Effetti della terapia manuale e dell’educazione alla fisiologia del dolore

Effetti della terapia manuale e dell’educazione alla fisiologia del dolore

Effetti della terapia manuale e dell’educazione “neuroplastica” nel mal di schiena cronico

Un team di esperti delle principali Università statunitensi ha effettuato una serie di “prove” per capire se gli effetti della  terapia manuale associata all’educazione neuro plastica (educazione alla fisiologia del dolore) possano essere  diversi, e migliori, rispetto alla classica tecnica tradizionale.

Lo studio riguardava 62 pazienti con lombalgia cronica sottoposti a una serie di prove e questionari per:

  • La valutazione del dolore;
  • La valutazione della disabilità, attraverso l’Oswestry Disability Index;
  • comprenderne la paura verso la patologia e la sua incidenza sulla vita del paziente, attraverso il questionario Fear-Avoidance Belief,
  • la valutazione del dolore alle gambe (attraverso una precisa scala numerica).
  • Valutare la capacità di flettersi in avanti.
  • Valutare la risposta al test SLR (Straight leg raise)

previa autorizzazione e compilazione di moduli nei quali venivano segnati i dati anagrafici e la storia clinica del paziente.

In seguito sono stati suddivisi in due gruppi, in modo del tutto casuale, per ricevere una:

  1. terapia manuale associata all’educazione neuro plastica
  2. Terapia manuale lombare.

I risultati della ricerca sugli effetti della terapia manuale

Lo studio è stato effettuato su persone (il 56% erano donne e il 44% uomini) con una età media di 60,1 anni di età e un mal di schiena cronico che durava mediamente da 9,26 anni.

È stato dimostrato come la differenza tra le due tipologie di terapia non abbia mostrato differenze degne di nota per quanto riguarda:

  • Dolore irradiato alle gambe;
  • Disabilità;
  • e mobilità del tronco.

Invece ha mostrato un miglioramento importante nel test SLR nelle  le persone sottoposte a terapia manuale associata all’educazione neuro plastica.

SLR: Straight leg raise. La valutazione neurodinamica ha come scopo la valutazione della lunghezza, della tensione e della mobilità dei vari segmenti neurologici.  Questi test vengono eseguiti per valutare la compressione e la mobilità del sistema nervoso centrale e dei nervi periferici

Tale gruppo di pazienti, in più, rispetto a coloro che sono stati sottoposti a terapie tradizionali avevano una probabilità maggiore di un miglioramento generale.

Lo studio ha mostrato come una terapia manuale associata all’educazione neuro plastica rispetto a quella tradizionalmente utilizzata di tipo biomeccanico, produca differenze sostanziali e soprattutto misurabili per quanto riguarda determinati elementi e condizioni che riguardano i problemi alla schiena e in modo particolare la lombalgia cronica.

Gli studi futuri dovranno focalizzarli sulla valutazione di questo test neurodinamico (straight leg raise, SLR) e se sia effettivamente correlato al cambiamento che si ha nelle mappe corticali che riguardano proprio la regione lombare.

Il dolore e la lombalgia cronica (Chronic low back pain, CLBP)

Da circa venti anni sia la terapia manuale che quella prettamente “fisica” si stanno focalizzando sul dolore per capirne i meccanismi che sono ancora, in grandissima parte, ignoti. Comprenderne le meccaniche è essenziale sia per alleviarlo che per combattere determinate patologie che ne sono la causa.

Inizialmente ci si focalizzava soprattutto sul capire la “biologia del dolore” e la sua fisiologia e tutti quei meccanismi lo che riguardano nonché la parte neuro-scientifica ad esso associata.

La maggior parte di questa ricerca, proprio per la diffusione del fastidio, si è andato a concentrare sulla stessa lombalgia cronica e i meccanismi che generano tutta una serie di fastidi e in modo particolare, appunto, il dolore costante.

Per fortuna la scienza ha apportato miglioramenti anche dal punto di vista tecnico e degli strumenti utilizzati per effettuare scansioni cerebrali e analisi permettendo, agli scienziati, di focalizzarsi maggiormente sui cambiamenti di tipo funzionale e strutturali del cervello di chi soffre di lombalgia cronica (CLBP).

Ormai da alcuni anni si è compreso come lo stesso corpo di una persona, nel cervello, sia rappresentato da una determinata rete di neuroni.

Tale rappresentazione si “accende” nel momento in cui vi è uno stimolo specifico in un’area, come il dolore ad esempio. Quella più nota del cervello stesso è la “corteccia somatosensoriale primaria” (S1).

Quello che più colpisce è il fatto che tali rappresentazioni neuronali delle parti del corpo sono, per così dire, dinamiche, e in modo particolare per le persone che soffrono di un dolore cronicizzato si hanno più rappresentazioni proprio nell’area della corteccia somatosensoriale primaria rispetto a chi, invece, non ne soffre.

Siamo di fronte a un fenomeno interessante e complesso dovuto al fatto che le cosiddette mappe del corpo all’interno del cervello si contraggono oppure espandono.

Ma la cosa principale che hanno visto i ricercatori è che, con l’aumento del dolore e della stessa disabilità, tali mappe neuronali tendono a modificarsi in correlazione con dette condizioni.

Tali modificazioni, che potremmo definire quasi “riorganizzazioni” tendono ad essere molto rapide. A dimostrazione è stato effettuato un esperimento in cui le dita di una persona venivano “bloccate” insieme per circa mezz’ora.

Il risultato è stato sorprendente: le stesse mappe corticali associate alle dita si sono modificate.

Si tratta di una scoperta importante perché crea il presupposto per mettere in atto nuove strategie e metodologie proprio perché mette in evidenza:

  • l’importanza del movimento,
  • delle stimolazioni tattili e
  • delle stimolazioni visiva

per mantenere la rappresentazione “esatta” della corteccia somatosensoriale primaria.

La metodologia tradizionale dei sistemi biomeccanici

In quella che viene ormai conosciuta come “metodologia tradizionale per il dolore cronico” vengono utilizzati determinati modelli di tipo biomeccanico e anatomico.

Questi implicano la presenza, più o meno importante, di condizioni precise come lesioni o patologie che portano a schemi di movimento alterati, carico asimmetrico e di conseguenza dolore e condizioni disfunzionali.

L’avvento di nuovi strumenti come anche il progresso scientifico riguardante nuove tecnologie per immagini, l’uso di ultrasuoni e analisi del cervello, hanno decretato una nuova valutazione dei metodi biomeccanici.

Ad esempio che in una persona che soffre di lombalgia una manipolazione della colonna vertebrale porti a un istantaneo effetto neurofisiologico sui muscoli della zona trattata.

Che ruolo ha il sistema nervoso centrale sul dolore?

Le tecniche classiche di tipo manuale portano anche all’attivazione di meccanismi endogeni dello stesso sistema nervoso centrale, e del cervello, andando così a mediare l’esperienza del dolore. Tali risultati portano a riflessioni importanti sul perché le terapie manuali diano benefici a chi prova una qualche forma di dolore.

Per esempio, una volta fatta una manipolazione alla zona lombare della colonna vertebrale, si ha quello che è definito come “effetto neurofisiologico immediato” ai muscoli della zona trattata. Tali tecniche manuali provocano anche degli effetti endogeni al sistema nervoso centrale e anche nel cervello.

Mal di schiena e postura: leggenda metropolitana!

Risultati che aiutano e spingo in avanti la ricerca per comprendere come un approccio terapeutico simile possa effettivamente aiutare le persone a soffrire meno.

Vista ormai la continua evoluzione e conoscenza  delle cosiddette mappe funzionali, in modo particolare per la lombalgia cronica, potremmo definire una tecnica di tipo manuale come una sorta di “riqualificazione” sensoriale.

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In uno studio recente sulla lombalgia cronica i ricercatori hanno domandato ai soggetti di indicare, a grandi linee, i punti dove venivano sfiorati nella zona lombare dolente (il contatto durava 5 minuti).

Subito dopo è stata chiesta una valutazione del dolore su scala numerica andando a scoprire che era addirittura diminuito. Anche la capacità di “flettersi” in avanti aveva ottenuto dei netti miglioramenti.

La metodologia e lo studio

Lo studio effettuato ha ottenuto l’ufficialità dall’Institutional Review Board e registrato come “clinical trial” numero NCT02757378.

Si è trattato di uno studio clinico randomizzato in cui ogni partecipante viene assegnati in modo del tutto casuale a uno dei due gruppi:

  1. Gruppo sperimentale (EG) con 33 soggetti.
  2. Gruppo di controllo (CG) con 29 soggetti.

Tutti i 62 pazienti sono stati messi al corrente che si trattava di uno studio mirato a comprendere l’efficacia di una terapia manuale per la lombalgia cronica, fornendo anche il loro consenso firmato.

Prima di mettere  in atto le varie terapie manuali sono state redatte delle schede personali attraverso interviste per sapere:

  • Sesso.
  • Età.
  • Etnia.
  • Reddito
  • Durata della lombalgia cronica.
  • Altre terapie effettuate per il mal di schiena.
  • Beneficio percepito dalle date terapie.

In più i pazienti hanno anche compilato altri questionari tecnici per accertare il loro livello di disabilità e paura al momento in cui si erano segnati per lo studio clinico.

Sono state effettuate poi altre 4 misurazioni prima e dopo la terapia manuale per i seguenti parametri:

  1. Dolore, usando parametri numerici (quello medio riscontrato è di 2.0 secondo l’NPRS).
  2. Flessione lombare, la capacità quindi di piegarsi in avanti misurata dal dito più lungo della mano.
  3. Aumento della gamba dritta (o SLR) misurata appunto con un inclinometro.

In modo particolare i pazienti hanno effettuato la prova del dolore (NPRS) e test della flessione lombare (SLR) subito dopo la tecnica di terapia manuale.

Dei 62 pazienti analizzati nella ricerca il 56,6% erano donne e l’età media di 60,14 anni con una durata media del mal di schiena cronico di 9,26 anni.

Circa il 79% dei soggetti si era sottoposta a una serie di terapie mirate a contrastare la lombalgia cronica con una classica terapia manuale. In generale avevano riscontrato risultati positivi nel ricevere tali trattamenti.

Dallo studio clinico in oggetto si evince come non ci sia una significativa interazione tra lombalgia cronica, dolore alle gambe e capacità di inclinazione del tronco.

Di contro è stata invece notata una discreta interazione con l’ SRL.

Conclusioni sulla terapia manuale associata all’educazione neuroplastica

Lo studio non ha lo scopo di esaminare nello specifico se ci sono stati cambiamenti a livello corticale in linea con l’utilizzo delle stesse tecniche manuali. Saranno necessari altri studi per comprendere tali tecniche e se l’aumento della SLR sia da associare o meno alla “rimapattura corticale”.

Allo stesso tempo, tali risultati, indicherebbero come la terapia manuale possa essere vista come una forma di integrazione e discriminazione dal punto di vista sensoriale e della rimappatura corticale.

Ad avvalorarlo un recente studio sul dolore, in ambito delle neuroscienze, utilizzando la risonanza magnetica funzionale, che ha mostrato nei pazienti che soffrono di lombalgia cronica cambiamenti corticali immediati nel cervello e addirittura anche nella corteccia motoria.

Altri studi hanno invece mostrato che le terapie, attraverso il “tocco manuale” hanno un effetto terapeutico sulla LOMBALGIA CRONICA e mostrato chiari cambiamenti nell’ SLR e un effetto ipoalgesico immediato con conseguente miglioramento della mobilità del tronco.

Anche se ancora si deve avere un quadro preciso emerge una relazione netta tra:

  • terapia manuale,
  • rimappatura corticale,
  • sulla sua influenza sul dolore,
  • sulla mobilità.

.

I recenti studi sulle neuroscienze hanno mostrato come una combinazione delle sessioni di “educazione al dolore” combinate con il movimento danno risultati migliori.

Lo studio rafforza quindi il bisogno di mettere a sistema entrambi gli aspetti della terapia (educazione al dolore con la terapia manuale) migliorando anche il rapporto tra terapeuta e paziente che diverrà parte più attiva nel processo di guarigione.

GIONATA PROSPERI, FT, SPT, SM.

  • Esperto In Terapia Manuale nelle cefalee, emicrania
  • Fisioterapista dei disturbi dell’articolazione Temporo – Mandibolare
  • Fisioterapista dei Disturbi Vestibolari
  • C.E.O. del Centro della Colonna vertebrale di Massa
  • Fisioterapia ecoguidata
Terapia manuale per il mal di schiena: c’è dell’altro?

Terapia manuale per il mal di schiena: c’è dell’altro?

La terapia manuale per il mal di schiena  è un insieme di movimenti passivi e qualificati, applicati da medici e in modo particolare fisioterapisti, in cui si agisce direttamente su:

  • muscoli,
  • tendini,
  • articolazioni,
  • fasce

Si rivolgono a una serie di differenti strutture anatomiche con l’intento di generare cambiamenti positivi in alcuni aspetti dell’esperienza del dolore nel paziente.

La terapia manuale serve anche per aiutare il paziente a gestire in modo migliore il dolore muscolo-scheletrico attraverso l’influenza su fattori:

  1. biomeccanici,
  2. neurofisiologici,
  3. psicologici

 

Da qui i comprende come l’approccio sanitario debba evolversi e non essere più standardizzato ma muoversi verso una tendenza che porti alla personalizzazione delle terapie, permettendo anche a chi soffre di comprendere al meglio i meccanismi che generano il dolore stesso.

 Dove nasce la terapia manuale

Le terapie che approcciano i vari problemi fisici attraverso la manipolazione del corpo umano sono vecchie di secoli, a volte anche millenni, e sono praticate da sempre in tutte le zone del Mondo andando a convergere verso una scienza comune.

La Terapia Manuale è quindi una disciplina antica che si è sviluppata parallelamente in molte culture. Le tecniche muscolari sono state rappresentate dagli antichi egizi nei loro pittogrammi.

Nei documenti più vecchi della medicina tradizionale cinese o anche in testi sanscriti provenienti dall’India si trovano tecniche di manipolazione muscolare.

I primi testi di Ippocrate (padre della medicina) descrivono l’uso di tecniche articolari e muscolari. Da tutte queste culture, nate nei secoli in aree differenti del globo, si sono sviluppate infine delle vere e proprie scuole di pensiero che hanno portato alla nascita di nuove discipline:

  • Osteopatia.
  • Fisioterapia
  • chiropratica
  • Terapia del massaggio.

 

Si tratta di tecniche che vanno a “lavorare” sul tessuto articolare, quello muscolare e connettivo, nonché neurovascolare.

Effetti della terapia manuale

La terapia manuale si svolge attraverso una serie di movimenti specifici che portano alcuni cambiamenti strutturali all’interno dei tessuti specifici. Comporta anche cambiamenti nella neurofisiologia del paziente e di conseguenza:

  • Riduzione dei marcatori infiammatori.
  • Diminuzione del dolore.
  • Modifica delle aree corticali coinvolte.
  • Eccitazione del sistema nervoso simpatico.

Questi sono alcuni dei più probabili benefici che il paziente potrebbe ottenere in risposta a una buona terapia manuale. A incidere notevolmente sono anche altri fattori di carattere psicologico, su tutti le aspettative, il contesto in cui viene svolto l’intervento e il rapporto di fiducia tra terapeuta e paziente.

Abbiamo visto in un precedente articolo, come l’aspettativa del paziente è un fattore ancora più importante riguardante proprio il grado ed il tipo di mobilizzazione.

Paura o altri fattori psicologici di tipo negativo (fino anche catastrofici), portano spesso a una notevole diminuzione dei potenziali benefici della manipolazione stessa.

Leggi l’articolo: Mal di schiena: quando preoccuparsi?

Leggi l’articolo: ernia del disco, capirle per non allarmarsi

Dati i molteplici fattori che concorrono a una buona Terapia Manuale sono necessari ulteriori studi e sperimentazioni per capire i reali cambiamenti neurofisiologici. Come lo stesso “dosaggio” della terapia manuale che a oggi è ancora sconosciuto e si basa sull’esperienza dei professionisti.

In più, proprio a sottolineare l’importanza di terapie personalizzate vanno prese in considerazione anche le caratteristiche genetiche di ogni singolo paziente.

Cos’è davvero la Terapia Manuale?

La terapia manuale viene descritta, in modo particolare dai terapisti, in funzione del tipo di tessuto che viene “preso di mira” e quindi manipolato.

Si tratta quindi di lavorare sul muscolo, sul tessuto connettivo o focalizzarsi invece sul sistema neurovascolare. Di rado la terapia è indirizzata a solo uno dei tre ma si tende a lavorare in sinergia per ottenere i migliori benefici.

Le tecniche principalmente diffuse sono:

  • La manipolazione fasciale, o tecnica mio-fasciale.
  • La mobilizzazione articolare.
  • la manipolazione.
  • Il massaggio connettivale.
  • La massoterapia.

Ma ciò che veramente aiuta il paziente è l’utilizzo sistemico delle varie tecniche che spesso si sovrappongono, ad esempio chiropratici, fisioterapisti e osteopati forniscono tutti terapie mirate a ciascuna di queste aree.

Le principali discussioni sulla terapia manuale si focalizzano, quasi banalmente, proprio sulla parte prettamente “manuale”, ossia sulle tecniche messe in atto dal professionista che hanno lo scopo di apportare cambiamenti benefici in alcune zone del paziente.

Come ad esempio le classiche scrocchiate manipolative del chiropratico che da una parte spaventano ma procurano istantaneamente un benefico sollievo.

 La terapia manuale per il mal di schiena: é tutta qui o c’è altro?

La Terapia Manuale non è solo “manipolazione”, quest’ottica miope porta troppo di frequente i pazienti anche ad adagiarsi senza diventare parte attiva della loro terapia.

Nella Terapia Manuale c’è anche una filosofia più ampia di cura del paziente che non lo vede solo come un ammasso di ossa e muscoli, ma un sistema più complesso in cui anche gli aspetti emotivi e psicologici contano profondamente.

È una terapia che implica di certo una parte “manipolativa” delle strutture ma anche:

  • Un processo diagnostico ad hoc.
  • L’interazione sana e chiara tra paziente e terapista.
  • La rieducazione al movimento.
  • Consigli e fattori cognitivo-comportamentali.
  • Stile di vita.
  • Parte attiva del paziente nella stessa terapia.

Sono tutti fattori che influenzano moltissimo il miglioramento clinico del paziente con dolori di tipo muscolo-scheletrico (es: con lombalgia cronica).

Il dolore e la sua percezione soggettiva

Capita che gli stessi medici e terapisti mettano in dubbio il dolore percepito dai loro pazienti, come se si trattasse di qualcosa di oggettivo.

L’Associazione Internazionale per lo Studio del Dolore definisce il dolore come:

 

“… un’esperienza sensoriale ed emotiva spiacevole che è associata al danno tissutale reale o potenziale o descritto in tali termini

E ancora:

Il dolore è sempre soggettivo, ogni individuo impara l’applicazione della parola attraverso esperienze correlate al pregiudizio nella vita

 

Da tali parole si evince come il dolore non sia mai qualcosa di standardizzato e che la percezione del dolore del paziente non vada sottovalutata né messa in discussione. Esso è un’esperienza individuale su cui incidono molteplici elementi come l’abitudine, lo stress e il vissuto di chi lo prova.

 

Negli ultimi 20 anni sono stati fatti moltissimi studi per capire come funziona il meccanismo del dolore. L’assunto del “no brain no pain (niente cervello niente dolore), metteva in risalto come il dolore fosse una condizione esistente nella mente.

Invece tale paradigma è stato modificato di recente in “no brain, no pain experience che mette in evidenza come il cervello faccia “sentire” il dolore ma che la sua presenza, anche senza tale percezione, è reale!

Il dolore e la Terapia Manuale 

Esistono innumerevoli casi che dimostrano l’efficacia della Terapia Manuale su una grande varietà di casi di condizioni muscolo-scheletriche e sul dolore.

È una terapia non invasiva, se fatta da personale esperto, economicamente più vantaggiosa rispetto agli interventi usati più di frequente ed è di rado associata a gravi complicanze essendo simile, come profilo di rischio, a un esercizio fisico.

Sono stati condotti più studi su disturbi muscolo scheletrici:

  • Lombalgia cronica.
  • Dolore alla spalla.
  • Dolore Cervicale.

Hanno dimostrato come la terapia abbia dato, come esito primario, una diminuzione del dolore sia a riposo che in movimento.

Pertanto è chiaro che la Terapia Manuale produca notevoli benefici e soprattutto porti a una riduzione dell’intensità e della durata del dolore.

Le ragioni e i meccanismi alla base di risultati clinici associati alla Terapia Manuale non sono tutt’ora ben chiari e definiti. Scoprirli permetterebbe sia di individuare i pazienti che ne beneficerebbero e anche quelli che dovrebbero riceverla.

I meccanismi che rendono una Terapia Manuale efficace sono probabilmente una combinazione di effetti biomeccanici e neurofisiologici attraverso uno stimolo meccanico dovuto alla stessa manipolazione a sistema con il contesto e il modo con cui viene fornito il trattamento.

biopsicosociale

Semplificando potremmo dire che i parametri che incidono sulla validità di un trattamento manuale sono molteplici e in modo particolare:

  • Il soggetto che lo riceve e il suo atteggiamento, umore e aspettative di guarigione.
  • La qualità dello stesso trattamento, ecco perché è sempre opportuno rivolgersi a professionisti qualificati.
  • L’ambiente e il contesto.

Da questi elementi si comprende quanto sia fondamentale studiare e approfondire attraverso ulteriori esami e test clinici.

Il futuro della Terapia Manuale per il mal di schiena

È ormai certo che la Terapia Manuale sia un efficace trattamento che contribuisce al recupero delle capacità funzionali, ma che dovrebbe essere incluso in un approccio multimodale mirato al recupero funzionale del paziente.

Le prove attuali mostrano come un mix sinergico tra:

  • esercizio fisico,
  • istruzione del paziente e
  • terapia manuale,

diano i migliori risultati.

Esso dovrebbe includere anche aspetti psicologici e psicosociali per una più attenta presa di coscienza e valutazione dell’esperienza del dolore che, come detto, è differente per ognuno di noi.

cervello

LOMBALGIA? NON E’ SEMPRE QUESTIONE DI SCHIENA

Mentre continuiamo a studiare il dolore, e la sua gestione attraverso la terapia manuale, diventa più evidente che ci troviamo di fronte a un mosaico molto complesso influenzato da altri fattori genetici legati alla plasticità neurale periferica e centrale.

Proseguendo nelle indagini e negli studi continuiamo a scoprire biomarcatori che sono alla basse della complessa patofisiologia del dolore e dalla transizione da dolore acuto a quello cronico.

Ormai è palese che l’assistenza sanitaria si debba spostare verso trattamenti personalizzati basati su meccanismi “differenti” per ognuno (questo sta lentamente accadendo). Ciò che diverrà sempre più necessario è la comprensione del modo con cui la terapia manuale influenzi tali meccanismi.

La terapia manuale per il mal di schiena, anche se non se ne conosco appieno i meccanismi, è una delle migliori terapie che abbiamo a disposizione per alleviare (in alcuni casi curare), il mal di schiena e i suoi sintomi.

Se ovviamente si ha la lungimiranza di non applicarla in modo standardizzato ma valutando nel complesso i bisogni psicologici, emotivi e le aspettative del paziente.

GIONATA PROSPERI, FT, SPT, SM.

  • Esperto In Terapia Manuale nelle cefalee, emicrania
  • Fisioterapista dei disturbi dell’articolazione Temporo – Mandibolare
  • Fisioterapista dei Disturbi Vestibolari
  • C.E.O. del Centro della Colonna vertebrale di Massa
  • Fisioterapia ecoguidata
Attività aerobica  e mal di schiena

Attività aerobica e mal di schiena

Attività aerobica o palestra per contrastare il mal di schiena?

È una domanda che molto spesso ci si pone se si soffre di lombalgia, specialmente se cronica. Prima di tutto dobbiamo dire che, in base alle recenti ricerche, è importante capire che c’è una forte correlazione tra sedentarietà e mal di schiena.

Quindi è comunque fondamentale modificare il proprio stile di vita; di seguito uno studio effettuato per capire quale attività è migliore tra camminata e pesi contro il mal di schiena

La lombalgia è un problema altamente diffuso nei paesi economicamente più sviluppati, si stima che nell’arco della propria vita circa il 70% delle persone ne soffrano per almeno un periodo. La condizione diviene infine cronica in circa il 10% della popolazione.

Gli approcci tradizionali per curare il mal di schiena

Esistono un grandissimo numero di metodologie, più o meno valide o scientificamente provate, che tentano di dare sollievo o curare la lombalgia.

Nella letteratura scientifica è dimostrato che gli approcci attivi, come ad esempio:

  • il rafforzamento dei muscoli della schiena o di quelli addominali,
  • esercizi di coordinazione,
  • allenamento generico,
  • esercizio aerobico,

riducano il dolore e apportino anche una serie di miglioramenti generici nonché alle capacità funzionali.

In una valutazione su ben 47 studi clinici sulla lombalgia è emerso che gli approcci attivi, su tutti il potenziamento muscolare, siano molto più efficaci per il guadagno di capacità funzionali rispetto a molte altre tecniche di trattamento della patologia.

Per quanto riguarda invece la classica attività aerobica (es. la corsa), è ormai noto e certo il fatto che offra moltissimi benefici e abbia effetto su:

  • dolore,
  • depressione,
  • ansia,
  • paura del movimento,
  • umore

In più, tra le molteplici attività fisiche raccomandate alla popolazione, quelle a piedi (che siano camminata veloce o jogging), è noto essere le più sicure con il più basso tasso di infortuni.

Correre o camminare vengono spesso, nelle cliniche per il mal di schiena, raccomandati ai pazienti con lombalgia. A questo si aggiungono anche alcuni studi che hanno valutato positivamente tali pratiche come veri e propri trattamenti.

Siamo di fronte a interventi che includono:

  1. un allenamento per la deambulazione con intensità moderata,
  2. camminata con bastoni da sci per aiutarsi,
  3. allenamento a piedi con trazione verticale (es. scale).

In tutti e tre i casi è stata riscontrata una riduzione del dolore e un miglioramento funzionale. La ricerca in oggetto serve per valutare l’effetto dell’allenamento aerobico (corsa, camminata), durante l’allenamento in cui si vuole avere un potenziamento muscolare e un miglioramento delle abilità funzionali.

Il metodo di analisi utilizzato per capire se e quanto l’attività aerobica sia utile per il mal di schiena

Gli scienziati hanno effettuato rilevazioni su test in cui i soggetti camminavano per 6 minuti tenendo in considerazione anche la differenza di velocità tra chi soffre di mal di schiena e chi invece non ha problemi.

Hanno notato come l’esercizio attivo a piedi migliori le prestazioni del paziente con lombalgia cronica.

I soggetti sono stati reclutati dal Dipartimento di Fisioterapia di Maccabi (Israele) con una età compresa tra 18-65 anni, con dolore lombare cronico da più di 3 mesi con o senza irradiazione agli arti inferiori.

Sono stati invece esclusi tutti coloro che avevano almeno uno dei seguenti parametri:

  • fisicamente attivo,
  • ha subito fratture o interventi chirurgici negli ultimi 6 mesi,
  • cardiopatici,
  • con angina instabile,
  • con insufficienza cardiaca congestizia,
  • con bypass effettuato negli ultimi 6 mesi,
  • ha ricevuto trattamenti contro il cancro,
  • soffre di mal di schiena per un incidente.

Come detto il test si basava su una camminata intensa della durata di 6 minuti in cui il partecipante, nel suddetto tempo, doveva percorrere la maggior distanza possibile.

In seguito sono stati fatti dei test per valutare la condizione funzionale della persona come quello adattivo denominato Back Pain Functional Scale e vari questionari.

Due fisioterapisti con esperienza pluriennale nella riabilitazione muscolo-scheletrica erano responsabili prima e dopo la valutazione del soggetto.

Sempre un fisioterapista senior (con 17 anni di esperienza nella riabilitazione muscolo-scheletrica) era invece responsabile di tutte le sessioni di allenamento con i soggetti partecipanti al test.

Questi, a loro volta, sono stati divisi in due gruppi:

  1. Gruppo a piedi.
  2. Gruppo di esercizi.

Ogni gruppo, a sua volta, suddiviso in sottogruppi di età: 18-44 e 45-65 anni.

I gruppi sperimentali hanno partecipato a programmi di 6 settimane. La frequenza di allenamento era per tutti di 2 volte a settimana con sessioni che duravano 20 minuti nella prima e aumentavano di 5 minuti a settimane per le seguenti fino alla quinta.

Nel gruppo a piedi i partecipanti camminavano su dei tapis roulant con un riscaldamento di 5 minuti a velocità bassa per poi settarsi a un livello intenso. Nelle ultime due settimane la durata era di quindi 40 minuti a sessione.

Il gruppo di esercizi eseguiva invece attività e movimenti atti al rafforzamento del tronchi e degli arti inferiori e superiori. Anche qui ogni sessione iniziava con 5 minuti di riscaldamento per poi proseguire con una fase “a basso carico”.

Infine si arrivava a una fase in cui si incrementavano i carichi e le stesse ripetizioni.

I risultati delle ricerche

Lo studio in oggetto serviva a valutare l’efficacia di un programma basato sulla camminata rispetto a un programma di esercizi di rafforzamento che, secondo la letteratura, è stato considerato il trattamento più efficace per il guadagno funzionale tra le persone con lombalgia cronica.

È stato anche riscontrato che entrambi i gruppi di studio sono migliorati con risultati simili in tutti i parametri presi in considerazione.

La durata dello studio, come abbiamo detto di appena 6 settimane, avrebbe potuto mostrare differenze più significative nei risultati se fosse durato di più.

La prima cosa che si evince da questo studio, come dai molteplici altri che sono stati fatti sull’allenamento rispetto alla lombalgia cronica, è l’importanza di avere una vita attiva che non obbliga per forza ad estenuanti sedute in palestra.

Conclusioni

In conclusione, in rapporto alla attività aerobica e il mal di schiena possiamo affermare che un programma di camminata:

  • a intensità moderata,
  • due volte a settimana,
  • per sei settimane

migliori le prestazioni funzionali e la resistenza muscolare nelle persone con lombalgia cronica.

GIONATA PROSPERI, FT, SPT, SM.

  • Esperto In Terapia Manuale nelle cefalee, emicrania
  • Fisioterapista dei disturbi dell’articolazione Temporo – Mandibolare
  • Fisioterapista dei Disturbi Vestibolari
  • C.E.O. del Centro della Colonna vertebrale di Massa
  • Fisioterapia ecoguidata

 

Sedentarietà e mal di schiena cronico

Sedentarietà e mal di schiena cronico

È nota da tempo la relazione tra la sedentarietà e il mal di schiena, come anche l’importanza di muoversi e mantenere un buon tono muscolare per contrastare una lombalgia (vedi articolo: Come diminuire il dolore alla schiena? Tirando su grandi pesi!)

Di recente è stato effettuato uno studio per capire la fattibilità di un in un intervento focalizzato a ridurre il dolore di chi soffre di lombalgia cronica (CLBP) e che tende a passare molte ore a una scrivania.

I partecipanti erano 27 con una età media di 52 anni di cui il 78% donne, tutti i partecipanti passavano moltissimo tempo ogni settimana alla scrivania (almeno 20 ore!).

Tutti hanno ricevuto una sorta di “braccialetto elettronico” che serviva per sollecitare l’attività nei soggetti, per evitare quindi una certa sedentarietà stando seduti tutto il tempo senza muoversi. A questo va aggiunto un tutor che regolarmente faceva loro una consulenza sulle migliori strategie d’approccio al mal di schiena.

Dopo circa sei mesi i ricercatori hanno notato come ci fosse una diminuzione nelle ore consecutive trascorse in posizione seduta dai partecipanti con un decremento anche dei parametri che indicano disabilità e dolore.

Per quanto si tratti di un “esperimento” su piccola scala, come detto i partecipanti erano solo 27, esso ha mostrato come una rieducazione di determinati comportamenti in specifici ambiti lavorativi possa contrastare alcuni sintomi del mal di schiena.

Questo esperimento mostra in modo inequivocabile come ci sia una correlazione tra sedentarietà e dolore cronico (in questo caso dovuto a una forma di lombalgia).

Il problema globale della lombalgia cronica: introduzione

Il classico “mal di schiena” è una patologia molto comune che ormai colpisce circa il 9-10% della popolazione mondiale. Si tratta di stime ma che mostrano quanto tale patologia sia rilevante e costosa, sia dal punto di vista della sanità pubblica che privato.

Risorsa 4@4xAnche se sono aumentati i costi per contrastare e prevenire la lombalgia cronica (ad esempio negli Stati Uniti si stima che l’incremento in spese mediche sia stato del 100% tra il 1996 e il 2013), è in  continuo aumento.

 

La maggior parte dei malati sperimentano dolore per almeno 12 settimane facendo fatica a lavorare e svolgere le normali attività. A questo va aggiunto che la medicina non riesce a curare la patologia ne tantomeno a ridurne in modo efficacie i fastidi (es. dolore).

Di conseguenza i ricercatori ed esperti della colonna vertebrale hanno compreso come l’approccio debba essere modificato e non soltanto focalizzato a terapie mediche e farmacologiche.

Hanno quindi iniziato a proporre approcci terapeutici non farmacologici che includono:

  • Esercizio fisico.
  • Dimagrimento
  • Terapia cognitivo-comportamentale.

 

Ad esempio, un recente studio, ha mostrato come gli interventi di terapia cognitivo-comportamentale portino benefici più a lungo termine rispetto ad altre più costose.

Allo stesso tempo si è anche visto come tale terapia da sola non portasse migliorie così grandi da aiutare concretamente il paziente: in pratica la terapia cognitivo-comportamentale da benefici che perdurano ma sono di lieve entità.

Questo suggerisce quindi la necessità di combinare in modo sistemico e sinergico la terapia con altre che diano, invece, risultati più importanti. Quella con l’esercizio fisico sembrerebbe essere la più adatta e complementare.

Spingere le persone a diminuire le ore passate “incatenati” davanti a un monitor e la diminuzione di una vita sedentaria potrebbe essere una strategia di trattamento aggiuntiva.

Ciò che si mira a ottenere è la diminuzione di quello che viene comunemente definito come “comportamento sedentario”: ossia uno stile di vita in cui si passa la maggior parte del tempo seduti o anche sdraiati ed è caratterizzato dalla quasi, o totale, mancanza di esercizio fisico.

Lavoro e mal di schiena

Stare seduti per troppo a lungo potrebbe contribuire ad acuire la lombalgia cronica, nonché i sintomi ad essa associati, causando:

  • Diminuzione della circolazione sanguigna.
  • Peggioramento del tono muscolare della schiena e anche delle gambe.
  • Postura scorretta.
  • Incremento del dolore e della rigidità.

Inoltre, coloro che soffrono di lombalgia cronica e provano molto dolore, potrebbero aver paura di effettuare determinati movimenti spingendoli ancora di più a una staticità che provocherebbe ulteriori danni.

 

Chi lavora alla scrivania ha una maggiore probabilità di soffrire di mal di schiena, si stima infatti che un numero dal 30% al 50% di loro, durante l’anno, ne soffra per periodi prolungati.

Gli studi hanno mostrato come gli interventi mirati a diminuire questi comportamenti “sedentari” sul posto di lavoro abbiano avuto due effetti precisi:

  • Diminuire i casi di mal di schiena o la durata degli attacchi.
  • Hanno mantenuto costante il livello di produttività.

Considerando la difficoltà a implementare nuovi standard comportamentali all’interno di un ufficio, aver mantenuto la stessa produttività, indica come un approccio su larga scala potrebbe addirittura incrementarla.

Si avrà anche, di conseguenza, una diminuzione delle assenza sul posto di lavoro per i disturbi causati dal mal di schiena.

Va aggiunto che questi studi sono stati effettuati per periodi brevi (circa 3 mesi) andando a modificare solo il comportamento sedentario dei lavoratori, senza quindi includere modifiche strutturali come ad esempio l’implementazione di postazioni utilizzabili anche in piedi e simili.

Lo studio precedentemente menzionato (su 27 pazienti) e durato sei mesi, serviva proprio a mettere a sistema una serie componenti che portassero a una analisi più precisa.

Oltre quindi alla suddetta terapia cognitivo-comportamentale sono stati aggiunti anche altri elementi come strutture, desk e postazioni ergonomiche che diminuissero il “bisogno” di stare seduti permettendo di lavorare anche in piedi.

Sono state implementate più pause nelle quali i soggetti dovevano muoversi.

Sedentarietà e dolore cronico, che relazione e c’è cosa fare

Le persone coinvolte nella ricerca hanno dichiarato di avere una discreta soddisfazione/benefici dovuti all’utilizzo di nuove terapie e metodiche atte a diminuire la sedentarietà sul posto di lavoro.

Nel tempo si è notato un miglioramento della lombalgia cronica, sia per quanto riguarda il dolore che la mobilità stessa, con una riduzione significativa della disabilità correlata alla CLBP

Lo studio non è di certo sufficiente a dare una risposta precisa e univoca sulla validità di questi nuovi metodi e approcci terapeutici. Sarà necessario effettuarne di nuovi, su scala maggiore, che mettano in luce la veridicità delle ipotesi riscontrate.

Di sicuro, anche se lo studio non è in grado di prevedere diminuzioni statisticamente significative del dolore auto-valutato e della funzionalità fisica, dimostra come muoversi di più porti benefici piccoli o moderati che potrebbero portare a miglioramenti molto maggiori se applicati su scala più ampia.

Si tratta di un nuovo approccio globale per la cura della lombalgia cronica proprio attraverso una serie di metodiche messe a sistema di carattere medico, terapeutico, cognitivo-comportamentale.

Quindi se si vuole avere benefici certi e duraturi diviene necessario modificare il proprio stile di vita, perché sedentarietà e dolore cronico, da quanto emerge, sono strettamente correlati.

GIONATA PROSPERI, FT, SPT, SM.

  • Esperto In Terapia Manuale nelle cefalee, emicrania
  • Fisioterapista dei disturbi dell’articolazione Temporo – Mandibolare
  • Fisioterapista dei Disturbi Vestibolari
  • C.E.O. del Centro della Colonna vertebrale di Massa
  • Fisioterapia ecoguidata

 

Come diminuire il dolore alla schiena? Tirando su grandi pesi!

Come diminuire il dolore alla schiena? Tirando su grandi pesi!

Perchè fa male la schiena?

In questo articolo vi spiegherò perchè rinforzare la schiena attraverso grandi pesi può portare ad un gran beneficio in termini di prevenzione

Per far capire l’entità del problema circa l’80% degli adulti soffre di una qualche forma di mal di schiena. Siamo quindi di fronte a una vera e propria piaga sociale con costi esorbitanti per la sanità pubblica.

Ma perché la schiena fa male? Secondo molti è dovuto al fatto che ci siamo evoluti molto velocemente, quindi assumendo la posizione eretta non abbiamo avuto il tempo di “fortificarla” per questa nuova condizione.

Per quanto ci sia certamente una base di verità, la realtà è ben diversa: usiamo male la nostra potente e ben strutturata schiena. Infatti è una delle zone più forti e resistenti del nostro corpo.

Ognuno di noi è convinto che, ad esempio, se sollevi carichi pesanti facendo sforzo proprio sulla schiena rischi di farti molto male. Di conseguenza moltissimi luoghi di lavoro hanno creato “ambiti” ergonomici per minimizzare gli infortuni e le varie lombalgie.

Per non parlare dello sport, soprattutto su quelli che necessitano di caricare sulla zona grandi pesi (es. bodybuilding), in cui si sostiene l’importanza di non affaticare la schiena fino al punto di evitare sforzi eccessivi.

Le recenti ricerche invece hanno dato risultati sorprendenti che spingono a un nuovo approccio per capire anche come diminuire il dolore alla schiena.

Stress e pressione sono potenzialmente molto dannosi per la schiena, questa è una leggenda metropolitana che va sfatata per migliorare la condizione della schiena. Infatti, entro limiti logici, lo stress causato ad esempio da un allenamento spinge il corpo a fortificarsi e ad essere nel tempo più resistente.

Da qui si comprendono due conclusioni fondamentali:

  1. Troppo stress, anche sottoforma di allenamento, può essere nocivo per l’organismo.
  2. La colonna vertebrale può rinforzarsi grazie allo sforzo e al “giusto stress”.

Deve essere fatto un allenamento ben mirato e costante che permetta a tutti gli elementi del corpo di crescere e fortificarsi: muscoli, legamenti, articolazioni fino anche le stesse ossa.

È stato dimostrato che la mancanza di “lavoro fisico”, stress o allenamento che sia, è dannoso per la nostra colonna vertebrale che deve sempre mantenersi allenata per essere più efficiente.

Ad esempio hanno studiato gli astronauti di varie missioni spaziali scoprendo l’insorgenza di mal di schiena anche in chi non ne soffriva prima della partenza. La mancanza di forza di gravità, e quindi di lavoro costante della zona lombare, ha portato a un peggioramento del tono di muscoli e tessuti causa in seguito del dolore.

Trovare il “punto debole” per diminuire il dolore alla schiena

Fare sport e andare in palestra fa bene. Sembra un assunto tanto ovvio quanto banale eppure in molti ancora hanno uno stile di vita sedentario e soffrono comunque di mal di schiena.

In palestra, quando si inizia a lavorare con i pesi, viene spiegato come alcuni esercizi e movimenti a carico della schiena debbano essere evitati al punto che si da sempre la colpa della lombalgia allo sport.

Piegare e ruotare la schiena, specialmente sottosforzo, è considerato il rischio maggiore per il quale si verificano lesioni, infortuni e traumi di vario genere.

Un recente studio ha analizzato proprio un gran numero di canottieri di alto livello per studiare la condizione della loro colonna vertebrale soggetta a un continuo stress dinamico.

I vogatori inarcano e piegano la schiena, facendo leva sui remi, ogni giorno per centinaia di volte scatenando tutta la loro potenza muscolare per andare alla massima velocità.

Quindi loro soffrono tutti di mal di schiena? La risposta è no! Nell’arco di un intero anno circa il 30% di loro avrà un unico episodio di lombalgia andando a riprendersi completamente in quasi la totalità dei casi.

Sembrerebbe esserci una sorta di “punto debole” nella teoria che fare sport e determinati movimenti faccia male proprio perché la schiena tende gradualmente, se allenata, a far fronte allo sforzo. Infatti si è visto come gli infortuni a questi atleti avvengano solo nel momento in cui si effettuino movimenti con aumenti di carico troppo rapidi, senza quindi il giusto allenamento.

Al contrario, per i canottieri ben allenati, che muovono nel modo giusto non solo la schiena, ma anche i fianchi e le ginocchia i rischi sono notevolmente inferiori.

Un altro risultato che contraddice l’idea comune che carichi eccessivi siano “sempre” deleteri per la schiena e mostra come gli stessi rematori tendano a piegare la schiena durante il carico, cosa solitamente sconsigliata.

Più stabile quando è più curvo

Spesso si vuole capire come diminuire il dolore alla schiena andando a mettere in atto una serie di “credenze” metropolitane che non hanno nulla a che vedere con un attento e metodico studio scientifico.

Ciò che in pochi sanno è che la nostra colonna vertebrale è più stabile proprio quando è curvata! Anche il consiglio di piegare le ginocchia per alzare i pesi da terra è spesso impreciso: piegando le gambe si utilizzano altri muscoli che spesso non sono allenati e adatti a quel tipo di sforzo, al contrario di una schiena in forma!

Per cui è consigliabile fortificare tutti i muscoli utilizzati per tirare su carichi pesanti, non solo le gambe e i fianchi ma soprattutto quelli della schiena la cui potenza è necessaria per evitare infortuni gravi e dolore.

Purtroppo negli ultimi decenni l’uomo moderno si è profondamente impigrito avendo uno stile di vita poco attivo, carico di alimenti grassi e dolci, che lo ha portato a due conseguenze disastrose per la schiena:

  1. Obesità. Che comporta un carico costante su legamenti, ossa e muscoli di tutto il corpo. Senza contare una serie di problemi accessori come ipertensione, rischio diabete, malattie cardiovascolari, diminuzione del testosterone con conseguente peggioramento dell’umore e del tono muscolare.
  2. Siamo sempre meno in forma e questo comporta una diminuzione del tono muscolare dovuta alla mancanza di attività fisica, che si correla poi con l’incremento del peso entrando così in un circolo vizioso di problemi di salute sempre più gravi.

I recenti studi mostrano con certezza quanto sia fondamentale, per diminuire il dolore alla schiena, fare esercizio fisico.

A questo andrà aggiunto un cambiamento, purtroppo a volte radicale, dello stile di vita e della dieta. Il mal di schiena non è quindi causato, nella maggior part dei casi, da una postura sbagliata o da un lavoro particolare, ma da cosa mangiamo e da quanto esercizio fisico facciamo.

Più che evitare di fare determinati sforzo o sollevamenti è invece opportuno capire che determinati movimenti debbano far parte della loro routine quotidiana, quindi attraverso l’allenamento.

Ci si deve letteralmente costruire dei muscoli potenti e resistenti sulla colonna vertebrale per diminuire i rischi di infortuni, è un lavoro lungo in cui il carico sarà aumentato in relazione alla risposta degli stessi muscoli.

GIONATA PROSPERI, FT, SPT, SM.

  • Esperto In Terapia Manuale nelle cefalee, emicrania
  • Fisioterapista dei disturbi dell’articolazione Temporo – Mandibolare
  • Fisioterapista dei Disturbi Vestibolari
  • C.E.O. del Centro della Colonna vertebrale di Massa
  • Fisioterapia ecoguidata