Esercizi di rotazione per la colonna vertebrale

Esercizi di rotazione per la colonna vertebrale

Esercizi di rotazione e salute vertebrale

È possibile effettuare una serie di esercizi di rotazione per la colonna vertebrale che possono aiutare sia a fortificarla che migliorarne la mobilità e, di conseguenza, attenuare il dolore.

Allenarsi in palestra e rimanere in esercizio è un buon metodo per aumentare la mobilità della schiena che, al contrario di quanto si pensi, ha bisogno di essere attiva il più possibile per contrastare disturbi come ad esempio la lombalgia.

Alcuni allenatori e specialisti (es. fisioterapisti, medici), ritengono che il rafforzamento della rotazione spinale vada evitato a tutti i costi.

 

Altri, al contrario invece, sono convinti che vadano effettuati gli esercizi di rotazione per la colonna vertebrale. Ritengono che tali movimenti debbano avvenire a livello della spina dorsale e dei fianchi mentre la colonna lombare resta bloccata.

C’è anche una buona parte degli allenatori che pensano che il corpo umano sia così efficiente, e la colonna tanto forte e dinamica, da non aver bisogno di alcun esercizio perché la colonna che sa dove e quando ruotare.

Resta il fatto che, in linea di principio, muovere la schiena, attraverso esercizi mirati o meno, sia senza alcun dubbio un’attività benefica. Se si soffre di dolore cronico, o altre patologie, è però opportuno essere seguiti da specialisti.

A riguardo molti trainer professionisti consigliano che debba essere la colonna vertebrale “toracica” e non quella lombare, a effettuare la maggior parte dei movimenti di rotazione. Il paziente dovrebbe imparare a concentrarsi di più sulla zona del torace”.

 

“Non è importante la rotazione di per sé, ma come viene eseguita”

Immagine esercizio fisico

 

Esercizi di rotazione: la nostra schiena ha quasi sempre qualcosa!

La zona dorsale è una parte del corpo incredibilmente forte e complessa. Viene sollecitata quasi in ogni momento della nostra vita, è normale quindi che possa avere qualche disturbo (alcuni che non danno sintomi, altri più gravi).

A dimostrazione di quanto detto ci sono dati abbastanza chiari:

  • Il 27% della popolazione dei Paesi più sviluppati mostra una qualche forma di protrusione.
  • Il 52% dei soggetti invece mostra qualche genere di “rigonfiamento” ad almeno un livello.
  • L’1% ha una estrusione.
  • E ancora il 38% mostra una qualche forma di anomalia ad almeno un disco intervertebrale.

In uno studio di alcuni anni fa si afferma che le “ernie toraciche” si verificano con una frequenza molto inferiore rispetto alle ernie lombari o cervicali.

La percentuale si aggirerebbe intorno a percentuali molto basse non superiori comunque all’1,8% dei casi.

Le ricerche più recenti stanno andando contro questa credenza. Infatti, in uno studio di pochi anni fa, effettuato su 90 persone, ha mostrato dati che ribaltano le vecchie teorie, infatti:

  • 1 su 3 degli individui asintomatici ha avuto, o aveva, un’ernia del disco toracico.
  • Ben il 54% mostrava almeno un rigonfiamento di un disco.
  • Il 58% uno strappo anulare.
  • Il 28% una cifosi.
  • E ancora il 29% mostrava una deformazione del midollo spinale.

 

Si tratta di uno studio del 2007, ad oggi forse il più grande nella letteratura mondiale sull’ernia toracica, in cui si afferma che le ernie del disco toracico si presentano nella metà dei pazienti. Di questi ben il 26% ha avuto ernie multiple.

In definitiva si sostiene che l’ernia, e le malattie degenerative del disco, siano le condizioni anomale più diffuse per quanto riguarda la spina dorsale toracica.

La scarsa mobilità dell’anca aumenta il rischio di lombalgia negli atleti

In tutti quegli sport che richiedono all’atleta una qualche forma di rotazione della colonna vertebrale si è visto come quelli con la lombalgia cronica avessero, di media, meno mobilità all’anca e una maggiore asimmetria tra i lati della stessa rispetto a chi non ne soffriva.

Tale scoperta è chiaramente logica perché chi ha una mobilità inferiore dell’anca avrà la tendenza a bilanciare tale deficit compensando e ruotando la colonna vertebrale più di quanto necessario.

Si tratta di una condizione che, nel lungo periodo, tenderà a produrre una serie di scompensi e fastidi come lesioni e dolore.

Sarà quindi opportuno effettuare una serie di esercizi di rotazione con un preventivo “pre-carico”. In pratica, prima di effettuare gli esercizi, è necessario “aggiungere un carico, un peso” che bloccherà alcune zone della colonna vertebrale rendendola più resistente alla torsione.

Infatti mentre si lavora sulla mobilità dell’anca e della colonna vertebrale si dovrebbe anche lavorare per evitare la torsione della stessa. È possibile attraverso alcuni esercizi mirati di stabilità del nucleo rotante.

Da qui si comprende come sia importante lavorare sulla colonna vertebrale con esercizi specifici che però, se non effettuati nel modo opportuno, e quindi insegnati e seguiti da una persona esperta, potrebbero diventare addirittura controproducenti.

È importante, quando si svolgono esercizi di rotazione per la colonna vertebrale, che le persone siano in grado di distribuire il carico in modo efficiente e di avere una giusta combinazione di rotazione dell’anca e della colonna vertebrale (con un movimento lieve della parte lombare).

Le prove e gli studi suggeriscono che ci sia una componente genetica importante per l’ernia del disco e la degenerazione discale stessa.

Di conseguenza è chiaro come sia possibile prevenire i problemi alla schiena solo in parte, anche attraverso un giusto training che permetta una maggiore mobilità della schiena insegnando al corpo a muoversi nel modo opportuno.

GIONATA PROSPERI, FT, SPT, SM.

  • Esperto In Terapia Manuale nelle cefalee, emicrania
  • Fisioterapista dei disturbi dell’articolazione Temporo – Mandibolare
  • Fisioterapista dei Disturbi Vestibolari
  • C.E.O. del Centro della Colonna vertebrale di Massa
  • Fisioterapia ecoguidata

 

Dolore al collo, un ottimo programma multimodale

Dolore al collo, un ottimo programma multimodale

Dolore al collo: epidemiologia ed eziologia

Il dolore al collo è la seconda ragione per cui le persone si rivolgono a cure mediche specialistiche nei centri di assistenza primaria in tutto il mondo, con un impatto sociale ed economico considerevole.

Questa condizione colpisce con più frequenza le donne rispetto agli uomini, tendendo a ripresentarsi nel tempo o a diventare cronica.

L’eziologia del dolore al collo è spesso sconosciuta, quindi questa condizione è spesso classificata come dolore al collo non specifico o dolore meccanico al collo (Binder, 2008).

Un nuovo approccio: educare il paziente verso la comprensione dei meccanismi che stanno alla base del dolore

L’educazione alla neurofisiologia del dolore, come accade anche a livello della LOMBARE, si è dimostrata efficace nel trattamento dei disturbi muscolo-scheletrici cronici

L’educazione alla neuroscienza del dolore è un approccio cognitivo che ha dimostrato di ridurre l’intensità del dolore, disabilità e fattori psicologici nei disturbi muscoloscheletrici cronici

D’altra parte, i trattamenti bio-comportamentali che utilizzano questi approcci educatici hanno dimostrato di migliorare la lombalgia cronica (intensità del dolore, ritorno al lavoro o stato funzionale generico) (Ostelo et al., 2005).

Sia l’educazione alla neuroscienza del dolore che il trattamento bio-comportamentale mirano a modificare le credenze dei pazienti sul proprio dolore, ma in aggiunta, l’intervento bio-comportamentale cerca di modificare i fattori psicologici e fisici aumentando l’attività fisica e le capacità di coping, ovvero la capacità di far fronte agli eventi stressanti della vita quotidiana.

Pertanto, ipotizziamo che un approccio bio – comportamentale possa rappresentare una valida soluzione terapeutica nella gestione clinica del mal di collo cronico

L’esercizio terapeutico, la terapia manuale ortopedica, il massaggio ed altre modalità fisiche ( come la stimolazione elettrica transcutanea), assieme all’educazione della neurofisiologia del dolore sono i trattamenti fisioterapici più comunemente utilizzati nei pazienti che presentano un mal di collo persistente.

In una revisione della letteratura, queste tecniche hanno dimostrato di ridurre il dolore quando applicate singolarmente, in particolare la terapia manuale e l’esercizio terapeutico, sebbene gli studi abbiano anche dimostrato che queste terapie sono più efficaci se usate in combinazione (Gross et al., 2007, Leaver, Refshauge, Maher e McAuley, 2010).

La durata del trattamento degli interventi combinati, tuttavia, è solitamente più lunga di quella dei singoli interventi, a volte anche il doppio

Dolore al collo e fattori psicologici

Un numero crescente di prove suggerisce che i fattori psicologici, come per esempio la mancanza di sonno, sono associati al dolore muscolo-scheletrico e che fattori come il catastrofismo possono prevedere esiti negativi, specialmente nei casi di dolore alla schiena e al collo. In un precedente articolo d’altronde, abbiamo appreso come comprendere il problema legato alle nostre ernie e protrusioni.

IImmagine mancanza sonnonfatti, il dolore catastrofico  è stato anche associato all’aumento dell’intensità del dolore evocato durante il test neurodinamico dell’arto superiore (e una risposta più intensa a questo test è stata proposta come un segno di sensibilizzazione centrale in pazienti con dolore (Nijs, Van Houdenhove, e Oostendorp, 2010).

L’educazione alla neurofisiologia del dolore, basato su un approccio cognitivo, si è dimostrato efficace proprio nel migliorare questo dolore catastrofico , anche se l’efficacia di questo l’intervento sui test di provocazione neurale rimane tutt’oggi ignoto.

Uno studio sul dolore cronico al collo

E’ stato realizzato uno studio sui pazienti con dolore cronico al collo, con lo scopo di determinare se un intervento di educazione alla neurofisiologia del dolore (comprendente un approccio bio-comportamentale) combinato con la terapia manuale fosse più efficace della sola terapia manuale, in termini di riduzione del dolore a 4 mesi di follow-up.

L’obiettivo secondario di questo studio è stato anche quello di esaminare se questi 3 interventi (educazione alla neurofisiologia del dolore, terapia manuale ed esercizio terapeutico) fosse più efficace di migliorare i risultati di meccano-sensibilità psicologica e neurale.

Sebbene numerosi studi si siano concentrati su vari interventi di trattamento per il dolore al collo, la nostra opinione è che questo è stato il primo studio per determinare l’efficacia dell’aggiunta di un programma basato sull’educazione che include un approccio bio-comportamentale ad un protocollo di terapia manuale per ridurre l’intensità del dolore, nonché per migliorare gli esiti di meccano-sensibilità psicologica e neurale in pazienti con dolore cronico.

Inoltre, crediamo anche che questo sia il primo studio che utilizza un trattamento multimodale che combina sia la terapia manuale che l’esercizio terapeutico ASSIEME ad un approccio bio-comportamentale.

Conclusioni dello studio

Forti evidenze scientifiche dimostrano che questo tipo di trattamento è efficace nei pazienti con lombalgia cronica (Hall et al., 2018); tuttavia, ci sono ancora prove insufficienti nei pazienti con dolore cronico al collo.

Il modello di educazione terapeutica che è stato adottato combina l’insegnamento di aspetti correlati alla neurofisiologia del dolore e aspetti relativi ad un approccio bio-comportamentale che include metodi cognitivi e di coping per modulare le risposte fisiologiche e produrre cambiamenti adattativi nel comportamento dei pazienti con dolore al collo cronico.

Altri studi hanno recentemente dimostrato che l’educazione terapeutica combinata con l’esercizio terapeutico è più efficace rispetto a quando confrontata con solo educazione terapeutica in nel dolore cronico al collo.

Inoltre, recenti ricerche su altri tipi di dolore al collo (es. Colpo di frusta cervicale e radiculopatia) hanno dimostrato che i trattamenti di fisioterapia con un approccio bio-comportamentale sono efficaci nel ridurre la disabilità, la funzione e il dolore.

Questo RCT ha dimostrato che un approccio bio-comportamentale associato alla terapia manuale ed all’esercizio non era più efficace del gruppo di controllo (ovvero solo la terapia manuale) per ridurre l’intensità del dolore al post-trattamento a 4 mesi di follow-up nei pazienti con CNSNP.

Tuttavia, il primo approccio ha ottenuto miglioramenti significativi rispetto al gruppo di controllo in termini di riduzione del dolore catastrofico e percezione del dolore.

Il trattamento multimodale (Terapia manuale, esercizio terapeutico e l’educazione alla neurofisiologia del dolore) si è dimostrato più efficace, rispetto al gruppo di controllo.

GIONATA PROSPERI, FT, SPT, SM.

  • Esperto In Terapia Manuale nelle cefalee, emicrania
  • Fisioterapista dei disturbi dell’articolazione Temporo – Mandibolare
  • Fisioterapista dei Disturbi Vestibolari
  • C.E.O. del Centro della Colonna vertebrale di Massa
  • Fisioterapia ecoguidata
Dolore alla schiena e attività fisica: che relazione c’è?

Dolore alla schiena e attività fisica: che relazione c’è?

Dolore alle schiena e attività fisica

Molto spesso si ipotizza che ci sia una qualche relazione tra dolore alla schiena e attività fisica senza però indicare effettivamente come una possa incidere l’una sull’altra.

In generale la maggior parte delle linee guida suggeriscono che per prevenire le varie forme di lombalgia sia fondamentale fare esercizio fisico regolare.

Ciò che maggiormente sorprendete è che in realtà non ci siano studi che indichino se l’attività, o la vita sedentaria, siano effettivamente fattori di rischio (o fattori protettivi) per tale patologia.

Immagine vita sedentaria

Al massimo esistono alcune ricerche che suggeriscano, senza poi identificarlo con chiarezza, che uno stile di vita sedentario sia maggiormente associato a disturbi alla schiena. Allo stesso tempo però, un recente studio, mostra come i benefici dell’attività fisica per la lombalgia diano risultati contrastanti.

Gli scienziati hanno spiegato che questa controversia potrebbe derivare dal fatto che ci siano più casi di lombalgia dovuti soprattutto a fattori:

  • Genetici;
  • Ambientali;
  • Stile di vita.

I fattori genetici sono, da altre ricerche, evidenziati come una delle principali cause di lombalgia, anche tra gemelli, con stime di ereditarietà che variano dal 21% fino ad arrivare al 67%!

In più i benefici dovuti all’attività fisica sembrano essere maggiori quando questa viene svolta in un regime d’allenamento controllato. Quindi andrebbe evitato il fai-da-te soprattutto se si è geneticamente predisposti al mal di schiena.

 

Dolore alla schiena e attività fisica: lo studio su coppie di gemelli

 

Per valutare in modo neutro i vantaggi, o svantaggi, dell’attività fisica sulla lombalgia sono stati effettuati studi su coppie di gemelli monozigoti dello stesso sesso.

Si tratta di un lavoro pubblicato sull’European Spine Journal ed è uno strumento utile per capire quanto effettivamente l’attività fisica incida e in che modo.

Sono stati inclusi ben 486 gemelli con una età media di circa 40 anni e hanno risposto ha un questionario  sulla loro storia e condizione clinica.

Ai partecipanti è stato posto un questionario con una serie di domande tra cui se, nelle ultime 4 settimane, avessero avuto problemi alla schiena.

In più è stato valutato, attraverso altri questionari, l’impegno dei partecipanti in altre attività fisiche come:

  • Golf;
  • Ciclismo;
  • corsa;
  • nuoto;
  • Tennis;
  • aerobica

Ogni sport è stato diviso in tre diversi gradi di intensità:

  • Leggero;
  • Moderato;
  • Vigoroso.

In più, per maggiore completezza, è stato anche preso in considerazione e valutato l’impegno nelle diverse attività fisiche domestiche/lavorative come ad esempio:

  • Le faccende domestiche.
  • Manutenzioni
  • Giardinaggio
  • …e altre ancora…

Lo studio è stato fatto mettendo in relazione tutte queste attività in associazione anche con determinati parametri demografici (età, sesso, patologie, fumo).

È stato valutato che non c’è una relazione diretta, o almeno così chiara, che possa indicare un rapporto tra attività fisica/non attività fisica e persona con o senza lombalgia.

Ben 69 coppie dei 486 individui risultavano discordanti, nel senso che se uno soffriva di lombalgia l’altro era invece “sano”.

Tale analisi tra gemelli ha dimostrato che un’attività domestica molto intensa aumenta di 3 volte la probabilità di soffrire di lombalgia. Al contrario non è stata trovata alcuna associazione importante tra il dolore e l’attività ricreativa o sportiva in generale.

Anche tra le persone che svolgevano sia attività domestiche pesanti che quelle sportive, è stato riscontrata  anche in questo caso una probabilità di tre volte superiore rispetto a chi svolgeva solo attività sportiva.

Le attività domestiche “intense” aumentano il rischio di lombalgia

Per sintetizzare i dati della ricerca potremmo individuare senza ombra di dubbio che l’attività fisica pesante, come anche quella domestica, sia un importante fattore di rischio per il mal di schiena specialmente se associata anche a una intensa attività ricreativa.

Quanto riscontrato dallo studio sui gemelli porta a ipotizzare che i fattori genetici e ambientali possano influenzare la relazione esistente tra attività fisica (lavorativa e non) e lombalgia.

Questo è uno studio pilota che serviva a capire se l’attività fisica potesse essere un fattore protettivo o causale del mal di schiena. Di sicuro dai dati forniti, pur essendo il campione non sufficientemente grande, emerge una qualche forma di relazione che andrà studiata.

Dolore alla schiena e attività fisica sono certamente correlate, la scienza deve ancora comprendere come e soprattutto in che modo sfruttare i possibili benefici che lo sport può dare a chi soffre di lombalgia.

Di sicuro attività pesanti svolte senza precauzioni (es. senza riscaldarsi) sono fattori di rischio molto importanti così come la predisposizione genetica o altri fattori “esterni”.

In generale, se si tende ad avere qualche dolore alla schiena è utile rivolgersi a uno specialista per capire se e quali attività possono essere svolte senza rischi di infortuni o fastidi ulteriori.

Da quanto si evince dagli studi effettuati informarsi, comprendere e capire la vera natura della lombalgia, come ad esempio anche del dolore cervicale, permette di diminuire stress e ansia che sono un altro importante fattore di rischio.

 

GIONATA PROSPERI, FT, SPT, SM.

  • Esperto In Terapia Manuale nelle cefalee, emicrania
  • Fisioterapista dei disturbi dell’articolazione Temporo – Mandibolare
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Sollevare un peso: schiena dritta o schiena flessa?

Sollevare un peso: schiena dritta o schiena flessa?

Sollevare un peso? Non convincerti che faccia male

C’è una regola che tutt’oggi regna in maniera sovrastante su come sollevare un peso, che sia una forchetta caduta per terra od un pacco di 3 kg appena consegnato dal corriere: evitare di chinarsi in avanti e mantenere la schiena dritta per evitare di sforzare troppo la schiena.

La realtà è che tanti fisioterapisti, chiropratici  ed esperti del movimento ancora ad oggi consigliano questo comportamento, specialmente nei confronti di chi soffre di mal di schiena, ma la domanda è:

  • sollevare oggetti mantenendo la schiena dritta è un bene od un male per la nostra schiena?

  • Qual è la tecnica migliore per sollevare un peso, anche pesanti?

  • Quali sono le attuali credenze sul mal di schiena e sollevare un peso?

  • Ma soprattutto, quali tecniche di sollevamento di un peso  i fisioterapisti percepiscono come più sicura, ed  perché  tali credenze?

 

Rispondiamo all’ultima domanda: il 75% dei fisioterapisti, tramite uno studio condotto sui social, hanno scelto  il modo di sollevare un peso con la schiena dritta, soprattutto sulla base del fatto che evitava la flessione della schiena.

Sollevare un peso: inversione di marcia

Ma perché continuiamo ad istruire i nostri pazienti in questo modo quando le stesse evidenze scientifiche ci dicono che nonostante l’utilizzo di tutte le “regole” per sollevare dei pesi non si è ridotta la probabilità di sviluppare mal di schiena?

La lombalgia (LBP) è un problema ampio e in crescita nelle società occidentali ( Deyo et al., 2009 ), e l’assenza dal  lavoro a causa del mal di schiena è socialmente ed economicamente dispendiosa ( Maniadakis e Gray, 2000 ).

Le ragioni di questo crescente problema sono molto dibattute, ma ciò che è chiaro è che il mal di schiena (LBP), specialmente quello persistente, è un disturbo complesso guidato da una serie di fattori attraverso un ampio spettro biopsicosociale ( Pransky et al., 2011 ).

In un nostro articolo si ribadisce il concetto di non focalizzarsi troppo sulla zona del corpo che duole e come si debba invece andare a fondo per capirne la vera genesi.

schiena-dritta

A questo proposito, sebbene vi siano prove che le richieste di lavoro fisiche siano associate a mal di schiena, esse rappresentano solo una modesta percentuale di Low Back pain (mal di schiena) nella forza lavoro (Waddell e Burton, 2001 ).

Ad oggi, nella prevenzione del mal di schiena, i datori di lavoro seguono e fanno seguire comunemente una formazione per la movimentazione manuale e specifica del carico al proprio personale.

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Questa formazione spesso implica insegnare alle persone come sollevare oggetti, poiché il sollevamento inteso come carico a livello della colonna vertebrale è spesso citato come provocatorio in termini di mal di schiena (Coenen et al., 2014 ).

Tuttavia, la prova che il sollevamento è un fattore di rischio per LBP è discutibile. Siamo forse di fronte all’ennesima leggenda metropolitana sulla gestione clinica del mal di schiena?

Anche in un altro articolo ci si dibatte: piegare e ruotare la schiena, specialmente sottosforzo, è considerato il rischio maggiore per il quale si verificano lesioni, infortuni e traumi di vario genere?

Il carico cumulativo sul dorso è stato associato a LBP ( Coenen et al., 2013 ), ma sappiamo anche che  non esiste alcun legame causale comprovato tra il sollevamento dei carichi ed il mal di schiena (Wai et al., 2010a ).

Più specificamente, non vi è evidenza, in vivo, che il sollevamento di un carico con la schiena flessa sia un fattore predittivo di mal di schiena, né che sollevare con una schiena dritta sia più sicuro, nonostante questa convinzione diffusa.

Questo può aiutare a spiegare il perché insegnare alle persone come sollevare un oggetto non si è dimostrato efficace nella prevenzione della mal di schiena ( Hignett, 2003 , Maher, 2000Bos et al., 2006 , Martimo et al., 2008 .

Le convinzioni che stanno alla base della teoria che è bene sollevare un carico a schiena dritta è che la colonna vertebrale è una struttura vulnerabile e necessità costantemente di protezione. Queste credenze, adottate in gran parte dai medici di base influiscono sulla gestione clinica, con conseguenza devastanti.

Qual è il miglior consiglio che si può dare per sollevare un peso?

Un approccio attuale è quello che consigliare di proteggere la schiena da una flessione durante il sollevamento di un carico non è un azione utile nella gestione di un mal di schiena.

Di fatto, può alimentare credenze e pensieri negativi che portano alla paura ed alla protezioni di muoversi, fattori responsabili del mantenimento del disturbo.

Figuriamoci in presenza di un’ernia cosa possa accedere: il soggetto con mal di schiena, dalla paura di far schizzare la sua ernia, pistola alla testa si rifiuterebbe di chinarsi in avanti anche solo di un grado!!

Sappiamo inoltre che il nostro sistema produce dolore anche di fronte ad una situazione di pericolo percepito. E’ un sistema di allarme molto sensibile: ci fa percepire dolore anche prima di subire un danno tissutale.

Sollevare un peso e letteratura scientifica

Ad esempio, è stato dimostrato che pazienti con mal di schiena tendono a sollevare oggetti, anche non pesanti, con cautela: oltre a muoversi più lentamente, piegano meno la loro schiena e co-attivano i muscoli che sostengono la colonna vertebrale, il tutto per non sentire il dolore, pienamente convinti.

Sappiamo però che questa modalità di movimento e di comportamento è meno efficiente ed è legato a un carico spinale maggiore che può essere nocivo-selettivo ( Marras et al., 2001).

Ma purtroppo ancora oggi questo modo prudente di sollevamento riflette anche le strategie di sollevamento comunemente insegnate, in cui si consiglia agli individui di mantenere la schiena dritta e piegare le ginocchia.

La teoria che sollevare un carico mediante squat con la colonna estesa è il modo più sicuro di sollevamento di un carico deriva da dati in vitro che suggeriscono che è più difficile farsi male mantenendo la colonna nella sua posizione fisiologica evitando quindi la flessione ( Callaghan e McGill , 2001 ).

Tuttavia, questo non è stato confermato in vivo ( Dreischarf et al., 2016 , Kingma et al., 2010 ). 

In effetti, il sollevare un carico con la colonna flessa è dimostrato essere più efficiente ( Holder, 2013). Insegnare a persone con mal di schiena a mantenere la schiena dritta quando sollevano un carico e convincerli di questo può in effetti essere inutile.

 

Alleniamo la nostra schiena a sollevare pesi 

C’è una mancanza di prove chiare sulla relazione tra danno, danno tissutale e dolore alla schiena ( Brinjikji et al., 2015 , Jarvik et al., 2005 ). Oggi si parla di approccio biopsicosociale.

Se tutti gli elementi concorrono tra loro e pesano tutti in egual misura nell’esperienza dolorosa, collegare tutte le ipotetiche cause anziché cercare di accanirci nel voler cercare una sola unica causa è la via migliore ed efficace per gestire il dolore.

Tuttavia, è stato dimostrato che il sollevamento dello squat (schiena più dritta e piegamento del ginocchio più profondo) è meno efficiente di uno stile più arrotondato ( Holder, 2013 ).

schiena-forte

Sappiamo inoltre che l’esercizio specifico e graduato a carico  della colonna lombare è in grado modificare il contenuto metabolico del disco intervertebrale, invertendo quel processo di disidratazione con riduzione del ph con conseguente degenerazione discale.

GIONATA PROSPERI, FT, SPT, SM.

  • Esperto In Terapia Manuale nelle cefalee, emicrania
  • Fisioterapista dei disturbi dell’articolazione Temporo – Mandibolare
  • Fisioterapista dei Disturbi Vestibolari
  • C.E.O. del Centro della Colonna vertebrale di Massa
  • Fisioterapia ecoguidata

 

Dolore cronico e mancanza di sonno, che rapporto c’è?

Dolore cronico e mancanza di sonno, che rapporto c’è?

Dolore e mancanza di sonno: associazione

L’associazione tra dolore cronico e mancanza di sonno si sta dimostrando un filone di ricerca sempre più interessante e soprattutto importante.

Ormai è chiaro, da una serie di ricerche scientifiche sulla popolazione che i disturbi del sonno sono un indicatore affidabile di possibili nuovi episodi di dolore nonché della riacutizzazione dello stesso dolore cronico.

Ulteriori studi che invece utilizzano valutazioni di tipo sia oggettivo che soggettivo del dolore e del sonno, avvalorano la teoria che i disturbi del sonno tendano ad acuire l’esperienza del dolore.

In generale i ricercatori hanno mostrato come la mancanza di sonno possa compromettere quelli che sono considerati i processi principali e più importanti del riposo tanto da, in linea di principio, bloccarne  l’inibizione del dolore cronico, endogeno e articolare.

 

Dolore cronico e mancanza di sonno: i risultati

Vediamo di comprendere che relazione ci sia trai vari disturbi del sonno e l’esperienza del dolore cronico:

  • In generale quando si soffre di insonnia grave aumentano anche le possibilità che un mal di testa peggiori oppure che si verifichino nuovi casi.
  • Le possibilità che aumenti il dolore cronico di tipo muscolo-scheletrico, nei casi in cui si dorma poco e male, aumentano in modo significativo.

Gli studi prospettici indicano che:

  • Le persone che non hanno alcun dolore cronico potrebbero svilupparlo.
  • Dormire male provoca un chiaro peggioramento della prognosi per tutti i casi di cefalea e dolore muscolo-scheletrico.
  • L’insonnia, in più, può causare cambiamenti importanti nella sensazione di dolore .

Gli stessi sintomi dell’insonnia aumentano la possibilità di sviluppare, nel futuro, disturbi e anche dolore cronico in persone che non ne hanno mai sofferto.

Al contrario il dolore, anche molto intenso, non è un indicatore affidabile di insonnia.

In generale studi più approfonditi e specifici sui disturbi del sonno suggeriscono che l’insonnia sia un predittore molto affidabile sulla possibilità di avere dolore cronico.

Anche in una serie di analisi e studi che coinvolgevano fattori importanti come:

  • depressione;
  • ansia;
  • sonno;
  • affaticamento.

Dolore cronico e mancanza di sonno hanno dimostrato una chiara relazione diretta.

Allo stesso tempo dormire bene ha mostrato di:

  • Migliorare la possibilità di una guarigione completa dal dolore cronico.
  • Migliorare la prognosi a lungo termine per le persone che soffrono di emicrania, cefalea di tipo tensivo, e dolore muscolo-scheletrico.

Sono stati effettuati esperimenti per capire la relazione tra privazione del sonno e il dolore:

  • È aumenta la sensibilità al dolore.
  • Persone in buone condizioni dopo soltanto due notti in cui gli era stato tolto il sonno solo parzialmente (4 ore di meno), hanno sperimentato la comparsa di dolore fisico spontaneo.
  • Tale effetto è anche incrementato con l’aumento delle notti senza dormire.
  • È stato visto come la privazione del sonno possa anche portare a condizioni di iperalgesia (aumento patologico della sensibilità agli stimoli dolorifici).

Nei soggetti affetti da artrite reumatoide hanno riportato:

  • depressione.
  • Aumento del dolore.
  • Ulteriore affaticamento.
  • Ansia

Ormai è certo come la privazione del sonno (parziale) induca a un cambiamento dei sintomi psicosociali e psicologici in persone affette da artrite reumatoide.

 

Cosa fa la privazione del sonno agli inibitori del dolore?

Il nostro corpo ha una serie di eccitatori, ma anche inibitori, del dolore, che si attivano in determinate situazioni. La privazione del sonno tende a diminuire l’efficacia degli inibitori.

Per parametrare l’inibizione del dolore si usa una determinata scala detta CPM (Conditioned Pain Modulation) che, quando è ridotta, determina una scarsa capacità di inibire il dolore.

Insonnia, privazione del sonno o una pessima qualità del sonno hanno sono chiaramente associati a una peggiorata efficacia della CPM.

In pratica chi dorme poco o male tende ad avere inibitori del dolore che non funzionano a dovere e in modo particolare nelle persone affette da:

  • Fibromialgia.
  • Artrite reumatoide.
  • Disturbo temporomandibolare.

I pazienti che hanno subito la privazione del sonno hanno mostrato di avere una riduzione della soglia del dolore “termico”. Sembrerebbe che tale condizione tenda a rendere irregolari quelli che sono conosciuti come “sistemi oppioidi endogeni”.

Gli oppioidi endogeni sono sostanze prodotte dal nostro corpo, tra le quali abbiamo:

 

  • Endorfine
  • Endomorfine
  • Encefaline
  • Dinorfine
  • Morfina (prodotta in quantità minima).

Sostanze che, tra le altre funzioni, hanno quella importantissima di “diminuire” il dolore. Ciò potrebbe anche aumentare il rischio di quella che viene conosciuta come sensibilizzazione.

Ansia e sedentarietà: che ruolo hanno sul tuo mal di schiena

Conclusioni

C’è sicuramente una relazione importante tra dolore cronico e mancanza di sonno che va studiata per stabilire in modo chiaro e preciso che associazione c’è tra questi due elementi.

Si stanno facendo moltissime ricerche per riuscire a curare il dolore cronico tanto che si è arrivati a comprendere come ci sia una relazione con la qualità del sonno.

È importante che tutti, pazienti e medici, si rendano conto quanto il sonno incida non solo sul trattamento del dolore ma anche sulla sua stessa prevenzione.

Come abbiamo già detto dormire male ha il potenziale per poter interferire con gli stessi inibitori del dolore aumentando i marker che contribuiscono all’infiammazione e che hanno un ruolo diretto in una serie di fastidi.

Chiunque soffre di dolore cronico dovrebbe tenere conto della qualità del sonno, ciò non significa che ogni persona che dorme male ne sia soggetta, e neanche il contrario. In modo particolare si raccomanda di monitorare chi:

  • Non ha miglioramenti anche con le varie terapie.
  • Addirittura peggiora.

In questi casi potrebbe risultare utile una valutazione del rapporto tra dolore cronico e mancanza di sonno.

GIONATA PROSPERI, FT, SPT, SM.

  • Esperto In Terapia Manuale nelle cefalee, emicrania
  • Fisioterapista dei disturbi dell’articolazione Temporo – Mandibolare
  • Fisioterapista dei Disturbi Vestibolari
  • C.E.O. del Centro della Colonna vertebrale di Massa
  • Fisioterapia ecoguidata