Dolore cervicale: la guida completa

Dolore cervicale: la guida completa

Dolore cervicale? 

Se ti svegli al mattino con un po’ di torcicollo, e magari basta un impacco caldo per farlo passare o un po’ di stretching forse non hai bisogno di questo tutorial per il dolore cervicale per sfatarne alcune leggende metropolitane!

È una guida per casi più difficili in cui si ha quel maledetto “crack” del collo, quella orribile sensazione di blocco e dolore allo stesso tempo che si dipana verso la schiena e spesso anche verso la testa.

Il dolore al collo, visto il tipo di vita sedentaria e spesso “statica” che facciamo è una condizione che prima o poi affligge tutti noi. Se hai davvero un dolore al collo così intenso da non permetterti neanche di muoverti allora potrebbe essere un problema di cervicale.

Che sia la prima volta, la quinta o la decima che ti si verifica un “crack” del genere è  il caso andare anzitutto da uno specialista della colonna vertebrale e iniziare a pensare a qualche terapia da fare, oltre a cambiare alcune abitudini e lo stile di vita.

Molti che soffrono di dolore cervicale immaginano, sognano quasi, di poter sfilare via la colonna vertebrale e cambiarla con una nuova che non dia tutti quei problemi e dolori. Perché la cervicale è davvero una patologia molto debilitante ed estremamente fastidiosa.

La prima cosa da fare è di informarsi e capire perché l’educazione, e di conseguenza la riduzione della paura che il dolore provoca, possono di per sé essere già un buon trattamento per la cervicale.

 

Alcune le leggende sul dolore cervicale!

Chi non ha mai sofferto di dolore cronico al collo non ha idea di quanto tale condizione sia debilitante, non solo dal punto di vista fisico ma anche psicologico.

A ciò va aggiunto che il dolore cervicale ha un costo economico non indifferente a livello personale e sociale perché provoca frequenti assenze dal lavoro.

Un recente studio svedese mostra come, probabilmente, diminuisca anche l’aspettativa di vita delle persone. Se le cause siano dovute all’abuso di medicinali, stress o altri fattori è ancora da chiarire.

A parte casi limiti il problema del dolore cervicale è molto sentito perché danneggia e peggiora fortemente la qualità della vita di chi ne soffre, soprattutto se cronico. Eppure a riguardo c’è molta disinformazione sia da parte dei medici che dei malati.

Possiamo dire che a “leggende metropolitane” rivaleggia senza dubbio con la classica lombalgia cronica!

  • Leggenda n.1: il dolore cervicale è causato da una cattiva postura.
  • Leggenda n.2: il dolore al collo è collegato direttamente da una curvatura anomala della colonna vertebrale.

 

Esistono a riguardo di queste condizioni centinaia, se non migliaia , di possibili ipotesi eppure ormai la ricerca ha dimostrato scientificamente che sia la leggenda 1 che 2 risultano false o, nei casi più estremi, tali condizioni non sono un fattore importante del dolore cervicale.

Ad esempio esistono molte teorie sui problemi causati dal “guardare” troppo lo schermo di uno smartphone quando, invece,  è dimostrato che non c’è alcuna correlazione tra le due cose.

Eppure tutte queste nuove informazioni non sono così conosciute creando, di conseguenza, una insensata corsa a terapie manuali spesso tanto inutili quanto costose.

I miti del dolore al collo sono testardi come il dolore al collo stesso. Di certo tra dieci anni ci saranno ancora molti professionisti focalizzati sulla postura!

Questo semplice tutorial serve per far capire al meglio alcune incomprensioni riguardo al dolore cervicale come ad esempio:

  • Miti sulla sublussazione.
  • Miti sullo sforzo muscolare.
  • Miti sugli spasmi muscolari.
  • Miti sull’artrite e sull’ernia del disco.

 

Il primo passo per guarire è capire, informarsi e conoscere anche i reali meccanismi che sono la causa di una condizione fastidiosa e a volte davvero debilitante.

 

La verità sul dolore a collo

Purtroppo in pochi conoscono davvero le meccaniche del dolore cervicale e soprattutto le sue cause e possibili cure.

In generale possiamo dire, senza voler offendere nessuno, che i medici di base non siano le persone più competenti a riguardo. Non per vere e proprie mancanze ma perché si tratta di una patologia specifica e davvero complessa.

La cosa grave, a dire la verità, è che spesso anche alcuni specialisti come fisioterapisti oppure fisiatri o osteopati hanno lacune profonde causate da una conoscenza obsoleta della materia, loro stessi si rifanno alle leggende metropolitane.

Da qui non si deve esagerare e correre da qualche santone ne tantomeno da professionisti alternativi con la certezza di vedere la propria condizione risolta nell’arco di poche sedute: il dolore al collo è davvero un grande mistero scientifico che va trattato con pazienza e molta cautela.

Se hai subito un trauma al collo, come una ferita o più comunemente un colpo di frusta, è normale che tu abbia avuto un dolore cervicale per un po’ di tempo. Se però persiste e non è ancora guarito potresti avere un problema cervicale che non deve cronicizzarsi.

Collo incriccato o dolore al collo?

Le statistiche mostrano che un collo “incriccato” e il dolore cervicale sono divisi equamente 50 e 50 nella popolazione, sia a livello leggero che molto forte. In tali studi si mostra quanto siano drammatiche le statistiche a riguardo e i mostruosi costi economici che la comunità è costretta a sostenere, spesso per pratiche che risultano inutili.

Un collo incriccato detto in inglese “crick”, è un termine non medico che indica appunto un sottotipo di dolore al collo. Sembra una sorta di “guasto meccanico” alla zona, un blocco che non ti permette di muoverti.

Molte persone insistono sul fatto che il problema non è esattamente doloroso, ma comunque estremamente sgradevole, una sensazione irritante, scomoda, bloccata più simile a un “prurito” o forse un “prurito profondo” di un vero dolore.

Spesso questi “crick” sono sottovalutati per lunghi periodi sia dal paziente che dall’eventuale terapeuta quando invece andrebbero indagati per comprenderne le origini. Ci sono casi in cui le persone affette da questi fastidi, oltre a quelli fisici, soffrivano molto anche dal punto di vista emotivo e psicologico.

Molti terapeuti iniziano a rendersi conto di quanto i crick siano dannosi e fastidiosi, tanto che si crede che, dal punto di vista mentale, siano quasi più stressanti di un dolore cronico “puro” portando lo stress e l’ansia a livelli altissimi.

Anche qui c’è da fare attenzione a non comparare il dolore cronico ai “crick”, si tratta chiaramente di condizioni simili ma profondamente diverse e anche la stessa comprensione e accettazione del fastidio provocato al pazienta è un elemento necessario per la cura.

Dolore cronico e questi “crick” cervicali sono sfumati, spesso si sovrappongono senza riuscire a spiegare l’uno o individuare l’altro in modo netto e preciso. Spesso i crick di oggi saranno il dolore di domani.

Se si soffre di dolore al collo si pensa che spesso sia causato da una qualche forma di radicolopatia (dolore alla radice nervosa) dove in realtà, in moltissimi casi, esso più che una causa è un sintomo che scompare una volta che vengono affrontati altri e reali problemi alla cervicale.

 

Qual è il peggior scenario possibile in caso di dolore cervicale?

Senza creare drammi o facili allarmismi il caso peggiore di un dolore cervicale, in rari casi, può davvero durare a vita con una intensità variabile (da moderato a grave).

Una condizione definita grave potrebbe risultare immune a qualsiasi terapia, sia farmacologica che manuale a volte senza neanche riuscire ad avere una diagnosi chiara e certa.

I cosiddetti “crick” possono avere una durata variabile (minuti, ore, settimane o anche per sempre). Il paziente va informato e rassicurato che, nella stragrande maggioranza dei casi, dura non più di un paio di settimane.

In caso dovesse perdurare oltre questo tempo limite è opportuna una ricerca delle cause che lo hanno scatenato.

  • Leggenda n.3: il dolore al collo è un problema temporaneo.

In realtà capita spesso che contratturine o fastidi si evolvano e siano causate da qualcosa che ancora non è emerso portando il dolore ad aumentare fino a cronicizzarsi. Non servono allarmismi ma neanche eccessive rassicurazioni o banalizzazioni

Infatti il dolore cervicale, per quanto sia fastidioso, è meno debilitante di quello alla schiena e di conseguenza viene preso meno sul serio. In realtà è una condizione, di media, più duratura della lombalgia (nota per la sua cronicità).

Una ricerca canadese su 1000 pazienti mostra che solo la metà si è ripresa rapidamente e del tutto da un problema al collo e ben il 35% dei casi ha mostrato dolore persistente. La maggior parte delle persone non ne sperimenta la completa risoluzione dei sintomi e della disabilità ad essa associata.

 

Esistono casi di cervicale incriccata di media intensità che sono durati alcuni anni per poi guarire, altri gravi che invece si sono protratti per tutta la vita del paziente (per fortuna ha avuto sollievo grazie a terapie valide per contrastare il dolore). Per fortuna la maggior parte dei casi ha una sua risoluzione di breve durata.

 

Il dolore al collo è solo la punta dell’iceberg della “sensibilizzazione”

La sensibilizzazione è una condizione in cui il sistema nervoso inizia a reagire eccessivamente a determinati stimoli (es. dolore): un sistema d’allarme che si innesca con una facilità eccessiva anche quando non ce n’è alcun bisogno.

In linea di principio, come regola generale, più a lungo dura qualsiasi tipo di dolore, più è probabile che la sensibilizzazione diventi un fattore e persino che prenda il sopravvento e diventi il problema principale.

Detto in modo ancora più diretto: basta un minimo stimolo per causare un dolore forte. Infatti la sensibilizzazione può davvero peggiorare una condizione di dolore cronico.

Il paradosso è che il dolore può anche aumentare proprio a causa della sensibilizzazione che ne amplifica lentamente gli effetti, quello al collo, alla schiena o anche addominale possono essere la punta del’iceberg della sensibilizzazione.

L’unica fortuna è che la maggior parte dei problemi cervicali tende ad andare via o è possibile trattarlo con le giuste terapie.

Ma quindi ci si potrebbe domandare se la sensibilizzazione è la causa del dolore al collo, ad esempio, o il contrario.

In realtà è possibile che si verifichi un problema cervicale proprio perché il soggetto è già “sensibilizzato”, ma in generale viene considerata una condizione rara. Infatti la maggior parte di coloro che sono “sensibilizzati” possono ritrovare nel loro recente passato piccoli sintomi iniziali che magari sono stati trascurati.

Probabilmente la maggior parte del dolore cronico viene aumentato dalla sensibilizzazione e alla fine molti casi risultano cronici non perché ci sia ancora qualcosa di sbagliato nei tessuti del collo, ma semplicemente perché il cervello ha istituito una sorta di divieto permanente al movimento completo del collo (e il dolore è il modo principale in cui il cervello lo fa).

Questo è il motivo per cui ogni paziente con dolore cronico deve conoscere la sensibilizzazione.

Colpisce più gli uomini o le donne?

Secondo recenti studi le donne soffrono maggiormente di problemi legati al collo. In generale si è valutato che abbiano il 60% in più di possibilità di sviluppare dolore e il 20% di probabilità in più rispetto agli uomini che sia cronico.

Va ugualmente sottolineato che proprio le donne sono affette da tassi di dolore cronico per altre condizioni, come ad esempio la fibromialgia che sembri implicare un elevato tasso di sensibilizzazione.

La fibromialgia ha la sua genesi, nella maggior parte dei casi, proprio con il dolore a:

  • Collo.
  • Spalle.
  • Schiena.
  • Parte bassa della schiena.
  • Addome

Con il passare del tempo questi fastidi si estendono e si palesano anche gli altri disturbi di questa malattia.

E se fosse qualcosa di grave?

È raro, anche se possibile, che il dolore al collo sia il sintomo di qualcosa di grave come ad esempio:

  • Cancro.
  • Infezione.
  • Malattia autoimmune.
  • Lesione al midollo spinale.
  • Qualche tipo di problema strutturale.

La maggior parte dei casi sono semplici “crick” e infatti quelle sopraelencate sono condizioni che causano una serie ben chiara di sintomi specifici, oltre al dolore al collo. Vengono definite bandiere rosse (Red Flag).

Si dovrebbe iniziare un’indagine medica, in linea di principio, quando sono presenti le seguenti condizioni:

  • Il fastidio dura da almeno 6 settimane.
  • Tende a un peggioramento o, nel caso migliore, rimane costante.
  • C’è una terza bandiera rossa (le andremo a vedere a breve).

Di seguito una lista di alcune specifiche Red Flag la cui presenza deve mettere in allerta e spingere a una più attenta analisi per capire se si tratta di un semplice dolore al collo o di qualcosa di grave.

Bandiere Rosse:

  • Si ha una sensazione di leggero picchiettio doloroso alla schiena.
  • Si perde peso senza modificare la propria dieta.
  • Febbre e/o brividi.
  • Mal di testa accompagnato o meno dall’incapacità di piegarla in avanti (viene definita rigidità nucale).
  • Un mal di testa improvviso e molto forte detto a “rombo di tuono” per la sua violenza.
  • Vertigini improvvise.
  • Nausea e vomito.
  • Fattori di rischio possono essere l’abuso di droghe, alcol e steroidi.
  • Altri segnali che potrebbero indicare che il dolore al collo sia dovuto a malattie autoimmuni sono l’ereditarietà familiare, rigidità mattutina, aumento dei sintomi oltre i 40 anni, eruzioni cutanee, occhi irritati, digestione difficile o dolore ad altre articolazioni.

Da questa lista, non esaustiva, si comprende quante siano le variabili e soprattutto i possibili sintomi di una complicanza grave al collo. Per tale ragione una autodiagnosi (come sempre) è assolutamente sconsigliata perché potrebbe portare a facili allarmismi, stress e ansia che potrebbero peggiorare lo stato di salute generale.

Conclusioni della guida per il dolore cervicale

La scienza negli ultimi anni ha fatto dei passi in avanti per quanto riguarda la natura del dolore e del dolore al collo. Eppure esistono ancora un gran numero di “misteri” e controversie a riguardo vista la sua complessità.

A dimostrazione un famoso articolo sulla rivista scientifica Pain Physician dichiara apertamente che:

si sa molto poco sulle cause del dolore al collo

e che, sempre secondo gli studiosi, essere certi di un’unica specifica causa sia un errore perché si tratta sempre di una sommatoria di fattori che scatenano il problema.

  • Leggenda n.4: il dolore al collo è dovuto sempre a un problema meccanico (es. una dislocazione di una vertebra).

Tale leggenda metropolitana spinge quasi sempre le persone, e gli specialisti, a volgere la maggior parte dell’attenzione sulla possibile presenza di traumi, sublussazioni o simili.

È possibile che sia presente un qualche problema alle articolazioni del collo, ma si tratta di una eccessiva semplificazione fuorviante e che sposta il focus da quelle che potrebbero essere, invece, le vere cause.

GIONATA PROSPERI, FT, SPT, SM.

  • Esperto In Terapia Manuale nelle cefalee, emicrania
  • Fisioterapista dei disturbi dell’articolazione Temporo – Mandibolare
  • Fisioterapista dei Disturbi Vestibolari
  • C.E.O. del Centro della Colonna vertebrale di Massa
  • Fisioterapia ecoguidata
Rimedio per il mal di schiena: un massaggio al gluteo

Rimedio per il mal di schiena: un massaggio al gluteo

Rimedio per il mal di schiena? Semplice massaggio? meglio un trattamento dei trigger point

Uno dei rimedi per il mal di schiena è quello miofasciale, in particolar modo il trattamento dei “trigger point

Il corpo umano è formato da una miriade di “relazioni” tra le varie parti, muscoli, organi, nervi che creano una rete molto complessa.

Per semplificare meglio la sua definizione immaginiamo un muscolo come un insieme di corde che, quando si contraggono, rendono possibile il movimento. Il “trigger point” è un “nodino” percepibile dall’esterno che, se stimolato con la palpazione e con il trattamento, può evocare un dolore locale o riferito a distanza.

Spesso proprio questo dolore riferito a distanza può essere confuso con una sciatica e può essere un fattore scatenante della nostra lombalgia.

Il mal di schiena causato da questo “trigger” non è costante, va e viene a seconda del movimento, della posizione, dello stato emotivo e da molteplici fattori esterni. Quando si attiva non ci lascia scampo!

ANSIA COME CAUSA DEL MAL DI SCHIENA

Il muscolo colpito da questo trigger presenta una ridotta capacità di contrazione, e quindi una ridotta efficienza.

 

Rimedio per il mal di schiena riferito alle natiche

Fare un massaggio è spesso un sogno che si fa a occhi aperti quando il dolore ci funesta, ma dove va fatto?

Ad esempio nella parte superiore del sedere, poco prima che inizi la schiena vera e propria, c’è un trigger point che è perfetto per essere massaggiato!

Lì si crea un piccolo e subdolo nodo molto difficile da individuare che scatena un dolore fastidioso alla parte inferiore della schiena facendola sembrare una vera e propria lombalgia.

Massaggiarlo, nel modo giusto ovviamente e quindi da un esperto, provoca inizialmente un dolore molto intenso e profondo, spesso riferito (simulando il vostro mal di schiena) che si trasforma in un dolore dolce e benefico portando, in tutta la zona dolente e intorno allo stesso “nodo”, un sollievo inaspettato.

Scherzando potrebbe essere davvero una sorta di miracolo da mostrare agli amici! Infatti tutti conosciamo i benefici di un buon massaggio specialmente in alcuni “nodi” più conosciuti come sulle spalle o nella zona cervicale.

Colpire invece un trigger point inaspettato è una vera sorpresa per chiunque. Infatti capita che si dica di soffrire di mal di schiena toccandosi la parte bassa che, in realtà è il gluteo!

Tale convinzione deriva dal fatto che il dolore non è “circoscritto”, ma è riferito e si ha l’idea comune che sia dovuto alla schiena senza pensare che possa partire dal gluteo.

Spesso capita che le persone sanno che il vero problema che li affligge da tempo è proprio dovuto a un trigger point che sta sul sedere e non ci si rende conto fin quando il “nodo” non viene massaggiato mostrandolo come epicentro di tutta la tensione della zona.

Perché il trigger point sul gluteo è così efficace come rimedio per il mal di schiena?

Il muscolo del gluteo è uno dei più estesi del nostro corpo ed è noto, insieme al quadricipite femorale come muscolo “anti-gravità”.

Viene chiamato così proprio perché, grazie alla sua incredibile forza, permette al corpo di alzarsi e rimanere eretto. Per esempio ha un ruolo fondamentale quando:

  • corriamo.
  • saliamo le scale
  • saltiamo

In generale, in muscoli tanto grandi, i “nodi” possono essere subdoli e assai difficili da individuare e trattare. Ciò è dovuto al fatto che, vista la loro forza ed estensione, sono capaci di sopportare un gran numero di “nodi” (assimilabili a piccole contratture) prima di generare problemi.

Di solito può presentarsi una generica e leggera sensazione di rigidità, fatica o pesantezza nella zona prima che inizi il dolore più intenso che porta, di conseguenza, ad andare da uno specialista per trattarlo.

Forse è per questo che in pochissimi conoscono tale punto.

Il trigger point può essere trattato senza rischi particolari, basta saperlo individuare, e una volta iniziato il trattamento provoca un dolore non intenso e fastidioso permettendo quindi di poterci lavorare a lungo senza troppi fastidi.

 

Molti affermano che sia un “dolore dolce”, piacevole e che con il tempo si espande portando benefici in tutta la zona e alleviando il mal di schiena in modo rapido.

 

La lombalgia non è quasi mai dovuta a qualcosa di grave

In un altro articolo (Mal di schiena: quando preoccuparsi?) abbiamo spiegato come spesso i dolori più intensi siano indice di qualcosa di banale, quasi mai grave.

Al contrario fastidi più subdoli e particolari, se accompagnati ad altri sintomi, potrebbero suggerire un’attenta analisi per comprendere se è in atto una patologia importante.

Moltissime persone malate di lombalgia hanno un vero e proprio terrore che possa trattarsi di qualcosa in relazione con problemi strutturali o con una certa fragilità della colonna vertebrale stessa.

Per tranquillizzarli basta spiegare che la colonna vertebrale è una zona incredibilmente robusta e che, spesso, il dolore viene trasmesso per riflesso da altre parti contratte come ad esempio il gluteo.

Quindi se si soffre di mal di schiena potrebbe portare un grande beneficio un massaggio nel “trigger point” del gluteo che spesso è il vero punto che causa il fastidio.

Il trattamento, come detto, potrebbe non essere inizialmente molto piacevole ma bastano pochi minuti per trasformare il dolore in una sensazione benefica che andrà aumentando nel tempo con il rilascio delle contratture che sono la vera causa della lombalgia.

 

Come individuare il trigger point sul gluteo

Come detto il gluteo è uno dei muscoli più grandi di tutto il nostro corpo e sopporta molto stress fisico, quindi è sicuramente buono per trovare vari trigger point da massaggiare per avere benefici contro il mal di schiena.

Il punto preso in considerazione in questo articolo, considerato il migliore per dare sollievo contro la lombalgia si trova proprio al punto di congiunzione tra la schiena e il grande gluteo.

Non è complicato trovarlo: si trova subito sotto le cosiddette fossette lombari!

Lavorare sul trigger point  è molto utile perché nel 50% dei casi la lombalgia ha una componente legata proprio a questo importante muscolo.

Anche nella parte lombare, come in tutto il corpo, ci sono altri trigger point, alcuni della schiena sono distanti solo pochi centimetri da quelli del grande gluteo. Si crea così un reticolo di punti collegati tra di loro che condividono le stesse tensioni e, di contro, anche il dolore.

Sciogliere un punto provoca quindi giovamento a tutti quelli ad esso collegati direttamente (e alcuni anche indirettamente).

Il dolore si irradia dal basso verso l’alto ma anche dalla schiena al gluteo scatenando anche una tendente rigidità muscolare diffusa che va assolutamente sciolta in entrambi i trigger point.

Tale fastidio si “sposta” fino anche a causare dolore alle gambe spesso attribuito, sbagliando, a una compressione della radice nervosa invece che dovuto da un semplice trigger muscolare.

 

Se il vostro fisioterapista non conosce questo trigger point e quindi non lo lavora?

Può capitare, a dire il vero molto spesso, che anche un massaggiatore non conosca l’importanza di lavorare sul gluteo per dare sollievo al mal di schiena. Massaggerà quindi, proprio per affrontare una lombalgia, al massimo fino alla zona di contatto con il grande gluteo, senza però scendere oltre.

Troveranno comunque sulla schiena un grande numero di muscoli irrigiditi e contratture che scioglieranno portando un piccolo beneficio e un’idea iniziale, nel paziente, di sollievo con la sensazione però che tale massaggio non vada a colpire il vero problema più in basso.

Potrebbe capitare che lo stesso paziente indirizzi il massaggiatore, per via della sensazione appena detta, a lavorare sui muscoli irrigiditi del grande gluteo.

Eppure anche tale cambiamento, per quanto in parte benefico non darà i risultati sperati, perché?

La ragione è banale: un conto è massaggiare in modo generico il grande gluteo, che come detto è un muscolo assai esteso, un conto focalizzarsi nel modo giusto nel trigger point specifico allentandone le tensioni.

Si comprende, quindi, che un massaggio anche fatto con grande intensità potrebbe non avere effetti a lungo termine se non ci si focalizza sul punto specifico che è effettivamente la causa principale del mal di schiena. È lì che si concentrano la maggior parte delle tensioni.

Quando la lombalgia è confusa con problemi dell’articolazione sacro-iliaca

No si tratta di nulla di così strano, semplicemente il dolore causato da questo trigger point sul gluteo porta, di frequente anche gli esperti, a confonderlo con altre tipologie di problemi.

In modo particolare viene confuso per una falsa sciatica o per un dolore all’articolazione sacroiliaca.

È una situazione comune perché alcuni professionisti tendono a concentrarsi maggiormente proprio sui fastidi causati dall’articolazione sacroiliaca convinti che ogni condizione, anche piccola, che la riguardi, sia portatrice di chissà quali patologie gravi!

Quella sacroiliaca è una articolazione mobile tra l’osso sacro e il bacino che ruota fino a un paio di gradi e arriva anche a scivolare di altrettanti millimetri.

In generale i terapeuti danno un grandissimo valore a questa articolazione e a tutto ciò che la riguarda, in modo particolare il dolore. In realtà si tratta, per la maggior parte dei casi, di sovrastima che forse tende a creare troppo allarmismo e darle un’importanza spropositata.

Anziché indagare su possibili problemi a tale giuntura, spesso costosi, è consigliato invece lavorare prima sul trigger point del gluteo per capire se possa essere il rimedio per il mal di schiena (come spesso accade).

Esistono molti casi scientificamente provati in cui, per anni, terapeuti di vario genere si sono accaniti sull’articolazione sacroiliaca senza portare alcun beneficio al paziente.

Al contrario è bastato lavorare e sbloccare il suddetto trigger point sul grande gluteo per portare benefici insperati e rapidi tanto che si hanno moltissimi casi di guarigione.

Massaggio al gluteo: come farlo per lavorare al meglio su specifici punti

Massaggiare il trigger point specifico sul gluteo, come rimedio per il mal di schiena, è una sensazione particolare in cui si prova un doloroso sollievo, oppure un profondo dolore che alcuni fanno fatica a sopportare.

Indica la grande contrattura che si è “fossilizzata” e indurita tanto che necessita spesso di una forte pressione per essere sciolta. Si verifica, in modo particolare, quando il massaggio si focalizza maggiormente in prossimità delle “fossette lombari”.

La sensazione, per quanto paradossale possa sembrare, è quella di “dolore piacevole” che con lentezza e delicatezza porta allo scioglimento dei blocchi causa di molti fastidi.

È chiaro come la capacità di sopportare il dolore sia personale, ognuno ha una propria soglia. Per chi in generale soffre di lombalgia causata da una posizione costantemente seduta, potrebbe bastare anche una pressione leggera proprio perché il trigger point è molto sensibilizzato.

In tutti i casi il massaggio va fatto con estrema lentezza valutando le sensazioni del paziente, tale trigger point è davvero un punto “magico” che attrae contrazioni, stress e contratture con una voracità degna di un buco nero.

Scioglierlo potrebbe portare benefici insperati anche a persone che da anni combattono con una fastidiosa quanto dolorosa lombalgia cronica.

 

GIONATA PROSPERI, FT, SPT, SM.

  • Esperto In Terapia Manuale nelle cefalee, emicrania
  • Fisioterapista dei disturbi dell’articolazione Temporo – Mandibolare
  • Fisioterapista dei Disturbi Vestibolari
  • C.E.O. del Centro della Colonna vertebrale di Massa
  • Fisioterapia ecoguidata
Effetti della terapia manuale e dell’educazione alla fisiologia del dolore

Effetti della terapia manuale e dell’educazione alla fisiologia del dolore

Effetti della terapia manuale e dell’educazione “neuroplastica” nel mal di schiena cronico

Un team di esperti delle principali Università statunitensi ha effettuato una serie di “prove” per capire se gli effetti della  terapia manuale associata all’educazione neuro plastica (educazione alla fisiologia del dolore) possano essere  diversi, e migliori, rispetto alla classica tecnica tradizionale.

Lo studio riguardava 62 pazienti con lombalgia cronica sottoposti a una serie di prove e questionari per:

  • La valutazione del dolore;
  • La valutazione della disabilità, attraverso l’Oswestry Disability Index;
  • comprenderne la paura verso la patologia e la sua incidenza sulla vita del paziente, attraverso il questionario Fear-Avoidance Belief,
  • la valutazione del dolore alle gambe (attraverso una precisa scala numerica).
  • Valutare la capacità di flettersi in avanti.
  • Valutare la risposta al test SLR (Straight leg raise)

previa autorizzazione e compilazione di moduli nei quali venivano segnati i dati anagrafici e la storia clinica del paziente.

In seguito sono stati suddivisi in due gruppi, in modo del tutto casuale, per ricevere una:

  1. terapia manuale associata all’educazione neuro plastica
  2. Terapia manuale lombare.

I risultati della ricerca sugli effetti della terapia manuale

Lo studio è stato effettuato su persone (il 56% erano donne e il 44% uomini) con una età media di 60,1 anni di età e un mal di schiena cronico che durava mediamente da 9,26 anni.

È stato dimostrato come la differenza tra le due tipologie di terapia non abbia mostrato differenze degne di nota per quanto riguarda:

  • Dolore irradiato alle gambe;
  • Disabilità;
  • e mobilità del tronco.

Invece ha mostrato un miglioramento importante nel test SLR nelle  le persone sottoposte a terapia manuale associata all’educazione neuro plastica.

SLR: Straight leg raise. La valutazione neurodinamica ha come scopo la valutazione della lunghezza, della tensione e della mobilità dei vari segmenti neurologici.  Questi test vengono eseguiti per valutare la compressione e la mobilità del sistema nervoso centrale e dei nervi periferici

Tale gruppo di pazienti, in più, rispetto a coloro che sono stati sottoposti a terapie tradizionali avevano una probabilità maggiore di un miglioramento generale.

Lo studio ha mostrato come una terapia manuale associata all’educazione neuro plastica rispetto a quella tradizionalmente utilizzata di tipo biomeccanico, produca differenze sostanziali e soprattutto misurabili per quanto riguarda determinati elementi e condizioni che riguardano i problemi alla schiena e in modo particolare la lombalgia cronica.

Gli studi futuri dovranno focalizzarli sulla valutazione di questo test neurodinamico (straight leg raise, SLR) e se sia effettivamente correlato al cambiamento che si ha nelle mappe corticali che riguardano proprio la regione lombare.

Il dolore e la lombalgia cronica (Chronic low back pain, CLBP)

Da circa venti anni sia la terapia manuale che quella prettamente “fisica” si stanno focalizzando sul dolore per capirne i meccanismi che sono ancora, in grandissima parte, ignoti. Comprenderne le meccaniche è essenziale sia per alleviarlo che per combattere determinate patologie che ne sono la causa.

Inizialmente ci si focalizzava soprattutto sul capire la “biologia del dolore” e la sua fisiologia e tutti quei meccanismi lo che riguardano nonché la parte neuro-scientifica ad esso associata.

La maggior parte di questa ricerca, proprio per la diffusione del fastidio, si è andato a concentrare sulla stessa lombalgia cronica e i meccanismi che generano tutta una serie di fastidi e in modo particolare, appunto, il dolore costante.

Per fortuna la scienza ha apportato miglioramenti anche dal punto di vista tecnico e degli strumenti utilizzati per effettuare scansioni cerebrali e analisi permettendo, agli scienziati, di focalizzarsi maggiormente sui cambiamenti di tipo funzionale e strutturali del cervello di chi soffre di lombalgia cronica (CLBP).

Ormai da alcuni anni si è compreso come lo stesso corpo di una persona, nel cervello, sia rappresentato da una determinata rete di neuroni.

 

Tale rappresentazione si “accende” nel momento in cui vi è uno stimolo specifico in un’area, come il dolore ad esempio. Quella più nota del cervello stesso è la “corteccia somatosensoriale primaria” (S1).

 

Quello che più colpisce è il fatto che tali rappresentazioni neuronali delle parti del corpo sono, per così dire, dinamiche, e in modo particolare per le persone che soffrono di un dolore cronicizzato si hanno più rappresentazioni proprio nell’area della corteccia somatosensoriale primaria rispetto a chi, invece, non ne soffre.

 

Siamo di fronte a un fenomeno interessante e complesso dovuto al fatto che le cosiddette mappe del corpo all’interno del cervello si contraggono oppure espandono.

Ma la cosa principale che hanno visto i ricercatori è che, con l’aumento del dolore e della stessa disabilità, tali mappe neuronali tendono a modificarsi in correlazione con dette condizioni.

 

Tali modificazioni, che potremmo definire quasi “riorganizzazioni” tendono ad essere molto rapide. A dimostrazione è stato effettuato un esperimento in cui le dita di una persona venivano “bloccate” insieme per circa mezz’ora.

 

Il risultato è stato sorprendente: le stesse mappe corticali associate alle dita si sono modificate.

 

Si tratta di una scoperta importante perché crea il presupposto per mettere in atto nuove strategie e metodologie proprio perché mette in evidenza:

  • l’importanza del movimento,
  • delle stimolazioni tattili e
  • delle stimolazioni visiva

 

per mantenere la rappresentazione “esatta” della corteccia somatosensoriale primaria.

 

La metodologia tradizionale dei sistemi biomeccanici

In quella che viene ormai conosciuta come “metodologia tradizionale per il dolore cronico” vengono utilizzati determinati modelli di tipo biomeccanico e anatomico.

Questi implicano la presenza, più o meno importante, di condizioni precise come lesioni o patologie che portano a schemi di movimento alterati, carico asimmetrico e di conseguenza dolore e condizioni disfunzionali.

L’avvento di nuovi strumenti come anche il progresso scientifico riguardante nuove tecnologie per immagini, l’uso di ultrasuoni e analisi del cervello, hanno decretato una nuova valutazione dei metodi biomeccanici.

Ad esempio che in una persona che soffre di lombalgia una manipolazione della colonna vertebrale porti a un istantaneo effetto neurofisiologico sui muscoli della zona trattata.

Che ruolo ha il sistema nervoso centrale sul dolore?

Le tecniche classiche di tipo manuale portano anche all’attivazione di meccanismi endogeni dello stesso sistema nervoso centrale, e del cervello, andando così a mediare l’esperienza del dolore. Tali risultati portano a riflessioni importanti sul perché le terapie manuali diano benefici a chi prova una qualche forma di dolore.

Per esempio, una volta fatta una manipolazione alla zona lombare della colonna vertebrale, si ha quello che è definito come “effetto neurofisiologico immediato” ai muscoli della zona trattata. Tali tecniche manuali provocano anche degli effetti endogeni al sistema nervoso centrale e anche nel cervello.

Mal di schiena e postura: leggenda metropolitana!

Risultati che aiutano e spingo in avanti la ricerca per comprendere come un approccio terapeutico simile possa effettivamente aiutare le persone a soffrire meno.

Vista ormai la continua evoluzione e conoscenza  delle cosiddette mappe funzionali, in modo particolare per la lombalgia cronica, potremmo definire una tecnica di tipo manuale come una sorta di “riqualificazione” sensoriale.

In uno studio recente sulla lombalgia cronica i ricercatori hanno domandato ai soggetti di indicare, a grandi linee, i punti dove venivano sfiorati nella zona lombare dolente (il contatto durava 5 minuti).

Subito dopo è stata chiesta una valutazione del dolore su scala numerica andando a scoprire che era addirittura diminuito. Anche la capacità di “flettersi” in avanti aveva ottenuto dei netti miglioramenti.

 

La metodologia e lo studio

Lo studio effettuato ha ottenuto l’ufficialità dall’Institutional Review Board e registrato come “clinical trial” numero NCT02757378.

Si è trattato di uno studio clinico randomizzato in cui ogni partecipante viene assegnati in modo del tutto casuale a uno dei due gruppi:

  1. Gruppo sperimentale (EG) con 33 soggetti.
  2. Gruppo di controllo (CG) con 29 soggetti.

Tutti i 62 pazienti sono stati messi al corrente che si trattava di uno studio mirato a comprendere l’efficacia di una terapia manuale per la lombalgia cronica, fornendo anche il loro consenso firmato.

Prima di mettere  in atto le varie terapie manuali sono state redatte delle schede personali attraverso interviste per sapere:

  • Sesso.
  • Età.
  • Etnia.
  • Reddito
  • Durata della lombalgia cronica.
  • Altre terapie effettuate per il mal di schiena.
  • Beneficio percepito dalle date terapie.

In più i pazienti hanno anche compilato altri questionari tecnici per accertare il loro livello di disabilità e paura al momento in cui si erano segnati per lo studio clinico.

Sono state effettuate poi altre 4 misurazioni prima e dopo la terapia manuale per i seguenti parametri:

  1. Dolore, usando parametri numerici (quello medio riscontrato è di 2.0 secondo l’NPRS).
  2. Flessione lombare, la capacità quindi di piegarsi in avanti misurata dal dito più lungo della mano.
  3. Aumento della gamba dritta (o SLR) misurata appunto con un inclinometro.

In modo particolare i pazienti hanno effettuato la prova del dolore (NPRS) e test della flessione lombare (SLR) subito dopo la tecnica di terapia manuale.

Dei 62 pazienti analizzati nella ricerca il 56,6% erano donne e l’età media di 60,14 anni con una durata media del mal di schiena cronico di 9,26 anni.

Circa il 79% dei soggetti si era sottoposta a una serie di terapie mirate a contrastare la lombalgia cronica con una classica terapia manuale. In generale avevano riscontrato risultati positivi nel ricevere tali trattamenti.

Dallo studio clinico in oggetto si evince come non ci sia una significativa interazione tra lombalgia cronica, dolore alle gambe e capacità di inclinazione del tronco.

Di contro è stata invece notata una discreta interazione con l’ SRL.

Conclusioni sulla terapia manuale associata all’educazione neuroplastica

Lo studio non ha lo scopo di esaminare nello specifico se ci sono stati cambiamenti a livello corticale in linea con l’utilizzo delle stesse tecniche manuali. Saranno necessari altri studi per comprendere tali tecniche e se l’aumento della SLR sia da associare o meno alla “rimapattura corticale”.

Allo stesso tempo, tali risultati, indicherebbero come la terapia manuale possa essere vista come una forma di integrazione e discriminazione dal punto di vista sensoriale e della rimappatura corticale.

Ad avvalorarlo un recente studio sul dolore, in ambito delle neuroscienze, utilizzando la risonanza magnetica funzionale, che ha mostrato nei pazienti che soffrono di lombalgia cronica cambiamenti corticali immediati nel cervello e addirittura anche nella corteccia motoria.

Altri studi hanno invece mostrato che le terapie, attraverso il “tocco manuale” hanno un effetto terapeutico sulla LOMBALGIA CRONICA e mostrato chiari cambiamenti nell’ SLR e un effetto ipoalgesico immediato con conseguente miglioramento della mobilità del tronco.

Anche se ancora si deve avere un quadro preciso emerge una relazione netta tra:

  • terapia manuale,
  • rimappatura corticale,
  • sulla sua influenza sul dolore,
  • sulla mobilità.

.

I recenti studi sulle neuroscienze hanno mostrato come una combinazione delle sessioni di “educazione al dolore” combinate con il movimento danno risultati migliori.

Lo studio rafforza quindi il bisogno di mettere a sistema entrambi gli aspetti della terapia (educazione al dolore con la terapia manuale) migliorando anche il rapporto tra terapeuta e paziente che diverrà parte più attiva nel processo di guarigione.

 

GIONATA PROSPERI, FT, SPT, SM.

  • Esperto In Terapia Manuale nelle cefalee, emicrania
  • Fisioterapista dei disturbi dell’articolazione Temporo – Mandibolare
  • Fisioterapista dei Disturbi Vestibolari
  • C.E.O. del Centro della Colonna vertebrale di Massa
  • Fisioterapia ecoguidata
terapia manuale per il mal di schiena: c’è dell’altro?

terapia manuale per il mal di schiena: c’è dell’altro?

La terapia manuale per il mal di schiena  è un insieme di movimenti passivi e qualificati, applicati da medici e in modo particolare fisioterapisti, in cui si agisce direttamente su:

  • muscoli,
  • tendini,
  • articolazioni,
  • fasce

Si rivolgono a una serie di differenti strutture anatomiche con l’intento di generare cambiamenti positivi in alcuni aspetti dell’esperienza del dolore nel paziente.

La terapia manuale serve anche per aiutare il paziente a gestire in modo migliore il dolore muscolo-scheletrico attraverso l’influenza su fattori:

  1. biomeccanici,
  2. neurofisiologici,
  3. psicologici

 

Da qui i comprende come l’approccio sanitario debba evolversi e non essere più standardizzato ma muoversi verso una tendenza che porti alla personalizzazione delle terapie, permettendo anche a chi soffre di comprendere al meglio i meccanismi che generano il dolore stesso.

 Dove nasce la terapia manuale

Le terapie che approcciano i vari problemi fisici attraverso la manipolazione del corpo umano sono vecchie di secoli, a volte anche millenni, e sono praticate da sempre in tutte le zone del Mondo andando a convergere verso una scienza comune.

La Terapia Manuale è quindi una disciplina antica che si è sviluppata parallelamente in molte culture. Le tecniche muscolari sono state rappresentate dagli antichi egizi nei loro pittogrammi.

Nei documenti più vecchi della medicina tradizionale cinese o anche in testi sanscriti provenienti dall’India si trovano tecniche di manipolazione muscolare.

I primi testi di Ippocrate (padre della medicina) descrivono l’uso di tecniche articolari e muscolari. Da tutte queste culture, nate nei secoli in aree differenti del globo, si sono sviluppate infine delle vere e proprie scuole di pensiero che hanno portato alla nascita di nuove discipline:

  • Osteopatia.
  • Fisioterapia
  • chiropratica
  • Terapia del massaggio.

 

Si tratta di tecniche che vanno a “lavorare” sul tessuto articolare, quello muscolare e connettivo, nonché neurovascolare.

Effetti della terapia manuale

La terapia manuale si svolge attraverso una serie di movimenti specifici che portano alcuni cambiamenti strutturali all’interno dei tessuti specifici. Comporta anche cambiamenti nella neurofisiologia del paziente e di conseguenza:

  • Riduzione dei marcatori infiammatori.
  • Diminuzione del dolore.
  • Modifica delle aree corticali coinvolte.
  • Eccitazione del sistema nervoso simpatico.

 

Questi sono alcuni dei più probabili benefici che il paziente potrebbe ottenere in risposta a una buona terapia manuale. A incidere notevolmente sono anche altri fattori di carattere psicologico, su tutti le aspettative, il contesto in cui viene svolto l’intervento e il rapporto di fiducia tra terapeuta e paziente.

Abbiamo visto in un precedente articolo, come l’aspettativa del paziente è un fattore ancora più importante riguardante proprio il grado ed il tipo di mobilizzazione.

Paura o altri fattori psicologici di tipo negativo (fino anche catastrofici), portano spesso a una notevole diminuzione dei potenziali benefici della manipolazione stessa.

Leggi l’articolo: Mal di schiena: quando preoccuparsi?

Leggi l’articolo: ernia del disco, capirle per non allarmarsi

Dati i molteplici fattori che concorrono a una buona Terapia Manuale sono necessari ulteriori studi e sperimentazioni per capire i reali cambiamenti neurofisiologici. Come lo stesso “dosaggio” della terapia manuale che a oggi è ancora sconosciuto e si basa sull’esperienza dei professionisti.

In più, proprio a sottolineare l’importanza di terapie personalizzate vanno prese in considerazione anche le caratteristiche genetiche di ogni singolo paziente.

Cos’è davvero la Terapia Manuale?

La terapia manuale viene descritta, in modo particolare dai terapisti, in funzione del tipo di tessuto che viene “preso di mira” e quindi manipolato.

Si tratta quindi di lavorare sul muscolo, sul tessuto connettivo o focalizzarsi invece sul sistema neurovascolare. Di rado la terapia è indirizzata a solo uno dei tre ma si tende a lavorare in sinergia per ottenere i migliori benefici.

Le tecniche principalmente diffuse sono:

  • La manipolazione fasciale, o tecnica mio-fasciale.
  • La mobilizzazione articolare.
  • la manipolazione.
  • Il massaggio connettivale.
  • La massoterapia.

Ma ciò che veramente aiuta il paziente è l’utilizzo sistemico delle varie tecniche che spesso si sovrappongono, ad esempio chiropratici, fisioterapisti e osteopati forniscono tutti terapie mirate a ciascuna di queste aree.

Le principali discussioni sulla terapia manuale si focalizzano, quasi banalmente, proprio sulla parte prettamente “manuale”, ossia sulle tecniche messe in atto dal professionista che hanno lo scopo di apportare cambiamenti benefici in alcune zone del paziente.

Come ad esempio le classiche scrocchiate manipolative del chiropratico che da una parte spaventano ma procurano istantaneamente un benefico sollievo.

 

La TERAPIA MANUALE per il mal di schiena: é tutta qui o c’è altro?

La Terapia Manuale non è solo “manipolazione”, quest’ottica miope porta troppo di frequente i pazienti anche ad adagiarsi senza diventare parte attiva della loro terapia.

Nella Terapia Manuale c’è anche una filosofia più ampia di cura del paziente che non lo vede solo come un ammasso di ossa e muscoli, ma un sistema più complesso in cui anche gli aspetti emotivi e psicologici contano profondamente.

È una terapia che implica di certo una parte “manipolativa” delle strutture ma anche:

  • Un processo diagnostico ad hoc.
  • L’interazione sana e chiara tra paziente e terapista.
  • La rieducazione al movimento.
  • Consigli e fattori cognitivo-comportamentali.
  • Stile di vita.
  • Parte attiva del paziente nella stessa terapia.

 

Sono tutti fattori che influenzano moltissimo il miglioramento clinico del paziente con dolori di tipo muscolo-scheletrico (es: con lombalgia cronica).

 

Il dolore e la sua percezione soggettiva

Capita che gli stessi medici e terapisti mettano in dubbio il dolore percepito dai loro pazienti, come se si trattasse di qualcosa di oggettivo.

L’Associazione Internazionale per lo Studio del Dolore definisce il dolore come:

 

“… un’esperienza sensoriale ed emotiva spiacevole che è associata al danno tissutale reale o potenziale o descritto in tali termini

E ancora:

Il dolore è sempre soggettivo, ogni individuo impara l’applicazione della parola attraverso esperienze correlate al pregiudizio nella vita

 

Da tali parole si evince come il dolore non sia mai qualcosa di standardizzato e che la percezione del dolore del paziente non vada sottovalutata né messa in discussione. Esso è un’esperienza individuale su cui incidono molteplici elementi come l’abitudine, lo stress e il vissuto di chi lo prova.

 

Negli ultimi 20 anni sono stati fatti moltissimi studi per capire come funziona il meccanismo del dolore. L’assunto del “no brain no pain (niente cervello niente dolore), metteva in risalto come il dolore fosse una condizione esistente nella mente.

Invece tale paradigma è stato modificato di recente in “no brain, no pain experience che mette in evidenza come il cervello faccia “sentire” il dolore ma che la sua presenza, anche senza tale percezione, è reale!

 

Il dolore e la Terapia Manuale 

Esistono innumerevoli casi che dimostrano l’efficacia della Terapia Manuale su una grande varietà di casi di condizioni muscolo-scheletriche e sul dolore.

È una terapia non invasiva, se fatta da personale esperto, economicamente più vantaggiosa rispetto agli interventi usati più di frequente ed è di rado associata a gravi complicanze essendo simile, come profilo di rischio, a un esercizio fisico.

Sono stati condotti più studi su disturbi muscolo scheletrici:

  • Lombalgia cronica.
  • Dolore alla spalla.
  • Dolore Cervicale.

Hanno dimostrato come la terapia abbia dato, come esito primario, una diminuzione del dolore sia a riposo che in movimento.

Pertanto è chiaro che la Terapia Manuale produca notevoli benefici e soprattutto porti a una riduzione dell’intensità e della durata del dolore.

Le ragioni e i meccanismi alla base di risultati clinici associati alla Terapia Manuale non sono tutt’ora ben chiari e definiti. Scoprirli permetterebbe sia di individuare i pazienti che ne beneficerebbero e anche quelli che dovrebbero riceverla.

I meccanismi che rendono una Terapia Manuale efficace sono probabilmente una combinazione di effetti biomeccanici e neurofisiologici attraverso uno stimolo meccanico dovuto alla stessa manipolazione a sistema con il contesto e il modo con cui viene fornito il trattamento.

Semplificando potremmo dire che i parametri che incidono sulla validità di un trattamento manuale sono molteplici e in modo particolare:

  • Il soggetto che lo riceve e il suo atteggiamento, umore e aspettative di guarigione.
  • La qualità dello stesso trattamento, ecco perché è sempre opportuno rivolgersi a professionisti qualificati.
  • L’ambiente e il contesto.

Da questi elementi si comprende quanto sia fondamentale studiare e approfondire attraverso ulteriori esami e test clinici.

Il futuro della Terapia Manuale per il mal di schiena

È ormai certo che la Terapia Manuale sia un efficace trattamento che contribuisce al recupero delle capacità funzionali, ma che dovrebbe essere incluso in un approccio multimodale mirato al recupero funzionale del paziente.

Le prove attuali mostrano come un mix sinergico tra:

  • esercizio fisico,
  • istruzione del paziente e
  • terapia manuale,

diano i migliori risultati.

Esso dovrebbe includere anche aspetti psicologici e psicosociali per una più attenta presa di coscienza e valutazione dell’esperienza del dolore che, come detto, è differente per ognuno di noi.

LOMBALGIA? NON E’ SEMPRE QUESTIONE DI SCHIENA

Mentre continuiamo a studiare il dolore, e la sua gestione attraverso la terapia manuale, diventa più evidente che ci troviamo di fronte a un mosaico molto complesso influenzato da altri fattori genetici legati alla plasticità neurale periferica e centrale.

Proseguendo nelle indagini e negli studi continuiamo a scoprire biomarcatori che sono alla basse della complessa patofisiologia del dolore e dalla transizione da dolore acuto a quello cronico.

Ormai è palese che l’assistenza sanitaria si debba spostare verso trattamenti personalizzati basati su meccanismi “differenti” per ognuno (questo sta lentamente accadendo). Ciò che diverrà sempre più necessario è la comprensione del modo con cui la terapia manuale influenzi tali meccanismi.

La terapia manuale per il mal di schiena, anche se non se ne conosco appieno i meccanismi, è una delle migliori terapie che abbiamo a disposizione per alleviare (in alcuni casi curare), il mal di schiena e i suoi sintomi.

Se ovviamente si ha la lungimiranza di non applicarla in modo standardizzato ma valutando nel complesso i bisogni psicologici, emotivi e le aspettative del paziente.

GIONATA PROSPERI, FT, SPT, SM.

  • Esperto In Terapia Manuale nelle cefalee, emicrania
  • Fisioterapista dei disturbi dell’articolazione Temporo – Mandibolare
  • Fisioterapista dei Disturbi Vestibolari
  • C.E.O. del Centro della Colonna vertebrale di Massa
  • Fisioterapia ecoguidata
Attività aerobica  e mal di schiena

Attività aerobica e mal di schiena

 

Attività aerobica o palestra per contrastare il mal di schiena?

È una domanda che molto spesso ci si pone se si soffre di lombalgia, specialmente se cronica. Prima di tutto dobbiamo dire che, in base alle recenti ricerche, è importante capire che c’è una forte correlazione tra sedentarietà e mal di schiena.

Quindi è comunque fondamentale modificare il proprio stile di vita; di seguito uno studio effettuato per capire quale attività è migliore tra camminata e pesi contro il mal di schiena

La lombalgia è un problema altamente diffuso nei paesi economicamente più sviluppati, si stima che nell’arco della propria vita circa il 70% delle persone ne soffrano per almeno un periodo. La condizione diviene infine cronica in circa il 10% della popolazione.

Gli approcci tradizionali per curare il mal di schiena

Esistono un grandissimo numero di metodologie, più o meno valide o scientificamente provate, che tentano di dare sollievo o curare la lombalgia.

Nella letteratura scientifica è dimostrato che gli approcci attivi, come ad esempio:

  • il rafforzamento dei muscoli della schiena o di quelli addominali,
  • esercizi di coordinazione,
  • allenamento generico,
  • esercizio aerobico,

riducano il dolore e apportino anche una serie di miglioramenti generici nonché alle capacità funzionali.

In una valutazione su ben 47 studi clinici sulla lombalgia è emerso che gli approcci attivi, su tutti il potenziamento muscolare, siano molto più efficaci per il guadagno di capacità funzionali rispetto a molte altre tecniche di trattamento della patologia.

Per quanto riguarda invece la classica attività aerobica (es. la corsa), è ormai noto e certo il fatto che offra moltissimi benefici e abbia effetto su:

  • dolore,
  • depressione,
  • ansia,
  • paura del movimento,
  • umore

In più, tra le molteplici attività fisiche raccomandate alla popolazione, quelle a piedi (che siano camminata veloce o jogging), è noto essere le più sicure con il più basso tasso di infortuni.

Correre o camminare vengono spesso, nelle cliniche per il mal di schiena, raccomandati ai pazienti con lombalgia. A questo si aggiungono anche alcuni studi che hanno valutato positivamente tali pratiche come veri e propri trattamenti.

Siamo di fronte a interventi che includono:

  1. un allenamento per la deambulazione con intensità moderata,
  2. camminata con bastoni da sci per aiutarsi,
  3. allenamento a piedi con trazione verticale (es. scale).

 

In tutti e tre i casi è stata riscontrata una riduzione del dolore e un miglioramento funzionale. La ricerca in oggetto serve per valutare l’effetto dell’allenamento aerobico (corsa, camminata), durante l’allenamento in cui si vuole avere un potenziamento muscolare e un miglioramento delle abilità funzionali.

Il metodo di analisi utilizzato per capire se e quanto l’attività aerobica sia utile per il mal di schiena

Gli scienziati hanno effettuato rilevazioni su test in cui i soggetti camminavano per 6 minuti tenendo in considerazione anche la differenza di velocità tra chi soffre di mal di schiena e chi invece non ha problemi.

Hanno notato come l’esercizio attivo a piedi migliori le prestazioni del paziente con lombalgia cronica.

I soggetti sono stati reclutati dal Dipartimento di Fisioterapia di Maccabi (Israele) con una età compresa tra 18-65 anni, con dolore lombare cronico da più di 3 mesi con o senza irradiazione agli arti inferiori.

Sono stati invece esclusi tutti coloro che avevano almeno uno dei seguenti parametri:

  • fisicamente attivo,
  • ha subito fratture o interventi chirurgici negli ultimi 6 mesi,
  • cardiopatici,
  • con angina instabile,
  • con insufficienza cardiaca congestizia,
  • con bypass effettuato negli ultimi 6 mesi,
  • ha ricevuto trattamenti contro il cancro,
  • soffre di mal di schiena per un incidente.

 

Come detto il test si basava su una camminata intensa della durata di 6 minuti in cui il partecipante, nel suddetto tempo, doveva percorrere la maggior distanza possibile.

In seguito sono stati fatti dei test per valutare la condizione funzionale della persona come quello adattivo denominato Back Pain Functional Scale e vari questionari.

Due fisioterapisti con esperienza pluriennale nella riabilitazione muscolo-scheletrica erano responsabili prima e dopo la valutazione del soggetto.

Sempre un fisioterapista senior (con 17 anni di esperienza nella riabilitazione muscolo-scheletrica) era invece responsabile di tutte le sessioni di allenamento con i soggetti partecipanti al test.

Questi, a loro volta, sono stati divisi in due gruppi:

  1. Gruppo a piedi.
  2. Gruppo di esercizi.

Ogni gruppo, a sua volta, suddiviso in sottogruppi di età: 18-44 e 45-65 anni.

I gruppi sperimentali hanno partecipato a programmi di 6 settimane. La frequenza di allenamento era per tutti di 2 volte a settimana con sessioni che duravano 20 minuti nella prima e aumentavano di 5 minuti a settimane per le seguenti fino alla quinta.

Nel gruppo a piedi i partecipanti camminavano su dei tapis roulant con un riscaldamento di 5 minuti a velocità bassa per poi settarsi a un livello intenso. Nelle ultime due settimane la durata era di quindi 40 minuti a sessione.

Il gruppo di esercizi eseguiva invece attività e movimenti atti al rafforzamento del tronchi e degli arti inferiori e superiori. Anche qui ogni sessione iniziava con 5 minuti di riscaldamento per poi proseguire con una fase “a basso carico”.

Infine si arrivava a una fase in cui si incrementavano i carichi e le stesse ripetizioni.

I risultati delle ricerche

Lo studio in oggetto serviva a valutare l’efficacia di un programma basato sulla camminata rispetto a un programma di esercizi di rafforzamento che, secondo la letteratura, è stato considerato il trattamento più efficace per il guadagno funzionale tra le persone con lombalgia cronica.

È stato anche riscontrato che entrambi i gruppi di studio sono migliorati con risultati simili in tutti i parametri presi in considerazione.

La durata dello studio, come abbiamo detto di appena 6 settimane, avrebbe potuto mostrare differenze più significative nei risultati se fosse durato di più.

La prima cosa che si evince da questo studio, come dai molteplici altri che sono stati fatti sull’allenamento rispetto alla lombalgia cronica, è l’importanza di avere una vita attiva che non obbliga per forza ad estenuanti sedute in palestra.

Conclusioni

In conclusione, in rapporto alla attività aerobica e il mal di schiena possiamo affermare che un programma di camminata:

  • a intensità moderata,
  • due volte a settimana,
  • per sei settimane

migliori le prestazioni funzionali e la resistenza muscolare nelle persone con lombalgia cronica.

 

GIONATA PROSPERI, FT, SPT, SM.

  • Esperto In Terapia Manuale nelle cefalee, emicrania
  • Fisioterapista dei disturbi dell’articolazione Temporo – Mandibolare
  • Fisioterapista dei Disturbi Vestibolari
  • C.E.O. del Centro della Colonna vertebrale di Massa
  • Fisioterapia ecoguidata