Rizoartrosi

Rizoartrosi

RIZOARTROSI: COS’E  E COME SI IDENTIFICA

La rizoartrosi è una patologia artrosica che viene a interessare l’articolazione trapezio-metacarpale (TM), articolazione alla base del pollice; A causa del loro ruolo centrale nel reggere il carico generato dalle funzioni del pollice, le cartilagini che rivestono il trapezio e il primo metacarpo sono soggette a un’alterazione precoce rispetto ad altre articolazioni: la loro degenerazione può̀ essere quindi causa di  dolore e di gravi problemi funzionali, soprattutto nell’esecuzione delle pinze tra pollice e indice. La diagnosi di questa patologia e la sua stadiazione richiedono, oltre all’esame clinico, un esame radiografico mirato all’articolazione trapezio-metacarpale. Colpisce prevalentemente il sesso femminile di età compresa tra i 50 e i 70 anni, ha un’insorgenza insidiosa e progressiva che può durare da alcuni mesi a svariati anni.

COME SI interviene?

Nelle forme iniziali, il dolore e l’instabilità articolare possono essere controllati con tecniche conservative, seguendo un protocollo che prevede l’uso di un tutore utile a mantenere il pollice in posizione corretta, da indossare durante la notte e, nelle fasi acute, per qualche ora durante il giorno, insieme a trattamenti riabilitativi. Le tipiche tipologie di terapie fisioterapiche adottate per la gestione di questi pazienti includono la terapia manuale e l’esercizio terapeutico. Le tecniche di terapia manuale utilizzate comprendono sia tecniche articolari passive e sia tecniche di neurodinamica, ovvero tecniche di mobilizzazione neurale. Studi recenti hanno dimostrato che 4 – 6 sedute fisioterapiche di mobilizzazioni eseguite con una frequenza di 2 volte a settimane sono in grado di ridurre il dolore  (specie alla pressione) e la funzionalità, rispetto ad altri tipi di trattamento. Nel caso di una condizione dolorosa cronica, la mobilizzazione del nervo è in grado di produrre una significativa ipoalgesia meccanica ed un aumento della forza di presa nei pazienti con rizoartrosi, ed è quindi  considerato un valido strumento terapeutico nei pazienti con rizoartrosi in cui vi è anche una condizione di sensibilizzazione centrale e periferica. Per quanto riguarda le tecniche di terapia manuale ortopediche queste sono ampiamente utilizzate nella gestione clinica  dei pazienti che presentano una rizoartrosi. Tecniche di mobilizzazioni articolari, trazioni e tecniche di glide sono spesso usati per allungare la capsula articolare e per recuperare i movimenti accessori, al fine di ridurre il dolore e migliorare l’escursione articolare. Gli esercizi hanno lo scopo di migliorare l’escursione articolare libera dal dolore, incrementare la forza, mantenere la stabilità articolare ed evitare deformazioni del pollice. Un ulteriore studio ha dimostrato come un trattamento multimodale comprensivo di  tecniche di mobilizzazione articolare, tecniche di neuro dinamiche ed esercizi terapeutici, della durata di 12 sedute con una frequenza di 3 sedute a settimana, possa produrre risultati importanti in termini di riduzione del dolore e ripristino della funzionalità.

Questo approccio prevedeva:

  • Tecniche di terapia manuale, ovvero distrazione e glide postero anteriore (3 minuti di trattamento ripetuto per 3 volte);
  • Tecniche di neuro dinamica sul nervo mediano e sul nervo radiale in slider: è una manovra che ha lo scopo di produrre un movimento di scivolamento della struttura neurale in relazione ai tessuti anatomici adiacenti. Durata della tecnica: due serie da 5 minuti ognuna, con pausa di 1 minuto tra ogni serie.

Fondamentale sarà andare a modificare le attività di vita quotidiana del paziente, specialmente quelle di presa proponendo l’utilizzo di ausili che facilitino le varie attività e insegnando nuove modalità per svolgere le varie funzioni al fine di ridurre il carico doloroso a livello articolare, trasferire lo sforzo alle articolazioni più gradi e forti, aumentando la superficie di contatto con gli oggetti.

 

 

 

 

 

 

Per diminuire il dolore nelle fasi acute della malattia possono essere sporadicamente utilizzati farmaci anti-infiammatori cortisonici o non cortisonici. Se il trattamento conservativo non è sufficiente a controllare i sintomi e l’articolazione va incontro a gravi fenomeni degenerativi, con progressiva distruzione articolare, la chirurgia può̀ offrire diverse soluzioni. In linea generale lo scopo dell’intervento chirurgico tende a eliminare o ridurre il dolore e a stabilizzare l’articolazione distrutta, restituendo al pollice una migliore funzione rispetto alle condizioni preoperatorie.

Dopo il trattamento chirurgico sono necessari un periodo di immobilizzazione di 3/4 settimane e, in seguito, una terapia riabilitativa la cui durata richiede solitamente due mesi. Per ottenere buoni risultati è indispensabile che la riabilitazione venga eseguita da un fisioterapista specializzato in riabilitazione della mano.

 

CLAUDIO CECCARELLI, PT – OMPT

  • Fisioterapista
  • Orthopaedic Manipulative Physical Therapist (OMPT)
  • Assistente alla Didattica Università di Roma “Tor Vergata”, Master in Terapia Manuale Applicata alla Fisioterapia
  • Specializzato nella Riabilitazione dei Disordini Muscoloscheletrici di Spalla, Gomito e Mano
  • Membro del gruppo di ricerca scientifica G.E.R.I.C.O (Generic Elbow Rehabilitation and Integrated Orthopaedic Collaboration)
Lesione legamento crociato anteriore e ritorno allo sport

Lesione legamento crociato anteriore e ritorno allo sport

Lesione del Legamento Crociato Anteriore e retourn to sport 

Cosa è e come si lesiona ? 

Il legamento crociato anteriore ( LCA)  è  una struttura fibrosa dal decorso obliquo che collega il femore alla tibia.

Ha il ruolo fondamentale di opporsi all’eccessiva rotazione interna, estensione e traslazione anteriore della tibia rispetto al femore.

 

Negli ultimi anni sono aumentate in modo particolare le lesioni al Legamento Crociato Anteriore (LCA), spesso associate a traumi avvenuti durante lo svolgimento di attività sportive.

La meccanica lesionale del LCA è caratterizzata da movimento improvviso e combinato di flessione valgismo e rotazione interna, come ad esempio in un repentino movimento di cambio di direzione.

Si stima che:

  • circa il 63% delle lesioni legamentose del ginocchio siano a carico del LCA , talvolta in maniera isolata ed altre volte associate ad altre lesioni meniscali o legamentose.
  • Le donne hanno un rischio di lesione circa 2 volte maggiore rispetto gli uomini a causa della loro struttura anatomica.
  • Circa il 15% degli atleti professionisti subisce una lesione al LCA ogni anno e circa il 3% di quelli non amatoriali .

 

Un rumore di tipo “Crack”, la presenza di dolore, cedimento, deficit di estensione e flessione e versamento più o meno marcato, sono i segni tipici di una lesione al LCA.

 

Quando posso tornare a fare sport dopo un intervento chirurgico ? 

L’intervento chirurgico di ricostruzione del legamento crociato anteriore è in genere eseguito per facilitare la ripresa delle attività sportive.

La revisione di Arden et al. del 2014 ha mostrato che solamente il 60% degli atleti amatoriali riprende le attività sportive allo stesso livello praticato precedentemente l’infortunio.

Le differenze fisiche, psicologiche e sociali potrebbero determinare delle differenze nella percentuale del ritorno allo sport tra gli atleti amatoriali e gli atleti professionisti.

 

Le linee guida internazionali indicano il ritorno allo sport non prima dei 9 mesi anche in assenza di qualsiasi deficit (Grindem, 2016) , tuttavia la riabilitazione dopo ricostruzione del LCA rappresenta un processo complicato e il tempo trascorso dall’intervento non dovrebbe rappresentare l’unico fattore utilizzato per determinare il ritorno allo sport. I dati per stabilire se il tempo necessario per il ritorno allo sport differisce tra gli atleti professionisti e gli atleti amatoriali sono insufficienti.

 

Come Valutare il ritorno allo sport? 

  • I fattori contestuali non modificabili che possono influenzare il ritorno allo sport dopo ricostruzione del LCA sono molteplici e includono la scelta del trapianto, l’età, il sesso e il livello di attività sportiva prima dell’infortunio.
  • Per quanto riguarda i fattori contestuali modificabili, le evidenze mostrano l’importanza dei fattori psicologici nella ripresa dell’attività sportiva ai livelli pre-lesionali. Le risposte psicologiche, compreso la motivazione, la confidenza, l’ottimismo e la scarsa paura, sono associate con una probabilità maggiore di riprendere le attività sportive al livello pre-lesionale.

La paura di un nuovo infortunio è una delle ragioni più riferita dagli atleti per giustificare il non ritorno al livello sportivo pre-lesionale. 

Alcuni criteri clinici suggeriscono che il paziente per il return to sport dovrebbe avere :

  • Un rom completo sia in flessione che estensione con un deficit massimo del 5%;
  • Un dolore pari a meno di 2 nella scala Vas;
  • Forza isometrica del quadricipite pari ad almeno il 70% dell’arto controlaterale;
  • Hop test pari a circa il 70 % dell’arto controlaterale; 

Oltre a ciò è necessario valutare il controllo motorio e la qualità del movimento soprattutto in movimenti sport specifici.

A cura di:

GIULIA SANGUINETTI, PT, OMPT student 

  • Orthopaedic Manipulative Physical Therapist (OMPT) Student
  • Fisioterapista dei disturbi vascuolo-linfatici
  • Fisioterapista esperta in fisio-pilates
Disturbi alla mandibola

Disturbi alla mandibola

DISTURBI ALLA MANDIBOLA

  1. Hai mai auto dolore alle mascelle, alle tempie, nell’orecchio o davanti l’orecchio dall’altro lato?
  1. Negli ultimi 30 giorni hai mai avuto un mal di testa che includesse l’area delle tempie?
  1. Negli ultimi 30 giorni hai sentito rumori quando hai mosso o usato la mandibola?
  1. Sei mai rimasto bloccato a bocca chiusa o hai mai avuto la sensazione che la bocca non si aprisse del tutto?
  1. Aprendo al massimo la boccam sei mai rimasto bloccato a bocca aperta o comunque hai mai avuto la sensazione che non si sarebbe richiusa?

Queste sono le principali domande che si pongono quando i pazienti si rivolgono a noi per una problematica oro – faciale con problematiche della temporo – mandibolare annesse.

 

COSA SI INTENDE CON DISORDINE TEMPO MANDIBOLARE?

Con il termine di disordini tempo mandibolari (o DTM) si intende un gruppo di sintomi particolarmente invalidanti per la persona, la quale riferisce spesso rumori o scrocchi alla mandibola, spesso dolorosi, dolori cervicali, oro faciali (al viso) e mal di testa.

Secondo una stima americana,  12% della popolazione   presenterebbe un disturbo alla temporo mandibolare, con un’ incidenza maggiore nel sesso femminile in una misura di rapporto di 8 a 1 rispetto al sesso maschile.

 

ANATOMIA DELL’ARTICOLAZIONE TEMPORO – MANDIBOLARE

L’articolazione temporo mandibolare è una struttura anatomica molto complessa. Essa è un’articolazione che permette di collegare la mandibola all’osso temporale del cranio. La complessità è dunque causata dalle innumerevoli strutture anatomiche che la compongono:

  • Muscoli
  • Legamenti
  • Capsula articolare
  • Menisco cartilagineo

Di conseguenza sono molto complessi anche i disturbi ad essa legati.

I DISTURBI DELL’ARTICOLAZIONE TEMPORO MANDIBOLARE (ATM)

Con disturbi dell’articolazione temporo mandibolare si intende una varietà di condizioni patologiche. Queste condizioni coinvolgono i muscoli masticatori, articolazione temporo mandibolare e tutte le strutture ad esse associate.

Infatti molto spesso andiamo incontro a processi di natura infiammatoria e/o degenerativa, ovvero di stati patologici che interessano tutto l’apparato stomatognatico (la bocca per intenderci), in particola modo i muscoli della masticazione e l’articolazione temporo mandibolare.

Viene definito infatti con il termine cranio cervico mandibolare tutto quel complesso che funziona in maniera sincrona, collegando testa cervicale ed area mandibolare.

In base alle nuove conoscenze neurofisiologiche, biomeccaniche e psico-ambientali questo apparato stomatognatico è da considerarsi come un  “sistema integrato cibernetico”, le cui componenti fondamentali sono:

  1. occlusione,
  2. le articolazioni temporo-mandibolari (ATM),
  3. il sistema neuro-muscolare,
  4. il sistema osteobasale

Queste componenti sono strettamente legate ai fattori psico-emotivi e alla tolleranza biologica individuale.

La sintomatologia che può accusare il paziente, afflitto da disordini temporo mandibilari, può essere:

  • Dolore localizzato o diffuso
  • Click articolari
  • Limitazione del fisiologico movimento articolare della mandibola
  • Mal occlusione
  • Incoordinazione nel movimento
  • Mal di testa: Ogni persona che soffre di cefalea ha il diritto e deve ricevere un’accurata valutazione della funzionalità mandibolare soprattutto quando lamenta anche dolori e rigidità in quell’area, prima, durante o dopo gli attacchi di cefalea.

Le cause di questi disturbi possono essere:

  • Incongruenza dei capi articolari
  • Incongruenza del morso
  • Traumi diretti o indiretti
  • Patologie degenerative croniche (osteoartrosi)
  • Dislocazione discale

Ad oggi, il 75% circa della popolazione generale riferisce segni e sintomi che afferiscono ad un disordine (distrubo) della temporo mandibolare.

Molto spesso, i pazienti con una disfunzione di questa articolazione presentano poi una sintomatologia più complessa ed ad ampio spettro con interessamento della regione cervicale (cervicalgia) e della regione dorsale (dorsalgia)

Fra i numerosi rimedi, la letteratura scientifica suggerisce sempre più la pratica di una adeguata fisioterapia, la quale è in grado di apportare notevoli benefici e miglioramenti.

COME?

Attraverso interventi specifici del fisioterapista con lo scopo di individuare e trattare la disfunzione attraverso tecniche di terapia manuale specifiche. Si tratta di manovre non invasive in grado di ristabilire il corretto funzionamento della mandibola (movimento) andando ad agire sia a livello della muscolatura e sia a livello articolare.

Si insegna inoltre al paziente tutta una serie di esercizi che permettono di migliorare il movimento dell’articolazione e rilassare la muscolatura.

Vulvodinia

Vulvodinia

Perché fare riabilitazione del Pavimento Pelvico

La prima volta che si legge la parola Vulvodinia risale al 1880, quando si parlava di “eccessiva sensibilità dei nervi della mucosa di alcune porzioni della vulva.. talora confinata nel vestibolo.” Bisognerà però aspettare il 2004 per avere una vera e propria definizione di tale condizione, descritta come “fastidio vulvare, spesso descritto come bruciore, che si verifica in assenza di rilevanti alterazioni visibili o di specifiche, clinicamente evidenziabili, problematiche neurologiche”.

Oggi sappiamo che la vulvodinia può essere spontanea o evocata, diffusa in tutta la zona del perineo o localizzata (nell’80% dei casi al vestibolo vaginale) oltre che al clitoride e alle labbra.

Questa patologia non è così rara come si potrebbe pensare: interessa ben il 15% delle donne che si rivolgono al ginecologo o al dermatologo, ma si stima che la percentuale di incidenza sia in realtà molto più alta. Dai più recenti studi si evince che questa sindrome colpisce ben il 16% della popolazione femminile in una fascia d’età che va dai 18 ai 64 anni. Considerando che il ritardo diagnostico medio per la vulvodinia è di quattro anni, si è stimato che il 30% di donne resti senza una vera a propria diagnosi.

Sintomi principali:

  • bisogno di urinare dopo il rapporto (riferito dall’80% delle donne)
  • sintomi da cistite entro 24-72 ore dal rapporto
  • difficoltà ad indossare vestiti/pantaloni aderenti
  • prurito
  • secchezza
  • bruciore
  • dolore localizzato alla zona o che si irradia anche al di fuori dell’area stimolata, può essere spontaneo (se si verifica in assenza di stimoli irritativi) o provocato (dolore ai rapporti sessuali)
  • sensazione di spilli
  • sensazione di stiramento/tensione

La causa del disturbo è generalmente multifattoriale, ovvero sono più di uno i fattori che determinano tale condizione. Oggi se ne conoscono 3 che si influenzano e interagiscono tra loro:

  • fattori biomeccanici correlati a ipertono dei muscoli del pavimento pelvico (primario o secondario) che può determinare dolore all’inizio della penetrazione (dispareunia introitale), microabrasioni all’introito (“sensazione di avere dei taglietti”), complicanze di tipo infettivo, specialmente da Candida recidivante e comorbilità importanti, quali le cistiti recidivanti specie dopo i rapporti sessuali
  • iperattivazione dei mastociti, ovvero cellule che dopo essere venute in contatto con un agente esterno, riversano il loro contenuto interno nel tessuto colpito per difenderlo, generando così uno stato infiammatorio che in condizioni fisiologiche è una risposta normale ed efficace che il nostro organismo mette in atto per rispondere ad un attacco esterno (infezioni ricorrenti, irritanti, creme, rapporti sessuali, fattori ormonali..). Se questi stimoli irritanti sono sempre più frequenti, i mastociti diventano ipersensibili e determinano una condizione di infiammazione cronica
  • la cronicità del problema facilita un progressivo coinvolgimento del sistema nervoso centrale con neuroinfiammazione, depressione ed evoluzione verso il dolore neuropatico. Si altera quindi tutto il sistema che trasporta le informazioni provenienti dalla vulva

Per affrontare tutte queste varie componenti della patologia, è necessario un approccio di squadra, un team di esperti tra cui il medico specialista (ginecologo/neurologo/urologo), fisioterapista, psicologo che gestiscano, ognuno sul proprio versante d’azione, questa condizione.

Recenti studi di qualità indicano significativi effetti clinici della fisioterapia per vulvodinia, sostenendo che possa contribuire in modo significativo alla valutazione multidisciplinare e al trattamento di questa condizione patologica.

L’ipertono dei muscoli del pavimento pelvico può essere affrontata con una grande varietà di tecniche, anche di auto-aiuto da insegnare direttamente alla paziente, inclusi gli esercizi pelvici, automassaggi del tessuto vaginale, massaggi interni sui punti di contrattura (trigger-points), biofeedback e terapia fisica.

 

 

Fisioterapista specializzata nei disturbi del pavimento pelvico

 

Bibliografia

  1. Berghmans B. Physiotherapyfor pelvic pain and female sexual dysfunction: an untapped resource. Int Urogynecol J. 2018 May
  2. Mandal et al. British Society for the Study of Vulval Disease (BSSVD) Guideline Group. Guidelines for the management of vulvodynia, British Journal of Dermatology 2010
  3. Graziottin Alessandra, Murina Filippo, Vulvodinia. Strategie di diagnosi e cura, I edizione, Milano, Springer Verlag Italia, 2011
  4. Graziottin A., 2004a Il ginecologo e la dispareunia In: Leiblum S.R. Rosen R. (Eds), Principi e pratica di terapia sessuale, Edizione italiana, Roma, 2004
  5. Salonia A. Clementi MC. Graziottin A. Nappi RE. Castiglione F. Ferrari M. Capitanio U. Damiano R. Montorsi F. Secondary provoked vestibulodynia in sexually-active women with recurrent uncomplicated urinary tract infections. J Sex Med. 2013 Sep

Ortesi (splint) su misura per patologie della mano

ORTESI (SPLINT) SU MISURA PER PATOLOGIE DELLA MANO

I tutori per le patologie della mano sono strumenti terapeutici indispensabili per la presa in carico riabilitativa delle disfunzioni che coinvolgono il distretto mano, polso, gomito. Realizzati in materiale termoplastico, modellabile a temperatura dai 60-70°, vengono confezionati dal Fisioterapista specializzato, in base alla patologia diagnosticata dal chirurgo della mano la cui collaborazione è indispensabile o sulla base della valutazione funzionale di propria competenza. La realizzazione richiede conoscenze (anatomia, fisiologia, protocolli riabilitativi) ed abilità specifiche (tecniche e materiali).

CARATTERISTICHE PECULIARI E BENEFICI: alto livello di traspirabilità della pelle e ottima tollerabilità grazie alla leggerezza dei materiali, garantendo allo stesso tempo adeguata protezione.

Se previsto, può essere rimovibile e lavabile. Queste caratteristiche aumentano la compliance del paziente migliorando la sua autonomia e limitando il rischio di patologie secondarie ad una immobilizzazione eccessiva delle articolazioni non coinvolte dalla lesione (rigidità, indebolimento muscolare, perdita di sensibilità, algodistrofia, compressioni).

La plasticità del materiale oltre a consentire la realizzazione su misura ed in tempo reale dell’ortesi ne permette inoltre il progressivo adattamento in base alla progressione del recupero e degli scopi del percorso riabilitativo.

 

SCOPI PRINCIPALI: sia in ambito conservativo che post chirurgico.

  • proteggere e mettere a riposo una o più articolazioni in fase di infiammazione acuta
  • immobilizzare tessuti lesionati in fase di guarigione (fratture, distorsioni, sub-lussazioni) limitando le possibili complicanze dei gessi
  • proteggere le suture di tendini e/o nervi in ambito post chirurgico
  • correggere e prevenire deformità articolari nelle patologie degenerative (artrosi, artriti)
  • mantenere la funzionalità più a lungo possibile e preservare al meglio le strutture facilitando l’ergonomia di movimento ed il corretto gesto funzionale
  • impedire posizioni o movimenti indesiderati
  • favorire una limitata funzione o sostituire la perdita della forza muscolare migliorando le attività della vita quotidiana, in associazione o in alternativa a bendaggi funzionali
  • mantenere e/o aumentare movimenti attivi e passivi vincendo rigidità articolari o allungando tessuti cicatriziali

PATOLOGIE CHE NE RICHIEDONO L’UTILIZZO:

i tutori, siano essi funzionali, di riposo, statici o dinamici, sono un determinante supporto nel trattamento sia conservativo che post-chirurgico di patologie della mano quali:  fratture, tendiniti e dita a scatto, morbo di Dupuytren, Sindrome di De Quervain, sindrome del Tunnel Carpale, epicondiliti, esiti di cicatrici, instabilità articolari, rizoartrosi, lesioni legamentose/tendinee/nervose, compressioni nervose, interventi di artrolisi e tenolisi, distorsioni, retrazioni capsulo-legamentose post traumatiche o da immobilizzazione prolungata, retrazioni muscolo-tendinee e deficit muscolari, sindromi da overuse o posture scorrette, deformità (boutonnière, dito a martello, collo di cigno), artrite reumatoide.
TIPOLOGIE DI TUTORI. I tutori si inseriscono in tre macro classi in base agli scopi per i quali vengono realizzati, con conseguenti diversità ed integrazioni di materiali e supporti.

Tutori statici. Servono mantenere il corretto posizionamento e il riposo di una o più articolazioni e tendini. Hanno una struttura fissa senza accessori e danno quindi sostegno e immobilizzazione. Possono essere fissi (come nel caso di immobilizzazione post frattura dove possono sostituire il ben conosciuto gesso) o rimovibili grazie a chiusure con velcri e rivetti che permettano al paziente di indossarlo e toglierlo a seconda dell’indicazione terapeutica (è il caso, ad esempio, di uno splint notturno per trattamento conservativo di tenosinoviti legate a dito a scatto o sindrome da tunnel carpale). Altri esempi possono riguardare instabilità di polso, lesioni tendinee, rizoartrosi, di tenosinovite di De Quervain, di morbo di Dupuytren. I tutori statici possono definirsi progressivi quando, sfruttando la capacità termoplastica dei materiali, vengono modellati in adattamento al miglioramento di condizione ed al percorso terapeutico, come nel caso di retrazioni articolari o capsulo-legamentose.

Tutori dinamici. Si usano con lo scopo di contrastare rigidità articolari o di allungare tessuti cicatriziali che rendono incompleto il movimento a livello di una o più articolazioni. Oltre alla struttura di base presentano appendici di trazione dotati di pulegge, fili od elastici ed esercitano una forza attiva su una o più articolazioni e sui tessuti molli. Vengono indossati secondo una posologia concordata ed alternati ad esercizi di automobilizzazione insegnati dal fisioterapista in base al percorso riabilitativo. Alcuni esempi: retrazioni, deformità, post chirurgia di tenolisi o tenoartrolisi.

 

Tutori funzionali. Sono impiegati durante l’attività di vita quotidiana o il gesto sportivo, servono a facilitare o supportare una funzione che ancora non è stata completamente recuperata o non può essere più ripristinata. Talvolta può sostituire un bendaggio funzionale con grande vantaggio in termini di praticità grazie alla possibilità di essere uno strumento rimovibile, riutilizzabile per lungo periodo, lavabile, nonché su misura. Può essere utilizzato in caso rientro in attività post infortunio, in sindromi da overuse, in paralisi o lesioni nervose.

 

 

FINALITA’ DELE ORTESI. I tutori su misura possono avere diverse finalità e conseguentemente essere costituiti da materiali e finiture differenti, talvolta integrati tra loro. Possono essere tutori funzionali in morbido neoprene o rigidi in materiale termoplastico, comunque conformato al paziente.

  • di immobilizzazione: permette il corretto posizionamento di segmenti articolari o la messa a riposo di una o più articolazioni e tendini. È indicato ad esempio in caso di instabilità di polso, di lesioni tendinee, di rizoartrosi, di tenosinovite di De Quervain o dito a scatto, di sindrome da Tunnel Carpale, di morbo di Dupuytren;
  • di correzione: consente di limitare la progressione delle deformità e la rigidità o l’atteggiamento scorretto delle articolazioni delle dita e della mano, come nel caso di rizartrosi o artrosi delle dita lunghe;
  • di sostegno o sostituzione di una funzione: supportano e facilitano una funzione deficitaria come in caso di esiti di trauma, deficit di forza, paralisi o lesioni nervose.

 

CLAUDIO CECCARELLI, FT – OMPT

  • Fisioterapista
  • Orthopaedic Manipulative Physical Therapist (OMPT)
  • Assistente alla Didattica Università di Roma “Tor Vergata”, Master in Terapia Manuale Applicata alla Fisioterapia
  • Specializzato nella Riabilitazione dei Disordini  Muscoloscheletrici di Spalla, Gomito e Mano
  • Membro del gruppo di ricerca scientifica G.E.R.I.C.O (Generic Elbow Rehabilitation and Integrated Orthopaedic Collaboration)