RUNNING: 10 DOMANDE E RISPOSTE PER TE!

RUNNING: 10 DOMANDE E RISPOSTE PER TE!

La corsa è, in questo momento, lo sport con il più alto numero praticanti al mondo, che per di più crescono anno dopo anno, seguendo un trend che non sembra volersi fermare.

Viene consigliata per dimagrire, per combattere lo stress, per rinforzare la muscolatura svolgendo un’attività efficace quanto semplice ed economica; e può essere declinata nei modi più svariati: su pista, su strada, sterrato e sterrato con ostacoli.

Spesso capita di farsi delle domande a riguardo, ed ecco qua riassunte le 10 domande più frequenti e le relative risposte.

 

  • Quali sono gli infortuni più frequenti nella corsa ?
  • Ma correre fa male alla schiena ?
  • Correre fa male alle ginocchia ?
  • Post corsa ho dolore, perchè?
  • Ho dolore, posso correre lo stesso?
  • Quali sono le scarpe migliori per correre?
  • Dopo un infortunio posso tornare a correre ?
  • Lo stretching è utile per evitare infortuni?
  • Qualche consiglio per te
  • Perchè è così importante l’allenamento di forza ?

 

  1. Quali sono gli infortuni più frequenti nella corsa?

 

L’infortunio è caratterizzato da un dolore che provoca un interruzione di attività per almeno

  • 7 giorni
  • 3 sessioni di allenamento
  • che richiede un consulto di un fisioterapista o medico

 

Vediamo quali sono i principali infortuni che avvengono in un anno ai corridori (professionisti e amatoriali)

In questo studio di Taunton, 2002 vediamo descritte le principali sedi di infortuni in un anno.

 

Tabella 1

Frequenza e distribuzione per sesso delle 26 lesioni più comuni

 

Lesione Uomini (n /%) Donne (n /%) Totale (n)
* Significativa differenza di sesso con p <0,05.
Sindrome del dolore femorale rotulea * 124/38 207/62 331
Sindrome da attrito della bandelletta ileo-tibiale * 63/38 105/62 168
Fasciopatie plantare * 85/54 73/46 158
Lesioni meniscali * 69/69 31/31 100
Sindrome da stress tibiale 43/43 56/57 99
Tendinite rotulea * 55/57 41/43 96
Tendinite d’Achille * 56/58 40/42 96
Lesioni del gluteo medio * 17/24 53/76 70
Frattura da stress: tibia 27/40 40/60 67
Lesioni spinali 24/51 23/49 47
Lesioni ai muscoli posteriori della coscia 25/54 21/46 46
Metatarsalgia 17/50 17/50 34
Sindrome del compartimento anteriore 13/46 15/54 28
Lesioni gastrocnemio * 19/70 8/30 27
Borsite trocanterica maggiore 9/39 14/61 23
Lesioni agli adduttori * 15/68 7/32 22
Osteoartrosi (ginocchio) * 15/71 6/29 21
Lesioni sacroiliache * 2/10 19/90 21
Frattura da stress: femore 6/32 13/68 19
Lesioni da inversione della caviglia 9/53 8/47 17
Lesioni da ileopsoas 6/37 10/63 16
Condromalacia rotulea 4/31 9/69 13
Tendinite peroneale 9/69 4/31 13
Il neuroma di Morton 5/42 7/58 12
Lesioni da abduttore 7/67 4/33 12
Apofisite calcaneare 7/58 5/42 12
Tibiale posteriore lesione 8/73 3/27 11

 

Come è possibile vedere dalla tabella, il sito di lesione più comune è stato il ginocchio (42,1% degli infortuni totali). Altri siti comuni erano il piede / caviglia (16,9%), parte inferiore della gamba (12,8%), anca / bacino (10,9%),Tendine Achille / polpaccio (6,4%), parte superiore della gamba (5,2%) e parte bassa della schiena (3,4%)

 

2 . Ma correre fa male alla schiena?

 Questa è la fatidica domanda che ultimamente tutti si pongono: “ma correre fa male alla schiena?” “comprime i dischi intervertebrali”, “fa venire ernie” ?

La risposta alle precedenti domande è NO .

Spieghiamo meglio, la corsa non è dannosa alla schiena di per se, ma può andare a peggiorare una situazione preesistente oppure crearne una, se praticata in maniera errata o superficiale.

 

In uno studio del 2017 “running exercise strenght strengthens the intervertebral disc”, viene affermato che l’esercizio di corsa è associato a una migliore composizione del disco intervertebrale (quindi più idratazione e contenuto di proteoglicani).

 

Di per se la corsa non fa male alla schiena e non provoca ernie o quant’altro, ma come qualsiasi altro sport o attività fisica deve essere eseguita bene ed associata a rinforzo muscolare.

 

3 . Ma correre fa male alle ginocchia ?

 Questa è un’altra domanda che la maggior parte dei corridori amatoriali si pone.

“correre mi farà venire l’artrosi ?” Anche in questo caso la risposta è Negativa

NO correre non fa male alle ginocchia, o per lo meno non la corsa di per se.

Vari studi dimostrano che non c’è un aumento del rischio di osteoartrosi sintomatica del ginocchio tra i corridori auto-selezionati rispetto ai non corridori, e in coloro in cui non è presente osteoartrosi, la corsa non è dannosa per le ginocchia.

Quindi se questa paura è ciò che vi frena all’iniziare a correre, state tranquilli!

 

4 . Post corsa ho dolore, perché?

 Generalmente, in assenza di traumi diretti o indiretti, il dolore del corridore viene definito come Aspecific Running Injury. Questo termine racchiude tutti quelli che sono gli infortuni da sovraccarico.

L’infortunio da sovraccarico avviene quando il carico

cumulativo applicato ai tessuti è superiore

alla capacità di carico stesso.

 I dolore non è un indicatore di danno tissutale, ma un meccanismo difensivo. Il nostro sistema produce dolore come risposta a una situazione di pericolo percepito.

I fattori che possono essere percepiti come pericolosi sono molteplici:

  • nocicezione/sensibilizzazione
  • infiammazione/infezione
  • convinzioni/credenze (significato che viene dato al dolore)
  • stress/stanchezza
  • contesto in cui ci si trova.

Il sistema di allarme è molto sensibile: si attiva prima di un danno tessutale e se il carico è percepito come eccessivo, il sistema produce dolore.

Quindi cosa fare? Ridurre il carico o ridurre intensità della corsa.

E se il dolore persiste allora affidarsi a un professionista che possa valutarti e valutare il tuo dolore.

 

 

 

5 . Ho dolore, posso correre lo stesso?

 

Chi non riesce a stare senza corsa, la domanda è questa.

Ho dolore ma posso correre lo stesso?

La risposta alla domanda è DIPENDE.

Dipende dal tipo di dolore.

 

 Se il dolore è un dolore di grado 1: presente solo durante la corsa e che sparisce completamente a fine corsa, allora Sì, si può correre a meno che il dolore non alteri il passo della corsa.

Anche se il dolore è di grado 2; presente fino al massimo il giorno dopo e che sparisce del tutto in massimo 24 H. Anche in questo caso il dolore non deve essere tale da alterare il passo e cosa fondamentale, non ci deve essere dolore notturno. 

Se invece il dolore persiste e continua nei giorni successivi, alterando le attività di vita quotidiana, portando a zoppia e al dover ricorrere a farmaci allora NO, è necessaria una pausa e soprattutto un consulto da uno specialista.

 

 

 

6 . quali sono le scarpe migliori per correre e come si appoggia il piede? 

Come è possibile vedere dall’immagine che rappresenta le prove olimpiche dei 10 km nel 2012 in USA

Non esiste uno stile migliore di altri che vada bene per tutti 

esistono diverse tipologie di scarpe:

scarpe minimaliste, massimaliste scarpe con drop di diversa altezza,  barefoot ecc.

secondo vari studi chi corre in barefoot ha un rischio maggiore di sviluppare tendinopatia e infortuni al tendine d’Achille;

d’altro canto chi corre con scarpe con drop maggiore tende a sviluppare con più facilità: fasciopatie plantari, sindromi da stress tibiali e sindromi femoro rotulee.

Chi invece corre con scarpe minimaliste tende ad avere con più facilità sindromi da stress sul metatarso.

 

 

Quindi quali sono le scarpe migliori per correre? 

Sono stati fatti numerosissimi studi a riguardo ma la conclusione (ad oggi) è che nessuna scarpa è migliore di un’altra a prescindere.

Altri studi sono stati eseguiti anche per cercare di capire se scarpe antipronazione, plantari potessero ridurre il rischio di infortunio, ma la postura del piede in statica non coincide con la postura del piede in dinamica.

La forma del piede Non è correlata alla sua funzione dinamica (trimble 2002, razeghi 2002, paterson 2015)

La pronazione non è correlata all’infortunio ( rayan 2013, nelsen 2014)

 

In un anno il circa 30% dei runner subisce infortuni, e questi infortuni sono uguali in coloro che pronano, supinano, usano scarpe minimaliste, massimaliste o plantari

 

…. quindi

La scarpa è un mezzo non un fine

 

Quindi scegli la scarpa in base a come ti senti meglio, in base a come stai e in base a eventuali problematiche.

 

  1. Dopo un infortunio come posso tornare a correre ?

 

Partendo dal presupposto che ogni infortunio ha i suoi tempi di recupero, se e quando sarai pronto a correre è necessario ripartire con calma e permettere alle strutture di riadattarsi al carico,

quindi come e quando ripartire?

 

Post infortunio si può tornare a correre solo se:

  • nessun segno di infiammazione
  • articolarità ed estensibilità massime
  • stabilità indolore mono-podalica
  • camminare senza dolore per 30 minuti

 

se tutto è presente tutto questo allora è possibile tornare a correre in maniera graduale:

iniziare mescolando camminata a corsa permette di riportare i tuoi tessuti di riadattarsi al carico.

 

Seduta Corsa Cammino
1 1 minuto 4 minuti X6
2 2minuti 3minuti X6
3 3minuti 2 minuti X6
4 4minuti 1 minuto X6
5 20 minuti di corsa
6 25 minuti di corsa
7 30 minuti di corsa

 

Comincia ogni seduta di corsa con 5 minuti di cammino, poi fai sei blocchi consecutivi di corsa/cammino come descritto in tabella. Con una seduta a giorni alterni.

 

È consentito sentire dolore purché rimanga sotto un valore di 4/10 e che sparisca del tutto entro 48H.

8.Ma stretching è utile per evitare infortuni?

No, vari studi sono stati fatti a riguardo e la conclusione è sempre la solita, lo stretching statico non previene infortuni, non aumenta la lunghezza muscolare, bensì solo la tolleranza allo sforzo (konrad 2014)

 

  1. Qualche consiglio per te
  • Lavora di forza e resistenza in maniera simultanea, ciò permette il miglioramento della velocità ed una migliore economia della corsa, l’allenamento della forza riduce gli infortuni da sovraccarico del 50%
  • lavora su coordinazione motoria, mobilità, controllo e stabilità di tutto l’arto inferiore (anca, ginocchio, caviglia, alluce)
  • lavora di potenza e reattività con esercizi di balzi, pliometrici o salti.
  • Se hai avuto un infortunio dai il tempo al tuo corpo di riadattarsi ai carichi, non pretendere di fare gli stessi km, solita velocità di prima, ci arriverai piano piano

 

  1. perché il lavoro di forza è tanto importante ?

 

Per questo vi rimando all’articolo del collega che spiega il perché un runner dovrebbe sempre fare allenamento di forza (https://www.fisioterapia-massa.it/la-forza-nel-running/)

A cura di :

GIULIA SANGUINETTI, PT, OMPT student

  • Orthopaedic Manipulative Physical Therapist (OMPT) Student
  • Fisioterapista dei disturbi vascuolo-linfatici
  • Fisioterapista esperta in fisio-pilates
TENOSINOVITE DI DE  QUERVAIN: COS’E, COME  SI TRATTA

TENOSINOVITE DI DE  QUERVAIN: COS’E, COME  SI TRATTA

Cos è la tenosinovite di De Quervain? 

La tenosinovite stenosante di De Quervain (DQST) è una patologia caratterizzata da dolore al polso e alla stiloide radiale. È causata da un alterato scorrimento dei tendini dell’abduttore lungo del pollice (APL) e dell’estensore breve del pollice (EPB). Queste strutture muscolo-­‐ tendinee controllano la posizione e l’orientamento, l’applicazione della forza e la stabilità articolare del pollice. 

Si ritiene che l’alterato scivolamento tendineo sia dovuto all’ispessimento del retinacolo dell’estensore nel compartimento dorsale del polso, con conseguente restringimento del canale osteo-­‐fibroso.

 

Da dove origina il dolore? 

Il termine “tenosinovite” implica la presenza di una condizione infiammatoria, tuttavia, la patofisiologia del DQST non comporta infiammazione e presenta reperti istopatologici simili a quelli di altre tendinopatie come ad esempio metaplasia fibro-­‐cartilaginea e neovascolarizzazione, la quale è accompagnata da una crescita dei fascicoli nervosi che hanno componenti sia sensoriali che simpatici in grado di trasmettere dolore. Pertanto, l’impingement meccanico dei tendini APL e EPB nel canale osteo-­‐fibroso ristretto è il probabile stimolo nocicettivo e quindi doloroso. 

Quale sono le caratteristiche cliniche? 

Il sintomo principale della tenosinovite di De Quervain è il dolore o la tensione alla base del pollice, il dolore potrebbe anche estendersi sull’avambraccio. Può svilupparsi lentamente o manifestarsi all’improvviso, può peggiorare quando si usa la mano, il pollice o il polso. Altri sintomi includono: Gonfiore vicino alla base del pollice, intorpidimento lungo la parte 

posteriore del pollice e dell’indice, una sensazione di “schiocco” quando si sposta il pollice, un suono cigolante mentre i tendini si muovono all’interno delle guaine. 

Cosa comporta tutto ciò? Qual è la prevalenza? 

Una conseguente compromissione della funzionalità del polso, mano e pollice nelle attività come il sollevamento, la spinta, la trazione e non per ultima la presa. In un ampio studio del Regno Unito, la prevalenza di DQST è stata trovata allo 0,5% negli uomini e all’1,3% nelle donne. La più alta prevalenza di DQST è stata segnalata tra i soggetti di età compresa tra 30 e 55 anni.

 Quali sono le cause della tenosinovite di De Quervain? 

La causa più comune della tenosinovite di De Quervain è l’abuso prolungato del polso, come ad esempio sollevare un bambino nel seggiolino oppure sollevare pesanti borse della spesa per le maniglie. Altre cause potrebbero includere una lesione diretta al polso o l’artrite infiammatoria. 

Come viene diagnosticata la tenosinovite di De Quervain? 

Fondamentale è la raccolta anamnestica e l’esame fisico

  • Trauma acuto/da overuse 
  • Anamnesi remota patologica 
  • Movimenti ripetuti di mano/polso nell’attività lavorativa/attività ludica 
  • Dolore localizzato sulla base del pollice 
  • Mano dominante coinvolta nella sintomatologia 
  • Donna incinta o post parto

L’esame fisico tendenzialmente evidenza dolorabilità in prossimità della stiloide radiale del polso, gonfiore sempre in questa regione; in associazione a ciò è disponibile un semplice test clinico provocativo denominato test di Finkelstein il quale prevede una flessione del pollice in modo che poggi sul palmo della mano; quindi viene chiesto al paziente di fare il pugno, chiudendo le dita sul pollice. Infine, è richiesta un’inclinazione ulnare del polso.

Terapia non chirurgica

La terapia conservativa prevede l’utilizzo di ortesi notturne rigide e diurne semirigide per mettere in scarico il pacchetto tendineo, in associazione alla terapia medica farmacologica/infiltrativa e fisioterapica.

Dal punto di vista riabilitativo la gestione è essenzialmente identica alla gestione delle tendinopatie e prevede un lavoro incentrato su esercizi specifici per le due strutture interessate a carico crescente nel rispetto della sintomatologia clinica ma con il focus di aumentare la capacità di carico tendinea e ridurre la dolorabilità. 

I primi esercizi proposti prevedono 4 serie da 4 ripetizioni di contrazione isometrica mantenuta per 20 secondi circa sia in abduzione che estensione; successivamente vengono richiesti esercizi che prevedono contrazioni isotoniche concentrice ed eccentriche (tre serie per 15 ripetizioni), il tutto monitorando costantemente il dolore durante e immediatamente l’esercizio che non deve mai superare il 4/10 della scala di valutazione del dolore NPRS. 

Man mano che la sintomatologia clinica migliora verrà aumentato il carico con l’inserimento di attività specifica in relazione alle richieste/aspettative del paziente.

Terapia chirurgica: quando e perché? 

La terapia conservativa è considerata la gestione gold standard per questa problematica, tuttavia se la sintomatologia clinica non si modifica in un arco temporale di 6-­‐12 mesi è consigliabile la gestione chirurgica

Il trattamento chirurgico della sindrome di De Quervain viene eseguito in regime di day surgery e consiste in una incisione cutanea di circa 1,5 centimetri centrata sulla tumefazione, nell’individuazione, isolamento e protezione dei rami nervosi sensitivi del nervo radiale, sezione del tetto osteofibroso che delimita il 1° tunnel osteofibroso con conseguente liberazione  dei  tendini, (tenolisi o  pulizia)  degli  stessi.

A cura di:

Claudio Ceccarelli, Pt-­‐OMPT-­‐Cert DN-­‐FIFA Diploma in Football Medicine

  • Docente a contratto Università di Pisa
  • Assistente alla didattica Università di Roma “Tor Vergata”
  • Membro del gruppo di ricerca scientifico G.E.R.I.C.O (Università di Roma “Tor Vergata”)
  • Fisioterapista specializzato in problematiche di spalla e gomito.
  • FIFA Diploma in Football Medicine
  • Med. student

APOFISITE TIBIALE

APOFISITE TIBIALE

APOFISITE TIBIALE (MORBO DI OSGOOD – SCHLATTER)

Patologia che nasce da un eccessivo stress a carico del nucleo di accrescimento della tuberosità tibiale, che deforma la cartilagine di accrescimento. Nota come “Morbo della crescita” è un processo degenerativo a carico della tuberosità anteriore della tibia, viene classificato come una forma di osteonecrosi.

Nella maggior parte dei casi è presente bilateralmente (25 %) , la sintomatologia dolorosa può essere anche a carico di un solo ginocchio. 

Colpisce prevalentemente i M a 10-15 anni e le F 8-12 anni. Molto comune nella popolazione sportiva giovanile  impegnata in attività sportive che sottopongono il muscolo del quadricipite a sollecitazioni dinamiche di notevole intensità come nella corsa, salti, cambi di direzione (calcio, tennis, atletica, danza…).

 

  • Cause e Sintomatologia 

La regione anteriore della tibia viene sottoposta naturalmente alla tensione del tendine rotuleo ed alla forza del muscolo quadricipite. Nel periodo dello sviluppo questa regione è ancora in gran parte formata da cartilagine, che presenta una resistenza intrinseca minore rispetto all’osso per determinate sollecitazioni. Ogni stress meccanico dovuto ad attività e sforzi fisici possono determinare microtraumi inserzionali ripetuti, che possono provocare una necrosi diffusa del nucleo apofisario della tibia

Il giovane atleta lamenta  un dolore anteriore localizzato a livello della tuberosità tibiale e dipende dal carico applicato al tendine che si ripercuote sulla tuberosità, viene provocato durante le attività sportive, Alcuni soggetti non riferiscono particolari sintomi se non quando sovraccaricano il quadricipite; nei casi più importanti è possibile aver dolore durante il cammino.

 La tuberosità può diventare gonfia e calda, fino a deformarsi come nella foto con formazione di una protuberanza ossea.

Spesso è riscontrabile un’ipotrofia del quadricipite e una rigidità dei muscoli circostanti.

La severità della patologia, secondo degli studi, potrebbe correlarsi al BMI(Indice di massa corporea). 

 

  • Diagnosi 

La diagnosi clinica è piuttosto affidabile in fase attiva già attraverso l’osservazione della sintomatologia ( dolore, gonfiore della regione anteriore e soggetto giovane sportivo), in queste circostanze non sarà necessario eseguire ulteriori accertamenti o radiografie. Del resto nelle fasi iniziali del disturbo non sarebbero visibili alterazioni ossee evidenti, solo nelle fasi avanzate potrebbero rivelare una frammentazione a carico del nucleo ipofisario. 

La gravità si può catalogare per gradi A, B e C e si vede radiologicamente. Prima c’è ispessimento della zona (A), che diventa radiotrasparente (B) e addirittura si può frammentare (C).

L’ecografia potrebbe accertare lo stato infiammatorio della zona e la presenza di possibili calcificazioni in fase avanzata.

 

  • Trattamento

È una patologia che si autolimita se si adatta il carico; se non trattata si protrae dando problemi nel lungo periodo, quindi patologia da non sottovalutare che richiede una corretta somministrazione di carico e quindi dell’attività. Utile lo stretching (sembra che funzioni, teoricamente la messa in tensione di tendine e ossa dovrebbe elicitare, ma la breve durata provoca una riduzione della tensione durante il movimento) del quadricipite per scaricarlo e terapia fisica per ridurre dolore anteriore. L’essenziale è il carico: ridurre numero e/o durata allenamenti (esempio da 4-5 a 3 allenamenti a settimana da 2 ore oppure sospendere per un certo periodo). Se il dolore è cosi intenso da limitare il cammino, si sospende allenamento per qualche settimana. Per questa decisione, i parametri da tenere in considerazione sono due: esame radiografico e gravità dei sintomi; nei casi B e soprattutto C è consigliabile la sospensione. Quando presente da poco tempo e/o non ci sono grossi dolori alla palpazione e contrazione, si può riprendere l’attività sportiva dosando il carico (la durata della sospensione dipende dai sintomi).

Impostare una corretto programma di allenamento , associato allo svolgimento di esercizio terapeutico aiuta a contrastare la sintomatologia nel breve-medio periodo.

Fondamentale sarà  la sollecitazione progressiva  al carico da parte del muscolo quadricipite e un rinforzo della muscolatura stabilizzatrice delle anche e del ginocchio .

Non ci sono studi che evidenzino che una variazione della dieta del soggetto modifichi la sintomatologia, ma solo qualche opinione di esperti.

 

 

A cura di:

Luigi Lanfranchi

OMPT student

SPORT ESTIVI? SI, MA ATTENZIONE ALLE LESIONI MENISCALI

SPORT ESTIVI? SI, MA ATTENZIONE ALLE LESIONI MENISCALI

SPORT ESTIVI? SI, MA ATTENZIONE ALLE LESIONI MENISCALI

L’estate rappresenta il momento perfetto per tornare a praticare attività motoria all’aria aperta, ma bisogna prestare attenzione dal momento che è contemporaneamente periodo di numerosi traumi e lesioni, in particolare se durante il resto dell’anno ha prevalso la sedentarietà. Gli infortuni sono legati ai più comuni sport estivi come surf, windsurf, corsa sulla spiaggia, beach volley, beach soccer e beach tennis.

Ma quali sono le raccomandazioni da seguire?
L’esperienza ci mostra che chi pratica i più usuali sport in spiaggia tende a farlo in modalità  amatoriale e può essere vittima di distorsioni, stress muscolari e lesioni. I consigli per prevenire gli infortuni sono quelli di conoscere i propri limiti in riferimento all’età e alla propria preparazione fisica, equilibrare l’attività fisica con fasi di riposo e avere una conoscenza adeguata dello sport che si decide di praticare. Tra i traumi che si presentano più spesso c’è la lesione del menisco. Costituiscono circa un quarto di tutti gli infortuni al ginocchio e spesso le lesioni meniscali traumatiche avvengono durante attività sportive con arresti e cambi di direzione. Vediamo meglio di cosa si tratta e quale è il trattamento più idoneo.

 

  • LO SAPEVI CHE
  • CHE FUNZIONE HANNO I MENISCHI DEL GINOCCHIO
  • MENISCO MEDIALE E LATERALE: ANATOMIA
  • COME SI LESIONANO I MENISCHI?
  • QUALI SONO I SINTOMI CORRELATI A UNA LESIONE MENISCALE?
  • HO UNA LESIONE DEL MENISCO, DEVO OPERARMI? 

 

  • LO SAPEVI CHE 
  1. Una lesione del menisco si può verificare sia durante un’attività sportiva che durante un’attività non sportiva, anche in assenza di un trauma?
  2. I soggetti giovani è più probabile che subiscano una lesione meniscale traumatica, mentre le lesioni del menisco per disturbi degenerativi sono più comuni nei soggetti in età avanzata?
  3. la maggior parte delle lesioni riguarda il menisco mediale? Infatti il 73% delle lesioni meniscali riguarda quest’ultimo, probabilmente per la sua ridotta mobilità rispetto al menisco laterale (19%), ma si può avere anche una lesione di entrambi i menischi (8%).

 

  • CHE FUNZIONE HANNO I MENISCHI DEL GINOCCHIO 

I menischi, situati all’interno del ginocchio, funzionano come cuscinetti ammortizzatori, andando ad adattare la forma dei capi articolari (della tibia e il femore) e facilitare il movimento, proteggendo cosi l’intera articolazione dagli stress assorbiti, ma soprattutto distribuiscono il carico.

Quindi un menisco aumenta la congruità all’interno dell’articolazione per distribuire meglio la pressione ed è molto importante per questo ruolo.

I menischi, inoltre, sono importanti perchè: 

  • Limitano flessione ed estensione estreme.
  • Hanno un ruolo nell’aumento della stabilità dell’articolazione del ginocchio.
  • Hanno funzione di controllo dei movimenti del ginocchio.
  • Hanno un ruolo indiretto di nutrizione della cartilagine
  • MENISCO MEDIALE E LATERALE: ANATOMIA

I menischi mediale e laterale sono delle strutture fibrocartilaginee a forma di mezzaluna situate all’interno dell’articolazione del ginocchio. Vedendoli dall’alto, il menisco interno (o Mediale) è molto più ampio e a forma di C, mentre l’esterno (o Laterale) a forma di O, è più tondo. L’interno è molto più fisso anche perché si inserisce il legamento collaterale mediale, l’esterno è, invece, legato alla capsula. I corni posteriori e anteriori sono i punti in cui i menischi si inseriscono sulla tibia.

Partendo dall’esterno e andando verso l’interno, si possono suddividere in tre zone che hanno delle caratteristiche strutturali differenti:

  • La parte più periferica, il terzo esterno dei menischi, è quella zona che viene chiamata “rossa-rossa” ed è quella più vascolarizzata (irrorata dalle branche delle arterie genicolate) ed innervata.
  • La zona intermedia viene chiamata “rossa-bianca”, dove arrivano alcuni vasi e alcuni nervi.
  • La zona più interna è chiamata “bianca-bianca” non arriva nulla. Una lesione in quest’ultima zona non sarà riparabile o suturabile, ma probabilmente non comporterà nemmeno dolore, perché non ci sono dei nervi.

Questo potrebbe giustificare anche il fatto che molte lesioni meniscali sono asintomatiche, perché magari si evidenziano in zone non innervate. Come già detto, l’innervazione è presente solo nella parte esterna e questo sembra sia per avvertire il sistema nervoso di un’eventuale compressione eccessivamente esterna sul corpo del menisco e permettere un riallineamento dell’articolazione. 

 

  • COME SI LESIONANO I MENISCHI?


Una lesione meniscale è generalmente dovuta ad una forza di taglio che si verifica tra il femore e la tibia. Il 32,4% delle lesioni meniscale è di tipo sportivo, mentre il 38,8% da lesioni non sportive (di cui il 72% da lesioni nelle attività di tutti i giorni) e il 28.8% da causa non nota.

Si ha una maggior probabilità di avere una lesione meniscale traumatica negli sport da contatto. Nei giovani la lesione è causata solitamente da un movimento rotatorio in carico a ginocchio flesso. Le lesioni traumatiche sono generalmente verticali o oblique e si possono estendere dal corno posteriore verso il corno anteriore mantenendo un’inserzione anteriore e posteriore. Un blocco che limita l’estensione del ginocchio è spesso indice di una “lesione a manico di secchio”.

Invece una lesione meniscale degenerativa avviene senza una storia di significativi traumi acuti del ginocchio in soggetti solitamente di età superiore ai 35 anni.
C’è un’evidenza limitata in letteratura che questo tipo di lesioni possa essere causa di sintomi al ginocchio e non è ancora chiaro il legame con l’osteoartrosi di ginocchio. Negli anziani sono più frequenti lesioni orizzontali, che sono più legate alla degenerazione strutturale. 

  • QUALI SONO I SINTOMI CORRELATI A UNA LESIONE MENISCALE?

Non sempre una lesione meniscale provoca dolore, o comunque, in particolare in lesioni minime, dopo una prima fase di infiammazione, la sintomatologia diminuisce e tende a scomparire, se non specificatamente sollecitata. In altri casi, la sintomatologia è più eclatante con dolore importante e versamento articolare, fino ad arrivare al blocco articolare.

I seguenti sono i segni principali di lesione meniscale che si possono riscontrare all’esame fisico: 

  • dolore in iperestensione forzata del ginocchio
  • dolore in massima flessione passiva del ginocchio
  • palpazione dolorosa dell’interlinea articolare
  • McMurray test positivo
  • Thessaly test positivo.

                              (Logerstedt, 2018)

 

Spesso i pazienti con lesione meniscale possono riferire all’anamnesi:

  • lesione da torsione del ginocchio
  • sensazione di lesione al momento dell’infortunio
  • gonfiore ritardato (6-24 h)
  • episodi di blocco o cedimento del ginocchio.

È fondamentale eseguire una corretta anamnesi per diagnosticare una lesione sintomatica meniscale, basandosi sui sintomi del paziente. Si è visto che i sintomi con alta sensibilità sono: frequenti episodi di dolore, dolore durante l’attività, dolore durante movimenti di “pivoting/twisting” e dolore localizzato.

HO UNA LESIONE DEL MENISCO, DEVO OPERARMI?

In caso di lesione meniscale sintomatica, l’obiettivo è recuperare la funzionalità del ginocchio (sia che ti tratti attraverso trattamento chirurgico che conservativo) quindi:

-recupero di tutto il range articolare

-recupero della forza

-recupero della propriocezione

Il tempo stimato è di circa 8-10 settimane. Sei settimane, infatti, sono il tempo limite per avere un miglioramento dei sintomi nella maggior parte dei pazienti. Gli esercizi nelle settimane successive andranno a lavorare su rinforzo ed equilibrio, al fine di migliorare la funzionalità.

Dagli studi, che sono stati fatti fino ad ora in letteratura, non si sa se per tutte le lesioni meniscali l’intervento chirurgico sia più efficace del trattamento conservativo, ma probabilmente, ad oggi, il trattamento conservativo ha una efficacia simile a quella dell’intervento nelle lesioni non ostruttive. 

 

Si è visto in letteratura che nella gestione delle lesioni meniscali degenerative un programma di esercizi basati sul rinforzo muscolare e sul controllo neuromuscolare rappresenta una valida alternativa al trattamento chirurgico. Infatti, si è evidenziato che non vi sono differenze in termini di funzionalità di ginocchio in un follow-up di due anni nelle due modalità di trattamento. Inoltre il trattamento tramite esercizi supervisionati, porta ad un maggior aumento di forza nei muscoli della coscia nel breve termine.

 

Inoltre, sono stati svolti ulteriori studi per capire quale sia il trattamento migliore tra chirurgico e conservativo, per farlo hanno classificato le lesioni meniscali in ostruttive e non ostruttive.

Il blocco del ginocchio dovuto a lesione a manico di secchio viene considerato lesione

ostruttiva e viene trattata con intervento chirurgico. Mentre, le lesioni non ostruttive (senza

blocco del ginocchio), sono state divise in trattamento chirurgico o trattamento

conservativo: si è visto che a 24 mesi, non c’è differenza nei risultati ottenuti tra i due approcci. Anche in questo studio i risultati sono discutibili. In ogni caso, ad oggi, non ci sono studi che dimostrino che la chirurgia sia meglio della fisioterapia. Invece gli studi concordano sul fatto che una lesione non ostruttiva non vada operata.

 

In tutti i casi è raccomandato iniziare sempre con il trattamento conservativo lavorando in modo specifico sulla riduzione del dolore e eventuale gonfiore, sul recupero della mobilità completa del ginocchio e soprattutto sulla forza e sulla potenza di tutta la catena cinetica.

  Noemi Marinari, Pt, OMPT student

 

Colpo di frusta

Colpo di frusta

Colpo di frusta: dolore e disabilità per un incidente a volte e banale

Il Colpo di frusta o Whiplash è una lesione che si verifica al collo di una persona a seguito di un’improvvisa forza di accelerazione-decelerazione che causa un movimento  rapido in avanti e all’indietro della testa e del collo, più comunemente casuato da incidenti automobilistici.

Il trauma può dar luogo a lesioni articolari o dei tessuti molli che a loro volta possono dar luogo a varie manifestazioni cliniche,quali : dolore e rigidità cervicali, cefalea, vertigini, parestesie, e difficoltà cognitive come la perdita di memoria. L’insieme di queste manifestazioni va sotto il nome di “disordini associati al colpo di frusta” (whiplash associated disorders – WAD). 

Un po’ di dati :

  • Il colpo di frusta è una conseguenza frequente dei tamponamenti d’auto; tale trauma è ritenuto motivo di oltre 300 su 100.000 richieste di prestazioni di pronto soccorso ogni anno.
  • Recenti stime suggeriscono che l’incidenza sia in aumento.
  • Una percentuale significativa (fino al 60%) di coloro che hanno subito un colpo di frusta sviluppano sintomi persistenti che vanno dal dolore lieve al dolore intenso ed alla disabilità.

Come avviene il whiplash?

 Durante un incidente con un impatto importante , il nostro collo subisce una deformita denominata S-shape ( sigmoide);

Nei primi 60 millisecondi post impatto la cervicale passa da una posizione neutra a una posizione in cui le vertebre cervicali alte sono in iperflessione e le vertebre cervicali basse sono in iperestensione, per poi tornare in posizione neutra con un aumento di stress capsulare .

Questo movimento anormale può provocare danni ai tessuti molli e/o articolari a livello cervicale 

Quali sono i sintomi di un whiplash?

Le sintomatolgie possono essere più svariate

  • dolore e rigidità a livello cervicale, spalle e torace
  • parestesie agli arti superiori
  • mal di testa
  • vertigini
  • disturbi visivi

meno comunemente ma comunque possibili :

  • disturbi del sonno
  • disturbi cognitivi ( deficit di attenzione e concentrazione)
  • ronzio nelle orecchie ( tinnitus)
  • disturbi dell’equilibrio 

Nella maggior parte dei quadri clinici si assiste sempre a:

  • riduzione della mobilita di movimento attivo a livello cervicale e a livello toracico
  • alterato controllo motorio ( soprattutto dei muscoli sotto-occipitali, multifidi, flessori cranio-cervicali ) 

Nei casi più gravi e “cronici” di WAD  sintomi possono includere:

  • Depressione;
  • Rabbia;
  • Frustrazione;
  • ansia;
  • sindrome da stress post-traumatico;
  • disturbi del sonno (insonnia).

Ecco perchè è di fondamentale importanza iniziare il trattamento il prima possibile.

Inoltre…

Secondo uno studio di Sterling & al. Esistono 3 modalità di recupero diverse a cui una persona che ha subito whiplash può andare incontro:

  • una fase iniziale post-trauma con disabilità lieve/moderato, dolore e buon recupero immediatamente ( circa il 45% )
  • una fase iniziale post-trauma con disabilità moderato/severa, dolore, recupero moderato con fastidi che permangono dopo 12 mesi ( circa il 39%)
  • una fase iniziale post-trauma con disabilitàì severa, dolore, recupero moderato con problematiche, anche importanti, che permangono dopo 12 mesi ( circa il 16%)

Come avviene la diagnosi? 

Non esiste un test diagnostico specifico per il colpo di frusta.

La diagnosi viene effettuata in base ai sintomi riferiti dal paziente.

Le indagini radiografiche ed altre tecniche di imaging non sono utili nella maggioranza dei casi per identificare una lesione strutturali ( molto spesso si presentano con falsi positivi o falsi negativi)

 

 Le linee guida cliniche attuali raccomandano che le tecniche di imaging vengano utilizzate soltanto nei casi sospetti di frattura o dislocazione.

 

Molto spesso medici prescrivono un collare

MA: il collare serve davvero ?

Secondo le ultime ricerche sembrerebbe che sia utile e importante solo in presenza di microfratture o lesioni. In assenza di ciò la sua utilità sembra non essere di importanza, se non quella di dare “sicurezza” al paziente ( in questo ultimo caso il collare dovrebbe essere utilizzato per massimo 1 settimana ).

l’utilizzo prolungatto potrebbe addirittura ritardare il recupero

 

Come si tratta il colpo di frusta? 

NB: importante iniziare il trattamento il prima possibile !

il dolore modifica immediatamente la funzione muscolare.

La disfunzione muscolare inizia all’insorgere del disturbo.

Più tardi si inizia e più probabilmente si presenteranno problemi secondari con modifiche strutturali quali: alterazione del controllo motorio, atrofia, infiltrazioni di grasso muscolare)

 

Secondo le ultime linee Guida dell’Apta  il trattamento può essere suddiviso in tre fasi

  1. In fase acuta:

trattamento farmacologico ( steroideo ) per ridurre dolore

esercizi di mobilizzazione e posturali in assenza di dolore

Rassicurazione del paziente, informazione ed istruzioni specifiche per mantenere i livelli di attività

  1. in fase sub-acuta:

continuare con esercizi di mobilizzazione aggiungendo il rinforzo muscolare a livello cervicale e toracico.

inizio di esercizi di rinforzo muscolare e controllo motorio

  1. in fase cronica:

esercizio aerobico

gestione dello stress post- traumatico ( eventualmente con aiuto di uno psicologo)

 

Ci sono fattori di rischio che influenzano negativamente il trattamento?

 

  • Presenza di Neck pain già in precedenza all’incidente;
  • dolore inziale e disabilità severa;
  • stress post- traumatico;
  • precoce presenza di iperalgesia al freddo
  • kinesiofobia ( paura di muoversi)
  • credenze, aspettative e coping basso
  • catastrofizzazione 

altri fattori meno influenti sono: età, sesso femminile.  

Quindi, se hai avuto un incidente, con o senza tamponamento, se hai sintomi di dolore al collo, rigidità ecc.

Non aspettare, fatti valutare da un fisioterapista esperto e inizia subito il trattamento in modo da non andare in contro a sintomi più gravi e/o al cronicizzarsi della sintomatologia

 

 

 

A cura di:

GIULIA SANGUINETTI, PT, OMPT student

  • Orthopaedic Manipulative Physical Therapist (OMPT) Student
  • Fisioterapista dei disturbi vascuolo-linfatici
  • Fisioterapista esperta in fisio-pilates