È nota da tempo la relazione tra la sedentarietà e il mal di schiena, come anche l’importanza di muoversi e mantenere un buon tono muscolare per contrastare una lombalgia (vedi articolo: Come diminuire il dolore alla schiena? Tirando su grandi pesi!)
Di recente è stato effettuato uno studio per capire la fattibilità di un in un intervento focalizzato a ridurre il dolore di chi soffre di lombalgia cronica (CLBP) e che tende a passare molte ore a una scrivania.
I partecipanti erano 27 con una età media di 52 anni di cui il 78% donne, tutti i partecipanti passavano moltissimo tempo ogni settimana alla scrivania (almeno 20 ore!).
Tutti hanno ricevuto una sorta di “braccialetto elettronico” che serviva per sollecitare l’attività nei soggetti, per evitare quindi una certa sedentarietà stando seduti tutto il tempo senza muoversi. A questo va aggiunto un tutor che regolarmente faceva loro una consulenza sulle migliori strategie d’approccio al mal di schiena.
Dopo circa sei mesi i ricercatori hanno notato come ci fosse una diminuzione nelle ore consecutive trascorse in posizione seduta dai partecipanti con un decremento anche dei parametri che indicano disabilità e dolore.
Per quanto si tratti di un “esperimento” su piccola scala, come detto i partecipanti erano solo 27, esso ha mostrato come una rieducazione di determinati comportamenti in specifici ambiti lavorativi possa contrastare alcuni sintomi del mal di schiena.
Questo esperimento mostra in modo inequivocabile come ci sia una correlazione tra sedentarietà e dolore cronico (in questo caso dovuto a una forma di lombalgia).
Il problema globale della lombalgia cronica: introduzione
Il classico “mal di schiena” è una patologia molto comune che ormai colpisce circa il 9-10% della popolazione mondiale. Si tratta di stime ma che mostrano quanto tale patologia sia rilevante e costosa, sia dal punto di vista della sanità pubblica che privato.
Anche se sono aumentati i costi per contrastare e prevenire la lombalgia cronica (ad esempio negli Stati Uniti si stima che l’incremento in spese mediche sia stato del 100% tra il 1996 e il 2013), è in continuo aumento.
La maggior parte dei malati sperimentano dolore per almeno 12 settimane facendo fatica a lavorare e svolgere le normali attività. A questo va aggiunto che la medicina non riesce a curare la patologia ne tantomeno a ridurne in modo efficacie i fastidi (es. dolore).
Di conseguenza i ricercatori ed esperti della colonna vertebrale hanno compreso come l’approccio debba essere modificato e non soltanto focalizzato a terapie mediche e farmacologiche.
Hanno quindi iniziato a proporre approcci terapeutici non farmacologici che includono:
Esercizio fisico.
Dimagrimento
Terapia cognitivo-comportamentale.
Ad esempio, un recente studio, ha mostrato come gli interventi di terapia cognitivo-comportamentale portino benefici più a lungo termine rispetto ad altre più costose.
Allo stesso tempo si è anche visto come tale terapia da sola non portasse migliorie così grandi da aiutare concretamente il paziente: in pratica la terapia cognitivo-comportamentale da benefici che perdurano ma sono di lieve entità.
Questo suggerisce quindi la necessità di combinare in modo sistemico e sinergico la terapia con altre che diano, invece, risultati più importanti. Quella con l’esercizio fisico sembrerebbe essere la più adatta e complementare.
Spingere le persone a diminuire le ore passate “incatenati” davanti a un monitor e la diminuzione di una vita sedentaria potrebbe essere una strategia di trattamento aggiuntiva.
Ciò che si mira a ottenere è la diminuzione di quello che viene comunemente definito come “comportamento sedentario”: ossia uno stile di vita in cui si passa la maggior parte del tempo seduti o anche sdraiati ed è caratterizzato dalla quasi, o totale, mancanza di esercizio fisico.
Lavoro e mal di schiena
Stare seduti per troppo a lungo potrebbe contribuire ad acuire la lombalgia cronica, nonché i sintomi ad essa associati, causando:
Diminuzione della circolazione sanguigna.
Peggioramento del tono muscolare della schiena e anche delle gambe.
Postura scorretta.
Incremento del dolore e della rigidità.
Inoltre, coloro che soffrono di lombalgia cronica e provano molto dolore, potrebbero aver paura di effettuare determinati movimenti spingendoli ancora di più a una staticità che provocherebbe ulteriori danni.
Chi lavora alla scrivania ha una maggiore probabilità di soffrire di mal di schiena, si stima infatti che un numero dal 30% al 50% di loro, durante l’anno, ne soffra per periodi prolungati.
Gli studi hanno mostrato come gli interventi mirati a diminuire questi comportamenti “sedentari” sul posto di lavoro abbiano avuto due effetti precisi:
Diminuire i casi di mal di schiena o la durata degli attacchi.
Hanno mantenuto costante il livello di produttività.
Considerando la difficoltà a implementare nuovi standard comportamentali all’interno di un ufficio, aver mantenuto la stessa produttività, indica come un approccio su larga scala potrebbe addirittura incrementarla.
Si avrà anche, di conseguenza, una diminuzione delle assenza sul posto di lavoro per i disturbi causati dal mal di schiena.
Va aggiunto che questi studi sono stati effettuati per periodi brevi (circa 3 mesi) andando a modificare solo il comportamento sedentario dei lavoratori, senza quindi includere modifiche strutturali come ad esempio l’implementazione di postazioni utilizzabili anche in piedi e simili.
Lo studio precedentemente menzionato (su 27 pazienti) e durato sei mesi, serviva proprio a mettere a sistema una serie componenti che portassero a una analisi più precisa.
Oltre quindi alla suddetta terapia cognitivo-comportamentale sono stati aggiunti anche altri elementi come strutture, desk e postazioni ergonomiche che diminuissero il “bisogno” di stare seduti permettendo di lavorare anche in piedi.
Sono state implementate più pause nelle quali i soggetti dovevano muoversi.
Sedentarietà e dolore cronico, che relazione e c’è cosa fare
Le persone coinvolte nella ricerca hanno dichiarato di avere una discreta soddisfazione/benefici dovuti all’utilizzo di nuove terapie e metodiche atte a diminuire la sedentarietà sul posto di lavoro.
Nel tempo si è notato un miglioramento della lombalgia cronica, sia per quanto riguarda il dolore che la mobilità stessa, con una riduzione significativa della disabilità correlata alla CLBP
Lo studio non è di certo sufficiente a dare una risposta precisa e univoca sulla validità di questi nuovi metodi e approcci terapeutici. Sarà necessario effettuarne di nuovi, su scala maggiore, che mettano in luce la veridicità delle ipotesi riscontrate.
Di sicuro, anche se lo studio non è in grado di prevedere diminuzioni statisticamente significative del dolore auto-valutato e della funzionalità fisica, dimostra come muoversi di più porti benefici piccoli o moderati che potrebbero portare a miglioramenti molto maggiori se applicati su scala più ampia.
Si tratta di un nuovo approccio globale per la cura della lombalgia cronica proprio attraverso una serie di metodiche messe a sistema di carattere medico, terapeutico, cognitivo-comportamentale.
Quindi se si vuole avere benefici certi e duraturi diviene necessario modificare il proprio stile di vita, perché sedentarietà e dolore cronico, da quanto emerge, sono strettamente correlati.
GIONATA PROSPERI, FT, SPT, SM.
Esperto In Terapia Manuale nelle cefalee, emicrania
Fisioterapista dei disturbi dell’articolazione Temporo – Mandibolare
Fisioterapista dei Disturbi Vestibolari
C.E.O. del Centro della Colonna vertebrale di Massa
In questo articolo vi spiegherò perchè rinforzare la schiena attraverso grandi pesi può portare ad un gran beneficio in termini di prevenzione
Per far capire l’entità del problema circa l’80% degli adulti soffre di una qualche forma di mal di schiena. Siamo quindi di fronte a una vera e propria piaga sociale con costi esorbitanti per la sanità pubblica.
Ma perché la schiena fa male? Secondo molti è dovuto al fatto che ci siamo evoluti molto velocemente, quindi assumendo la posizione eretta non abbiamo avuto il tempo di “fortificarla” per questa nuova condizione.
Per quanto ci sia certamente una base di verità, la realtà è ben diversa: usiamo male la nostra potente e ben strutturata schiena. Infatti è una delle zone più forti e resistenti del nostro corpo.
Ognuno di noi è convinto che, ad esempio, se sollevi carichi pesanti facendo sforzo proprio sulla schiena rischi di farti molto male. Di conseguenza moltissimi luoghi di lavoro hanno creato “ambiti” ergonomici per minimizzare gli infortuni e le varie lombalgie.
Per non parlare dello sport, soprattutto su quelli che necessitano di caricare sulla zona grandi pesi (es. bodybuilding), in cui si sostiene l’importanza di non affaticare la schiena fino al punto di evitare sforzi eccessivi.
Le recenti ricerche invece hanno dato risultati sorprendenti che spingono a un nuovo approccio per capire anche come diminuire il dolore alla schiena.
Stress e pressione sono potenzialmente molto dannosi per la schiena, questa è una leggenda metropolitana che va sfatata per migliorare la condizione della schiena. Infatti, entro limiti logici, lo stress causato ad esempio da un allenamento spinge il corpo a fortificarsi e ad essere nel tempo più resistente.
Da qui si comprendono due conclusioni fondamentali:
Troppo stress, anche sottoforma di allenamento, può essere nocivo per l’organismo.
La colonna vertebrale può rinforzarsi grazie allo sforzo e al “giusto stress”.
Deve essere fatto un allenamento ben mirato e costante che permetta a tutti gli elementi del corpo di crescere e fortificarsi: muscoli, legamenti, articolazioni fino anche le stesse ossa.
È stato dimostrato che la mancanza di “lavoro fisico”, stress o allenamento che sia, è dannoso per la nostra colonna vertebrale che deve sempre mantenersi allenata per essere più efficiente.
Ad esempio hanno studiato gli astronauti di varie missioni spaziali scoprendo l’insorgenza di mal di schiena anche in chi non ne soffriva prima della partenza. La mancanza di forza di gravità, e quindi di lavoro costante della zona lombare, ha portato a un peggioramento del tono di muscoli e tessuti causa in seguito del dolore.
Trovare il “punto debole” per diminuire il dolore alla schiena
Fare sport e andare in palestra fa bene. Sembra un assunto tanto ovvio quanto banale eppure in molti ancora hanno uno stile di vita sedentario e soffrono comunque di mal di schiena.
In palestra, quando si inizia a lavorare con i pesi, viene spiegato come alcuni esercizi e movimenti a carico della schiena debbano essere evitati al punto che si da sempre la colpa della lombalgia allo sport.
Piegare e ruotare la schiena, specialmente sottosforzo, è considerato il rischio maggiore per il quale si verificano lesioni, infortuni e traumi di vario genere.
Un recente studio ha analizzato proprio un gran numero di canottieri di alto livello per studiare la condizione della loro colonna vertebrale soggetta a un continuo stress dinamico.
I vogatori inarcano e piegano la schiena, facendo leva sui remi, ogni giorno per centinaia di volte scatenando tutta la loro potenza muscolare per andare alla massima velocità.
Quindi loro soffrono tutti di mal di schiena? La risposta è no! Nell’arco di un intero anno circa il 30% di loro avrà un unico episodio di lombalgia andando a riprendersi completamente in quasi la totalità dei casi.
Sembrerebbe esserci una sorta di “punto debole” nella teoria che fare sport e determinati movimenti faccia male proprio perché la schiena tende gradualmente, se allenata, a far fronte allo sforzo. Infatti si è visto come gli infortuni a questi atleti avvengano solo nel momento in cui si effettuino movimenti con aumenti di carico troppo rapidi, senza quindi il giusto allenamento.
Al contrario, per i canottieri ben allenati, che muovono nel modo giusto non solo la schiena, ma anche i fianchi e le ginocchia i rischi sono notevolmente inferiori.
Un altro risultato che contraddice l’idea comune che carichi eccessivi siano “sempre” deleteri per la schiena e mostra come gli stessi rematori tendano a piegare la schiena durante il carico, cosa solitamente sconsigliata.
Più stabile quando è più curvo
Spesso si vuole capire come diminuire il dolore alla schiena andando a mettere in atto una serie di “credenze” metropolitane che non hanno nulla a che vedere con un attento e metodico studio scientifico.
Ciò che in pochi sanno è che la nostra colonna vertebrale è più stabile proprio quando è curvata! Anche il consiglio di piegare le ginocchia per alzare i pesi da terra è spesso impreciso: piegando le gambe si utilizzano altri muscoli che spesso non sono allenati e adatti a quel tipo di sforzo, al contrario di una schiena in forma!
Per cui è consigliabile fortificare tutti i muscoli utilizzati per tirare su carichi pesanti, non solo le gambe e i fianchi ma soprattutto quelli della schiena la cui potenza è necessaria per evitare infortuni gravi e dolore.
Purtroppo negli ultimi decenni l’uomo moderno si è profondamente impigrito avendo uno stile di vita poco attivo, carico di alimenti grassi e dolci, che lo ha portato a due conseguenze disastrose per la schiena:
Obesità. Che comporta un carico costante su legamenti, ossa e muscoli di tutto il corpo. Senza contare una serie di problemi accessori come ipertensione, rischio diabete, malattie cardiovascolari, diminuzione del testosterone con conseguente peggioramento dell’umore e del tono muscolare.
Siamo sempre meno in forma e questo comporta una diminuzione del tono muscolare dovuta alla mancanza di attività fisica, che si correla poi con l’incremento del peso entrando così in un circolo vizioso di problemi di salute sempre più gravi.
I recenti studi mostrano con certezza quanto sia fondamentale, per diminuire il dolore alla schiena, fare esercizio fisico.
A questo andrà aggiunto un cambiamento, purtroppo a volte radicale, dello stile di vita e della dieta. Il mal di schiena non è quindi causato, nella maggior part dei casi, da una postura sbagliata o da un lavoro particolare, ma da cosa mangiamo e da quanto esercizio fisico facciamo.
Più che evitare di fare determinati sforzo o sollevamenti è invece opportuno capire che determinati movimenti debbano far parte della loro routine quotidiana, quindi attraverso l’allenamento.
Ci si deve letteralmente costruire dei muscoli potenti e resistenti sulla colonna vertebrale per diminuire i rischi di infortuni, è un lavoro lungo in cui il carico sarà aumentato in relazione alla risposta degli stessi muscoli.
GIONATA PROSPERI, FT, SPT, SM.
Esperto In Terapia Manuale nelle cefalee, emicrania
Fisioterapista dei disturbi dell’articolazione Temporo – Mandibolare
Fisioterapista dei Disturbi Vestibolari
C.E.O. del Centro della Colonna vertebrale di Massa
L’educazione alla neurofisiologia del dolore combinata alla terapia manuale nella gestione del mal di schiena cronico
Il mal di schiena cronico rappresenta una condizione molto diffusa, che impone un importante onere economico alla società di oggi, motivo per cui l’educazione alla neurofisologia del dolore gioca un ruolo oramai fondamental.
Questo vale ancor più per coloro che sono affetti da dolore cronico, la cui gestione rappresenta una sfida difficile per noi fisioterapisti.
Sappiamo che “il dolore è un’esperienza sensoriale ed emozionale spiacevole associata a danno tissutale, in atto o potenziale, o descritta in termini di danno”.
Il nostro sistema infatti producedolore anche di fronte ad una situazione di pericolo percepito. E’ un sistema di allarme molto sensibile: ci fa percepire dolore anche prima di subire un danno tissutale
Falsi miti e mal di schiena
Conosciamo le varie cause di mal di schiena, quando preoccuparsi e quando no. Sappiamo che nella maggior parte delle situazioni il dolore è meno grave rispetto all’effettiva gravità del problema. L’educazione è un aspetto importante.
In un altro articolo abbiamo constatato come gli strumenti di risonanza magnetica o anche le radiografie risultano essere poco attendibili mettendo in evidenza, ad esempio, rigonfiamenti dei dischi vertebrali che non sono molto gravi, anzi una normalità.
Una revisione delle più recenti linee guida cliniche pratica per il mal di schiena cronico (low back pain cronico) raccomanda l’esercizio supervisionato, la terapia cognitiva comportamentale ed un trattamento multimodale, ma mostra discrepanze riguardo alla manipolazione spinale e all’assunzione di farmaci.
Come già scritto in un altro articolo, in molti casi è impossibile, ad oggi, identificare la causa di un persistente mal di schiena e, di conseguenza, come curarlo. E non è ancora chiaro oggi quale sia la modalità terapeutico migliore in termini di esercizi, ciononostante sappiamo come guidare il nostro paziente verso la risoluzione della sintomatologia dolorosa.
Quello che sappiamo è che non è una vertebra ruotata a produrre dolore, come non lo è un inclinazione del bacino; quindi basta parlare di bacino storto od emibacino ruotato rispetto al contro laterale. Questa comunicazione verbale non fa altro che instaurare meccanismi e fattori contribuenti che stanno alla base del dolore cronico. C’è un articolo che parla proprio di queste leggende metropolitane
E’ come dire ad un paziente che si presenta da noi di continuare a venire perché ogni tanto il disco deve essere riposizionato correttamente: si tratta di leggende metropolitane da sfatare.
Negli ultimi 10 anni le ricerche nel campo delle neuroscienze hanno portato novità importanti nella comprensione del ruolo del cervello nel dolore cronico. Sono sempre più numerosi gli studi che evidenziano come il dolore cronico sia associato ad una riorganizzazione della corteccia sensoriale.
I pazienti con dolore cronico presentano infatti un’alterazione della rappresentazione corticale somatotopica e anche della capacità di integrare gli stimoli percettivi con la rappresentazione e la discriminazione spaziale tra il lato affetto e quello sano.
Questi cambiamenti non sono irreversibili: per esempio i campi della corteccia sensitiva si possono modificare tramite stimoli tattili che hanno anche una rilevanza comportamentale Le prove attuali suggeriscono che queste mappe corticali corporee sono mantenute dinamicamente nel cervello (neuroplasticità) e sono negativamente influenzate da negligenza, movimento diminuito e dal dolore
La dimostrazione che le persone con dolore cronico presentano un’immagine del corpo alterata con capacità tattile diminuita, ci spinge ad associare al movimento fisico, sia passivo e sia attivo, un trattamento per la “riorganizzazione corticale”.
Un approccio relativamente nuovo e promettente nella gestione di mal di schiena cronico consiste nell’insegnare al paziente la neurobiologia e la neurofisiologia del dolore, ovvero la PNE (l’educazione alla neurofisiologia del dolore)
Diversi studi randomizzati e controllati e due recenti revisioni sistematiche hanno riportato risultati favorevoli dopo PNE in pazienti con dolore cronico in termini di riduzione del dolore, catastrofismo del dolore, disabilità, e prestazioni fisiche migliorate.
L’obiettivo dell’educazione alla neurofisiologia del dolore è la riconcettualizzazione del dolore insegnando di più ai pazienti sui processi neurobiologici e neurofisiologici che stanno alla base delle loro esperienze di dolorose.
Nel paziente con CLBP, questa riconcettualizzazione del dolore mette il paziente nella condizione di comprendere perché hanno dolore e che molto spesso il dolore non ha niente a che fare con un tessuto lesionato.
Non è sempre questione di schiena!
Sono anni che si studia il mal di schiena in modo “sistemico” non focalizzandosi quindi in modo ottuso solo su quella zona del corpo che duole ma tentando di andare più a fondo e capirne la vera genesi.
La maggior parte dei professionisti sanitari sono educati attraverso un modello biomedico, secondo la quale esiste un collegamento diretto tra il danno tissutale ed il dolore sperimentato dal paziente.
Solo in caso di una di lombalgia acuta, dove la nocicezione tissutale nella parte bassa della schiena è il meccanismo di dolore dominante, questo approccio sembra appropriato.
Tuttavia, nel caso di CLBP, mal di schiena cronico, c’è spesso poca o nessuna aderenza a questo biomedico modello di dolore e l’applicazione locale della sola terapia raramente porta ad una riduzione duratura nei sintomi e miglioramento della funzione.
LA TERAPIA MANUALE AGISCE A LIVELLO SUPERIORE
La terapia manuale può essere definita come quell’insieme di tecniche di mobilizzazione / manipolazione per la gestione del dolore e della funzione, con lo scopo di migliorare la mobilità e la funzione. Sappiamo che uno stimolo meccanico transitorio (attraverso una mobilizzazione/manipolazione) è in grado di creare una catena di effetti biomeccanici locali mediati dal sistema nervoso periferico, dal midollo spinale e dai centri superiori.
Tradizionalmente si pensava che l’effetto della terapia manuale dipendesse solo dalla sua tecnica, attraverso il grado di mobilizzazione per esempio, ma oggi sappiamo che mobilizzando un distretto vertebrale apriamo un collegamento di dialogo diretto con il sistema nervoso centrale .
L’ASPETTATIVA DEL PAZIENTE A NOSTRO VANTAGGIO
L’aspettativa del paziente è un fattore ancora più importante riguardante proprio il grado ed il tipo di mobilizzazione. Grazie anche al lavoro di studiosi come Butler e Moseley, fisioterapisti ricercatori australiani, gli interventi educativi sono stati rivolti ai fattori psicosociali che influenzano l’invalidità e ai meccanismi neurofisiologici del dolore cronico.
È opinione crescente che questi ultimi, attraverso la spiegazione al paziente dei meccanismi neurofisiologici che sottostanno al dolore cronico, possano essere più efficaci nel migliorare i risultati clinici in quanto potrebbero portare il paziente a demistificare e a demedicalizzare la malattia, a dissociare il dolore dal danno tissutale e a incrementare la partecipazione alle attività fisiche.
Il ruolo del sistema nervoso centrale nella capacità di aumentare o diminuire la propria sensibilizzazione (neuro plasticità)
Tale strategia di educazione può indurre un apprendimento del SNC e quindi un cambiamento dell’esperienza dolorosa, riducendo così l’atteggiamento noto come catastrofismo, che porta il paziente a ritenere il problema molto più grave e disabilitante di ciò che è in realtà, e che, insieme alla paura del movimento contribuisce a cronicizzare il dolore.
Nel caso di una lombalgia, lo stimolo meccanico a livello vertebrale viene applicato per migliorare il movimento segmentale e per facilitare un miglior controllo muscolare locale. Ma la stessa mobilizzazione può essere vista come un mezzo per agire anche ad altri livelli superiore, per modulare la percezione del dolore.
Dovremmo quindi considerare gli effetti “top down”, considerando il cervello e il suo ruolo integrale nella produzione dello stimolo doloroso.
Sappiamo che nel caso di una lombalgia cronica la terapia manuale non basta, probabilmente perché dobbiamo agire anche a livello superiore, “manipolando” il cervello per determinare un cambiamento della percezione del dolore.
Una nuova manipolazione, quella”CORTICALE”
L’aspettativa di un paziente nei confronti di un determinato trattamento gioca un ruolo fondamentale nella riduzione della sintomatologia. La credenza che un trattamento possa dargli beneficio produrrà quello che si definisce effetto “placebo” Molti fattori possono contribuire alla risposta al placebo, come la relazione tra paziente e fisioterapista, l’aspettativa ed i bisogni del paziente, lo stato psicologico, il disagio del sintomo, la tipologia di istruzione verbale, la preparazione al trattamento e l’ambiente clinico ambientale.
Questo suggerisce che, ogni volta che viene somministrato un trattamento ad un paziente, non lo si fa nel vuoto, ma in un insieme complesso di stati psicologici che variano da paziente a paziente e da situazione a situazione (Benedetti e Amanzio, 2013). I fattori che potrebbero influenzare il risultato terapeutico sono rappresentati dalle caratteristiche del trattamento (mano contatto, direzione del movimento, forza), dal paziente e dalle caratteristiche del fisioterapista (credenze sul trattamento e sul dolore, stato, genere) e la relazione paziente-fisioterapista (suggerimento, rassicurazione e compassione)
Adottare solamente un approccio educazione alla neurofisiologia del dolore “hands off” potrebbe non necessariamente soddisfare tali aspettative e potrebbe indurre probabilmente un effetto nocebo, inducendo in tal aspettative e risultati negativi. Il nostro suggerimento è che un approccio basato esclusivamente sull’educazione alla neurofisiologia del dolore non è efficace se non combinato alla terapia manuale ed all’esercizio supervisionato.
Ecco perché dal punto di vista riabilitativo, il dolore cronico rappresenta una situazione complessa multidimensionale considerando il suo impatto sulla funzionalità della persona
La Fisioterapia si deve orientare sui risultati, sull’educazione al paziente, deve essere fondata sugli aspetti biopsicosociali, incentrata sulla persona e da essa autorizzata, guidata dalla migliore evidenza e dall’attività.
GIONATA PROSPERI, FT, SPT, SM.
Esperto In Terapia Manuale nelle cefalee, emicrania
Fisioterapista dei disturbi dell’articolazione Temporo – Mandibolare
Fisioterapista dei Disturbi Vestibolari
C.E.O. del Centro della Colonna vertebrale di Massa
TRASVERSO DELL’ADDOME E MAL DI SCHIENA: L’IMPORTANZA DI VEDERE IN PROFONDITA’
Il trasverso dell’addome è un muscolo fondamentale nel controllo del movimento e nel fornire stabilità alla colonna durante le attività funzionali.
Uno dei principali obiettivi che ci poniamo nella nostra pratica clinica e nella gestione del mal di schiena è il rinforzo del muscolo TRASVERSO DELL’ADDOME.
La lombalgia è una patologia tra le più frequenti in termini di espressione clinica ed è anche un disturbo tra i più frustranti
sia per il paziente sia per il fisioterapista poiché nella maggior parte dei casi non si ha una struttura ben riconoscibile come
‘’pain generator’’, proprio per questo la maggior parte delle lombalgie vengono definite ‘’aspecifiche’’.
Si è reso però necessario ricercare altre strutture meno note che potrebbero essere responsabili di questa condizione
sempre più frequente: il trasverso dell’addome e il multifido.
TRASVERSO DELL’ADDOME: CAUSA E CONSEGUENZA DEL MAL DI SCHIENA
Studi recenti ci dicono che alterate prestazioni dei muscoli del tronco potrebbero essere sia causa che conseguenza di
lombalgia (LBP); già mediante diverse tecniche estremamente più costose come la RM o invasive (elettomiografia) sono stati
evidenziati una serie di cambiamenti nel reclutamento muscolare in pazienti affetti da questo disturbo:
debolezza dei muscoli del tronco;
Aumento dell’attività degli estensori di
tronco durante i movimenti dello stesso;
ritardo del rilassamento, deficit di reclutamento durante attività
funzionali.
TRASVERSO DELL’ADDOME VALUTATO CON ECOGRAFIA
Recentemente mediante l’imaging ecografica, una tecnica non invasiva e dai costi ridotti, è stato possibile notare deficit nel reclutamento dei muscoli profondi del tronco (trasverso dell’addome e multifido) durante il movimento in pazienti con LBP.
Tali muscoli sono fondamentali nel controllare il movimento e fornire stabilità alla colonna durante le attività funzionali, in
particolare il trasverso dell’addome.
Una delle caratteristiche del trasverso dell’addome è la sua attivazione che risulta essere indipendente dagli altri muscoli
addominali e si attiva precocemente in maniera tonica prima dei movimenti degli arti superiori e inferiori e durante il cammino.
Contrariamente, in pazienti con dolore lombare, il trasverso è meno tonico, spesso si attiva in ritardo durante le
varie attività, o presenta una riduzione di spessore.
Grazie all’ecografia il fisioterapista può valutare la struttura muscolare, la sua attivazione sia in modalità statica che
dinamica durante attività funzionali, anche perché a causa della sua posizione profonda il trasverso non può essere
valutato mediante test di resistenza tradizionali.
Mediante l’ecografia il professionista può valutare ed allenare specificatamente questo muscolo, cosi profondo e di difficile reperibilità ma oggi meno di quanto possa sembrare.
Il TRASVERSO DELL’ADDOME origina dalla cresta iliaca, dalla faccia interna delle ultime 6 cartilagini costali, dal foglietto della fascia profonda della zona toracolombare e dal legamento inguinale. Si inserisce nella parte alta della linea alba e sui processi spinosi delle vertebre da L1 a L5. È un muscolo espiratorio, ed è innervato da nervi intercostali, dal nervo ileoipogastrico e ileoinguinale del plesso lombare (L1). Ha un ruolo nel mantenimento della postura. La sua contrazione determina, inoltre, un aumento della pressione addominale, necessaria per sopportare le forze agenti sulla colonna vertebrale durante determinati esercizi.Il trasverso dell’addome ha solo una limitata azione sulla mobilità del tronco.
MULTIFIDO E MAL DI SCHIENA
Parliamo adesso di multifido; dobbiamo dire innanzitutto che con l’età e in correlazione ad un mal di schiena cronico si
possono verificare una serie di cambiamenti a livello delle strutture muscolari posteriori del tronco, tra cui gli erettori spinali ed il multifido, muscoli che giocano un ruolo chiave nella stabilità spinale dinamica.
In particolare, possiamo trovare una riduzione del trofismo muscolare e un aumento di grasso intramuscolare e tutto ciò è stato associato a soggetti con lombalgia.
Per capire e diagnosticare una lombalgia acuta serve un metodo che prenda in considerazione moltissimi fattori con uno screening per eventuali patologie gravi, spiegazioni chiare e dirette al paziente della sua condizione proprio per diminuire paure e ansie.
La lombalgia è anche una cosiddetta comorbidità, perché si manifesta con altri disturbi muscolo scheletrici, emicrania, mal di testa, irritabilità, stress, ansia, sindrome dell’intestino irritabile e altri ancora. Negli ultimi anni 15 anni metodi di gestione e cura della lombalgia cronica si sono focalizzati sull’aumento:
delle terapie fisiche,
delle iniezioni spinali,
degli interventi chirurgici,
della diagnosi per immagini,
dell’uso di farmaci.
Tutto ciò ha comportato un aumento esorbitante della spesa pubblica in ambito sanitario.
I punti chiavi per affrontare la lombalgia acuta
La LBP è, come detto, una condizione molto diffusa e assai difficile da affrontare, seguire un semplice decalogo può aiutare medico e paziente:
I fastidi della lombalgia possono essere mitigati se la gestione della patologia va di pari passo con le diagnosi e le prove riscontrate durante le visite. Ad esempio l’utilizzo di Raggi X e Risonanza Magnetica da spesso falsi-positivi.
L’approccio alla lombalgia acuta dovrebbe essere sistemico e prendere in considerazione non solo il dolore di per sé, ma anche una serie di fastidi e cambiamenti psicologici e umorali che colpiscono la persona affetta. Serve un approccio “olistico” e non miope basato solo sul dolore.
Come detto gli strumenti diagnostici per immagini vanno usati con attenzione e solo quando si è certi che possano dare informazioni sicure e valide per una più precisa diagnosi.
Medici, fisioterapisti ed esperti in generale hanno a loro disposizione un gran numero di strumenti basati su fatti, prove e sintomi precisi per gestire i malati di mal di schiena cronico.
Seguire queste linee guida, apparentemente banali, è un primo passo fondamentale, secondo moltissimi esperti, per approcciare in modo mirato e sistemico la lombalgia cronica.
Perché si commettono errori nella diagnosi della LBP?
È idea comune che la maggior parte dei fallimenti per curare la lombalgia acuta siano dovuti a un metodo diagnostico errato nonché alla mancanza di coerenza tra le prove ottenute e le stesse terapie. In pratica l’approccio corrente di tipo biomedico per la gestione e cura della lombalgia cronica sembrerebbe essere “obsoleto” e non del tutto efficacie.
Esso non prende in considerazione anche quella che viene definita “prospettiva biopsicosociale”. A ciò va aggiunta anche la mancanza di un approccio che metta il paziente al centro del problema e non la patologia stessa.
In effetti le migliori metodologie si basano su:
Una diagnosi iniziale costruita attraverso un processo di triage.
Sull’interpretazione della lombalgia cronica da un punto di vista più ampio, di tipo biopsicosociale.
Su una valutazione e soprattutto gestione personale, ad hoc, che quindi spinga il paziente a non subire passivamente l’attività di recupero e cura ma lo renda attivamente partecipe.
Si tratta di un processo semplice che, come detto, mette la persona al centro della cura in modo scientifico e mirato.
Un buon metodo di diagnosi e valutazione
Eseguire un valido triage (processo di smistamento) è una parte essenziale per una corretta valutazione della lombalgia cronica. In effetti nella maggior parte dei casi non siamo di fronte a nulla di grave se non una distorsione o anche un semplice carico eccessivo dovuto a fattori come stress, stile di vita, incidente non grave. In pratica nella visita iniziale si dovrebbero escludere le possibilità (minime) che si sia di fronte a qualche patologia grave. La percentuale di persone in cui la lombalgia cronica è il campanello d’allarme per qualcosa di preoccupante è minima, nell’ordine dell’1-2%. Si potrebbe trattare di:
Un tumore spinale.
Un disturbo sistemico infiammatorio.
Una infezione.
Una frattura alla colonna vertebrale.
Comporterebbero alcune condizioni e sintomi ben distinti come un dolore costante non di tipo meccanico (causato quindi da movimenti o posture particolari), dolore notturno, rigidità al mattino o altri sintomi che indichino un peggioramento del generale stato di salute del soggetto.
Recenti studi mostrano come le persone più a rischio di fratture sono quelle che hanno nella loro storia clinica la presenza di abrasioni, traumi o contusioni e donne di età superiore ai 74 anni (spesso affette da patologie come l’osteoporosi). Allo stesso tempo si deve prendere in considerazione che molte altre patologie sistemiche, pelviche o anche addominali possano causare fastidi e dolore alla colonna vertebrale facendo credere, inizialmente, che si tratti di una lombalgia cronica.
In un esiguo numero di casi (si stima tra il 5% e il 10%) di persone con LBP il dolore potrebbe essere associato a componenti “radicolari” in presenza o meno di una qualche forma di deficit neurologico. Potrebbe essere associato alla sindrome della cauda equina, ad una compressione del midollo spinale, un prolasso del disco o stenosi del canale vertebrale. La presenza di queste possibili patologie, deficit neurologici o segni che indichino la sindrome della cauda equina richiedono assolutamente altre analisi per valutare se son in atto patologie.
Sappiamo che in caso non siano presenti le cosiddette Red Flag, ossia segnali e sintomi che indicano la presenza in atto di condizioni gravi come lesioni, deficit neurologici, traumi o altre gravi patologie, l’uso di Raggi X o RM potrebbe essere anche dannoso.
Spesso capita che, in persone che non hanno alcun tipo di dolore, vengano diagnosticate varie patologie con la risonanza magnetica dando dei falsi-positivi:
Degenerazione del disco (91%).
Rigonfiamento del disco (56%).
Protrusione discale (32%)
Come visto dall’articolo sull’utilità di questi strumenti diagnostici una errata valutazione non soltanto comporta dei costi elevati, ma anche il concreto pericolo di mettere in atto una terapia che spesso risulta addirittura deleteria per il paziente.
Non è solo una questione di “schiena”
Sono anni che si studia il mal di schiena in modo “sistemico” non focalizzandosi quindi in modo ottuso solo su quella zona del corpo che duole ma tentando di andare più a fondo e capirne la vera genesi. Ci sono ormai decine di studi che evidenziano come ci siano molti fattori di rischio per la lombalgia:
Stress
Ansia
Stile di vita.
incidenti
Tutti quanti svolgono un ruolo chiave sensibilizzando la struttura spinale e in modo particolare il sistema nervoso centrale portandolo a una forte infiammazione concausa importante della LBP. Va anche notato come anche le cosiddette “credenze popolari” sul mal di schiena siano in qualche modo correlate con la stessa intensità del dolore.
Ciò è dovuto al fatto che la paura del dolore potrebbe aumentarlo se non anche esserne una causa diretta. Il fattore psicologico è fondamentale così come saper gestire stress, ansia e soprattutto la paura associata a una lombalgia. In generale non c’è da preoccuparsi, i casi in cui il mal di schiena sia un sintomo di una patologia grave sono molto pochi (seppur presenti).
Si deve rompere il circolo vizioso nel quale molto malati cadono proprio per le convinzioni, spesso errate, sul mal di schiena. Come ad esempio che il dolore possa solo peggiorare, o che muoversi lo acuisce e in modo particolare che vadano evitati quei movimenti che lo provocano.
Anche l’idea che maggiore sia il dolore peggiore il danno, e quindi il rischio di una eventuale malattia o condizione grave è il più delle volte sbagliato. In questo articolo spieghiamo quando è giusto preoccuparsi per il mal di schiena.
Il vero paradosso è che tutte queste “credenze popolari” in realtà non sono dette dalla gente comune, ma dagli stessi operatori sanitari e medici che non conoscono il “mal di schiena” ma lo valutano usando strumenti e metodologie obsolete.
Si evidenzia quindi l’importanza della comunicazione, non solo nei contenuti ma anche nei modi, degli operatori sanitari che dovrebbero avere loro stessi un approccio psicologico più attento e mirato per non spaventare il paziente o dargli informazioni inesatte.
Ad esempio è stato studiato che una serie di “comportamenti difensivi” o anche un po’ “drammatici” per un mal di schiena come:
Smorfie
Zoppie
Irrigidimento dei muscoli.
Assumere determinate posture.
…
siano spesso dovuti a un riflesso psicologico per la convinzione che si sia di fronte a un problema grave anche in assenza di una vera lesione!
La paura e l’angoscia spingono il paziente ad aspettarsi sempre il peggio, fino anche a finire sulla sedia a rotelle o addirittura predicendo una possibile morte e questo condiziona il corpo spingendolo a comportamenti esagerati rispetto all’entità del vero problema.
In più sono comportamenti e pensieri che potrebbero comportare un carico non normale sulla colonna vertebrale già di per sé sensibilizzata con un aumento del dolore.
Chi continua ad avere uno stile di vita attivo e ha quindi un approccio positivo alla patologia tende a subire meno sia gli effetti del dolore, che le eventuali conseguenze future. In pratica un buon approccio da parte di operatori sanitari e malati è un elemento che ha un ruolo fondamentale per la cura della lombalgia cronica e del dolore ad essa associato.
Ci sono prove altrettanto valide sul fatto che gli “esperti” non siano in grado di identificare anche i fattori di rischio di tipo psicologico come: Condizioni associate quindi alla LBP evidenziando la necessità di sottoporre i pazienti non solo a valutazione medico-fisiche ma anche di tipo psicologico.
Non solo cura ma anche “gestione” della lombalgia cronica specifica
Per quanto riguarda i pazienti con lombalgia cronica causata da ernia del disco (con o senza deficit neurologico) la diagnosi è spesso buona. Si tratta di circa il 5% dei pazienti affetti da lombalgia.
Gli studi prospettici evidenziano che i tassi di recupero in questi casi sono molto incoraggianti, si stima di circa l’80% nell’arco di un anno dall’inizio delle terapie. Invece si necessita un intervento di tipo chirurgico in persone che soffrono di una neurologia progressiva o hanno i sintomi della cauda equina.
È altrettanto importante riuscire a mitigare il dolore specialmente negli attacchi acuti che possono essere davvero devastanti sia dal punto di vista fisico che psicologico. Sia con l’utilizzo di medicinali che attraverso un approccio psicologico per tranquillizzare il paziente supportandolo nella gestione del dolore intenso.
Una volta che si ha l’attenuazione del dolore è possibile mettere in pratica un programma di riabilitazione mirato per normalizzare il movimento e permettere alla persona di riprendere le normali attività. Invece in casi come ad esempio la stenosi del canale vertebrale, che può provocare dolori davvero disabilitanti e intensi, laddove non hanno avuto effetto cambiamenti nello stile di vita o altri metodi di prevenzione e cura, potrebbe essere necessario ricorrere alla chirurgia.
Responsabilizzare il paziente
La lombalgia aspecifica è spesso difficile non solo da diagnosticare ma anche da curare. Secondo gli ultimi studi è utile prima di tutto seguire un procedimento mirato di “triage” con un conseguente studio non solo medico, ma anche di tipo psicologico e sociale per evitare comportamenti (e convinzioni) malsani.
Si consigli di somministrare antidolorifici soltanto nei momenti in cui il dolore diviene davvero forte e insopportabile (ovviamente ogni individuo ha una propria personale soglia di sopportazione). Il lavoro va svolto sia in direzione di un miglioramento fisico del paziente, quindi curando la lombalgia cronica, ma anche psicologico aiutandolo e diminuendo stress e paura che hanno l’effetto di amplificare lo stesso sintomo doloroso.
Il paziente deve essere informato e responsabilizzato sulla sua malattia
Chi soffre di lombalgia acuta, soprattutto se cronica, tende a pensare sempre che si tratti di qualcosa di grave. Un buon medico deve saper comunicare al meglio, in modo chiaro, sintetico ed empatico una eventuale prognosi che deve essere centrata sulle esigenze della persona:
Il medico deve capire cosa potrebbe scuotere o preoccupare maggiormente il paziente.
Capire cosa sa sulla lombalgia cronica e affrontare eventuali convinzioni errate.
Rassicurarlo sul fatto che si tratti di una patologia benigna che può essere affrontata senza stress o paure.
Spiegare la meccanica del dolore e perché si genera.
Spiegare anche quanto gli strumenti per immagini per la diagnosi siano limitati e non diano risultati certi.
Soprattutto far capire che si deve continuare a “muoversi” e trovare insieme una normalizzazione dei movimenti.
Per quanto riguarda l’uso di Raggi X o RM essa potrebbe mostrare condizioni comuni a moltissime persone che non hanno nessun genere di dolore o sintomo.
Quella che deve essere fatta è una sorta di “alfabetizzazione medica” con cui si spiega al paziente cos’è davvero la lombalgia acuta e questo permette di spazzare via molti dubbi e paure che contribuiscono in modo negativo all’evolversi della patologia.
Se invece le persone sanno, possono modificare il loro approccio passivo e divenire parte attiva nell’affrontare la LBP e questo permette un miglior recupero e maggiori possibilità di stare meglio.
Come affrontare la lombalgia acuta attraverso esercizio fisico, terapia manuale e movimento
Per migliorare un mal di schiena molto intenso è opportuno che la persona divenga partecipe del suo processo di guarigione. È essenziale che riprenda le normali attività e capacità funzionali della colonna vertebrale (lavoro, attività familiari, sport).
Si tratta di un passaggio necessario per arrivare a una completa guarigione sia mentale che fisica. Modificare le proprie attività è possibile e raccomandato solo nelle fasi acute in cui il dolore diviene ingestibile se non attraverso l’uso di farmaci e riposo.
È invece consigliato di continuare e mantenere la propria vita attiva e se si è appena usciti da un “attacco” molto forte di riprenderla in modo graduale senza però fermarsi del tutto. Si consiglia di seguire alcuni esercizi che offrano:
Rilassamento per ridurre la contrazione/protezione dei muscoli e migliorino la respirazione diaframmatica.
Che migliorino la funzionalità e la mobilità “delicata” delle anche e della colonna vertebrale.
Che rinforzino le zone attraverso un allenamento di tipo funzionale-mirato.
E anche esercizi di tipo prettamente aerobico scelti in base alla condizione fisica del paziente.
In effetti chi soffre di lombalgia acuta aspecifica tende a contrarre eccessivamente i muscoli della colonna portando a un aumento della rigidità e, di conseguenza, anche del dolore.
Rilassare tali fasce muscolari, e anche quelle del tronco, con movimenti mirati e “morbidi” permette di scaricare lo stress dalle strutture spinali sensibilizzate permettendo anche un miglioramento della mobilità.
Per quanto riguarda tutte le terapie manuali, in generale, hanno un miglior effetto per contrastare i sintomi (il dolore su tutti) nelle fasi acute o subacute soprattutto se sussistono blocchi che non permettono al soggetto di muoversi liberamente.
Come detto anche lo stila di vita può essere una causa, o comunque una aggravante di una lombalgia acuta. In generale i comportamenti a rischio sono:
Vita sedentaria.
Scarsa igiene personale.
Obesità.
fumo
Inattività.
È di grande importanza far capire quanto lavorare ed essere attivi, anche se all’inizio potrebbe sembrare difficile per via del dolore, sia utile per arrivare a una guarigione o comunque migliorare il quadro clinico. Esistono gruppi di persone che soffrono di lombalgia acuta che sono più a rischio.
Si tratta di persone con elevati livelli di paura, ansia, stress e angoscia. Gli interventi verso queste persone devono essere mirati a un lavoro sia dal punto di vista fisico che psicologico per alleggerire il carico psicosomatico della patologia. Andranno usate tecniche di tipo motivazionale, interviste e spiegazioni accurate della condizione per farne comprendere l’effettiva gravità.
A questo vanno aggiunte sessioni che permettano un ripristino del movimento normale attraverso la ripetizione anche di movimenti che invece provocano dolore intenso. Tale procedura permetterà una sorta di desensibilizzazione al timore del dolore e la ripresa di determinate attività.
Conclusioni
Ricapitolando per valutare e affrontare in modo più efficiente la gestione delle persone che soffrono di lombalgia acuta si dovrebbe seguire un percorso preciso in cui ci sia:
Un triage per la valutazione di specifiche patologie.
Una attenta valutazione che vada ad analizzare possibili rischi dal punto di vista psicosociale.
Dare al paziente le giuste conoscenze affinché lui stesso disattivi paure e stress che sono elementi aggravanti della LBP.
Una riabilitazione attiva che spinga la persona a diventare parte integrante della cura e non soltanto un elemento passivo.
E un uso sempre minore di strumenti diagnostici per immagini che spesso producono risultati errati.
Uno screening mirato, con analisi specifiche, per casi in cui il dolore sia molto acuto oppure siano presenti altri sintomi che potrebbero far pensare alla presenza di patologie gravi.
Gestione del dolore con strumenti psicologici, farmaceutici e terapeutici.
RISONANZA MAGNETICA E RX PER DIAGNOSTICARE IL MAL DI SCHIENA
In linea di principio le principali guide mediche raccomandano caldamente di non utilizzare i Raggi X e anche la risonanza magnetica per diagnosticare il mal di schiena perché, tali metodologie, producono un grandissimo numero di falsi-positivi.
La risonanza magnetica è certamente uno strumento di grande utilità in campo biomedicale: ottenere quindi immagini chiare di quelli che sono conosciuti come “tessuti molli”, anche in profondità nel nostro corpo, è fondamentale per fare molte diagnosi.
Quando la risonanza magnetica è utile è il vero punto da prendere in considerazione. Si ha purtroppo la tendenza a utilizzarla quando invece sarebbe meglio dare molta più importanza alla clinica.
Per fortuna la medicina ha fatto veramente dei passi in avanti che hanno fatto sì che si capisse quando effettivamente usarla e quando invece risulta inutile.
Nel caso di una lombalgia non solo è inutile, ma c’è addirittura il rischio che sia dannosa per la possibilità, per altro non remota, di dare risultati falsati che quindi spingano a terapie inutili, costose o anche dannose.
Gli esperti si sono resi conto ormai da tempo che fare una diagnosi di lombalgia attraverso Raggi X e la stessa Risonanza Magnetica non è un metodo affidabile, anzi. Il loro abuso può portare a dei veri e propri disastri!
La risonanza magnetica e raggi X sono utili per diagnosticare la lombalgia? No, lo sappiamo da tempo
A dimostrazione di questa battaglia contro l’uso insensato di tali strumenti è esplosa nel 2007 quando American College of Physicians e dalla American Pain Society hanno creato delle vere linee guida per la cura della lombalgia, escludendoli come metodi diagnostici affidabili.
Raccomandano ai medici di prescrivere radiografie o risonanze magnetiche solo in casi palesemente gravi in cui fossero presenti determinati sintomi neurologici gravi e soprattutto persistenti.
Gli stessi autori delle linee guida hanno sottolineato con forza l’importanza di evitare un abuso di tali strumenti mettendo l’accento sui rischi che i falsi-risultati potrebbero portare al paziente.
In realtà è una raccomandazione che dovrebbe essere ancora più netta tanto che uno studio del 2007 mostra che anche in tantissime persone sane, utilizzando questi due metodi, siano visibili segni di degenerazione tissutale quando questi non hanno davvero alcun problema.
Gran parte dei falsi allarme mostrati sono il più delle volte condizioni fisiologiche dovute in modo particolare all’invecchiamento e altri danni “normali” e non associabili al mal di schiena e al dolore.
Per quale motivo Raggi X e Risonanza magnetica non vanno utilizzati per diagnosticare il mal di schiena?
Appare chiaro come avere un falso-positivo, con relative preoccupazioni, è qualcosa che tutti vogliamo evitare. Ma in effetti qual è il maggior problema che sia ha con una diagnosi errata?
In alcuni casi potrebbe non procurare nulla di grave, ma in altri due casi specifici il danno potrebbe essere molto importante:
Non tutti amano fare i Raggi X o anche la Risonanza magnetica. Sono diagnosi strumentali che spaventano moltissimo perché avvalorano l’idea che ci possa essere qualcosa di molto grave. Come abbiamo visto in altro articolo (Mal di schiena quando preoccuparsi) si ha spesso una percezione allarmistica della lombalgia. La paura è un elemento che aumenta la percezione del dolore, crea ansia e stress che non sono di certo indicati per chi soffre di mal di schiena, soprattutto se cronico.
Non riescono quasi mai a dare un quadro generale chiaro e preciso dell’effettiva situazione. Anzi, capita spesso che dopo una risonanza o i raggi X si generi ancora più confusione. C’è una mole incredibile di documenti e studi scientifici che asseriscono senza ombra di dubbio quanto il mal di schiena sia diagnosticabile con questi strumenti. Sono frequenti casi di persone che sembravano avere tutti i segnali “negativi” pur essendo in salute! Capita di conseguenza che le diagnosi, e i trattamenti, vengono indirizzati nella direzione sbagliata andando anche, e questo è un altro elemento da tenere a mente, ad aumentare moltissimo i costi sanitari per la cura del mal di schiena.
Ovviamente ci sono anche delle rare situazioni in cui l’immagine va a scoprire effettivamente qualcosa di importante. Questi strumenti diagnostici, quindi, possono essere utilizzati con efficacia solo in alcuni tipi di lombalgie gravi e persistenti.
Resta comunque il fatto che non sono modi validi per diagnosticare e capire un mal di schiena.
Ad esempio è stata fatta una ricerca in cui i pazienti venivano valutati solo attraverso la RM, senza quindi conoscere informazioni cliniche del paziente.
I risultati sono stati a dir poco disastrosi diagnosticando in molti pazienti problemi di varia natura alla colonna vertebrale, come la stenosi, partendo dal presupposto che il restringimento del canale spinale sia sempre doloroso.
Ciò che dovrebbe far capire quanto tali strumenti diagnostici siano poco utili è che solo una piccola percentuale delle persone aveva effettivamente questi problemi quando molti, invece, avevano il canale spinale “ristretto” pur non sentendo alcun dolore.
Una donna, 10 risonanze magnetiche, 10 diagnosi diverse
Questo esperimento avrebbe qualcosa di comico se non fosse che mette in evidenza importanti errori medici sulla diagnosi della lombalgia.
Nel 2016 una donna con conclamati problemi di sciatica e di mal di schiena è stata mandata in ben 10 strutture diverse per fare una risonanza magnetica e avere quindi una diagnosi. Come detto ciò che colpisce è la difformità di risposte date dai medici in base ai risultati diagnostici.
Si comprende come le evidenze scientifiche siano ormai inequivocabili sul fatto che la valutazione precisa del mal di schiena non sia fattibile in modo valido attraverso tali strumenti.
Tristemente, ad oggi, è nella norma, quando si soffre di dolori alla schiena, essere sottoposti ai Raggi X o alla Risonanza Magnetica soprattutto nelle prime fasi del mal di schiena. I pazienti devono imparare e capire che alcune procedure, costose, possono essere davvero inutili e a volte anche deleterie perché danno spesso falsi-positivi.
Una RM o anche i Raggi-X avrebbero ragione di essere usati qual’ora si avessero condizioni “gravi” già da subito, come ad esempio la perdita di sensibilità o mobilità agli arti inferiori.
Quindi se si soffre di lombalgia non ha alcun senso allarmarsi ma neanche prenderla sottogamba. Si consiglia una visita medica da uno specialista che possa fare una valutazione dei sintomi e una diagnosi senza l’utilizzo indiscriminato di strumenti diagnostici che la medicina ha mostrato essere poco utili.
GIONATA PROSPERI, FT, SPT, SM.
Esperto In Terapia Manuale nelle cefalee, emicrania
Fisioterapista dei disturbi dell’articolazione Temporo – Mandibolare
Fisioterapista dei Disturbi Vestibolari
C.E.O. del Centro della Colonna vertebrale di Massa