legamento crociato anteriore, quando ritornare a correre?

legamento crociato anteriore, quando ritornare a correre?

Dopo un intervento di ricostruzione del legamento crociato anteriore (LCA), un traguardo importante è rappresentato dalla corsa. La corsa è una chiave importante per permettere all’atleta di fare ritorno alla pratica sportiva.

La corsa pone il ginocchio ad un carico relativamente modesto. Tuttavia, una sua ripresa richiede delle capacità da parte del ginocchio che stanno alla base di una riabilitazione sia prococe, con esercizi di range of motion attivi per esempio o esercizi di contrazione isometrica, che di una riabilitazione più avanzata, rappresentata da esercizi funzionali e sport specifici (sprint, pivot, cutting).

QUANDO POSSO TORNARE A CORRERE?

Vi è una mancanza di informazioni riguardo a tale argomento, ovvero quando l’atleta, sottoposto ad intervento di ricostruzione del legamento crociato anteriore, possa ritornare a correre.  Una riabilitazione di alta qualità influenza gli outcome funzionali ma allo stesso tempo un ritorno prematuro allo sport aumenta il rischio di re infortunio.

Come riporta anche il collega Samuele Passigli, un recente studio di Ebert et al. (https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/28916871) ha evidenziato come molti atleti ricevono una riabilitazione insufficiente (troppo breve o inadeguata) dopo la ricostruzione del legamento crociato anteriore (LCA). Solo il 5% degli atleti amatoriali riceve una riabilitazione che segue le linee guida basate sull’evidenze scientifiche (https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/27539507): almeno 6 mesi di riabilitazione che comprenda anche esercizi di agilità e di atterraggio dal salto e un ritorno allo sport (RTS) strutturato.

TI SEI APPENA OPERATO AL LEGAMENTO CROCIATO ANTERIORE E PRATICHI SPORT AD ALTO LIVELLO?

Recentemente è stata pubblicato una linea guida di criteri clinici che possano aiutare fisioterapisti ed altre figure professionali a stabilire quando un atleta possa riprendere a correre.

Ecco i risultati:

  • il tempo medio di ritorno alla corsa è stato di 12 settimane post intervento. Studi precedenti o datati mostravano un tempo di ritorno superiore alla media a dimostrazione del fatto che con il tempo gli approcci riabilitativi sono cambiati.
  • ROM completo, sia in flessione che in estensione, o deficit massimo del 5% rispetto al contro laterale.
  • Dolore inferiore a 2 nella scala VAS.
  • Prove di isometric quadriceps limb symmetry index, TEST LSI > 70 rispetto al contro laterale
  • isokinetic quadriceps and hamstring strength LSI>70%;
  • Test hop test LSI>70% rispetto al controlaterale

 

Oltre a questi test che valutano alcuni dei requisiti fisici per la corsa altri test funzionali, come l’Y-balance test, oppure il  modified Star Excursion Balance, lo squat a 45 ° di flessione del ginocchio, eseguiti senza perdita di equilibrio e senza ginocchio dinamico valgo, o step-up-and holds,

possono essere test appropriati per valutare la qualità del movimento e per determinare se il paziente è pronto a ritornare a correre.

 

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NON RIFIUTARTI DI LEGGERE QUANTO SCRITTO QUA SOTTO!
LEGAMENTO CROCIATO ANTERIORE: LO SAPEVI CHE…
  1. Le lesioni del legamento crociato anteriore (LCA) sono un infortunio frequente nella popolazione attiva e negli USA sono stimate circa 200.000 ricostruzioni chirurgiche ogni anno? Secondo i dati del Ministero della Salute nel 2005 sono state eseguite 21.621 interventi chirurgici.
  2. La ricostruzione del legamento crociato anteriore è un comune trattamento per tutti gli atleti che si infortunano a livello del ginocchio? L’incidenza di un infortunio al legamento crociato anteriore in assenza di un trauma diretto sembra essere maggiore negli atleti di età compresa tra i 15 ed i 40 anni e che praticano sport in cui richiedono rotazioni di ginocchio continue, come calcio, pallacanestro, sci e pallavolo.
  3. Ogni anno, circa il 3% degli atleti amatoriali si infortuna al legamento crociato anteriore? e che questa percentuale sale al 15% se si alza il livello a professionistico?
  4. Che il sesso femminile ha più del doppio la probabilità di subire un infortunio rispetto al sesso maschile?

Le raccomandazioni di Physiotherapy

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Fibromialgia: un valido aiuto

Fibromialgia: un valido aiuto

FIBROMIALGIA: Definizione e Patogenesi

La fibromialgia è un disturbo cronico caratterizzato da un generalizzato dolore muscolo scheletrico e da altri comuni sintomi quali fatica, disordini del sonno, depressione ed ansia eccessiva.

La patogenesi della Fibromialgia non è ancora ben compresa ma viene considerata essere, da alcuni ricercatori, un disturbo neurobiologico causato da un abnorme processazione del dolore.

A seguito della mancanza di marketer che possano identificare questo disturbo, la diagnosi è fatta attraverso un accurato esame clinico, secondo le linee guida dell’American College of Rheumatology.

Fibromialgia e trattamento

Dato che la fibromialgia non presenta cure, i trattamenti sono palliative, con un approccio multidisciplinare che richiede l’uso di farmaci, esercizio fisico e trattamento della sfera psicologica.

L’esercizio fisico è fortemente raccomandato in diversi studi e nelle linee guida per il trattamento della fibromialgia soprattutto gli esercizi aerobici, di resistenza ed esercizi in acqua.

Recentemente è stata presa in esame la relazione tra l’esercizio fisico e la fibromialgia e come l’allenamento della forza possa produrre dei maggiori risultati rispetto ad altre modalità di esercizio fisico.

Diversi studi hanno mostrato come gli esercizi di forza possano produrre risultato favorevoli sul dolore, sulla qualità del sonno, sulla depressione e sul numero di tender point.

L’analisi di questi studi ha rilevato come gli esercizi di forza possano ridurre la sintomatologia caratteristica di una persona con fibromialgia, andando a migliorare la capacità funzionale e e la qualità della vita indipendentemente dal tipo di esercizio utilizzato.

Gli studi in esame utilizzavano protocolli di lavoro partendo dal 40% di 1RM fino ad arrivare all’85%. Gli esercizi comprendevano sia l’utilizzo delle macchine e sia gli esercizi a corpo libero coinvolgendo contemporaneamente diversi gruppi muscolari.

  • Il dolore è stata la variabile maggiormente studiata, mostrando una significativa riduzione dopo un protocollo di lavoro sulla forza muscolare della durata dalle 16esima e 21esima settimana.
  • La variabile psicologica maggiormente investigata è stata la depressione. Diversi studi hanno mostrato una riduzione dei sintomi della depressione dopo un programma di lavoro centrato sulla forza muscolare.
  • Sono stati analizzato anche i risultati relativi alla qualità del sonno: i disordini del sonno si sono ridotti dopo tale programma. Di conseguenza anche il dolore è diminuito. Gli studi di Ericsson hanno inoltre reso noti come i programmi basati sulla forza abbiano prodotto risultati migliori rispetto a sessioni di rilassamento.
  • Un ulteriore variabile indagata è stato l’intervallo della frequenza cardiaca. Alcuni studi suggeriscono una relazione tra la fibromialgia ed una disregolazione del sistema nervoso centrale, causando una dinfunzione autonomica che induce la comparsa si alcuni sintomi come ansia e fatica. Alcuni ricercatori hanno sottoposto i pazienti a 16 settimane di esercizio fisico intenso e ciò ha prodotto miglioramento nell’intervallo della frequenza cardiaca, nell’attività del parasimpatico e nella riduzione del dolore.

Relativamente alla sessione sulla forza, è stato osservato che non esisteva uno specifico protocollo per le persone con fibromialgia, perciò gli autori di questi studi utilizzavano un proprio protocollo di lavoro.

  • Jones et al. Sottoponeva i pazienti ad una serie di 4-5 ripetizioni incrementando progressivamente il lavoro fino a 12 ripetizioni.
  • Questo protocollo era simile a quello utilizzato da Bircan et al. che istruiva i pazienti ad eseguire una serie di 4 ripetizioni incremento il numero fino a 12.

In entrambi i studi l’intensità di lavoro raggiunta è stata l’80% di 1RM alla fine della sessione di lavoro.

Questi studi hanno rilevato che pazienti con fibromialgia aveva una minore forza ed una ridotto capacità funzionale rispetto ai soggetti sani della stessa età. La ridotta forza muscolare nei pazienti con fibromialgia può essere riconducile alla presenza di una sintomatologia dolorosa.

Se la pratica clinica non segue le linee guida basate sull’evidenze, non offriamo il meglio ai nostri atleti. PHYSIOTHERAPY segue sempre queste linee guida!

 Physiotherapy non tratta un SINTOMO, ma una persona che presenta un sintomo doloroso

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Rizoartrosi: una valida soluzione per togliere il dolore

Rizoartrosi: una valida soluzione per togliere il dolore

RIZOARTROSI: DEFINZIONE

L’articolazione carpo metacarpale ( trapezio-metacarpica) del pollice gioca un ruolo estremamente importante nella funzionalità della mano. Essa è facilmente soggetta ad artrosi (rizoartrosi), la più comune malattia degenerativa delle articolazioni che si manifesta già a partire dalla maggiore età.

Essa rappresenta il risultato di un complesso sistema di interazioni meccaniche, biologiche, biochimiche, molecolari ed enzimatiche che hanno come risultato finale il deterioramento del tessuto articolare.

E’ un disordine dell’articolazione sinoviale caratterizzato da aree di distruzione focale della cartilagine articolare (che radiologicamente s’esprime con l’assottigliamento della cartilagine), da rimodellamento dell’osso sub condrale (che si esprime con la sclerosi, la formazione delle cisti e degli osteofiti), dall’infiammazione cronica della sinovia e dalla retrazione fibrotica della capsula articolare.

RIZOARTROSI: CARATTERISTICHE CLINICHE

La rizoartrosi costituisce il 10% delle localizzazioni artrosiche e colpisce soprattutto le donne. Il paziente che più comunemente presenta l’interessamento dell’articolazione basale del pollice, è una donna, di età compresa tra i 50 e i 70 anni, con dolore sulla porzione radiale della mano o del pollice a insorgenza insidiosa; la durata varia da alcuni mesi a svariati anni.

I pazienti con rizoartrosi si riscontrano facilmente nella pratica clinica, in cerca di cure per ridurre il loro dolore e per migliorare la funzionalità quotidiana.

LA GIUSTA TERAPIA FISIOTERAPICA

Le tipiche tipologie di terapie fisioterapiche adottate per la gestione di questi pazienti includono la terapia manuale e l’esercizio terapeutico.

Le tecniche di terapia manuale utilizzate comprendono sia tecniche articolari passive e sia tecniche di neuro dinamica, ovvero tecniche di mobilizzazione neurale.

Studi recenti hanno dimostrato che 4 – 6 sedute fisioterapiche di mobilizzazioni eseguite con una frequenza di 2 volte a settimane sono in grado di ridurre il dolore  (specie alla pressione) e la funzionalità, rispetto ad altri tipi di trattamento.

 

Nel caso di una condizione dolorosa cronica, la mobilizzazione del nervo è in grado di produrre una significativa ipoalgesia meccanica ed un aumento della forza di presa nei pazienti con rizoartrosi, ed è quindi  considerato un valido strumento terapeutico nei pazienti con rizoartrosi in cui vi è anche una condizione di sensibilizzazione centrale e periferica.

Per quanto riguarda le tecniche di terapia manuale ortopediche queste sono ampiamente utilizzate nella gestione clinica  dei pazienti che presentano una rizoartrosi. Tecniche di mobilizzazioni articolari, trazioni e tecniche di glide sono spesso usati per allungare la capsula articolare e per recuperare i movimenti accessori, al fine di ridurre il dolore e migliorare l’escursione articolare.

Gli esercizi hanno lo scopo di migliorare l’escursione articolare libera dal dolore, incrementare la forza, mantenere la stabilità articolare ed evitare deformazioni del pollice.

Un ulteriore studio ha dimostrato come un trattamento multimodale comprensivo di  tecniche di mobilizzazione articolare, tecniche di neuro dinamiche ed esercizi terapeutici, della durata di 12 sedute con una frequenza di 3 sedute a settimana, possa produrre risultati importanti in termini di riduzione del dolore e ripristino della funzionalità.

Questo approccio prevedeva:

  • Tecniche di terapia manuale, ovvero distrazione e glide postero anteriore (3 minuti di trattamento ripetuto per 3 volte);
  • Tecniche di neuro dinamica sul nervo mediano e sul nervo radiale in slider: è una manovra che ha lo scopo di produrre un movimento di scivolamento della struttura neurale in relazione ai tessuti anatomici adiacenti. Durata della tecnica: due serie da 5 minuti ognuna, con pausa di 1 minuto tra ogni serie.

Se la pratica clinica non segue le linee guida basate sull’evidenze, non offriamo il meglio ai nostri atleti. PHYSIOTHERAPY segue sempre queste linee guida!

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STENOSI LOMBARE E CONTRIBUTO FISIOTERAPICO

STENOSI LOMBARE E CONTRIBUTO FISIOTERAPICO

DOLORE ALLE GAMBE? NON RIESCI PIU’ A CAMMINARE? Ti hanno diagnosticato una STENOSI LOMBARE?

La stenosi lombare è una sindrome clinica che comporta il restringimento del diametro di qualsiasi parte del canale che racchiude il midollo spinale ed è associata ad una sostanziale disabilità funzionale. Si divide in:

  • Stenosi Centrale: diminuzione del lume del canale vertebrale, all’interno del sacco durale;
  • Stenosi laterale: diminuzione del lume del canale radicolare e/o del forame di coniugazione.

La stenosi lombare può essere di due tipi, congenita ed acquisita.

Acquisita è la forma più comune e si manifesta assieme a degenerazioni del disco vertebrale (ernia del disco) e della faccetta articolare, ipertrofia delle lamine in aggiunta all’ipertrofia legamentosa (legamento longitudinale posteriore in primis)

La stenosi può verificarsi centralmente o lateralmente, a livello del forame intervertebrale, e rappresenta una condizione patologica comune a livello della regione lombare.

DIAGNOSI DI STENOSI LOMBARE

La diagnosi è prettamente clinica correlata con indagini strumentali quali Risonanza Magnetica e TAC.

 ATTENZIONE: La diagnosi non può essere fatta esclusivamente attraverso la valutazione del diametro sagittale del canale vertebrale, né tantomeno con la sola interpretazione delle anomalie strutturali visibili in RMN.

 

STENOSI LOMBARE: COSA C’è DA SAPERE?

  1. Colpisce maggiormente il sesso maschile con un rapporto di 9:1.
  2. Storia di lombalgia;
  3. Essendo correlata con l’aumento dell’età è una condizione clinica sempre più riscontrata nella pratica clinica;
  4. E’ una condizione che comporta dolore, disabilità, rischio di cadute e depressione.
  5. Il decorso è in genere progressivo e lento

 

STENOSI LOMBARE? IL FISIOTERAPISTA PUO’ ESSERTI D’AIUTO

Se è diverso tempo che il dolore alle gambe ti impedisce di fare anche solo una semplice passeggiata al parco forse è il caso di farsi valutare bene da uno specialista dei disturbi della colonna vertebrale.

Un ESAME clinico è fondamentale per gettare le prime base nella diagnosi di stenosi del canale. 

In che cosa consiste la valutazione della colonna vertebrale?

Consiste in primis nella raccolta di tutte quelle informazioni che possono essere utili al clinico per inquadrare al meglio il tuo problema, ovvero identificare segni e sintomi che possono essere indicativi di stenosi del canale vertebrale

  • Un alterazione del cammino, atassica, a base allargata e povera di coordinazione.
  • Debolezza, formicolio e parestesie agli arti inferiori;
  • Presenza dei sintomi bilateralmente.
  • Un maggior dolore agli arti inferiori piuttosto che alla schiena.
  • Alterazione dei riflessi;
  • Peggioramento della sintomatologia in posizione eretta e durante il cammino;
  • Diminuzione del dolore in posizione seduta.
  • Incontinenza urinaria

UNA FISIOTERAPIA SPECIFICA PER LA STENOSI LOMBARE

La terapia manuale associata all’esercizio terapeutico offre un potenziale beneficio nei pazienti con stenosi lombare, in termini di riduzione del dolore e aumento della funzionalità.

Una recente revisione sistematica del 2009 ha evidenziato come la terapia manuale in combinazione con l’esercizio terapeutico e l’attività aerobica rappresenti  una valida opzione terapeutica nei confronti delle persone che presentano una stenosi lombare.

Gli impairment tipici che accompagnano una stenosi lombare includono una riduzione di mobilità della regione toracica, della regione lombare e delle anche e un imbalance muscolare del core e delle anche. Di conseguenza la valutazione ed il successivo trattamento dovranno prendere in considerazioni anche queste zone.

Terapia manuale lombare:  le tecniche utilizzate in questi studi, ed utilizzate da physiotherapy, sono manipolazioni con e senza thrust, mobilizzazioni vertebrali, manipolazioni in rotazione lombare, tecniche di manipolazione syde – lyng e tecniche di neuro dinamica (slider)

La terapia manuale non viene effettuata solamente a livello della regione lombare ma anche a livello della  regione toracica e delle anche. Il concetto è quello di trattare tutti gli elementi del “sistema muscolo-scheletrico” coinvolto in una deambulazione verticale.

Terapia manuale toracica: una maggiore flessibilità in questa regione dovrebbe ridurre lo stress in estensione della regione lombare durante la stazione eretta ed il cammino.

Terapia manuale all’anca:  la capacità di muovere l’anca, specialmente in estensione, senza una concomitante estensione lombare è essenziale nelle persone soggette a stenosi lombare.

Oltre alla terapia manuale per il recupero della mobilità, il paziente verrà istruito nell’eseguire specifiche manovre di stretching dei flessori dell’anca ( con inclinazione pelvica posteriore). Altri muscoli intorno all’anca, come i muscoli posteriori della coscia, il retto femorale, il piriforme e tensore della fascia lata possono accorciarsi e il paziente può rispondere positivamente al trattamento manuale e allo stretching di questi muscoli.

La terapia manuale associata all’esercizio terapeutico ha un potenziale beneficio nei pazienti con stenosi lombare, in termini di riduzione del dolore e aumento della funzionalità.

L’esercizio generale è una parte molto importante del piano di assistenza per questi pazienti. Una linea guida della North American Spine Society ha concluso che il trattamento fisioterapico basato sulla terapia manuale e sull’esercizio terapeutico, in quanto medicina basata sull’evidenza,  possa produrre utili benefici  per quei pazienti che presentano stenosi lombare e claudicatio neurogena

Gli esercizi individuali specifici comprendono:·   

  • Deambulazione assistita sul tapis roulant (se la palestra è attrezzata);
  • Camminare su di un tapis roulant inclinato;
  • Camminare in Piscina ( in scarico);
  • Bicicletta;
  • Esercizi di mobilità in flessione e rotazione lombare;
  • Esercizi di mobilità delle anche.
  • Esercizi di rinforzo dei muscoli postero laterali dell’anca (glueti);
  • Esercizi di rinforzo della CORE, al fine di migliorare il controllo motorio della regione lombo pelvica;
  • Esercizi di auto-mobilitazione o stretching in estensione del torace.

 

L’attività fisica ha il beneficio di migliorare l’idoneità cardiovascolare (potenzialmentemigliorare l ‘ossigenazione dei piccoli vasi a livello della stenosi), così come contribuire al trattamento di qualsiasi concomitante malattia arteriosa periferica, permettendo al paziente di ottenere un miglioramento immediato in termini di mobilità e di forza, diminuendo la paura di muoversi  andando ad agire su tutti quei meccanismi che stanno alla base della modulazione del dolore.

L’educazione del paziente comprende la definizione di Stenosi Lombare, la spiegazione degli obiettivi della terapia manuale, degli esercizi terapeutici e delle strategie di auto-trattamento, l’educazione alla scienza del dolore e la prognosi della patologia.

Le prove crescenti supportano infatti l’uso della terapia manuale combinata con l’esercizio terapeutico e l’allenamento aerobico. Un approccio del genere, ovvero educazione del paziente,  terapia manuale, esercizi di  mobilità e di rafforzamento e allenamento aerobico è raccomandato come standard di cura conservativa. 

Se la pratica clinica non segue le linee guida basate sull’evidenze, non offriamo il meglio ai nostri atleti. 

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TENNIS E INFORTUNI, OLTRE AL GOMITO C’E’ DI PIU’

TENNIS E INFORTUNI, OLTRE AL GOMITO C’E’ DI PIU’

QUALI SONO I DISTRETTI MAGGIORMENTE SOGGETTI AD INFORTUNI NEL TENNISTA?

È pensiero comune associare al tennista, amatoriale o professionista, come unica patologia la tendinopatia laterale di gomito, meglio conosciuta come “gomito del tennista”; aimè, soprattutto se parliamo di atleti d’elitè dove il gesto tecnico sport specifico è curato nei minimi dettagli, questo disturbo è piuttosto infrequente. Vediamo insieme quali sono gli altri distretti articolari che possono andare incontro a problematiche in chi compie questo sport.

SPALLA

Il dolore alla spalla è presente nel 24% dei tennisti di alto livello dai 12 ai 19 anni con una prevalenza che aumenta fino al 50% per i giocatori di mezza età.

COME COMPORTARSI DI FRONTE AD UNA LESIONE DELLA CUFFIA DEI ROTATORI

Gli infortuni alla spalla sono comunemente dovuti all’uso ripetitivo e possono essere correlati a discinesia scapolare, patologie della cuffia dei rotatori o deficit di rotazione interna gleno-omerale con conseguente conflitto interno e/o patologia del labbro gleno-omerale.

In generale, i sintomi nel giovane tennista di alto livello sono correlati all’instabilità mentre la cuffia dei rotatori è più comunemente coinvolta nel giocatore adulto. A causa dell’incidenza elevata della patologia di spalla nei tennisti, alcuni autori hanno messo in dubbio che chi pratica tennis possa avere un maggior rischio di artrite gleno-omerale. Una studio ha analizzato 18 giocatori di tennis senior senza alcun pregresso chirurgico o trauma alla spalla e li ha confrontati con controlli di pari età che non giocavano a tennis. I risultati hanno mostrato che il 33% dei tennisti aveva segni radiografici di alterazioni degenerative a livello gleno-omerale del braccio dominante rispetto a solo l’11% dei controlli.

VIDEO DI 3 ESERCIZI FONDAMENTALI PER UN TENNISTA

ANCA

Lesioni all’articolazione dell’anca rappresentano dall’1% al 27% di tutti gli infortuni nei giocatori di tennis. In un periodo di 6 anni, Hutchinson et al hanno riportato un’incidenza di 0,8 ogni 1000 esposizioni atletiche e una prevalenza di 1,3 problematiche d’anca  su 100 tennisti junior d’élite. Sanchis-Moysi et al. hanno studiato le dimensioni dell’ileopsoas e dei muscoli glutei nei tennisti professionisti così come nei giocatori di calcio professionisti mediante risonanza magnetica e hanno scoperto che i tennisti presentavano un’ipertrofia asimmetrica dell’ileopsoas e un’inversione del normale equilibrio dominante-non dominante osservato nei controlli non attivi mentre i muscoli glutei risultavano ipertrofizzati in maniera asimmetrica.

Poiché l’ileopsoas può causare dolore inguinale da tendinoptia o borsite, i giocatori di tennis potrebbero essere più sensibili a queste patologie a livello dell’arto inferiore non dominante.

Così come per altre articolazioni, è stata trovata una correlazione tra partecipazione atletica e artrite dell’anca in ex atleti d’élite. Uno dei maggiori studi che coinvolgono ex atleti d’élite femminili che hanno gareggiato nella corsa e nel tennis hanno avuto un aumento del 250% della prevalenza di osteofiti intorno all’articolazione dell’anca rispetto ai controlli. Inoltre, questa stessa indagine ha riportato che c’era un tasso doppio di formazione di osteofiti intorno all’anca nei giocatori di tennis rispetto ai corridori.

 

GINOCCHIO

Un ampio studio epidemiologico ha documentato 397 atleti di tutti i livelli di abilità e di età con 530 infortuni sportivi in un periodo di 10 anni; ci sono stati circa 300 infortuni al ginocchio legati al tennis e di questi, l’11% ha avuto un danno del legamento crociato anteriore (LCA) confermato nel follow-up.

LESIONE DEL CROCIATO ANTERIORE: COSA C’è DA SAPERE

Questa stessa indagine ha riportato che il legamento collaterale laterale e patologie del menisco mediale erano più frequenti nei giocatori di tennis rispetto ad altri sport.

Oltre alla lesione del LCA sono molto frequenti nel tennista il dolore femoro-rotuleo (in particolare nelle femmine) e la tendinopatia rotulea (“jumper’s knee”). Thelin et al hanno studiato l’associazione tra la partecipazione al tennis e l’artrite al ginocchio in oltre 150 tennisti svedesi, rispetto ai controlli non praticanti ed hanno scoperto che non vi era alcuna correlazione significativa.

GAMBA

La “gamba del tennista” coinvolge la porzione mediale del muscolo gastrocnemio. Un’ampia popolazione di 720 atleti di tutti i livelli di abilità con “stiramento dei muscoli del polpaccio” studiati per un periodo di 12 anni ha rilevato che il 16% dei casi era dovuto ad attività legate al tennis. Indagini separate hanno dimostrato che lesioni del polpaccio e del tendine di Achille rappresentavano dal 4% al 9% di tutte le lesioni legate al tennis.

SCHIENA

Tra gli atleti, il mal di schiena ha una prevalenza che arriva fino all’85%.

In 148 tennisti professionisti, Marks et al. hanno riscontrato che il 38% riferiva di aver perso un torneo a causa del mal di schiena e il 29% soffriva di mal di schiena cronico.Un altro studio ha rilevato che il 50% dei giocatori di tennis d’élite soffriva di dolori alla schiena di almeno 1 settimana, con il 20% di questi soggetti che manifestavano un dolore “grave”.

COME PROTEGGERE LA ZONA LOMBARE DELLA SCHIENA 

Il gesto tecnico del servizio è il colpo più comunemente eseguito durante la competizione tennistica. Alcuni autori hanno teorizzato che l’esecuzione ripetuta del movimento del servizio potrebbe portare a problematiche in questo distretto.  Indagini di laboratorio hanno mostrato forze significativamente più alte nella porzione lombare per il servizio in Kick (‘topspin’) rispetto allo Slice o Flat, e portando potenzialmente a un maggior rischio di infortuni.

Data l’elevata frequenza di mal di schiena nei giocatori di tennis, sono stati intrapresi studi per determinare la prevalenza di anomalie radiografiche alla colonna in questi atleti; Alyas et al hanno eseguito una risonanza magnetica su tennisti d’élite asintomatici adolescenti e hanno rilevato che oltre l’80% presentava anomalie strutturali. Sebbene sia nota la presenza di patologie strutturali di schiena nei giocatori di tennis, la causa più comune di mal di schiena è legata alle strutture muscolari lombari piuttosto che a una patologia spinale.

FRATTURE DA STRESS 

Un recente studio sulle fratture da stress nei tennisti condotto da Maquirriain et al. ha seguito una coorte di 139 tennisti d’élite per un periodo di 2 anni ed hanno riscontrato un’incidenza di fratture del 13%, con il navicolare tarsale il più colpito (27%), seguito dalla pars interarticularis (16%), dai metatarsi (16%) e dalla tibia (11%). I minori di 18 anni erano maggiormente soggetti a fratture rispetto agli adulti.

Nell’estremità superiore, Balius ha riportato una serie di casi di sette fratture da stress metacarpale in tennisti junior di alto livello; tutte le fratture da stress erano localizzate nel secondo metacarpo ad eccezione di una che si trovava nel terzo metacarpo. Hanno trovato un’associazione con l’intensità di gioco e hanno teorizzato che la presa western o semi-western potrebbe essere un ulteriore fattore di rischio. Le aree meno comuni di fratture da stress nei giocatori di tennis che sono state riportate in letteratura, per lo più come casi clinici, sono state l’ischio, la prima costola, l’omero, l’osso sacro, la rotula, il gancio dell’amato, l’ulna e la porzione distale del radio.  

Bibliografia

CLAUDIO CECCARELLI, PT – OMPT

  • Fisioterapista
  • Orthopaedic Manipulative Physical Therapist (OMPT)
  • Assistente alla Didattica Università di Roma “Tor Vergata”, Master in Terapia Manuale Applicata alla Fisioterapia
  • Specializzato nella Riabilitazione dei Disordini  Muscoloscheletrici di Spalla, Gomito e Mano
  • Membro del gruppo di ricerca scientifica G.E.R.I.C.O (Generic Elbow Rehabilitation and Integrated Orthopaedic Collaboration)
Artrosi al ginocchio: trattarlo come un disturbo articolare

Artrosi al ginocchio: trattarlo come un disturbo articolare

ARTROSI AL GINOCCHIO? NON ALLARMARTI!

NON RIESCI PIU’ A CAMMINARE COME UNA VOLTA?
SALIRE E SCENDERE LE SCALE E’ ORAMAI DIVENTATO UN PROBLEMA?

 

L’ARTROSI AL GINOCCHIO NOI LO TRATTIAMO QUOTIDIANAMENTE.

O MEGLIO: TRATTATIAMO QUOTIDIANAMENTE PAZIENTI CON DOLORE ARTICOLARE ALLE GINOCCHIA.

 

ECCO COME!

L’artrosi  (OA – osteoartrosi) è la più comune malattia degenerativa delle articolazioni che si manifesta già a partire dalla maggiore età.   E’ la risultato di un complesso sistema di interazioni meccaniche, biologiche, biochimiche, molecolari ed enzimatiche che hanno come risultato finale il deterioramento del tessuto articolare.

 E’ un disordine dell’articolazione sinoviale caratterizzato da aree di distruzione focale della cartilagine articolare (che radiologicamente s’esprime con l’assottigliamento della cartilagine), da rimodellamento dell’osso sub condrale (che si esprime con la sclerosi, la formazione delle cisti e degli osteofiti), dall’infiammazione cronica della sinovia e dalla retrazione fibrotica della capsula articolare.

Poiché l’articolazione del ginocchio è una struttura complessa che comprende oltre ai tessuti articolari veri e propri (capsula, sinovia, menischi e legamenti) anche tessuti non articolari (l’osso adiacente, la cartilagine, i legamenti, le borse mucose ed i vasi), quello che sul piano clinico chiamiamo DOLORE ARTICOLARE è patogeneticamente un dolore che origina dalle varie strutture assemblate a formare l’articolazione

Le problematiche che colpiscono il ginocchio hanno come risultato un aumento degli oneri economici in termini di utilizzo di farmaci, come FANS o analgesici oppioidi,  e di iniezioni intra articolari o  trapianti di cartilagine.

La fisioterapia si è conquistata nel corso degli anni un ruolo di protagonista nella gestione delle problematiche di natura muscolo scheletriche a livello del ginocchio, per conferire sollievo dal dolore e per il ripristino della funzionalità articolare. Questa fisioterapia comprende esercizi terapeutici a carico graduale progressivo (con contrazioni isometriche ed isotoniche), esercizi di flessibilità ed esercizi aerobici.

Una mano al vostro ginocchio: con la TERAPIA MANUALE

La terapia manuale è una comune tipologia di trattamento in aumento e molti paesi la includono nelle linee guida nazionali per il trattamento dei disordini muscolo – scheletrici.

Tutte le nostre tecniche manuali vengono utilizzate secondo un ragionamento clinico, inserite in un contesto di evidence – based – practice.

La terapia manuale a livello del ginocchio,  che  include tecniche pratiche di mobilizzazione dei tessuti molli e dei tessuti articolari, è in grado di modulare il dolore attraverso i suoi effetti neurofisiologici,  migliorare l’estensibilità dei tessuti e il movimento articolare, fisiologico ed accessorio.

L’uso della tecnica di terapia manuale di Mulligan nel campo delle lesioni osteo-muscolo-articolari  sta diventando popolare nel campo della terapia manuale nei paesi anglosassoni.

 

In che cosa consiste?

Il trattamento consiste nel riposizionamento passivo articolare associato al movimento attivo.

Secondo Mulligan due solo le  cause alla base dell’insorgenza del dolore e della perdita di movimento articolare:

  1. Un errore posizionale delle superfici articolari che causa la comparsa dei sintomi
  2. Un errore di traiettorie per cui durante il movimento le superfici articolari non scorrono nel corretto e normale solco.

Il trattamento consiste nel riposizionamento passivo articolare associato al movimento attivo.

Consistono nell’applicazione di una mobilizzazione passiva mantenuta costantemente dal fisioterapista sulla componente accessoria del movimento articolare, mentre il paziente esegue il movimento attivo precedentemente alterato.

La mobilizzazione viene direzionata secondo l’asse di movimento fisiologico dell’articolazione. Il fisioterapista dovrà selezionare in maniera specifica la direzione e la quantità di forza necessaria a correggere il movimento articolare alterato. Una delle componenti chiave delle MWM e del Mulligan Concept è far si che il dolore venga sempre ridotto e / o eliminato durante l’intera esecuzione della mobilizzazione.

Diversi studi affermano che sia le mobilizzazioni di Mulligan e sia le mobilizzazioni di Maitland a livello del ginocchio possano contribuire nella riduzione del dolore e nel miglioramento della mobilità funzionale.  Questi interventi sono basati sugli stessi meccanismi fisiologici che hanno come risultato finale una riduzione del dolore.

 

Se la pratica clinica non segue le linee guida basate sull’evidenze, non offriamo il meglio ai nostri atleti. PHYSIOTHERAPY segue sempre queste linee guida!

 Physiotherapy non tratta un ginocchio, ma una persona che ha un problema al ginocchio!

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