che presenta un sintomo doloroso

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Comunicazione in fisioterapia: la grande importanza delle parole

Comunicazione in fisioterapia: la grande importanza delle parole

Comunicazione in fisioterapia: premessa

Le parole possono, e spesso hanno, un impatto incredibile nella nostra vita. Ma non solo, possono anche aiutare durante un percorso impegnativo e complesso come per la riabilitazione muscolo-scheletrica. Lo scopo della comunicazione in fisioterapia sta proprio in questo: quello di migliorare la compliance con ogni paziente.

Non parliamo soltanto da un punto di vista teorico, ma proprio sul risultato finale tanto che hanno un impatto significativo sull’esito clinico della terapia.

Le parole sono benefiche se usate nel modo corretto, possono essere invece un ostacolo alla guarigione se non utilizzate a dovere.

Una persona che soffre di una patologia è spesso preda di paure. Il non sapere, o anche il fraintendere, sono condizioni che generano forte ansia e stress. Per evitare che accada è sufficiente imparare a usare nel modo più corretto ed empatico possibile le parole, in modo tale da rendere efficace la comunicazione in fisioterapia.

Nella gestione del mal di schiena acuto e cronico, la comunicazione gioca un ruolo chiave: Il paziente deve essere informato e responsabilizzato sulla natura del suo dolore. 

Andremo quindi ad analizzare le potenti conseguenze delle parole, che vengono usate nella pratica clinica, e come modificare e adattare il linguaggio usato comunemente per aiutare la riabilitazione muscolo-scheletrica.

 

Le parole come fondamento della giusta comunicazione in fisioterapia

Guidare un paziente, durante la riabilitazione muscolo-scheletrica, è un percorso difficile che ha come fondamento essenziale la capacità del terapista di comunicare.

Le persone si trovano in una condizione di stress, paura, e soprattutto sono angosciate e molto vulnerabili (vedi: Mal di schiena quando preoccuparsi). Fisioterapisti e medici dovrebbero tenere in grande considerazione tali elementi e imparare a gestirli al meglio anche con l’uso delle “parole giuste”.

Le parole scelte, come detto, hanno la capacità meravigliosa di guarire (o per essere più precisi di aiutare la guarigione) ma anche di fare del male. Sono simili a droghe che modificano le percezioni di chi ne fa uso! una comunicazione in fisioterapia che sia efficace è un fattore di cui non se ne può fare a meno.

Le parole possono modificare pensieri, convinzioni, idee. Rompere barriere ma anche le solide basi che ognuno di noi utilizza per stare a galla in questo Mondo.


Esse sono più potenti di quanto ci rendiamo conto: sono in grado di far provare sensazioni belle e anche brutte in un istante andando a portare cambiamenti, in chi ne è il destinatario, a volte anche molto profondi e importanti.


Possono spingere e convincere a compiere azioni buone o azioni cattive. Pensiamo ai giovani che si lasciano manipolare con tanta facilità da quello che gli dicono i ragazzi più grandi, gli amici o i personaggi dello spettacolo.

Quando una persona soffre di un problema muscolo-scheletrico (es. lombalgia, dolore cervicale ecc), anche il solo ipotizzare che divenga una condizione cronica può abbatterla, spingendola a cercare informazioni e risposte.

Purtroppo ci sono ormai troppe informazioni in giro (vedi internet) utilizzate con una superficialità disarmante che spinge in tanti a farsi autodiagnosi improbabili.

Siamo a un singolo “click” dal confermare le nostre peggiori paure o a darne vita a nuove che non avevamo mai preso in considerazione.

Il dolore, la mente e le parole: la comunicazione in fisioterapia

Da molti studi si è evidenziato come i fattori psicologici, rispetto a quelli patogenici, siano dei migliori predittori dei livelli di dolore.

I fattori psicologici devono essere presi in considerazione durante una terapia e vanno riconosciuti e compresi, utilizzandoli con attenzione per aiutare nella riabilitazione.

L’incomprensione e l’ignoranza di tali fattori, da parte dei terapisti o dei medici, comporta il serio rischio che si arrivi a un risultato non positivo fino anche negativo del trattamento.

Un altro grave problema è che le terapie si focalizzano quasi esclusivamente su questioni biomediche enfatizzando un tipo di linguaggio pato-anatomico spesso di difficile comprensione per chi non ha una laurea in medicina!

Nonostante ci sia ormai una crescente consapevolezza della grande importanza dei fattori psicologici, e della forza delle parole e del linguaggio, ancora manca un modo “giusto” di dire e informare i pazienti.

Il campo della riabilitazione muscolo-scheletrica, in modo particolare, è un vero e proprio campo minato fatto di parole che sembrano minacciose e altre così ambigue da generare paure al solo sentirle.

Ormai è necessario modificare la stessa “idea del dolore” che non può più essere valutato con strumenti che diano risultati oggettivi, ma invece va visto come un’esperienza diversa per ognuno di noi.

 

Incontrare un altro umano significa incontrare un altro mondo

 Con questo in mente non ci può essere una semplice ricetta o formula per come si possono usare il linguaggio e le parole all’interno della pratica clinica.

Un buon medico (o fisioterapista) è consapevole ed attento, durante la riabilitazione muscolo-scheletrica, delle parole che utilizza e nel modo con cui comunica con il proprio paziente.

Un essere umano è formato da muscoli, ossa, tessuti, organi eppure le parole che usiamo in terapia possono influenzare profondamente la percezione che si ha della propria condizione e del proprio corpo.

Una parola usata male potrebbe far credere al paziente di avere una grave patologia quando invece questo non è vero, oppure acuire una sua paura del dolore aumentando l’ansia che a sua volta farà incrementare il dolore.

Alcuni termini potrebbero sembrare neutri, se non addirittura delicati per un terapista invece, all’orecchio del malato, potrebbero dare l’idea che qualcosa di molto pericoloso sia in atto nel suo corpo.

Scherzando potremmo dire che le parole sono come il dentifricio: una volta uscito non possiamo rimetterlo dentro, e il danno è fatto. I terapisti hanno quindi l’obbligo di avere una maggiore sensibilità e attenzione ai bisogni di rassicurazione e conoscenza del paziente.

Spiegargli quindi cosa sta accadendo al loro corpo ma con strumenti semplici e chiari che non inneschino infondate paure o ansie catastrofiche. Disinnescare autodiagnosi errate che, magari, ai loro occhi potrebbero avere tutti i sintomi di cui soffrono.

Questo è senza dubbio un parametro importante per comprendere la validità di un terapista e di come approccia al problema. Ogni individuo è diverso e si deve imparare a modulare la comunicazione al fine di fargli comprendere la sua reale condizione.

Come parlare a un paziente: saper comunicare

Ormai ci sono molte evidenze scientifiche che indicano come il dire le medesime cose ma con parole diverse ne disattivi alcuni fattori negativi.

 

Basi pensare alla grandissima quantità di stress, ansia e paura che alcuni termini suscitano, riuscire a usarne altri che siano altrettanto precisi ma meno “negativi” è già di base un buon aiuto per il paziente.


Ad esempio molte persone ricevono di routine radiografie, risonanze a altri esami diagnostici per valutare e capire le cause di eventuali sintomi.

 

Anche il linguaggio utilizzato con i pazienti durante la stessa diagnosi – e in seguito nella terapia – riveste un ruolo molto importante.


L’utilizzo di determinati termini per la valutazione dei risultati delle stesse scansioni (come per esempio la presenza di un ernia) potrebbe generare ansie e paure nonché la nascita di vere e proprie credenze popolari non supportate dalla scienza medica.

Le prove dimostrano che se il medico impara a riformulare i risultati (e diagnosi) in modo sempre più attento ed efficacie, che non terrorizzi, possa liberare da una serie di paure assolutamente infondate ed errate.

Il linguaggio dovrebbe concentrarsi sugli elementi positivi, come la guarigione e il recupero, piuttosto che su quelli negativi.

 

Le parole e le aspettative

In molte scienze sociali, come ad esempio l’economia, si utilizzano termini più o meno evocativi per suscitare emozioni e avere un forte impatto su quelle che comunemente sono chiamate aspettative.

Spesso più che un piano economico è l’aspettativa che esso funzioni ad avere un effetto positivo e di crescita anche su un intero Paese.

In medicina è un po’ la stessa cosa. Una persona con aspettative di guarigione scarse avrà molte meno possibilità di guarire di chi, invece, è più ottimista. E le parole incidono proprio su tutto questo.

Nella riabilitazione muscolo-scheletrica, parole come:

  • può,
  • forse,
  • potrebbe,
  • …e simili…

possono facilmente determinare risposte emotive negative. Un gran numero di pazienti che hanno patologie di tipo muscolo-scheletrico sono ansiosi per il loro futuro e quindi tendono, in generale, a vedere in modo negativo l’esito del loro trattamento.

Per quanto possa sembrare paradossale, se si è di umore pessimo e si sta male fisicamente, si cercano teorie e informazioni che supportino le nostre vulnerabilità.

 

Un piccolo traduttore per comunicare meglio con i pazienti

Come abbiamo visto in tutto l’articolo l’importanza della giusta comunicazione è elevata tanto da incidere sulla stessa guarigione.

Parole e aspettative, ma anche stress, paura e ansia non sono elementi da ignorare ma spesso sono fondamentali come e quanto la stessa terapia manuale.

Non esistono parole “giuste” o “sbagliate”, anche se alcune portano con sé un aurea più o meno negativa che colpisce chi ne è predisposto in quel momento (una persona malata ad esempio).

Disinnescare questi processi è possibile facendo attenzione a usare termini che risultino il più neutri possibili e che non siano così assertivi, in negativo, da non lasciare spazio alla speranza di guarigione.

 

Alcuni esempi di comunicazione in fisioterapia: 

 

Dovrai imparare a conviverci Dovrai fare alcuni cambiamenti
Malattia Condizione
Cronico Persistente
Diagnostica Raggi X o scansione
Neurologico Sistema nervoso
Instabilità Più forza per controllarlo
Non ti preoccupare Andrà tutto bene
Lordosi La normale curva della tua schiena
Cambiamenti degenerativi cronici Normali cambiamenti dovuti all’età
Risultati negativi dei test Tutto sembra normale
Parestesia Sensazioni alterate
Cifosi La normale curva della tua schiena

 

Questi sono solo alcuni dei modi con cui si possono comunicare determinate informazioni senza spaventare o allarmare troppo il paziente.

Non sono leggi immodificabili ma solo lo spunto per capire quanto effettivamente una parola o un’altra possano offrire una percezione diversa di ciò che accade. la comunicazione in fisioterapia, quella giusta, influenza positivamente l’outcome.

GIONATA PROSPERI, FT, SPT, SM.

 

  • Esperto In Terapia Manuale nelle cefalee, emicrania
  • Fisioterapista dei disturbi dell’articolazione Temporo – Mandibolare
  • Fisioterapista dei Disturbi Vestibolari
  • C.E.O. del Centro della Colonna vertebrale di Massa
  • Fisioterapia ecoguidata