Pubalgia – Groin Pain

Con il termine Pubalgia si intende una sindrome dolorosa caratterizzata da dolore in sede inguinale e/o pubica e/o sulla faccia interna delle cosce.

Il primo problema che si riscontra è l’utilizzo delle terminologie adeguate. Un recente studio ha evidenziato la presenza di ben 33 diversi termini (tra diagnosi singole e combinate) che potevano essere utilizzati per descrivere questi disturbi, alla fine  come termine comune oltre a Pubalgia ,oramai per molti  diventato obsoleto, si è giunti al termine di : GROIN PAIN, proprio perché risulta essere un termine puramente descrittivo e quindi non induce  a delle interpretazioni diagnostiche.

Epidemiologia

Dal punto di vista epidemiologico:

  • Negli sport agonistici la Pubalgia/GP è molto frequente e rappresenta il 2-5% del dolore legato allo sport, con un’incidenza di 5-18% nei giocatori di calcio e di tennis
  • All’interno dello stesso sport gli uomini hanno maggiore incidenza rispetto alle donne
  • È un problema in crescita anche nello sport amatoriale con un’incidenza di 3.1-5.6% degli infortuni legati allo sport
  • Gli sport che sono maggiormente interessati sono quelli che richiedono calci e torsioni durante la corsa, cambi di direzione bruschi e ricorrenti, come: Calcio, Hockey, Australian Football, Gaelic Football, Rugby, Atletica Leggera (per esempio la corsa ad ostacoli), Pallavolo, Sci, Tennis, Pattinaggio, Basket, Corsa

Dal punto di vista delle cause che possono portare ad una sospensione dell’allenamento/partita, la pubalgia  si piazza al 3° posto dopo fratture e ricostruzione del legamento crociato anteriore. Inoltre nel 68% dei casi è conseguente ad una problematica dei muscoli interni della coscia .( Adduttori)

Fattori di rischio

Tra i fattori di rischio che ci possono far pensare ad un possibile sviluppo di Pubalgia (Groin Pain), ritroviamo:

  • Fattori intrinseci:
    • Precedente infortunio all’inguine: sembrano essere associati ad un rischio molto elevato di nuove lesioni o comunque nuovi disturbi legati all’inguine
    • Precedente infortunio all’inguine associato alla pubalgia , più severo.
    • Precedente infortunio in altri distretti (caviglia, ginocchio, coscia, spalla)
    • Ridotta forza () isometrica degli adduttori d’anca (assoluta e relativa rispetto agli abduttori).
  • Fattori estrinseci:
  • Un più alto LIVELLO DI GIOCO ()
  • Una riduzione del LIVELLO DI ALLENAMENTO SPORT-SPECIFICO ()

 

Eziologia

Ad oggi sappiamo che l’eziologia  è multifattoriale, e non è ancora totalmente definita. Alcuni studiosi hanno cercato di portare alla luce questi modelli eziologici, integrando i fattori di rischio intrinseci (legati alle caratteristiche del soggetto, che rendevano un atleta più o meno predisposto ad un possibile infortunio) con i fattori di rischio estrinseci (legati all’ambiente in cui l’atleta deve partecipare).

I fattori di rischio intrinseci portano un atleta ad essere PREDISPOSTO a sviluppare Pubalgia / Groin Pain.

L’esposizione ai fattori di rischio estrinseci portano invece un atleta ad essere SUSCETTIBILE allo sviluppo di Pubalgia/Groin Pain.

L’interazione fra fattori di rischio intrinseci ed estrinseci, sommato alla ciclica partecipazione agli allenamenti e alle partite, determina una possibile condizione, cioè può rendere un atleta suscettibile a possibile:

  • infortunio senza il recupero, che lo rimuove dalla partecipazione
  • infortunio con recupero, attraverso un programma riabilitativo che prevede il reinserimento dell’atleta all’interno del ciclo

Inquadramento diagnostico

In base a quanto detto finora, la necessità era quindi quella di fornire un inquadramento pratico della Pubalgia/ Groin Pain. E’ stata fornita una classificazione che si basa sulla storia clinica e sugli esami clinici. Questo perché l’utilizzo del immagini diagnostiche  non è ancora utilizzato come procedura inziale nella diagnosi di Pubalgia/Groin Pain. Quindi viene proposta la classificazione in 3 sottogruppi:

  • Pubalgia/GP correlata a definite entità cliniche:
    • Legata agli adduttori
    • Legata al muscolo ileopsoas
    • Legata all’inguine e zona inguinale
    • Legata alla zona pubica
  • Relativo a disfunzioni dell’articolazione dell’anca

Altre cause .

Un’altra modalità di inquadramento  per la Pubalgia/Groin Pain è relativa alla stadiazione. In questo caso abbiamo una differenziazione correlata alla durata dei sintomi senza riferimento al meccanismo lesivo, fattori di rischio, eziologia, diagnosi:

  • Acuta : legato chiaramente ad un trauma
  • Cronica : recalcitrante la terapia e che dura da molto tempo

 Una classificazione che ci è più utile è quella in base alla modalità di esordio della patologia:

  • DI ORIGINE TRAUMATICA: l’inizio della sintomatologia è dovuto/correlato ad un qualsiasi trauma/evento acuto.
  • DA SOVRACCARICO FUNZIONALE: comparsa insidiosa e progressiva dei sintomi senza un trauma acuto o una situazione in cui l’insorgenza dei sintomi possa essere attribuita con certezza.
  • CRONICO: insieme di sintomi continui e presenti da un lungo periodo di tempo (> 12 settimane) che è recalcitrante a qualsiasi terapia conservativa.

Esami strumentali

Quando sono necessari gli esami strumentali?

Ricordiamo che l’alta prevalenza di immagini positive in atleti asintomatici rende difficile l’utilizzo dell’imaging anche per fare diagnosi di Pubalgia/GP. Quindi ci riferiremo a questo tipo di indagine qualora sospettassimo una patologia seria che necessita di un controllo o nei casi in cui ci sono dei dubbi per fare diagnosi differenziali con patologie simili.

Trattamento

Il trattamento chirurgico è indicato per casi selezionati e dà buoni risultati.

 

Il trattamento conservativo fisioterapico e in particolare quello attivo dà buoni risultati in termini di dolore e Ritorno allo Sport (migliore se in approccio multimodale).

In particolare il trattamento fisioterapico attivo prevede un programma di esercizio terapeutico suddiviso per obiettivi e fasi, con possibilità di intervenire in modo parallelo e con durata minima di 8 settimane.

 

Return to sport

 

RETURN TO PARTECIAPTION à RETURN TO SPORT à RETURN TO PERFORMANCE

 

I criteri di progressione alle fasi sono:

 

  • corsa lineare
  • corsa di sprint

A cura di:

Luigi Lanfranchi

  • Fisioterapista
Covid ed esercizio fisico

Covid ed esercizio fisico

La diffusione pandemica del coronavirus (Covid – 19) è diventato un argomento discusso nel mondo della sanità gettando tutti in un gran panico e nella preoccupazione sociale, rappresentando una minaccia per la salute di portata sconosciuta a livello globale.

Pur contenendo il virus il più rapidamente possibile per l’urgente priorità della salute pubblica, ad oggi poche sono le linee guida per il pubblico su ciò che le persone possano o non debbano fare in termini di mantenimento del loro esercizio quotidiano o delle loro attività fisiche.

Probabilmente, rimanere a casa, sebbene sia una misura sicura, può portare a conseguenze negative non intenzionali, poiché gli sforzi per evitare la trasmissione del virus da uomo a uomo possono portare ad una drastica riduzione dell’attività fisica e della fitness in generale.

È probabile che un soggiorno prolungato a casa possa comportare un aumento dei comportamenti sedentari, come passare troppo tempo seduto davanti alla tv e/o videogame e non seguire più una dieta equilibrata.  La riduzione di un’attività fisica regolare, o addirittura evitare di muoversi, può comportare un elevato rischio in termini di peggioramento delle condizioni di salute.

Pertanto, guidata da una forte motivazione di salute, è fondamentale continuare l’attività fisica in casa per mantenersi sani e mantenere una buona funzione del sistema immunitario.

 

Si ricorda che l’organizzazione mondiale della sanità RACCOMANDA 75 minuti di attività aerobica intensa e 2 sessioni di rinforzo muscolare a SETTIMANA

Svolgere quindi esercizi a casa che siano sicuri, semplici e facilmente implementabili sono adatti per evitare il coronavirus aereo e mantenere i livelli di fitness.

Tali forme di esercizio possono includere, senza limitazioni, esercizi di forza, attività di equilibrio, esercizi di stretching od una combinazione di questi.

 

Esempi di esercizi a casa includono il sollevamento di qualsiasi genere alimentare (una cassa di 6 bottiglie di acqua per esempio), degli affondi sulle gambe, salire e scendere le scale, alzarsi e sedersi da una sedia o semplici flessioni in posizione facilitate. Inoltre, dovrebbero essere considerati i tradizionali esercizi di Tai Ji Quan, Qigong, e yoga poiché non richiedono attrezzature specifica, tanto spazio e possono essere praticati in qualsiasi momento.

Le misure ufficiali che limitano i movimenti delle persone in presenza della crisi del coronavirus non significano necessariamente che l’attività fisica debba essere limitata addirittura interrotta. È stato dimostrato che l’esercizio fisico offre chiari benefici sia nella popolazione sana e sia nella popolazione con patologie croniche.

L’obiettivo dovrebbe essere quello di intraprendere almeno 30 minuti di attività fisica moderata ogni giorno e / o almeno 20 minuti di vigorosa attività fisica a giorni alterni, sebbene una combinazione di entrambe le intensità siano preferibili in aggiunta alla pratica di attività volta alla produzione della forza.

Data la preoccupante crescita della diffusione del coronavirus, è indispensabile rispettare  il controllo delle infezioni e prendere le dovute precauzioni di sicurezza. Il soggiorno a casa è un passo fondamentale per la sicurezza in grado di limitare la diffusione del virus. Ciononostante, i soggiorni prolungati a casa potrebbero aumentare quei comportamenti che portano all’inattività contribuendo allo sviluppo dell’ansia, della depressione e dei disturbi dell’umore.

Mantenere un’attività fisica regolare tramite l’esercizio fisico in un ambiente domestico sicuro è una strategia importante per una vita sana durante la crisi del coronavirus.

 

 

A cura di:

GIONATA PROSPERI, FT, SPT, SM, VRS.

  • Certificazione In Terapia Manuale nelle cefalee, emicrania;
  • Sport Physical Therapy;
  • Master in Terapia Manuale Osteopatica – Spagna
  • Student Master od Advanced Studies in Fisioterapia Muscolo Scheletrica Supsi – Svizzera
  • Certification in Spinal Manipulative Therapy Student – USA;
  • Fisioterapista dei disturbi dell’articolazione Temporo – Mandibolare;
  • Fisioterapista dei Disturbi Vestibolari – American Muscoloskeletal Institute;
  • C.E.O. della Fisioterapia Vertebrale di Massa;

 

Sindrome del tunnel carpale (STC)

Sindrome del tunnel carpale (STC)

Le compressioni dei nervi periferici dell’arto superiore possono interessare molti nervi a livello del loro passaggio in un canale anatomico, ma anche in un qualunque tratto del suo decorso, come al di sotto di un muscolo o tra due tendini.

La lesione nervosa, in queste sindromi, è dovuta al conflitto tra contenente e contenuto di canali osteofibrosi o arcate fibrose o muscolari, col risultato di compressioni croniche o ripetute. Tutto ciò provoca un aumento della pressione intraneurale che, se prolungato, provoca edema e ulteriore irritazione meccanica, che diventa poi infiammatoria con squilibrio osmotico ed elettrolitico e successivo maggiore edema che a sua volta comprime i vasi intratronculari, soprattutto i venosi con stasi e nuovo ulteriore aumento dell’edema. A distanza di tempo la conseguenza inevitabile dell’edema è la fibrosi.

La causa della compressione può essere esterna come nel caso di una neuropatia ulnare dovuta a una particolare abitudine di poggiare il gomito, in alternativa la causa può essere interna ovvero per una compressione o uno stiramento dei tessuti adiacenti, come calli ossei, ispessimenti sinoviali, tumori, lamine fibrotiche, muscoli normali o atipici. Le sindromi da intrappolamento sono neuropatie da compressione che si instaurano in siti ove i nervi decorrono attraverso passaggi anatomici angusti e per questo particolarmente suscettibili di costrizione compressiva.

In generale per quanto riguarda i fattori eziologici, i sintomi e il trattamento delle compressioni nervose a livello del gomito, dell’avambraccio e della mano, possiamo distinguere tre categorie di lesioni, la prima delle quali rappresentata dalle lesioni frequenti o molto frequenti, la seconda dalle infrequenti o rare, la terza dalle rarissime. Tra le compressioni frequenti abbiamo appunto la sindrome del tunnel carpale, oggetto di quest’articolo.

 

Definizione

La compressione del nervo mediano entro il tunnel carpale è la neuropatia da intrappolamento pùi ̀ comune; il canale carpale, o tunnel, è un canale osteofibroso situato nel polso e delimitato in profondità da un pavimento osseo costituito dalle ossa del carpo, chiuso verso la superficie cutanea da un robusto legamento fibroso, detto retinacolo dei flessori o legamento trasverso anteriore del carpo.

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Epidemiologia

La patologia colpisce il 3% della popolazione ed è più frequente nel sesso femminile con un rapporto maschi/femmine di 1/4. Si presenta raramente nei giovani, il picco di incidenza si registra infatti tra i 45-60 anni, ed è bilaterale in 1/3 dei casi. La sindrome si manifesta soprattutto nei soggetti anziani, nei pazienti sovrappeso e nelle persone sedentarie.

Eziologia

Il meccanismo patogenetico non è ancora ben conosciuto. È molto probabile che la compressione periferica del nervo associata ad una riduzione dell’apporto ematico, possano portare ad un aumento della pressione all’interno del canale con successivi danni nervosi e alterazioni nella conducibilità elettrica.
Nei casi in cui si ha un aumento del contenuto, la causa pùi ̀ frequente è l’ispessimento delle guaine sinoviali di origine idiopatica per una tenosinovite cronica aspecifica (non infiammatoria), con edema e fibrosi delle guaine sinoviali, in cui hanno un ruolo importante due elementi costituiti dalla diminuzione del tasso di estrogeni e dai micro-traumatismi quotidiani, soprattutto nelle attività lavorative che comportino prese di forza ripetitive.

Il micro-traumatismo rappresenta un innegabile fattore addizionale, ma raramente è responsabile da solo di STC, come conferma il raro interessamento nel maschio rispetto alla donna, bnehcé ́ l’uomo svolga maggiormente lavori manuali pesanti. L’origine ormonale è confermata anche dai casi che si verificano nelle donne sia al primo trimestre di gravidanza sia dopo il parto sia nel corso di trattamento anticoncezionale o durante la fase premestruale.

Altre cause di aumento del contenuto sono le tenosinoviti specifiche, di cui la più importante è quella reumatoide, dove la sofferenza nervosa è spesso la prima manifestazione della malattia. Anche anomalie muscolari, cisti sinoviali della parete posteriore del carpo, tumori intra-carpali possono determinare la compressione del mediano al carpo. Tra le cause da restringimento del contenitore ci sono le fratture del polso e, in misura minore, le patologie traumatiche del carpo (lussazioni).

Sintomatologia

Il quadro sintomatologico è dominato da parestesie, riferite come un formicolio prevalentemente notturno, da disestesie e da dolore variabile in tutto il territorio di distribuzione del nervo mediano con una diminuzione della forza prensile e della funzione della mano colpita. Tali sintomi tendono ad aumentare durante le ore notturne. Il paziente è svegliato dal disturbo parestetico e/o dal dolore ed è costretto a muovere e a scuotere le mani (segno dello scuotimento), per cercare di ridurre l’intensità del sintomo. Nella maggior parte dei casi il disturbo è annunciato da una crescente sensazione d’intorpidimento di pollice, indice, medio e metà dell’anulare,
ovvero le dita innervate dal nervo mediano. Generalmente la gravità della neuropatia è proporzionale all’intensità dei sintomi, per cui moderate parestesie soprattutto al risveglio mattutino sono espressione di una forma iniziale o più mite rispetto a quelle associate a frequenti risvegli notturni con dolore vivace post- intorpidimento.

Esame obiettivo

I segni clinici della sindrome del tunnel carpale sono prevalentemente legati alla perdita della sensibilità del 2° e del 3° dito della mano, con riduzione della forza di presa e di pinza tra pollice ed indice per riduzione del tono e del trofismo del muscolo abduttore breve del pollice, del flessore breve e degli opponenti del pollice. Nei casi più avanzati si può osservare una ipotrofia ed eccezionalmente una atrofia dell’eminenza tenar. Eccezionalmente si può assistere alla mano benedicente paretica. Abbastanza comune è invece la tumefazione molle della superficie volare del carpo “a salsicciotto”, una tumefazione visibile e palpabile. La STC può essere dunque classificata, in base a segni e sintomi, in 3 stadi:

· Stadio 1: Pazienti che hanno frequenti risvegli notturni con sensazioni di mano gonfia ed insensibile. Essi riferiscono dolore severo irradiante dal polso alla spalla e un fastidioso prurito alle mani e alle dita .Il segno di scuotimento attenua i sintomi. Nel corso della mattinata solitamente persiste una sensazione di rigidità manuale.

· Stadio 2: I sintomi sono presenti anche durante il giorno, soprattutto quando i pazienti rimangono nella stessa posizione per un tempo prolungato, o ripetono movimenti con la mano e il polso. Quando appare il deficit motorio, il paziente riferisce che gli oggetti spesso gli cadono dalle mani a causa del fatto che non sono più in grado di sentire le proprie dita.

· Stadio 3: E’ lo stadio finale nel quale l’atrofia dell’eminenza tenar è evidente e il nervo mediano solitamente risponde scarsamente alla decompressione chirurgica. In questa fase i sintomi sensoriali possono diminuire. Inoltre l’eminenza tenar fa male e nel caso di una compressione severa, vi è debolezza e atrofia per i muscoli adduttore breve del pollice e opponente.

 

Tesi per la diagnosi di sindrome del tunnel carpale

Per il riconoscimento della STC si utilizzano una serie di test cosi classificati: sensitivi, motori, provocativi e clinici. I test sensitivi vengono utilizzati per valutare la riduzione della sensibilità che può essere indagata con il test dell’ipoalgesia del mediano, il test della puntura di spillo ed il test della discriminazione tra due punti (vibrometria).
I test di funzionalità motoria comprendono l’abduzione del pollice, un test di valutazione del muscolo abduttore breve del pollice, che tra i muscoli dell’eminenza tenar è quello che meno frequentemente riceve una innervazione anomala dell’ulnare. Tra i test di provocazione, i più comuni e di facile applicazione sono: a) la compressione del canale carpale, che si effettua con una pressione diretta di un dito, possibilmente il pollice, in corrispondenza del nervo mediano sul tunnel carpale per circa trenta secondi. Si considera positivo quando compaiono le tipiche parestesie; b) il segno di Tinel è probabilmente il più usato nella pratica clinica, in quanto di facile applicazione. Consiste nel percuotere delicatamente il polso con un martelletto, esercitando una lieve pressione sul carpo dal lato volare. Tale manovra, comprimendo il nervo mediano, evoca un dolore tipo “scossa elettrica” di breve durata nel territorio sensitivo; c) il segno di Phalen consiste nell’invitare il paziente a porre il polso in flessione forzata per circa 60 secondi. Il test viene considerato positivo se entro tale tempo si produce la comparsa delle caratteristiche parestesie. Come diagnosi strumentali può essere richiesta elettromiografia ed ecografia

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Trattamento conservativo

Il trattamento conservativo è indicato nelle forme recenti, in presenza di disturbi lievi come parestesie passeggere e datanti da pochi mesi, in assoluta assenza di segni neurologici importanti e con elettromiografia indicativa di una compressione nervosa leggera. Il trattamento conservativo consiste nell’uso di farmaci antinfiammatori, fisioterapia e tutori rigidi notturni di polso in posizione neutra, per ridurre la pressione all’interno del canale. La fisioterapia prevede tecniche di terapia manuale incentrate sul “liberare” il decorso del nervo mediano, mediante esercizi di neurodinamica e release fasciale sui possibili siti di intrappolamento nervoso del nervo mediano. In associazione al trattamento il paziente è istruito all’esecuzione di esercizi da svolgersi con regolarità a casa e che prevedono auto-tecniche di neurodinamica e di allungamento fasciale.

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Trocanterite? Meglio definirla come sindrome dolorosa del gran trocantere

Trocanterite? Meglio definirla come sindrome dolorosa del gran trocantere

Trocanterite: definizione

La trocanterite è una patologia infiammatoria dell’anca che interessa quei tendini, con la rispettiva borsa sinoviale, che si inseriscono sul gran trocantere, in particolare piccolo e medio gluteo, importanti muscoli stabilizzatori del bacino quando si è in appoggio monopodalico.

  • Si ipotizza che tale condizione, spesso definita con il termine di tendinopatia glutea, con o senza borsite, si verifica in seguito ad una compressione inserzionale di queste strutture sulla regione trocanterica.
  • Ad oggi viene messa in discussione il ruolo dell’infiammazione da alcune evidenze scientifiche, motivo per cui la definizione oggi ritenuta più corretta è quella del Greater Trochanter Pain Syndrome, GTPS, ovvero sindrome dolorosa del gran trocantere.

Questa sindrome si manifesta con un dolore nella regione del gran trocantere del femore, causata da una patologia a carico dei tendini del medio e del piccolo gluteo con associata borsa trocanterica.

E’ una condizione disabilitante e cronica, spesso presente in tutti i gruppi di età, dal più giovane al più anziano, sia nella popolazione attiva e sia in quella sedentaria.

  • Le donne hanno un maggior rischio di sviluppare la GTPS (trocanterite) e questo rischio sembrerebbe aumentare con lo sviluppo della menopausa;
  • La maggior prevalenza nelle donne è attribuibile alla morfologia scheletrica della pelvi (maggior larghezza del bacino), e alla presenza di una coxa vara, ovvero un angolo tra il complesso testa-collo del femore e il corpo del femore inferiore a 120 gradi, valore minimo considerato normale;
  • Un aumento della larghezza della tuberosità del gran trocantere, un aumento della massa grassa ed una riduzione degli ormone sessuali femminili sono considerati fattori di rischio per lo sviluppo della trocanterite (Greater Trochanteric pain syndrome).

Grande e piccolo gluteo: principali fattori di rischio

Molto  spesso i pazienti sintomatici presentano modelli funzionali degli arti inferiori compromessi, inclusi un’ alterato schema del passo, che risulta essere più lento e più corto, e difficoltà a salire e scendere le scale.

Queste disfunzioni di movimento sembrerebbero essere la conseguenza di una ridotta forza dei muscoli deputati all’abduzione dell’anca e di una mancanza di controllo pelvico.

Mentre i muscoli grande e piccolo gluteo sono implicati in questa sindrome dolorosa, anche il deficit del grande gluteo potrebbe avere un suo impatto sulla funzione di questa popolazione, avendo un ruolo nella stabilità pelvica, nel passo, nell’abduzione,  nell’estensione e nella rotazione esterna dell’anca.

Uno studio condotto a Victoria, in Australia,  ha identificato specifici cambiamenti (dimensione e qualità) dei muscoli del gluteo nelle donne che presentavano questa condizione clinica a livello del gran trocantere, rispetto ad una popolazione asintomatica.

  • Una maggior quantità di infiltrato adiposo era evidente a livello del grande gluteo e del piccolo gluteo, specie nella sua porzione posteriore.
  • La porzione anteriore del piccolo gluteo è maggiormente soggetta ad atrofia con l’avanzare dell’età.

Il grande gluteo, assieme al piccolo e medio gluteo sono importanti abduttori dell’articolazione dell’anca, come già accennato precedentemente, e sono responsabili del controllo pelvico controlaterale durante l’appoggio monopodalico (corsa o camminata che sia).

  • Una ridotta forza da parte di questi muscoli viene riportata da una popolazione con tendinopatia gluteo (e quindi trocanterite), la quale potrebbe essere il risultato di un aumento dell’atrofia muscolare e di un maggior infiltrato adiposo .

L’impatto di questa tendinopatia sulle attività di vita quotidiana è sostanziale. Il dolore è spesso presente durante la notte, specie se si dorme sul lato affetto ed è comunemente sperimentato durante la camminata, specialmente se si allunga il passo, e nel salire o scendere una rampa di scala.

  • Si ipotizza che un focus specifico sul ripristino della funzione muscolare degli abduttori dell’anca e l’evitare carichi di compressione sui tendini fornirà un approccio migliore per ottenere risultati efficaci di trattamento.

Trattamento

La realtà attuale è che il piccolo e grande gluteo sono spesso muscoli poco considerati nella pratica clinica. La loro funzione principale è quella di stabilizzare l’estremità inferiore nelle attività monopodaliche, come la corsa od un salto, o semplicemente una passeggiata.

Spesso gli ortopedici prescrivono esercizi di rinforzo del quadricipite per risolvere questa condizione, se non addirittura terapie passive, quali tecar o laser per risolvere uno stato infiammatorio di dubbia presenza.

  • Considerato il ruolo primario della debolezza di questi muscoli (in termini di atrofia e infiltrato adiposo) la gestione terapeutica della sindrome dolorosa del gran trocantere dovrebbe focalizzarsi sul rinforzo di questi muscoli (in primis grande e piccolo gluteo), per esempio con esercizi in appoggio monopodalico.

GIONATA PROSPERI FT, SPT, SM, cert. VRS          

  • Fisioterapista Sportivo  e Scienze Motorie
  • OMPT Student – SUPSI switzerland
  • Fisioterapista esperto In Terapia Manuale nelle cefalee, emicrania
  • Fisioterapista dei disturbi dell’articolazione Temporo – Mandibolare
  • Fisioterapista dei Disturbi Vestibolari
  • Fisioterapista specializzato nella Spalla dolorosa
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Protesi di ginocchio

Si tratta di un intervento chirurgico di sostituzione dell’articolazione del ginocchio  con una protesi anatomica composta da materiali diversi. L’operazione  si rende necessaria quando l’articolazione, subisce un grave danno. L’applicazione della protesi mira a ristabilire la normale mobilità articolare, che potrebbe essere, irrimediabilmente compromessa.

Cenni anatomici

Il ginocchio è l’articolazione intermedia dell’arto inferiore, per le sue caratteristiche possiede un grado di libertà( movimento di flessione/estensione) che permette all’estremità dell’arto di modificare la distanza del corpo dal suolo. L’articolazione è rivestita dalla capsula articolare, ed è composta da: il  femore (situato superiormente), tibia (inferiormente) e rotula (anteriormente) che agisce come braccio di leva. La cartilagine articolare riveste le estremità ossee e ne previene il consumo da sfregamento. Attorno alla capsula, è presente  la cosiddetta membrana sinoviale, che produce il liquido sinoviale; esso riduce le frizioni tra femore e tibia e facilita il movimento dei tendini e dei legamenti. Quest’ultimi sono indispensabili, perché consentono la flessione dell’arto inferiore (durante una camminata, una corsa ecc.) e forniscono stabilità all’articolazione. I menischi sono strutture fatte di cartilagine e garantiscono stabilità all’articolazione. Occupano la parte superiore della tibia e servono ad assorbire le sollecitazioni, che il femore e l’intero corpo esercitano sulla tibia stessa.

Cause più frequenti di danno articolare

Un attenta valutazione ortopedica ha permesso di tipizzare il ginocchio  da operare; percorsi chirurgici specifici di ricostruzione sono stati preparati per trattare pazienti affetti da molteplici cause, le  più comuni, che determinano un danno all’articolazione del ginocchio, sono:

  • Osteoartrosi.  Sono le artrosi più comuni, caratterizzate dalla degenerazione della cartilagine articolare. Per questo motivo, sono dette anche “artrosi da usura”. Il paziente, per lo più anziano, avverte dolore e difficoltà motorie.
  • Artrite reumatoide. Si tratta di una malattia autoimmune che colpisce le articolazioni sinoviali, provocando uno stato infiammatorio duraturo e con esiti di rigidità e deformità articolare.
  • Emofilia. Le continue lesioni sanguinolente (emartri) indeboliscono le articolazioni, le quali si irrigidiscono e diventano dolenti. I bersagli più colpiti sono le ginocchia e le caviglie.

Queste patologie determinano un danno articolare progressivo, pertanto  inizialmente possono essere trattate conservativamente, ma alla lunga gli esiti portano all’operazione chirurgica.

Tra le altre cause, meno comuni troviamo: patologie metaboliche come la gotta, necrosi avascolare dovuta ad abuso di alcool; displasie o deformazioni congenite del capi ossei .

Chi si sottopone all’intervento?

L’indicazione alla chirurgia protesica di ginocchio è basata sul dolore di un paziente e sul suo grado di disabilità, non sull’età. Gli individui che si sottopongono maggiormente all’intervento di protesi al ginocchio, sono gli anziani di età compresa tra i 60 e gli 80 anni. Questi, d’altra parte, sono anche i soggetti più colpiti da osteoartrosi e artrite reumatoide. Non esiste un’età assoluta o limitazioni di peso per la chirurgia protesica del ginocchio anche se è bene ricordare che questi impianti non durano in eterno (in media 15 anni) e che il peso eccessivo può essere la causa di una minore longevità dell’impianto protesico. Quando una protesi fallisce perché si è usurata, dovrà essere sostituita; questo intervento detto di revisione della protesi di ginocchio è un intervento più complesso e più rischioso rispetto all’intervento di primo impianto.

Quali sono i benefici e obiettivi dell’intervento?

L’intervento di protesi di ginocchio mira al raggiungimento dei seguenti obiettivi e benefici:

  • Riduzione del dolore
  • Miglioramento della mobilità articolare
  • Miglioramento delle capacità motorie dell’individuo operato
  • Miglioramento sensibile della qualità della vita.

Più del 90 % delle persone sottoposte a protesi del ginocchio hanno sperimentato una notevole riduzione del dolore del ginocchio e un significativo miglioramento della capacità di eseguire attività comuni della vita quotidiana. Ma  bisogna segnalare che la protesi del ginocchio non  permetterà  all’individuo di fare di più di quanto faceva prima di iniziare a soffrire di artrosi.

Con l’uso e l’attività normale, lo spaziatore di plastica di ogni protesi di ginocchio comincia a usurarsi. Un eccessiva attività o l’essere troppo pesanti può accelerare questa usura e può condurre  all’intervento di revisione della  protesi poiché si è mobilizzata o è diventata dolorosa.

Intervento

Una volta giunto al ricovero ospedaliero e svolto gli esami di routine (visita medica, ECG, esami sangue e urine , esami farmacologici) l’intervento di protesi d’anca si esegue, di solito, in anestesia generale. Tuttavia, è possibile anche optare per un’anestesia epidurale, in cui solo l’estremità inferiore del corpo è insensibile al dolore. Chi sceglie questa seconda opzione, non è comunque cosciente, poiché deve assumere dei forti sedativi.

La scelta del tipo di protesi da utilizzare spetta al chirurgo, il quale basa le sue considerazioni su i seguenti elementi:

  • Età del paziente
  • Patologia di base
  • Peso corporeo

È possibile scegliere tra due tipi di protesi al ginocchio: 

  • Protesi totale
  • Protesi parziale o monocompartimentale

La scelta dipende dalla gravità del danno articolare e dalla scelta dello specialista.

L’operazione può durare da una a tre ore e prevede tre momenti : 

  • Incisione in corrispondenza della rotula
  • Rimozione delle estremità ossee degenerate di femore e tibia
  • Sostituzione con articolazione artificiale

L’incisione si esegue dove risiede la rotula, la quale viene spostata da un lato, per avere maggiore accesso all’intero impianto articolare del ginocchio. Di seguito, si procede con la rimozione delle estremità consumate di tibia e femore e con la loro sostituzione con placche di metallo, queste ultime tendono a rispettare maggiormente la morfologia dei capi ossei  per mantenere la stessa funzionalità biomeccanica dell’arto. In mezzo alle due placche, che sono incollate alle ossa con una sostanza chiamata “cemento”, si inserisce un elemento spaziatore in plastica che permette di  evitare lo sfregamento diretto di femore e tibia.

Qualora la rotula fosse danneggiata, su quest’ultima, si applica una placca metallica nella parte interna.

Al termine della procedura, si richiude e si sutura l’incisione. 

Complicanze 

Il tasso di complicanze a seguito di protesi totale del ginocchio è basso. Complicazioni gravi, quali l’infezione del ginocchio, si verificano in meno del 2% dei pazienti. Le malattie croniche possono aumentare il rischio di complicanze. Anche se è raro, quando però si verificano, queste complicazioni possono prolungare o limitare il pieno recupero.  Le più comuni sono:

  • Infezioni
  • Coaguli di sangue (trombi)
  • Problemi d’impianto
  • Danno ai legamenti,vascolare o nervoso
  • Fratture ossee
  • Rigidità articolare
  • Dislocazione della rotula
  • Reazioni allergiche.

Decorso post operatorio – prevenzione complicanze 

Il decorso post operatorio inizierà per i primi giorni in ospedale per poi proseguire a domicilio. I punti base saranno questi:

Gestione del dolore. La gestione del dolore è una parte importante della vostra guarigione. La deambulazione e il movimento dell’anca inizierà subito dopo l’intervento chirurgico, appena si sente meno dolore, si inizierà a muoversi presto e questo aiuterà a riprendere le forze in modo più rapido.

Prevenzione dei coaguli di sangue (Trombosi Venosa Profonda -TVP-). Il chirurgo ortopedico può prescrivere uno o più misure per prevenire i coaguli di sangue e diminuire il gonfiore delle gambe. Questi possono includere calze elastiche vascolari a compressione graduale, e fluidificanti del sangue (eparina). Subito dopo l’intervento chirurgico saranno incoraggiati il movimento del piede e della caviglia per aumentare il flusso di sangue nei muscoli delle gambe e quindi per aiutare a prevenire il gonfiore delle gambe e la formazione di coaguli di sangue.

Fisioterapia. Esercizi di mobilizzazione dell’anca e del ginocchio e della caviglia saranno eseguiti fin dal giorno stesso dell’intervento chirurgico. La maggior parte dei pazienti inizierà a deambulare il giorno dopo l’intervento quando il drenaggio verrà rimosso. Un fisioterapista vi insegnerà esercizi specifici per rafforzare i glutei, la coscia e ripristinare il movimento del ginocchio. Particolare attenzione sarà rivolta alla ripresa della deambulazione per permettervi di recuperare il prima possibile le normali attività quotidiane subito dopo l’intervento chirurgico. La fisioterapia viene consigliata di essere proseguita a domicilio e nei vari centri di riabilitazione per un miglior recupero fisico.

Durante la  convalescenza a casa sono consigliate di fare  diverse modifiche  che possono rendere più facile la deambulazione  durante il recupero. I seguenti suggerimenti possono aiutarvi con le attività quotidiane: 

  • Barre di sicurezza o un corrimano sicuro nella vostra doccia o vasca da bagno;
  • Corrimano sicuri lungo le scale;
  • Una sedia stabile con un cuscino del sedile fermo (e una altezza di 45-50 cm);
  • Un rialzo del water se si dispone di un WC basso;
  • Un banco doccia stabile o una sedia per la doccia;
  • Rimozione di tutti i tappeti e degli ostacoli;
  • Uno spazio di vita temporaneo sullo stesso piano, perché fare le scale sarà più difficile durante la prima fase di recupero.

Riabilitazione 

La riabilitazione è fondamentale per recuperare, nei tempi stabiliti, la piena mobilità articolare.

Essa comincia già dopo la dimissione dall’ospedale e consiste in un programma di esercizi da eseguire in palestra. In questa sede, il paziente deve affidarsi alle cure e ai consigli di un fisioterapista, il quale propone gli esercizi da svolgere e corregge eventuali errori di esecuzione.

La riabilitazione è un momento importante, non solo per il recupero fisico, ma anche per quello psicologico. La sensazione di dolore, patita all’inizio del percorso di recupero, può sconfortare il paziente, ma il sostegno, offerto dalle persone attorno a lui, può aiutarlo a superare tali difficoltà.

Bisogna curare ogni piccolo dettaglio, se si vuole recuperare al meglio. Pertanto, durante la fase di recupero andranno evitati movimenti bruschi e posizioni estreme. 

  • Evitare di ruotare il ginocchio
  • Non accavallare le gambe
  • Evitare di comprimere la ferita
  • Non mettere un cuscino sotto il ginocchio, quando si dorme. C’è rischio di una flessione permanente del ginocchio
  • Non inginocchiarsi
  • Non sedersi su sedie troppo basse

Alcuni consigli 

  • Con le stampelle, salire le scale avanzando prima l’arto sano
  • Con le stampelle, scendere le scale avanzando prima l’arto operato
  • Scendere dal letto dalla parte dell’arto operato e a piè pari
  • Entrare e uscire dall’auto a piè pari

Come abbiamo già detto l’intervento riabilitativo inizierà già dalla prima giornata post operatoria e ha tra i suoi primi obiettivi quello di intervenire principalmente sulla prevenzione delle complicanze, insieme a quelle del recupero della mobilità, forza e dell’autonomia del paziente. Oltre a istruire il paziente sui movimenti da evitare, si raccomanderà  al paziente cosa fare possibilmente a letto e di ripetere questi esercizi più volte nell’arco della giornata autonomamente, secondo sempre la tolleranza al dolore:

  • flesso-estensione della caviglia
  • contrazione isometrica dei muscoli glutei
  • flesso –estensione dell’articolazione dell’anca e di ginocchio

Sarà inoltre educato all’esecuzione delle seguenti attività motorie:

  • passaggi posturali
  • scendere dal letto
  • camminare
  • azione di igiene personale

Nei successivi 20 giorni gli obiettivi saranno:

  • completa guarigione della ferita
  • recupero dell’articolarità:

-esercizi di mobilizzazione passiva  effettuata dal fisioterapista

-esercizi di auto-mobilizzazione assistita

-mantenimento di posture che influiscono sul recupero dell’articolarità

-esercizi di cauta mobilizzazione forzata da parte del fisioterapista

-esercizi di stretching articolare e muscolare.

  • Recupero forza muscolare recupero forza muscolare:

-contrazioni isometriche di coscia in posizione supina ad arto esteso

-contrazioni isometriche di glutei in posizione supina ad arti estesi

-flessione della coscia

-estensione della coscia

-abduzione e adduzione della coscia

-contrazione dei muscoli addominali

-esercizi per i muscoli del comparto anteriore e posteriore della gamba

  • Posizione supina: allungamento e rinforzo muscoli flessori, abduttori e adduttori
  • Posizione decubito laterale : Rinforzo dei muscoli estensori, abduttori, adduttori e addominali che stabilizzano il tronco
  • Posizione prona: Rinforzo dei muscoli estensori, abduttori e stabilizzatori dell’anca
  • Posizione seduta: Rinforzo dei muscoli quadricipiti e flessori ginocchio
  • Posizione quadrupedica: Rinforzo dei muscoli stabilizzatori del tronco e dei muscoli estensori, extrarotatori e intrarotatori dell’anca
  • Stazione eretta: graduali esercizi di carico
  • Esercizi di propriocezione
  • Esercizi durante il cammino.

Possono essere proposte anche varie attività in differente tipologie:

  • lavoro di gruppo in palestra per il recupero articolare e funzionale
  • lavoro di gruppo per l’addestramento delle attività di vita quotidiana
  • lavoro di gruppo in percorso indoor
  • lavoro di gruppo in percorso outdoor.

Durante la fase di riabilitazione sono consigliate anche delle sedute di massoterapia e di linfodrenaggio. Utile se fosse disponibile una volta che la cicatrice sia ben suturata anche delle sedute di Idrokinesi terapia: la diminuzione del carico sulle articolazioni e la fluidità dei movimenti svolti in acqua rendono gli esercizi riabilitativi più semplici e controllabili, consentendo al paziente l’esecuzione di movimenti impensabili a secco.

La riabilitazione continua  dalle 3 alle 8 settimane salvo complicanze elencate precedentemente.

SI procederà al carico progressivo , allo svezzamento delle stampelle e al ritorno graduale alle attività di vita quotidiana e allo sport.

Negli ultimi anni molti istituti utilizzano il protocollo di riabilitazione “Fast Track “in cui il soggetto viene già messo in piedi nel pomeriggio dell’intervento chirurgico ed inizia a deambulare con stampelle o girello, poiché una mobilizzazione precoce:

  • riduce notevolmente il rischio di trombosi venosa profonda della gamba.
  • permette di non abbassare in maniera catastrofica il livello funzionale e muscolare del’individuo, che deve, quindi, solo fare un “mantenimento” della sua capacità motoria e muscolare.
  • libera dal catetere, fonte pericolosa di infezioni. A livello psicologico, andare in bagno in modo autonomo lo rende indipendente.
  • alza il tono umorale dell’individuo, che quindi si sentirà maggiormente coinvolto e motivato. E avrà risultati migliori.
  • riduce i tempi di degenza ospedaliera. Perché essere in Ospedale può da un lato tranquillizzare il soggetto, ma dall’altro può essere fonte di contagio infettivo, fonte di disturbi del sonno e fonte di problematiche depressive.
  • Può essere pericoloso nell’anziano? Assolutamente NO. Il tasso di complicanze risulta notevolmente più basso rispetto al protocollo classico.

 

Domande frequenti: 

Attività                Dopo quanto si può riprendere a ?

  • Guidare : 4-6 settimane dopo l’operazione. È bene astenersi dalla guida, se non si è ancora in grado di piegare liberamente il ginocchio. Il paziente può incontrare delle difficoltà a entrare e uscire dall’auto. Una soluzione può essere quella di sedersi e girarsi sul sedile con le gambe parallele.
  • Lavoro : 6-12 settimane dopo l’operazione .I tempi dipendono dal tipo di lavoro. Se sedentario, la ripresa richiede, ovviamente, meno tempo.
  • Vita sessuale : 6-8 settimane dopo l’operazione .È meglio aspettare il consulto del medico curante.
  • Sport : 12-16 settimane ,a seconda del tipo di attività ,consigliati sport non da contatto e a basso impatto .

A cura di:

Luigi Lanfranchi

  • Fisioterapista