Allenare la forza può giocare un ruolo importante sulla cura e prevenzione dell’osteoporosi nelle donne in menopausa?

Allenare la forza può giocare un ruolo importante sulla cura e prevenzione dell’osteoporosi nelle donne in menopausa?

La pratica regolare dell’esercizio fisico organizzato, come del resto l’attività fisica spontanea legata alla vita di relazione e alle abitudini rappresenta l’elemento fondamentale di uno stile di vita sano, in grado di produrre effetti positivi sulla salute sia fisica sia psicologica dei soggetti. 

La menopausa rappresenta un momento della vita che spesso preoccupa la maggior parte delle donne, questo perché il termine della fertilità è spesso accompagnato da altri disturbi che possono essere più o meno seri. Tra questi ci sono le patologie osteoarticolari e in particolare l’aumento dell’incidenza dell’osteoporosi.

Evitare la menopausa è impossibile perche fa parte del ciclo di vita di ogni donna, però è possibile alleviare le complicanze osteoarticolari grazie all’attività fisica incentrata sull’allenamento della forza.

Infatti, nelle donne in premenopausa e in menopausa sono evidenziati livelli di densità minerale ossea più elevati quanto maggiore è il tempo da loro dedicato alla pratica di attività sportive.

Il processo di osteosintesi, sia nella fase di crescita sia nelle età successive, durante le quali si verifica un continuo rimaneggiamento dell’osso, ha come principale meccanismo di controllo lo stimolo meccanico costituto dalle tensioni e dalle deformazioni applicate all’osso sia dal carico sia dalla contrazione muscolare.

Cos’è l’osteoporosi? 

L’osteoporosi è una malattia cronica caratterizzata da alterazioni della struttura ossea con conseguente riduzione della resistenza al carico meccanico ed aumentato rischio di fratture. 

Quali sono i sintomi dell’osteoporosi?

Nelle prime fasi dell’osteoporosi in genere non si hanno sintomi. Negli stadi più avanzati si possono avvertire: 

  • Dolore alla schiena, causato da fratture da fragilità o da fratture vertebrali da compressione 
  • Perdita di altezza nel tempo 
  • Postura incurvata 
  • Frattura ossea

Come si diagnostica l’osteoporosi? 

La diagnosi di osteoporosi si basa in primo luogo sull’esecuzione della densitometria ossea (DEXA o MOC), un esame che permette di calcolare la densità minerale ossea (BMD – Bone Mineral Density) che è una misura della quantita di minerali contenuti in un centimetro cubo di osso. Questo valore è un indicatore della resistenza alle fratture posseduta dalle ossa: tali valori di BMD inferiori al normale sono indicativi di fragilità ossea e indicano una predisposizione da parte dello scheletro a subire fratture. 

L’osteopenia si riferisce ad una condizione dove i valori del BMD sono compresi tra -1 e -2.5 rispetto ad un soggetto sano dello stesso sesso misurato a 30 anni.

L’osteoporosi si riferisce ad una condizione dove i valori del BMD sono inferiori a -2.5, nei casi di osteoporosi grave è inferiore a -2,5 e vi è almeno una frattura da fragilità (conseguente ad un trauma molto lieve o a non dovuto a trauma).

 Osteoporosi e allenamento della forza 

In ogni modo le problematiche correlate alle ossa si possono non solo prevenire, ma anche trattare efficacemente utilizzando le cautele del caso. 

Un’alimentazione corretta con la giusta quota proteica e di calcio, il mantenimento di livelli ottimali di vitamina D e una corretta attività fisica sono tutti fattori che contribuiscono al mantenimento della salute delle proprie ossa. 

È stato evidenziato che allenare la forza mantenga e migliori i valori del BMD nelle donne in menopausa. 

In particolare, è stato mostrato come l’allenamento della forza possa incrementare indicatori della sintesi osseo come collagene di tipo 1 ammino-terminale propeptide (P1NP) e ridurre i livelli di indicatori responsabili del riassorbimento osseo come il telopeptide C, frammento del collagene di tipo 1.

 

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Nell’’ottobre 2017 uno studio ha associa l’attività fisica contro resistenza a un miglioramento significativo della forza nelle gambe e ad un conseguente aumento della densità ossea.

 

In questo studio sono state prese in considerazione oltre 400 donne in menopausa con osteopenia e osteoporosi (definita secondo le linee guida internazionali della presenza alla MOC di un T-score lombare e/o femorale <-1.0.), una metà è stata assegnata casualmente ad un gruppo dove venivano effettuati due allenamenti di forza HiRIT (intensi e da 30 minuti a settimana) e le rimanenti ad un gruppo dove venivano effettuate due sessioni di allenamenti di esercizi a bassa intensità COM                (con carichi che non superavano i 3kg).

 

Dopo 8 mesi dall’inizio dello studio sono state valutate le variazioni in termini di forza, prestanza muscolare e densità ossea: 

  • Nel gruppo dove venivano svolti esercizi di forza si è evidenziato un miglioramento di tutti i parametri, con un incremento significativo della forza nelle gambe del 37% circa (tabella 1) e della densità ossea di circa il 3.7% circa (tabella 2). 
  • Nel gruppo dove venivano eseguiti allenamenti a bassa intensità è stato evidenziato un peggioramento dello 0.3% circa della densità ossea (tabella 2).

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Tabella 1. Variazioni percentuali della forza dei muscoli estensori e flessori dopo 8 mesi dall’inizio dello studio in donne in menopausa con osteoporosi.  

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   Tabella 2. Variazioni percentuali della BMD dopo 8 mesi dall’inizio dello studio in donne in menopausa con osteoporosi.

 

Un altro dato interessante è che negli oltre 2600 allenamenti di forza registrati si è verificato un unico infortunio indicato come “lieve dolore lombare” che si è risolto nella settimana successiva.

Questi dati dimostrano in maniera chiara che anche nei soggetti che sono affetti da osteopenia ed osteoporosi gli allenamenti di forza (che nel caso dello studio eseguito comprendevano anche Squat e Deadlift con pesi elevati) sono sicuri ed efficaci a migliorare la condizione fisica e i valori di densità ossea. 

In conclusione, è emerso dallo studio condotto che: 

  • Allenarsi con i pesi, eseguendo anche Squat e Deadlift con carichi al 70-85% del proprio massimale (il peso massimo con il quale si riesce a fare una sola ripetizione) per due volte a settimana può essere utile per stimolare l’incremento della densità ossea e di conseguenza migliorare le condizioni fisiologiche delle donne in menopausa con osteoporosi.
  • Assicurarsi di svolgere gli esercizi in maniera corretta, sotto supervisione di professionisti del settore, al fine di prevenire gli infortuni e massimizzare l’efficacia degli allenamenti.

 

  • Associare l’attività fisica ad una nutrizione adeguata.

A cura di: 

Matteo Mosti 

  • Dottore in Scienze Motorie – BDc Sport Science
  • Studente del Master in Posturologia Clinica – MSc Clinical Posturology

 

 

La sciatica infiammata: sintomi, cause e rimedi

La sciatica infiammata: sintomi, cause e rimedi

Per sciatica o sciatalgia, i medici intendono una sensazione dolorosa che s’irradia lungo l’intero nervo sciatico, dalle sue radici all’estremità. E’ un termine ad ombrello che viene più comunente associato ad un dolore che si presenta dalla zona glutea posteriormente fino all’arto inferiore.

In verità la patologia specifica è la Radicolopatia Lombare.

Intanto cosa si intende per Radicolopatia :  “Dolore irradiato ad uno o più dermatomeri (dolore radicolare/irritazione del nervo), in combinazione con disturbi neurologici (radicolopatia/sdr radicolare) che solitamente scende sotto il ginocchio fino al piede.”

E’ necessario fare un distinzione  tra dolore di tipo radicolare ( distribuzione dermatomerica, segni di alterazione come formicolii, scosse ) e non radicolare ( cioè un dolore riferito ). Quindi importante sarà capire la tipologia e intensità dei sintomi.

Per  dolore radicolare si intende invece   una combinazione di:

  • dolore primario (nocicettivo), descritto come profondo e causato dalla stimolazione meccanica o chimica dei nocicettori dell’epinervio (nervi nervorum) o dal nervo sinovertebrale.
  • dolore neuropatico (disestetico e parestetico), caratterizzato da bruciore, formicolii, sensazioni di scariche elettriche. È dovuto a raffiche di impulsi originanti dal ganglio fibre afferenti danneggiate (scariche ectopiche).

In conclusione è bene tener presente che la radicolopatia non è definita dalla presenza di dolore, ma è definita da segni neurologici oggettivi. Sebbene radicolopatia e dolore radicolare siano spesso associati, la radicolopatia può occorrere in assenza di dolore radicolarec osì come il dolore radicolare può presentarsi in assenza di radicolopatia.

La radicolopatia lombare può essere o meno associata a il mal di schiena lombare (LBP)   di natura muscoloscheletrica, ma il Low Back Pain  è un aspetto  secondario rispetto al quadro radicolare.

In letteratura  come abbiamo detto in precedenza manca una terminologia condivisa, per cui gli studi di prevalenza sono poco chiari. Pertanto i termini usati sono :

  • Lumbosacral radicular syndrome
  • Lumbar disk herniated
  • Sciatica
  • Cruralgia
  • Lumbar radiculopathy
  • Lumbar nerve root pain
  • Neuropathic pain.
sciatica-infiammata

Cause

La percentuale di radicolopatia viene stimata intorno all’1-3% o 4-5% nei paesi occidentali.

Tra le cause più frequenti si annoverano:

1) Ernia del disco (nelle sue varie forme)

2) Bulging discale

3) Presenza di osteofiti / stenosi laterale.

Altre possibili cause di natura diversa:

  • Tumori
  • Presenza di cisti.

La maggior parte delle cause è dovuto ad un possibile  compressione a livello della radice o delle altre strutture nervose del nervo sciatico che possono  portare ad una sequela di sintomi.

 

Fattori di rischio

Si possono distinguere 3 principali categorie di fattori di rischio:

lavorativi: Frequenti sollevamenti associati a posture, soprattutto scorrette,in flessioni e torsioni (> 2h/d) del busto sono associati ad una maggior probabilità di sviluppare problematiche lombari e radicolopatia.Quindi posizione scorrette e quantità di ore aumenta la probabilità di sviluppare problemi lombari e radicolopatia.Inoltre l’associazione di prolungata posizione seduta in flessione (più di mezza giornata lavorativa) o rotazione in associazione a vibrazioni trasmesse al corpo, è un forte fattore di rischio per losviluppo di LBP e/o sciatalgia .

comportamentali:

  • Obesità: oltre al fattore meccanico del peso che la colonna si trova a sostenere( il peso può portare con il passare del tempo a problematiche degenerative ), è presente un aumento di mediatori infiammatori dal tessuto adiposo in eccesso.
  • Fumo

personali:

  • Età compresa tra i 45 e i 65 anni: fascia centrale di età lavorativa,periodo in cui possono avere inizio i fenomeni degenerativi a carico della colonna.
  • Altezza maggiore di 185 cm: leve lunghe da controllare, postazioni di lavoro scomode.Queste persone tendono a stare in posizioni più scomode dovute al fattoche la posizione di lavoro di solito èstandard e le persone alte devono adattarsi.
  • Stress: riduzione della capacità di carico locale e generale ( con successivo aumento dell’attivazione muscolare e schemi di cocontrazione ) con predisposizione alla disfunzione muscoloscheletrica.

Inoltre, anche se negli studi non viene preso in considerazione, un altro fattore di rischio può essere l’alimentazione: essa potrebbe andare a determinare alterazioni soprattutto per quanto riguarda i processi infiammatori e quindi allo sviluppo di problematiche. Non sappiamo però ancora oggi il tipo di alimentazione che aumenti il rischio di sviluppare problematiche, quello che si sa è che c’è correlazione.

 

Storia naturale

Il decorso naturale della radicolopatia è buona nel lungo periodo ( 6 settimane ).

Il decorso naturale a lungo termine della radicolopatia lombare è ancora argomento di dibattito:

  • Circa il 50% dei pazienti migliora nei primi 10 gg
  • Circa il 25% entro 4 settimane
  • Circa il 20-30% continua ad avere dolore a distanza di un ann.

Solo il 10% dei pazienti ha dolore elevato dopo 6 settimane, da far ritenere possibile l’opzione chirurgica. L’operazione chirurgica viene consigliata anche  in casi sintomi neurologici evidenti, dolore che non risponde necessariamente agli analgesici, presenza di patologie della colonna concomitanti , fallimento del trattamento conservativo.

 

Trattamento

La sindrome radicolare rappresenta una sfida terapeutica per il professionista della riabilitazione che si trova a gestire persone con dolore spesso molto invalidante.

Il trattamento basato sulle recenti evidenze dimostra come l’approccio di tipo conservativo sia quello da applicare in prima istanza.Quindi è importante Informare correttamente il paziente sulla sua condizione clinica, le cause alla base e il decorso naturale (spiegare che il decorso sarà più lungo di un normale mal di schiena ma che comunque ha un’evoluzione benigna; inoltre si può anche spiegare nei pazienti  che vedono da una Risonanza magnetica che hanno ernia, che l’ernia in realtà regredisce attraverso i normali processi di guarigione del corpo ).Enfatizzare decorso positivo, la maggior parte guarisce entro 1 mese.

Sconsigliare il riposo a letto (con buon senso nei primi giorni di problema acuto) e utilizzo di farmaci per lunghi periodi.Essendo un quadro complesso, l’approccio SINTOMO-GUIDATO assume una rilevanza particolare in questa disfunzione. In particolare viene consigliato un approccio multimodale basato su esercizi di controllo motorio e attività fisica tollerata dal paziente : come la camminata , o le attività del tempo libero. A queste viene associata la terapia manuale , con tecniche di : mobilizzazioni lombari, tecniche neurodinamiche, tecniche di correzione dello shift guidati sempre dal sintomo del paziente.Importante inoltre correggere la gestione dell’ergonomia nelle attività di vita quotidiana.

Vengono scongliate le terapie fisiche strumentali, l’agopuntura e il riposo a letto in quanto si dimostrano poco efficaci .

Vista la complessità della patologia è consigliato affidarsi a degli specialisti del settore , per inquadrare bene la patologia e formulare insieme un  piano riabilitativo specifico a seconda della sintomatologia. Tutto cio è possibile grazie alla compilazione di esame obiettivo con valutazione dei dati anamnestici e clinici,attraverso l’esame funzionale , neurologico e nel caso quello neurodinamico . L’intervento terapeutico mira alla ripristino delle esigenze e del benessere della persona .

A cura di:

Luigi Lanfranchi

  • Fisioterapista – studente OMPT

Mal di schiena in gravidanza? Non sai cosa fare per attenuare il dolore? Leggi questo articolo, potrebbe esserti utile

Mal di schiena in gravidanza? Non sai cosa fare per attenuare il dolore? Leggi questo articolo, potrebbe esserti utile

Mal di schiena in gravidanza: cosa c’è da sapere

Il mal di schiena in gravidanza è molto comune, si stima che la percentuale di donne che soffrono di questi dolori durante la gestazione sia molto alta.
Il dolore si può manifestare in forma lieve solo durante alcune attività oppure può essere intenso e costante e diventare molto invalidante.

Quando si parla di mal di schiena in gravidanza, è molto importante capire l’origine del dolore per orientarsi e agire di conseguenza. Si fa principalmente riferimento a due quadri clinici:

  • Dolore Lombare (Low Back Pain, LBP), nella parte bassa della schiena: dolore o limitazione funzionale compreso tra il margine inferiore dell’arcata costale e le pieghe glutee inferiori con eventuale irradiazione posteriore alla coscia ma non oltre il ginocchio.

 

  • Dolore pelvico (Pelvic girdle pain, PGP): in gravidanza è più frequente rispetto
    al dolore lombare. È un dolore che si localizza tra la cresta iliaca e piega glutea inferiormente. Può dare una componente di dolore riferito ad inguine e sinfisi pubica e dolore irradiato alla coscia posteriore ma mai oltre il cavo popliteo. Il dolore è del tutto caudale alla quinta vertebra lombare. Quest’ultimo colpisce tra il 56 e l’80% delle donne in gravidanza.
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Qual è la causa?

Non è ancora certa la motivazione per cui la gestazione influenzi la storia naturale del dolore lombare; le ipotesi sono diverse. Sicuramente la gravidanza aumenta il carico biomeccanico modificando i normali equilibri posturali e di carico sul rachide. Un’ipotesi alternativa potrebbe essere collegata al fatto che durante la gravidanza avviene un aumento di lassità del tessuto collagene. E’ risaputo che il contenuto ematico di relaxina aumenta di 10 volte con un picco massimo tra la trentottesima e la quarantaduesima settimana di gravidanza. Questo influirebbe soprattutto sull’ articolazione sacroiliaca e sulla sinfisi pubica, ma potrebbe influire anche sulla colonna rendendola meno rigida e in carenza di una muscolatura forte; di conseguenza potrebbe causare nuovi disequilibri con dolore. Ad oggi, il ruolo di tutti questi fattori non è ancora certo.

Come avviene la diagnosi e perché non è consigliato imaging?

Per capire se si tratta di “Pelvic Girdle Pain” è fondamentale rivolgersi a un professionista, che dopo un’ accurata valutazione e tramite test clinici specifici di provocazione del cingolo pelvico, farà la diagnosi.

Le linee guida dicono di non fare imaging se non ci sono quadri importanti (infiammazione, tumori, traumatismi gravi). Ovviamente non si consiglia la RX alle donne in gravidanza. Non possiamo comunque associare alle bio-immagini la fonte del dolore. L’imaging non da informazioni sul dolore o meno. Attraverso la risonanza magnetica si può osservare edema osseo profondo, solo in questo caso da un’informazione correlata a questi problemi. L’ematoma però dev’essere omogeneo e superiore al centimetro.

Quali sono le caratteristiche dei sintomi?

Solitamente nel dolore pelvico, l’insorgenza di dolore avviene dopo circa 30 minuti di cammino o di mantenimento della posizione seduta.

Inoltre, può esserci dolore durante attività quali: girarsi nel letto, igiene intima, infilare il pantalone stando in piedi su una gamba, stare seduti a terra a gambe incrociate, alzarsi dalla sedia.

Quando avviene l’esordio?

In presenza di una paziente in gravidanza la sintomatologia si deve essere manifestata o durante la gravidanza (12-24 settimane, aumentando dalla 24-36 settimana) o nel gap temporale che va dal parto alle 3 settimane successive.

In cosa consiste il trattamento?

Dagli studi fatti fin’ora, si evince che solo il 50% delle donne con dolore pelvico si rivolge a un professionista per essere trattata e si è visto che tra il 68-87% ha beneficio dal trattamento. L’approccio multimodale è il migliore in questi casi; si è visto, in particolare, in particolare, che attraverso l’educazione, l’esercizio terapeutico e la terapia manuale si hanno dei buoni risultati.

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Per prima cosa, le donne andrebbero informate che il problema non è di alcun pericolo né per loro né per il loro bambino e che il decorso è solitamente benigno. Successivamente viene raccomandato l’esercizio per ridurre il dolore e si consiglia di eseguire sotto la supervisione di un professionista esercizi di stabilizzazione, di controllo motorio ed esercizi generici di rinforzo, insieme allo stretching. In letteratura, si è visto che ha una buona evidenza anche il massaggio perineale autoindotto per diminuire i danni da parto. Inoltre, si è constatato che solo per brevi periodi può essere utile l’uso della cintura pelvica. Il training cognitivo-comportamentale può essere di aiuto in caso di dolore cronico.

A cura di:

NOEMI MARINARI, PT, OMPT student

Il mal di schiena del ciclista: cause e rimedi

Il mal di schiena del ciclista: cause e rimedi

Il ciclismo fa parte di uno di quegli sport maggiormente praticati in Italia, soprattutto adesso in era COVID dove pochi sport sono praticabili.

Ma amatori e professionisti, ciclisti da strada o da mountain bike spesso si ritrovano a combattere con il mal di schiena.

Ma da cosa è dovuto e perché i ciclisti spesso hanno mal di schiena?

Le cause di mal di schiena nel ciclismo possono essere diverse :

  • da patologie più gravi quali displacement discale;
  • disturbi articolari;
  • rigidità muscolari;
  • instabilità o squilibrio muscolare;
  • squilibrio muscolare funzionale della pedalata (postura sulla bicicletta).

Il classico “Mal di schiena” o Lombalgia è una delle patologie più comuni e si stima che circa l’80% della popolazione almeno una volta nella vita abbia avuto mal di schiena in maniera più o meno limitante e nel ciclismo, il verificarsi di lesioni traumatiche e non traumatiche è circa uguale, con circa 23 milioni di ciclisti che sviluppano almeno un infortunio causato da sovraccarico.

Di queste, il mal di schiena (LBP) aspecifico è il più diffuso.

L’obiettivo di un ciclista è quello di produrre la massima potenza sui pedali per migliorare la propria velocità o prestazione.

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Per migliorare la velocità il ciclista deve ridurre la propria area frontale trasversale in modo da ridurre la resistenza aerodinamica. Di conseguenza una delle posizioni maggiormente assunte da chi va in bicicletta è quella flessa in avanti.

Questa posizione porta la colonna ad avere una postura definita in Round-back o Flat back, cioè una postura della colonna lombare in una posizione non fisiologica, in cifosi lombare che se mantenuta a lungo può contribuire al Low Back Pain (LBP).

Ma quali sono le cause di mal di schiena nel ciclista?

Innanzitutto è da precisare che non è la bicicletta in sé a provocare il mal di schiena ma sono piuttosto una serie di altri fattori che vedremo in seguito

MA la posizione mantenuta che si assume in bicicletta può contribuire ed amplificare problematiche già preesistenti

Sono stati fatti numerosi studi a riguardo e tutti sono d’accordo nel dire che la causa più frequente di mal di schiena nel ciclista, in assenza di patologie gravi, è uno squilibrio muscolare e un alterato controllo motorio.

Ancora non è chiaro cosa venga prima: squilibri muscolari che colpiscono la cinematica spinale o la cinematica spinale alterata (posizione flessa mantenuta nel tempo) che portano a squilibrio di attivazione muscolare?

In ogni caso i ciclisti con LBP assumono una posizione più flessibile all’inizio dell’allenamento e questa posizione non cambia durante l’attività; tuttavia, il dolore aumenta.

Questi risultati possono indicare il controllo motorio disadattivo della colonna vertebrale durante l’allenamento come fattore causale.

Infatti se i muscoli che dovrebbero sostenere la colonna vertebrale sono deboli o si attivano in ritardo o in maniera scorretta, allora, è possibile che, quando maggiormente affaticata, la colonna vertebrale possa assorbire un carico e uno stress maggiore.

Questo spostamento delle forze a livello spinale e alterazione del carico rafforza il concetto per il quale potrebbe non essere il posizionamento del corpo sulla bici che conta ma il tempo trascorso in quella posizione e squilibri di attivazione muscolare simultanei o deficit di resistenza che possono contribuire al LBP.

Ma cosa si intende per squilibrio muscolare e alterato controllo motorio?

  • Controllo motorio, è l’interazione di sistemi nervosi periferici e centrali che permettono ai muscoli sinergici di anticipare o rispondere all’informazione propriocettiva e cinetica lavorando con una corretta sequenza per creare il movimento coordinato. 
  • Stabilità è la capacità del sistema neuromuscolare attraverso le azioni dei muscoli sinergici di mantenere un segmento corporeo in una posizione stazionaria, possiamo riassumerlo come la capacità di mantenere l’allineamento osseo per mezzo di componenti passive e dinamiche.

Quindi coloro che hanno alterato controllo motorio e instabilità muscolare hanno proprio l’incapacità di attivare e mantenere attivi quei muscoli che ci consentono di fare un’attività fisica o di rimanere in una posizione per lungo periodo, come può essere rimanere in sella alla bicicletta per ore.

Studi su professionisti ciclisti hanno evidenziato quali sono i muscoli che maggiormente sono interessati.

  • un ritardo di attivazione dei muscoli stabilizzatori;
  • co-contrazione asimmetrica dei muscoli multifidi;
  • Ridotto spessore del trasverso addominale;
  • Ridotto spessore dei multifidi;
  • Ridotta resistenza dei muscoli estensori della colonna vertebrale.

Il multifido lombare è noto per essere uno stabilizzatore chiave della colonna lombare inferiore che controlla sia i movimenti di flessione che di rotazione della colonna vertebrale.

La disfunzione del multifido è stata documentata attraverso studi elettromiografici nella popolazione ciclista con LBP, con una perdita di co-contrazione simmetrica. I risultati di alcuni studi suggeriscono che i ciclisti con dolore indagati presentavano maggior asimmetria di attivazione del multifido sia all’inizio che a fine allenamento, rispetto ai ciclisti senza dolore.

Altri studi hanno anche indagato quanto la posizione del ciclista sulla bicicletta possa influire sul dolore lombare, ed è stato visto che ciclisti che tenevano un manubrio troppo in basso, avevano come risultante una maggiore flessione della colonna lombare e un aumento del tilt pelvico e ciò influiva negativamente sul LBP già preesistente

Quindi adesso che abbiamo capito che una delle cause possibili del mal di schiena del ciclista è uno squilibrio a livello muscolare, come fare per ridurre dolore?

Sicuramente pensare ad un lavoro di prevenzione e ad una buona cura e preparazione del proprio fisico.

In molti si avvicinano alla bicicletta non giovanissimi e spesso si avvicinano a questo sport dopo che hanno subito infortuni o impossibilità di praticare altri sport.

Il presupposto fondamentale per chi vuole pedalare, sia per principianti che per i più esperti, deve partire da una corretta posizione in bicicletta, per evitare sovraccarichi sia a livello osteoarticolare che muscolare. Per cui è importante apportare le giuste correzioni sulla bicicletta in modo da permettere al proprio corpo di pedalare in massimo equilibrio.

Ma a questo ci pensa il vostro biomeccanico di fiducia.

Uno degli strumenti che invece abbiamo noi Fisioterapisti in questo caso è l’esercizio terapeutico;

Per Esercizio Terapeutico si intende la sistematica e pianificata esecuzione di movimenti corporei, posture ed attività fisiche (Definizione data da American Physical Therapy Association);

quindi una serie di esercizi più o meno semplici a carico graduale che permetta di riequilibrare la muscolatura e “insegnare” ai muscoli ad attivarsi correttamente prima di un movimento e soprattutto mantenere l’attivazione durante tutta l’attività.

Ma come allenare questi muscoli?

Innanzi tutto un muscolo funzionale deve avere una buona

  • Coordinazione: è la qualità del movimento.

Ed è la contrazione e rilassamento dei muscoli in uno specifico ordine consecutivo e quantità per produrre un movimento per una specifica funzione; 

Per ottenere il gesto coordinato è necessario eseguire un movimento fino a 6000 volte 

Quindi per allenare la coordinazione bisogna fare esercizi a basso carico ma alte ripetizioni 

  • Resistenza: capacità di eseguire un’attività per un lungo periodo di tempo

per allenare la resistenza, è necessario fare esercizi a un carico di circa 60 – 70% del carico massimale con un massimo di 25 ripetute. 

  • Velocità: l’aumento della velocità corrisponde ad un aumento di forza e coordinazione. Quindi per riuscire ad aumentare velocità dovrò avere maggior forza e maggiore coordinazione.
  • Volume: area della sezione trasversale del muscolo; in questo caso per avere un aumento di volume bisogna aumentare i carichi di lavoro
  • Forza: anche in questo caso bisogna aumentare i carichi di lavoro; 75%-90% del massimale con ripetute da 5 ad un massimo di 15
  • Potenza

E per quanto riguarda la tipologia di esercizi in questo caso sono svariati:

l’obbiettivo è proprio quello di rendere il muscolo più funzionale: allenando forza coordinazione resistenza, velocità volume e potenza.

Solitamente si parte con esercizi statici di reclutamento muscolare e propriocettivi, inizialmente con focus interno in modo da “sentire” l’attivazione muscolare per poi passare ad esercizi con focus esterno:

  • Esercizi di reclutamento del muscolo trasverso addominale
  • Esercizi di reclutamento dei muscoli multifidi e muscoli estensori della colonna
  • Esercizi di mobilità della colonna lombare prevalentemente in estensione qualora sia presente una restrizione di movimento

 

  • Si passa poi a esercizi di rinforzo in maniera più dinamica.
  • Esercizi di rinforzo addominale per muscoli obliqui;
  • Esercizi di rinforzo di tutta la parete addominale;
  • Esercizi di rinforzo dei muscoli lombari (prevalentemente estensori)

 

  • Si arriva poi ad esercizi dinamici con compiti motori diversi cercando però di mantenere l’attivazione muscolare
  • Arrivando sempre di più ad esercizi in posizione funzionale
  • L’ultimo step è il ritorno all’attività fisica in maniera graduale.

A cura di :

GIULIA SANGUINETTI, PT, OMPT student

  • Orthopeadic Manipulative Physical Therapist (OMPT) student
  • Fisioterapista dei disturbi vascuolo-linfatici
  • Fisioterapista esperta in fisio-pilates
Stenosi lombare: cos’è e quali sono i possibili trattamenti

Stenosi lombare: cos’è e quali sono i possibili trattamenti

Che cos’è la stenosi lombare?

Stenosi lombare spinale è il termine medico che indica tutti quei quadri clinici i cui i sintomi sono
correlati a un restringimento anatomico del canale spinale e la conseguente compressione delle
strutture neurali contenute all’interno.

Quali sono le possibili cause di stenosi lombare?

Principalmente, in base alla causa, la stenosi lombare viene classificata in:
– stenosi primaria o congenita: in questi quadri la stenosi è causata da malformazioni congenite o da
anomalie di sviluppo;
– stenosi degenerativa o secondaria: è causata da quadri patologici post-traumatici, iatrogeni (a seguito
di intervento; un esempio è dato dalle cicatrici post-chirurgiche) o degenerativi. Tra questi ultimi si
riscontrano degenerazioni del disco vertebrale (ernia del disco) e della faccetta articolare, ipertrofia
delle lamine in aggiunta all’ipertrofia legamentosa.

Quali sono i sintomi più comuni che riportano i pazienti con stenosi?

I segni e sintomi che più comunemente si riscontrano in pazienti con stenosi sono:
– dolore ed altri disturbi della sensibilità agli arti inferiori, come intorpidimento, formicolio, parestesie;
– disturbi motori agli arti inferiori, come crampi e debolezza;
– alterazione a livello della forza, della sensibilità e dei riflessi;
– “claudicatio neurogenica”: Con claudicatio si intende la condizione per cui il paziente riesce a
percorrere 200-400-800 metri ma poi è costretto a fermarsi a causa della sensazione di discomfort alle
gambe; se la sintomatologia è legata ad una compressione delle strutture nervose, si definisce
claudicatio neurogenica.
Inoltre, nel paziente con stenosi, i sintomi sono prevalentemente a carico degli arti inferiori; il mal di
schiena è secondario e può essere presente o meno.

 Quali sono i fattori che aggravano i sintomi?

Le manifestazioni cliniche, infatti, possono essere simili ad altre patologie, mentre solo in caso di
stenosi i pazienti rispondono ai fattori aggravanti e allevianti descritti in seguito.
I fattori aggravanti del paziente con stenosi si riferiscono a:
– attività in estensione;
– cammino;
– stazione eretta.
I fattori allevianti del paziente con stenosi si riferiscono a:
– attività in flessione;
– posizione seduta, specie se in flessione lombare.
Questo perché, a livello della biomeccanica, l’estensione lombare comporta un ulteriore
restringimento del diametro del canale e del forame, portando ad un peggioramento della
sintomatologia del paziente con stenosi. La flessione lombare, invece, allarga il diametro del canale e
del forame, portando ad un miglioramento della sintomatologia. Per questo motivo, i fattori aggravanti
ed allevianti sono tipici della stenosi.

C’è correlazione tra imaging e clinica?

Le linee guida affermano che non ci sono prove sufficienti per dimostrare o rifiutare una correlazione
tra clinica e presenza di riduzione anatomica del canale spinale solamente in base alle bioimmagini.
Ciò significa che è molto importante correlare sempre il reperto radiologico ai dati clinici; infatti, per
stenosi non si intende la presenza di un reperto all’RX o alla RMN, ma un insieme di segni e sintomi
presentati dal paziente.
Si parla, quindi, di quadri clinici poiché esiste una forte dissonanza tra la clinica e l’imaging: è possibile
che un paziente sia sintomatico, ma non presenti un quadro grave a livello di imaging e viceversa.

Qual’è la prevalenza?

Questo anno è stata pubblicata una revisione di Jensen, basata su studi osservazionali, dalla quale
emerge che la prevalenza di diagnosi:
– clinica di stenosi lombare (quindi basata sui sintomi tipici) nella popolazione generale è di 11%;
– radiologica di stenosi lombare (con TC o RMN che mostravano una riduzione del canale spinale) nella
popolazione generale è di 38%;
– clinica più radiologica di LSS (RMN) nella popolazione generale è di 9%;
In generale, è stato visto che la stenosi radiologica aumenta significativamente all’aumentare dell’età e
in particolare, dopo i 50 anni, la stenosi radiologica risulta piuttosto comune.

Come viene diagnosticata la stenosi lombare?

Per la diagnosi clinica di stenosi spinale lombare:
o l’anamnesi è lo strumento più potente;
o l’esame neurologico è necessario per affinare la diagnosi e per pesare la gravità dei
reperti (stesso ragionamento adottato per radicolopatia/dolore radicolare);
o Test specifici (di provocazione e di neurotensione) possono dare informazioni aggiuntive.

Quali sono i possibili trattamenti?

Sebbene le prove di efficacia siano esigue, sembra che il trattamento conservativo possa
essere d’aiuto soprattutto nei pazienti con sintomi lievi e moderati; mentre i pazienti con sintomi gravi
dovrebbero sottoporsi ad una valutazione chirurgica, ma potrebbero ugualmente beneficiare del
trattamento conservativo.

In cosa consiste il trattamento chirurgico?

Le possibili tecniche chirurgiche per la stenosi spinale comprendono la fusione, la laminectomia, gli innesti
mini-invasivi, i dispositivi spinali e le protesi. La chirurgia può aumentare lo spazio nel canale spinale
attraverso la rimozione di porzioni delle strutture spinali posteriori (lamina, faccette, osteofiti, legamenti,
cisti sinovitiche o sinoviali) e viene generalmente descritta come “decompressione”.
La rimozione di tali strutture anatomiche aberranti responsabili della compressione può aumentare il
rischio di instabillità. Alla luce di ciò, viene spesso aggiunta alla procedura di decompressione anche la
fusione vertebrale, per evitare o limitare tale instabilità.

In cosa consiste il trattamento fisioterapico?

I principali obiettivi del trattamento fisioterapico sono:
– ridurre i sintomi e la disabilità;
– aumentare la capacità di carico;
– modificare eventuali elementi maladattativi.

Le strategie utili per raggiungere questi obiettivi sono:

I. educazione al paziente:
• spiegare al paziente che la prognosi nella maggior parte dei casi è favorevole e promuovere
strategie di autogestione;
• ridurre i comportamenti maladattativi e le posizioni che esacerbano i sintomi;

II. training aerobico:
• cyclette;
• cammino su treadmill (con supporto del peso o inclinato)
• cammino in acqua
• utilizzo del corsetto
• migliorare i sintomi del paziente e aumentare il tempo di cammino o la distanza percorsa.

III. terapia manuale: utile specie nei pazienti con sintomi lievi o moderati
• mobilizzazione in flessione lombare (regionale e segmentale)
• mobilizzazione coxofemorale, bacino, torace

IV. esercizio terapeutico: utile specie nei pazienti con sintomi lievi/moderati;
• la promozione della flessione lombare e estensione toracica
• stretching autogestito
• controllo motorio lombopelvico e degli arti inferiori
• idrokinesiterapia.

A cura di:
Noemi Marinari, PT, OMPT student

Running: 10 domande e risposte per te!

Running: 10 domande e risposte per te!

La corsa è, in questo momento, lo sport con il più alto numero praticanti al mondo, che per di più crescono anno dopo anno, seguendo un trend che non sembra volersi fermare.

Viene consigliata per dimagrire, per combattere lo stress, per rinforzare la muscolatura svolgendo un’attività efficace quanto semplice ed economica; e può essere declinata nei modi più svariati: su pista, su strada, sterrato e sterrato con ostacoli.

Spesso capita di farsi delle domande a riguardo, ed ecco qua riassunte le 10 domande più frequenti e le relative risposte.

  • Quali sono gli infortuni più frequenti nella corsa ?
  • Ma correre fa male alla schiena ?
  • Correre fa male alle ginocchia ?
  • Post corsa ho dolore, perchè?
  • Ho dolore, posso correre lo stesso?
  • Quali sono le scarpe migliori per correre?
  • Dopo un infortunio posso tornare a correre ?
  • Lo stretching è utile per evitare infortuni?
  • Qualche consiglio per te
  • Perchè è così importante l’allenamento di forza ?

Quali sono gli infortuni più frequenti nella corsa?

L’infortunio è caratterizzato da un dolore che provoca un interruzione di attività per almeno

  • 7 giorni
  • 3 sessioni di allenamento
  • che richiede un consulto di un fisioterapista o medico

 

Vediamo quali sono i principali infortuni che avvengono in un anno ai corridori (professionisti e amatoriali)

In questo studio di Taunton, 2002 vediamo descritte le principali sedi di infortuni in un anno.

Tabella 1

Frequenza e distribuzione per sesso delle 26 lesioni più comuni

 

Lesione Uomini (n /%) Donne (n /%) Totale (n)
* Significativa differenza di sesso con p <0,05.
Sindrome del dolore femorale rotulea * 124/38 207/62 331
Sindrome da attrito della bandelletta ileo-tibiale * 63/38 105/62 168
Fasciopatie plantare * 85/54 73/46 158
Lesioni meniscali * 69/69 31/31 100
Sindrome da stress tibiale 43/43 56/57 99
Tendinite rotulea * 55/57 41/43 96
Tendinite d’Achille * 56/58 40/42 96
Lesioni del gluteo medio * 17/24 53/76 70
Frattura da stress: tibia 27/40 40/60 67
Lesioni spinali 24/51 23/49 47
Lesioni ai muscoli posteriori della coscia 25/54 21/46 46
Metatarsalgia 17/50 17/50 34
Sindrome del compartimento anteriore 13/46 15/54 28
Lesioni gastrocnemio * 19/70 8/30 27
Borsite trocanterica maggiore 9/39 14/61 23
Lesioni agli adduttori * 15/68 7/32 22
Osteoartrosi (ginocchio) * 15/71 6/29 21
Lesioni sacroiliache * 2/10 19/90 21
Frattura da stress: femore 6/32 13/68 19
Lesioni da inversione della caviglia 9/53 8/47 17
Lesioni da ileopsoas 6/37 10/63 16
Condromalacia rotulea 4/31 9/69 13
Tendinite peroneale 9/69 4/31 13
Il neuroma di Morton 5/42 7/58 12
Lesioni da abduttore 7/67 4/33 12
Apofisite calcaneare 7/58 5/42 12
Tibiale posteriore lesione 8/73 3/27 11

 

Come è possibile vedere dalla tabella, il sito di lesione più comune è stato il ginocchio (42,1% degli infortuni totali). Altri siti comuni erano il piede / caviglia (16,9%), parte inferiore della gamba (12,8%), anca / bacino (10,9%),Tendine Achille / polpaccio (6,4%), parte superiore della gamba (5,2%) e parte bassa della schiena (3,4%)

Ma correre fa male alla schiena?

Questa è la fatidica domanda che ultimamente tutti si pongono: “ma correre fa male alla schiena?” “comprime i dischi intervertebrali”, “fa venire ernie” ?

La risposta alle precedenti domande è NO .

Spieghiamo meglio, la corsa non è dannosa alla schiena di per se, ma può andare a peggiorare una situazione preesistente oppure crearne una, se praticata in maniera errata o superficiale.

In uno studio del 2017 “running exercise strenght strengthens the intervertebral disc”, viene affermato che l’esercizio di corsa è associato a una migliore composizione del disco intervertebrale (quindi più idratazione e contenuto di proteoglicani).

Di per se la corsa non fa male alla schiena e non provoca ernie o quant’altro, ma come qualsiasi altro sport o attività fisica deve essere eseguita bene ed associata a rinforzo muscolare.

Ma correre fa male alle ginocchia?

 Questa è un’altra domanda che la maggior parte dei corridori amatoriali si pone.

“correre mi farà venire l’artrosi ?” Anche in questo caso la risposta è Negativa

NO correre non fa male alle ginocchia, o per lo meno non la corsa di per se.

Vari studi dimostrano che non c’è un aumento del rischio di osteoartrosi sintomatica del ginocchio tra i corridori auto-selezionati rispetto ai non corridori, e in coloro in cui non è presente osteoartrosi, la corsa non è dannosa per le ginocchia.

Quindi se questa paura è ciò che vi frena all’iniziare a correre, state tranquilli!

Post corsa ho dolore, perché?

Generalmente, in assenza di traumi diretti o indiretti, il dolore del corridore viene definito come Aspecific Running Injury. Questo termine racchiude tutti quelli che sono gli infortuni da sovraccarico.

L’infortunio da sovraccarico avviene quando il carico

cumulativo applicato ai tessuti è superiore

alla capacità di carico stesso.

 I dolore non è un indicatore di danno tissutale, ma un meccanismo difensivo. Il nostro sistema produce dolore come risposta a una situazione di pericolo percepito.

I fattori che possono essere percepiti come pericolosi sono molteplici:

  • nocicezione/sensibilizzazione
  • infiammazione/infezione
  • convinzioni/credenze (significato che viene dato al dolore)
  • stress/stanchezza
  • contesto in cui ci si trova.

Il sistema di allarme è molto sensibile: si attiva prima di un danno tessutale e se il carico è percepito come eccessivo, il sistema produce dolore.

Quindi cosa fare? Ridurre il carico o ridurre intensità della corsa.

E se il dolore persiste allora affidarsi a un professionista che possa valutarti e valutare il tuo dolore.

 

 

 

Ho dolore, posso correre lo stesso?

 

Chi non riesce a stare senza corsa, la domanda è questa.

Ho dolore ma posso correre lo stesso?

La risposta alla domanda è dipende.  

Dipende dal tipo di dolore.

 

corsa_1

 Se il dolore è un dolore di grado 1: presente solo durante la corsa e che sparisce completamente a fine corsa, allora Sì, si può correre a meno che il dolore non alteri il passo della corsa.

Anche se il dolore è di grado 2; presente fino al massimo il giorno dopo e che sparisce del tutto in massimo 24 H. Anche in questo caso il dolore non deve essere tale da alterare il passo e cosa fondamentale, non ci deve essere dolore notturno. 

Se invece il dolore persiste e continua nei giorni successivi, alterando le attività di vita quotidiana, portando a zoppia e al dover ricorrere a farmaci allora NO, è necessaria una pausa e soprattutto un consulto da uno specialista.

 

Quali sono le scarpe migliori per correre e come si appoggia il piede?

Come è possibile vedere dall’immagine che rappresenta le prove olimpiche dei 10 km nel 2012 in USA

Non esiste uno stile migliore di altri che vada bene per tutti 

esistono diverse tipologie di scarpe:

scarpe minimaliste, massimaliste scarpe con drop di diversa altezza,  barefoot ecc.

secondo vari studi chi corre in barefoot ha un rischio maggiore di sviluppare tendinopatia e infortuni al tendine d’Achille;

d’altro canto chi corre con scarpe con drop maggiore tende a sviluppare con più facilità: fasciopatie plantari, sindromi da stress tibiali e sindromi femoro rotulee.

Chi invece corre con scarpe minimaliste tende ad avere con più facilità sindromi da stress sul metatarso.

corsa_2

Quindi quali sono le scarpe migliori per correre? 

Sono stati fatti numerosissimi studi a riguardo ma la conclusione (ad oggi) è che nessuna scarpa è migliore di un’altra a prescindere.

Altri studi sono stati eseguiti anche per cercare di capire se scarpe antipronazione, plantari potessero ridurre il rischio di infortunio, ma la postura del piede in statica non coincide con la postura del piede in dinamica.

La forma del piede Non è correlata alla sua funzione dinamica (trimble 2002, razeghi 2002, paterson 2015)

La pronazione non è correlata all’infortunio ( rayan 2013, nelsen 2014)

 

In un anno il circa 30% dei runner subisce infortuni, e questi infortuni sono uguali in coloro che pronano, supinano, usano scarpe minimaliste, massimaliste o plantari

 

…. quindi

La scarpa è un mezzo non un fine

 

Quindi scegli la scarpa in base a come ti senti meglio, in base a come stai e in base a eventuali problematiche.

Dopo un infortunio come posso tornare a correre ?

Partendo dal presupposto che ogni infortunio ha i suoi tempi di recupero, se e quando sarai pronto a correre è necessario ripartire con calma e permettere alle strutture di riadattarsi al carico,

quindi come e quando ripartire?

Post infortunio si può tornare a correre solo se:

  • nessun segno di infiammazione
  • articolarità ed estensibilità massime
  • stabilità indolore mono-podalica
  • camminare senza dolore per 30 minuti

se tutto è presente tutto questo allora è possibile tornare a correre in maniera graduale:

iniziare mescolando camminata a corsa permette di riportare i tuoi tessuti di riadattarsi al carico.

 

Seduta Corsa Cammino
1 1 minuto 4 minuti X6
2 2minuti 3minuti X6
3 3minuti 2 minuti X6
4 4minuti 1 minuto X6
5 20 minuti di corsa
6 25 minuti di corsa
7 30 minuti di corsa

 

Comincia ogni seduta di corsa con 5 minuti di cammino, poi fai sei blocchi consecutivi di corsa/cammino come descritto in tabella. Con una seduta a giorni alterni.

 

È consentito sentire dolore purché rimanga sotto un valore di 4/10 e che sparisca del tutto entro 48H.

Ma stretching è utile per evitare infortuni?

No, vari studi sono stati fatti a riguardo e la conclusione è sempre la solita, lo stretching statico non previene infortuni, non aumenta la lunghezza muscolare, bensì solo la tolleranza allo sforzo (konrad 2014)

Qualche consiglio per te:

  • Lavora di forza e resistenza in maniera simultanea, ciò permette il miglioramento della velocità ed una migliore economia della corsa, l’allenamento della forza riduce gli infortuni da sovraccarico del 50%
  • lavora su coordinazione motoria, mobilità, controllo e stabilità di tutto l’arto inferiore (anca, ginocchio, caviglia, alluce)
  • lavora di potenza e reattività con esercizi di balzi, pliometrici o salti.
  • Se hai avuto un infortunio dai il tempo al tuo corpo di riadattarsi ai carichi, non pretendere di fare gli stessi km, solita velocità di prima, ci arriverai piano piano

Perché il lavoro di forza è tanto importante?

Per questo vi rimando all’articolo del collega che spiega il perché un runner dovrebbe sempre fare allenamento di forza (https://fisioterapia-massa.it/la-forza-nel-running/)

A cura di :

GIULIA SANGUINETTI, PT, OMPT student

  • Orthopaedic Manipulative Physical Therapist (OMPT) Student
  • Fisioterapista dei disturbi vascuolo-linfatici
  • Fisioterapista esperta in fisio-pilates