Gomito del tennista: associazione con fattori psicologici

Gomito del tennista: associazione con fattori psicologici

GOMITO DEL TENNISTA: EZIOLOGIA

L’eziologia del gomito del tennista è multifattoriale. L’uso eccessivo degli estensori del polso insieme a fattori anatomici, come problemi di flessibilità, invecchiamento e scarsa circolazione sanguigna, potrebbe avere un ruolo chiave nel determinare questa condizione clinica sempre più frequente tra la popolazione sportiva e non.

GOMITO DEL TENNISTA: FATTORI PSICOLOGICI

Un recente studio del 2018 ha esaminato se i pazienti con “gomito del tennista” avessero un profilo psicologico diverso rispetto a individui sani (gruppo controllo).

METODI: i pazienti con segni clinici di gomito del tennista, consultati presso l’Ospedale dell’Università di Ghent tra settembre 2015 e gennaio 2017, hanno ricevuto un questionario su carta sui tratti di personalità chiamato Big Five, perfezionismo, ansia, depressione, soddisfazione lavorativa e condizioni di lavoro. Sono stati assegnati gli stessi questionari ai controlli sani nello stesso gruppo di rischio, ossia stessa fascia di età e stessa professione.

RISULTATI: sono stati reclutati 69 pazienti (35 uomini, 34 donne) e 100 controlli (44 uomini, 56 donne).

I pazienti con gomito del tennista hanno ottenuto punteggi significativamente più bassi sui tratti della personalità, estroversione e gradevolezza.

Gli UOMINI, in particolare, hanno ottenuto punteggi significativamente più alti nel perfezionismo ed erano più propensi a sviluppare un disturbo d’ansia o depressione.

Per quanto riguarda il lavoro, i pazienti hanno indicato un carico di lavoro significativamente più alto (in particolare gli uomini) e un’autonomia significativamente inferiore (soprattutto le donne).

Le DONNE hanno indicato anche un minor contatto con i colleghi (minor supporto sociale). Tuttavia, la soddisfazione del lavoro era relativamente alta in entrambi i gruppi.

CONCLUSIONI

i risultati suggeriscono che esiste una relazione tra i disturbi legati al gomito del tennista e le caratteristiche psicologiche.

Medici e terapisti dovrebbero essere consapevoli di queste possibili caratteristiche psicologiche e dovrebbero cercare di riconoscere questa categoria di pazienti, che facilmente diventano ansiosi e hanno difficoltà a fidarsi di altre persone.

Con questi pazienti, occorrerà impiegare maggior tempo durante la valutazione al fine di conoscere la loro condizione, non aumentare l’ansia o sentimenti depressivi e per rafforzare la relazione terapista-paziente, qualunque sia il trattamento proposto. Inoltre, dovrebbero essere adattate eventuali prevenzioni sul posto di lavoro, come ad esempio campagne di sensibilizzazione.

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/29433642

Educazione alla neurofisiologia del dolore e mal di schiena

Educazione alla neurofisiologia del dolore e mal di schiena

L’educazione  alla neurofisiologia  del dolore combinata alla terapia manuale nella gestione del mal di schiena cronico

Il mal di schiena cronico rappresenta una condizione molto diffusa, che impone un importante onere economico alla società di oggi, motivo per cui l’educazione alla neurofisologia del dolore gioca un ruolo oramai fondamental.

Questo vale ancor più per coloro che sono affetti da dolore cronico, la cui gestione rappresenta una sfida difficile per noi fisioterapisti.

Sappiamo che “il dolore è un’esperienza sensoriale ed emozionale spiacevole associata a danno tissutale, in atto o potenziale, o descritta in termini di danno”.

Il nostro sistema infatti produce dolore anche di fronte ad una situazione di pericolo percepito. E’ un sistema di allarme molto sensibile: ci fa percepire dolore anche prima di subire un danno tissutale

Falsi miti e mal di schiena

Conosciamo le varie cause di mal di schiena,  quando preoccuparsi e quando no. Sappiamo che nella maggior parte delle situazioni il dolore è meno grave rispetto all’effettiva gravità del problema. L’educazione è un aspetto importante.

In un altro articolo abbiamo constatato come gli strumenti di  risonanza magnetica o anche le radiografie risultano essere poco attendibili mettendo in evidenza, ad esempio, rigonfiamenti dei dischi vertebrali che non sono molto gravi, anzi una normalità.

Una revisione delle più recenti linee guida cliniche pratica per il mal di schiena cronico (low back pain cronico) raccomanda l’esercizio supervisionato, la terapia cognitiva comportamentale ed un trattamento multimodale, ma mostra discrepanze riguardo alla manipolazione spinale e all’assunzione di farmaci.

Come già scritto in un altro articolo, in molti casi è impossibile, ad oggi,  identificare la causa di un persistente mal di schiena e, di conseguenza, come curarlo. E non è ancora chiaro oggi quale sia la modalità terapeutico migliore in termini di esercizi, ciononostante sappiamo come guidare il nostro paziente verso la risoluzione della sintomatologia dolorosa.

Quello che sappiamo è che non è una vertebra ruotata a produrre dolore, come non lo è un inclinazione del bacino; quindi basta parlare di bacino storto od emibacino ruotato rispetto al contro laterale.  Questa comunicazione verbale non fa altro che instaurare meccanismi e fattori contribuenti che stanno alla base del dolore cronico. C’è un articolo che parla proprio di queste leggende metropolitane

Nella gestione del mal di schiena acuto e cronico, Il paziente deve essere informato e responsabilizzato sulla natura del suo dolore: l’educazione del paziente.

E’ come dire ad un paziente che si presenta da noi di continuare a venire perché ogni tanto il disco deve essere riposizionato correttamente: si tratta di  leggende metropolitane da sfatare.

 

 

 

 

 

Negli ultimi 10 anni le ricerche nel campo delle neuroscienze hanno portato novità importanti nella comprensione del ruolo del cervello nel dolore cronico.  Sono sempre più numerosi gli studi che evidenziano come il dolore cronico sia associato ad una riorganizzazione della corteccia sensoriale.

I pazienti con dolore cronico presentano infatti un’alterazione della rappresentazione corticale somatotopica e anche della capacità di integrare gli stimoli percettivi con la rappresentazione e la discriminazione spaziale tra il lato affetto e quello sano.

Questi cambiamenti non sono irreversibili: per esempio i campi della corteccia sensitiva si possono modificare tramite stimoli tattili che hanno anche una rilevanza comportamentale Le prove attuali suggeriscono che queste mappe corticali corporee sono mantenute dinamicamente nel cervello (neuroplasticità) e sono negativamente influenzate da negligenza, movimento diminuito e dal dolore

La dimostrazione  che le persone con dolore cronico presentano un’immagine del corpo alterata con capacità tattile diminuita, ci spinge ad associare al movimento fisico, sia passivo e sia attivo,  un trattamento per la “riorganizzazione corticale”.

Un approccio relativamente nuovo e promettente nella gestione di mal di schiena cronico consiste nell’insegnare al paziente la neurobiologia e la neurofisiologia del dolore, ovvero la PNE (l’educazione alla neurofisiologia del dolore)

Diversi studi randomizzati e controllati e due recenti revisioni sistematiche hanno riportato risultati favorevoli dopo PNE in pazienti con dolore cronico in termini di riduzione del dolore, catastrofismo del dolore, disabilità, e prestazioni fisiche migliorate.

L’obiettivo dell’educazione alla neurofisiologia del dolore è la riconcettualizzazione del dolore insegnando di più ai pazienti sui processi neurobiologici e neurofisiologici che stanno alla base delle loro esperienze di dolorose.

Nel paziente con CLBP, questa riconcettualizzazione del dolore mette il paziente nella condizione di comprendere perché hanno dolore e che molto spesso il dolore non ha niente a che fare con un tessuto lesionato.

Non è sempre questione di schiena!

Sono anni che si studia il mal di schiena in modo “sistemico” non focalizzandosi quindi in modo ottuso solo su quella zona del corpo che duole ma tentando di andare più a fondo e capirne la vera genesi.

La maggior parte dei professionisti sanitari sono educati attraverso un modello biomedico, secondo la quale esiste un collegamento diretto tra il danno tissutale ed il dolore sperimentato dal paziente.

Solo in caso di una di lombalgia acuta, dove la nocicezione tissutale nella parte bassa della schiena è il meccanismo di  dolore dominante, questo approccio sembra appropriato.

Tuttavia, nel caso di CLBP, mal di schiena cronico, c’è spesso poca o nessuna aderenza a questo biomedico modello di dolore e l’applicazione locale della sola terapia raramente porta ad una riduzione duratura nei sintomi e miglioramento della funzione.

LA TERAPIA MANUALE AGISCE A LIVELLO SUPERIORE 

La terapia manuale può essere definita come quell’insieme di tecniche di mobilizzazione / manipolazione per la gestione del dolore e della funzione, con lo scopo di migliorare la mobilità e la funzione. Sappiamo che uno stimolo meccanico transitorio (attraverso una mobilizzazione/manipolazione) è in grado di  creare una catena di effetti biomeccanici locali  mediati dal sistema nervoso periferico, dal midollo spinale e dai centri superiori.

Tradizionalmente si pensava che l’effetto della terapia manuale dipendesse solo dalla sua tecnica, attraverso il grado di mobilizzazione per esempio, ma oggi sappiamo che mobilizzando un distretto vertebrale apriamo un collegamento di dialogo diretto con il sistema nervoso centrale .

L’ASPETTATIVA DEL PAZIENTE A NOSTRO VANTAGGIO

L’aspettativa del paziente è un fattore ancora più importante riguardante proprio il grado ed il tipo di mobilizzazione.  Grazie anche al lavoro di studiosi come Butler e Moseley, fisioterapisti ricercatori australiani, gli interventi educativi sono stati rivolti ai fattori psicosociali che influenzano l’invalidità e ai meccanismi neurofisiologici del dolore cronico.

È opinione crescente che questi ultimi, attraverso la spiegazione al paziente dei meccanismi neurofisiologici che sottostanno al dolore cronico, possano essere più efficaci nel migliorare i risultati clinici in quanto potrebbero portare il paziente a demistificare e a demedicalizzare la malattia, a dissociare il dolore dal danno tissutale e a incrementare la partecipazione alle attività fisiche.

Il ruolo del  sistema nervoso centrale nella capacità di aumentare o diminuire la propria sensibilizzazione (neuro plasticità)

Tale strategia di educazione può indurre un apprendimento del SNC e quindi un cambiamento dell’esperienza dolorosa, riducendo così l’atteggiamento noto come catastrofismo, che porta il paziente a ritenere il problema molto più grave e disabilitante di ciò che è in realtà, e che, insieme alla paura del movimento contribuisce a cronicizzare il dolore.

Nel caso di una lombalgia, lo stimolo meccanico a livello vertebrale viene applicato per migliorare il movimento segmentale e per facilitare un miglior controllo muscolare locale.  Ma la stessa mobilizzazione può essere vista come un mezzo per agire anche ad altri livelli superiore, per modulare la percezione del dolore.

Dovremmo quindi considerare gli effetti “top down”, considerando il cervello e il suo ruolo integrale nella produzione dello stimolo doloroso.

Sappiamo che nel caso di una lombalgia cronica la terapia manuale non basta, probabilmente perché dobbiamo agire anche a livello superiore, “manipolando” il cervello per determinare un cambiamento della percezione del dolore.

Una nuova manipolazione, quella”CORTICALE”

L’aspettativa di un paziente nei confronti di un determinato trattamento gioca un ruolo fondamentale nella riduzione della sintomatologia. La credenza che un trattamento possa dargli beneficio produrrà quello che si definisce effetto “placebo” Molti fattori possono contribuire alla risposta al placebo, come la relazione tra paziente e fisioterapista, l’aspettativa ed i bisogni del paziente,  lo stato psicologico, il disagio del sintomo, la tipologia di istruzione verbale, la preparazione al trattamento e l’ambiente clinico ambientale.

Questo suggerisce che, ogni volta che viene somministrato un trattamento ad un paziente, non lo si fa nel vuoto, ma in un insieme complesso di stati psicologici che variano da paziente a paziente e da situazione a situazione (Benedetti e Amanzio, 2013).  I fattori che potrebbero influenzare il risultato terapeutico sono rappresentati dalle caratteristiche del trattamento (mano contatto, direzione del movimento, forza), dal paziente e dalle caratteristiche del fisioterapista (credenze sul trattamento e sul dolore, stato, genere) e la relazione paziente-fisioterapista (suggerimento, rassicurazione e compassione)

Adottare solamente un approccio educazione alla neurofisiologia del dolore “hands off” potrebbe non necessariamente soddisfare tali aspettative e potrebbe indurre probabilmente un effetto nocebo, inducendo in tal aspettative e risultati negativi.  Il nostro suggerimento è che un approccio basato esclusivamente sull’educazione alla neurofisiologia del dolore non è efficace se non combinato alla terapia manuale ed all’esercizio supervisionato.

Ecco perché dal punto di vista riabilitativo, il dolore cronico rappresenta una situazione complessa multidimensionale considerando il suo impatto sulla funzionalità della persona

La Fisioterapia si deve orientare sui risultati, sull’educazione al paziente, deve essere fondata sugli aspetti biopsicosociali, incentrata sulla persona e da essa autorizzata, guidata dalla migliore evidenza e dall’attività.

GIONATA PROSPERI, FT, SPT, SM.

  • Esperto In Terapia Manuale nelle cefalee, emicrania
  • Fisioterapista dei disturbi dell’articolazione Temporo – Mandibolare
  • Fisioterapista dei Disturbi Vestibolari
  • C.E.O. del Centro della Colonna vertebrale di Massa
  • Fisioterapia ecoguidata
Trasverso dell’addome e mal di schiena

Trasverso dell’addome e mal di schiena

TRASVERSO DELL’ADDOME E MAL DI SCHIENA: L’IMPORTANZA DI VEDERE IN PROFONDITA’

Il trasverso dell’addome è un muscolo fondamentale  nel controllo del movimento e nel fornire stabilità alla colonna durante le attività funzionali.

Uno dei principali obiettivi che ci poniamo nella nostra pratica clinica e nella gestione del mal di schiena è il rinforzo del muscolo TRASVERSO DELL’ADDOME. 

La lombalgia è una patologia tra le più frequenti in termini di espressione clinica ed è anche un disturbo tra i più frustranti
sia per il paziente sia per il fisioterapista poiché nella maggior parte dei casi non si ha una struttura ben riconoscibile come
‘’pain generator’’, proprio per questo la maggior parte delle lombalgie vengono definite ‘’aspecifiche’’.

Solo in alcuni casi c’è da preoccuparsi per una lombalgia, motivo per cui come abbiamo già letto in un precedente articolo la maggior parte degli esami diagnostici risultano essere inutili se non dannosi. 

Si è reso però necessario ricercare altre strutture meno note che potrebbero essere responsabili di questa condizione
sempre più frequente: il trasverso dell’addome e il multifido.

TRASVERSO DELL’ADDOME: CAUSA E CONSEGUENZA DEL MAL DI SCHIENA

Studi recenti ci dicono che alterate prestazioni dei muscoli del tronco potrebbero essere sia causa che conseguenza di
lombalgia (LBP); già mediante diverse tecniche estremamente più costose come la RM o invasive (elettomiografia) sono stati
evidenziati una serie di cambiamenti nel reclutamento muscolare in pazienti affetti da questo disturbo:

  • debolezza dei muscoli del tronco;
  • Aumento dell’attività degli estensori di
    tronco durante i movimenti dello stesso;
  • ritardo del rilassamento, deficit di reclutamento durante attività
    funzionali.

TRASVERSO DELL’ADDOME VALUTATO CON ECOGRAFIA

Recentemente mediante l’imaging ecografica, una tecnica non invasiva e dai costi ridotti, è stato possibile notare
deficit nel reclutamento dei muscoli profondi del tronco (trasverso dell’addome e multifido) durante il movimento in
pazienti con LBP.

Tali muscoli sono fondamentali nel controllare il movimento e fornire stabilità alla colonna durante le attività funzionali, in
particolare il trasverso dell’addome.

Una delle caratteristiche del trasverso dell’addome è la sua attivazione che risulta essere indipendente dagli altri muscoli
addominali e si attiva precocemente in maniera tonica prima dei movimenti degli arti superiori e inferiori e durante il cammino.

Contrariamente, in pazienti con dolore lombare, il trasverso è meno tonico, spesso si attiva in ritardo durante le
varie attività, o presenta una riduzione di spessore.

Grazie all’ecografia il fisioterapista può valutare la struttura muscolare, la sua attivazione sia in modalità statica che
dinamica durante attività funzionali, anche perché a causa della sua posizione profonda il trasverso non può essere
valutato mediante test di resistenza tradizionali.

Mediante l’ecografia il professionista può valutare ed allenare specificatamente questo muscolo, cosi profondo e di difficile reperibilità ma oggi meno di quanto possa sembrare.

Il TRASVERSO DELL’ADDOME origina dalla cresta iliaca, dalla faccia interna delle ultime 6 cartilagini costali, dal foglietto della fascia profonda della zona toracolombare e dal legamento inguinale. Si inserisce nella parte alta della linea alba e sui processi spinosi delle vertebre da L1 a L5. È un muscolo espiratorio, ed è innervato da nervi intercostali, dal nervo ileoipogastrico e ileoinguinale del plesso lombare (L1). Ha un ruolo nel mantenimento della postura. La sua contrazione determina, inoltre, un aumento della pressione addominale, necessaria per sopportare le forze agenti sulla colonna vertebrale durante determinati esercizi.Il trasverso dell’addome ha solo una limitata azione sulla mobilità del tronco.

MULTIFIDO E MAL DI SCHIENA

Parliamo adesso di multifido; dobbiamo dire innanzitutto che con l’età e in correlazione ad un mal di schiena cronico si
possono verificare una serie di cambiamenti a livello delle strutture muscolari posteriori del tronco, tra cui gli erettori spinali ed il multifido, muscoli che giocano un ruolo chiave nella stabilità spinale dinamica.

In particolare, possiamo trovare una riduzione del trofismo muscolare e un aumento di grasso intramuscolare e tutto ciò è stato associato a soggetti con lombalgia.

 

Dr. Ceccarelli Claudio

Fisioterapista, Orthopaedic Manipulative Physical Therapist (OMPT)
Assistente alla Didattica presso l’Università di Roma “Tor Vergata”, Master in Terapia Manuale Ortopedica Applicata alla Fisioterapia.
Lombalgia acuta, oltre la terapia farmacologica

Lombalgia acuta, oltre la terapia farmacologica

Lombalgia acuta, oltre la terapia farmacologica

Per capire e diagnosticare una lombalgia acuta serve un metodo che prenda in considerazione moltissimi fattori con uno screening per eventuali patologie gravi, spiegazioni chiare e dirette al paziente della sua condizione proprio per diminuire paure e ansie.

La lombalgia acuta (Low Back Pain o LBP) è considerata una tra le patologie più diffuse maggiormente invalidanti. Comporta costi a carico: Proprio durante l’adolescenza si ha un incremento esponenziale di tale disturbo tanto che si valuta, all’età di circa 17 anni, che la percentuale sia simile a quella negli adulti! Di conseguenza si ha un aumento delle disabilità che spingono molti più ragazzi di quanto si creda a condizioni di vita faticose e spesso asociali per colpa del dolore.

Si è visto come la LBP si manifesti, in generale, dopo i 10 anni diventando poi una vera e propria piaga sociale. In Australia, per esempio, si stima che il 25% della popolazione ne soffra e che il 10-40% di questi abbiamo fastidi tanto forti da diventare una patologia realmente invalidante.

La lombalgia è anche una cosiddetta comorbidità, perché si manifesta con altri disturbi muscolo scheletrici, emicrania, mal di testa, irritabilità, stress, ansia, sindrome dell’intestino irritabile e altri ancora. Negli ultimi anni 15 anni metodi di gestione e cura della lombalgia cronica si sono focalizzati sull’aumento:

  • delle terapie fisiche,
  • delle iniezioni spinali,
  • degli interventi chirurgici,
  • della diagnosi per immagini,
  • dell’uso di farmaci.

Tutto ciò ha comportato un aumento esorbitante della spesa pubblica in ambito sanitario.

I punti chiavi per affrontare la lombalgia acuta

La LBP è, come detto, una condizione molto diffusa e assai difficile da affrontare, seguire un semplice decalogo può aiutare medico e paziente:

  1. I fastidi della lombalgia possono essere mitigati se la gestione della patologia va di pari passo con le diagnosi e le prove riscontrate durante le visite. Ad esempio l’utilizzo di Raggi X e Risonanza Magnetica da spesso falsi-positivi.
  2. L’approccio alla lombalgia acuta dovrebbe essere sistemico e prendere in considerazione non solo il dolore di per sé, ma anche una serie di fastidi e cambiamenti psicologici e umorali che colpiscono la persona affetta. Serve un approccio “olistico” e non miope basato solo sul dolore.
  3. Come detto gli strumenti diagnostici per immagini vanno usati con attenzione e solo quando si è certi che possano dare informazioni sicure e valide per una più precisa diagnosi.
  4. Medici, fisioterapisti ed esperti in generale hanno a loro disposizione un gran numero di strumenti basati su fatti, prove e sintomi precisi per gestire i malati di mal di schiena cronico.

Seguire queste linee guida, apparentemente banali, è un primo passo fondamentale, secondo moltissimi esperti, per approcciare in modo mirato e sistemico la lombalgia cronica.

Perché si commettono errori nella diagnosi della LBP?

È idea comune che la maggior parte dei fallimenti per curare la lombalgia acuta siano dovuti a un metodo diagnostico errato nonché alla mancanza di coerenza tra le prove ottenute e le stesse terapie. In pratica l’approccio corrente di tipo biomedico per la gestione e cura della lombalgia cronica sembrerebbe essere “obsoleto” e non del tutto efficacie.

Esso non prende in considerazione anche quella che viene definita “prospettiva biopsicosociale”. A ciò va aggiunta anche la mancanza di un approccio che metta il paziente al centro del problema e non la patologia stessa.

 

 

In effetti le migliori metodologie si basano su:

  • Una diagnosi iniziale costruita attraverso un processo di triage.
  • Sull’interpretazione della lombalgia cronica da un punto di vista più ampio, di tipo biopsicosociale.
  • Su una valutazione e soprattutto gestione personale, ad hoc, che quindi spinga il paziente a non subire passivamente l’attività di recupero e cura ma lo renda attivamente partecipe.

Si tratta di un processo semplice che, come detto, mette la persona al centro della cura in modo scientifico e mirato.

Un buon metodo di diagnosi e valutazione

Eseguire un valido triage (processo di smistamento) è una parte essenziale per una corretta valutazione della lombalgia cronica. In effetti nella maggior parte dei casi non siamo di fronte a nulla di grave se non una distorsione o anche un semplice carico eccessivo dovuto a fattori come stress, stile di vita, incidente non grave. In pratica nella visita iniziale si dovrebbero escludere le possibilità (minime) che si sia di fronte a qualche patologia grave. La percentuale di persone in cui la lombalgia cronica è il campanello d’allarme per qualcosa di preoccupante è minima, nell’ordine dell’1-2%. Si potrebbe trattare di:

  • Un tumore spinale.
  • Un disturbo sistemico infiammatorio.
  • Una infezione.
  • Una frattura alla colonna vertebrale.

Comporterebbero alcune condizioni e sintomi ben distinti come un dolore costante non di tipo meccanico (causato quindi da movimenti o posture particolari), dolore notturno, rigidità al mattino o altri sintomi che indichino un peggioramento del generale stato di salute del soggetto.

Recenti studi mostrano come le persone più a rischio di fratture sono quelle che hanno nella loro storia clinica la presenza di abrasioni, traumi o contusioni e donne di età superiore ai 74 anni (spesso affette da patologie come l’osteoporosi). Allo stesso tempo si deve prendere in considerazione che molte altre patologie sistemiche, pelviche o anche addominali possano causare fastidi e dolore alla colonna vertebrale facendo credere, inizialmente, che si tratti di una lombalgia cronica.

In un esiguo numero di casi (si stima tra il 5% e il 10%) di persone con LBP il dolore potrebbe essere associato a componenti “radicolari” in presenza o meno di una qualche forma di deficit neurologico. Potrebbe essere associato alla sindrome della cauda equina, ad una compressione del midollo spinale, un prolasso del disco o stenosi del canale vertebrale. La presenza di queste possibili patologie, deficit neurologici o segni che indichino la sindrome della cauda equina richiedono assolutamente altre analisi per valutare se son in atto patologie.

Il ruolo della diagnostica per immagini

In un recente articolo (I Raggi X e la Risonanza sono utili per il tuo mal di schiena?)  abbiamo analizzato se e quanto siano utili tali strumenti per diagnosticare una eventuale lombalgia.

Sappiamo che in caso non siano presenti le cosiddette Red Flag, ossia segnali e sintomi che indicano la presenza in atto di condizioni gravi come lesioni, deficit neurologici, traumi o altre gravi patologie, l’uso di Raggi X o RM potrebbe essere anche dannoso.

 

 

 

Spesso capita che, in persone che non hanno alcun tipo di dolore, vengano diagnosticate varie patologie con la risonanza magnetica dando dei falsi-positivi:

  • Degenerazione del disco (91%).
  • Rigonfiamento del disco (56%).
  • Protrusione discale (32%)

Come visto dall’articolo sull’utilità di questi strumenti diagnostici una errata valutazione non soltanto comporta dei costi elevati, ma anche il concreto pericolo di mettere in atto una terapia che spesso risulta addirittura deleteria per il paziente.

Non è solo una questione di “schiena”

Sono anni che si studia il mal di schiena in modo “sistemico” non focalizzandosi quindi in modo ottuso solo su quella zona del corpo che duole ma tentando di andare più a fondo e capirne la vera genesi. Ci sono ormai decine di studi che evidenziano come ci siano molti fattori di rischio per la lombalgia:

  • Stress
  • Ansia
  • Stile di vita.
  • incidenti

Tutti quanti svolgono un ruolo chiave sensibilizzando la struttura spinale e in modo particolare il sistema nervoso centrale portandolo a una forte infiammazione concausa importante della LBP. Va anche notato come anche le cosiddette “credenze popolari” sul mal di schiena siano in qualche modo correlate con la stessa intensità del dolore.

Ciò è dovuto al fatto che la paura del dolore potrebbe aumentarlo se non anche esserne una causa diretta. Il fattore psicologico è fondamentale così come saper gestire stress, ansia e soprattutto la paura associata a una lombalgia. In generale non c’è da preoccuparsi, i casi in cui il mal di schiena sia un sintomo di una patologia grave sono molto pochi (seppur presenti).

Si deve rompere il circolo vizioso nel quale molto malati cadono proprio per le convinzioni, spesso errate, sul mal di schiena. Come ad esempio che il dolore possa solo peggiorare, o che muoversi lo acuisce e in modo particolare che vadano evitati quei movimenti che lo provocano.

Anche l’idea che maggiore sia il dolore peggiore il danno, e quindi il rischio di una eventuale malattia o condizione grave è il più delle volte sbagliato. In questo articolo spieghiamo quando è giusto preoccuparsi per il mal di schiena.

Il vero paradosso è che tutte queste “credenze popolari” in realtà non sono dette dalla gente comune, ma dagli stessi operatori sanitari e medici che non conoscono il “mal di schiena” ma lo valutano usando strumenti e metodologie obsolete.

Si evidenzia quindi l’importanza della comunicazione, non solo nei contenuti ma anche nei modi, degli operatori sanitari che dovrebbero avere loro stessi un approccio psicologico più attento e mirato per non spaventare il paziente o dargli informazioni inesatte.

Ad esempio è stato studiato che una serie di “comportamenti difensivi” o anche un po’ “drammatici” per un mal di schiena come:

  • Smorfie
  • Zoppie
  • Irrigidimento dei muscoli.
  • Assumere determinate posture.

siano spesso dovuti a un riflesso psicologico per la convinzione che si sia di fronte a un problema grave anche in assenza di una vera lesione!

La paura e l’angoscia spingono il paziente ad aspettarsi sempre il peggio, fino anche a finire sulla sedia a rotelle o addirittura predicendo una possibile morte e questo condiziona il corpo spingendolo a comportamenti esagerati rispetto all’entità del vero problema.

In più sono comportamenti e pensieri che potrebbero comportare un carico non normale sulla colonna vertebrale già di per sé sensibilizzata con un aumento del dolore.

Chi continua ad avere uno stile di vita attivo e ha quindi un approccio positivo alla patologia tende a subire meno sia gli effetti del dolore, che le eventuali conseguenze future. In pratica un buon approccio da parte di operatori sanitari e malati è un elemento che ha un ruolo fondamentale per la cura della lombalgia cronica e del dolore ad essa associato.

Ci sono prove altrettanto valide sul fatto che gli “esperti” non siano in grado di identificare anche i fattori di rischio di tipo psicologico come: Condizioni associate quindi alla LBP evidenziando la necessità di sottoporre i pazienti non solo a valutazione medico-fisiche ma anche di tipo psicologico.

Non solo cura ma anche “gestione” della lombalgia cronica specifica

Per quanto riguarda i pazienti con lombalgia cronica causata da ernia del disco (con o senza deficit neurologico) la diagnosi è spesso buona. Si tratta di circa il 5% dei pazienti affetti da lombalgia.

Gli studi prospettici evidenziano che i tassi di recupero in questi casi sono molto incoraggianti, si stima di circa l’80% nell’arco di un anno dall’inizio delle terapie. Invece si necessita un intervento di tipo chirurgico in persone che soffrono di una neurologia progressiva o hanno i sintomi della cauda equina.

È altrettanto importante riuscire a mitigare il dolore specialmente negli attacchi acuti che possono essere davvero devastanti sia dal punto di vista fisico che psicologico. Sia con l’utilizzo di medicinali che attraverso un approccio psicologico per tranquillizzare il paziente supportandolo nella gestione del dolore intenso.

Una volta che si ha l’attenuazione del dolore è possibile mettere in pratica un programma di riabilitazione mirato per normalizzare il movimento e permettere alla persona di riprendere le normali attività. Invece in casi come ad esempio la stenosi del canale vertebrale, che può provocare dolori davvero disabilitanti e intensi, laddove non hanno avuto effetto cambiamenti nello stile di vita o altri metodi di prevenzione e cura, potrebbe essere necessario ricorrere alla chirurgia.

Responsabilizzare il paziente

La lombalgia aspecifica è spesso difficile non solo da diagnosticare ma anche da curare. Secondo gli ultimi studi è utile prima di tutto seguire un procedimento mirato di “triage” con un conseguente studio non solo medico, ma anche di tipo psicologico e sociale per evitare comportamenti (e convinzioni) malsani.

Si consigli di somministrare antidolorifici soltanto nei momenti in cui il dolore diviene davvero forte e insopportabile (ovviamente ogni individuo ha una propria personale soglia di sopportazione). Il lavoro va svolto sia in direzione di un miglioramento fisico del paziente, quindi curando la lombalgia cronica, ma anche psicologico aiutandolo e diminuendo stress e paura che hanno l’effetto di amplificare lo stesso sintomo doloroso.

Il paziente deve essere informato e responsabilizzato sulla sua malattia

Chi soffre di lombalgia acuta, soprattutto se cronica, tende a pensare sempre che si tratti di qualcosa di  grave. Un buon medico deve saper comunicare al meglio, in modo chiaro, sintetico ed empatico una eventuale prognosi che deve essere centrata sulle esigenze della persona:

  • Il medico deve capire cosa potrebbe scuotere o preoccupare maggiormente il paziente.
  • Capire cosa sa sulla lombalgia cronica e affrontare eventuali convinzioni errate.
  • Rassicurarlo sul fatto che si tratti di una patologia benigna che può essere affrontata senza stress o paure.
  • Spiegare la meccanica del dolore e perché si genera.
  • Spiegare anche quanto gli strumenti per immagini per la diagnosi siano limitati e non diano risultati certi.
  • Soprattutto far capire che si deve continuare a “muoversi” e trovare insieme una normalizzazione dei movimenti.

Per quanto riguarda l’uso di Raggi X o RM essa potrebbe mostrare condizioni comuni a moltissime persone che non hanno nessun genere di dolore o sintomo.

Quella che deve essere fatta è una sorta di “alfabetizzazione medica” con cui si spiega al paziente cos’è davvero la lombalgia acuta e questo permette di spazzare via molti dubbi e paure che contribuiscono in modo negativo all’evolversi della patologia.

ERNIA DEL DISCO E DISCOPATIA, CAPIRLE PER NON ALLARMARSI

Se invece le persone sanno, possono modificare il loro approccio passivo e divenire parte attiva nell’affrontare la LBP e questo permette un miglior recupero e maggiori possibilità di stare meglio.

Come affrontare la lombalgia acuta attraverso esercizio fisico, terapia manuale e movimento

Per migliorare un mal di schiena molto intenso è opportuno che la persona divenga partecipe del suo processo di guarigione. È essenziale che riprenda le normali attività e capacità funzionali della colonna vertebrale (lavoro, attività familiari, sport).

Si tratta di un passaggio necessario per arrivare a una completa guarigione sia mentale che fisica. Modificare le proprie attività è possibile e raccomandato solo nelle fasi acute in cui il dolore diviene ingestibile se non attraverso l’uso di farmaci e riposo.

È invece consigliato di continuare e mantenere la propria vita attiva e se si è appena usciti da un “attacco” molto forte di riprenderla in modo graduale senza però fermarsi del tutto. Si consiglia di seguire alcuni esercizi che offrano:

  • Rilassamento per ridurre la contrazione/protezione dei muscoli e migliorino la respirazione diaframmatica.
  • Che migliorino la funzionalità e la mobilità “delicata” delle anche e della colonna vertebrale.
  • Che rinforzino le zone attraverso un allenamento di tipo funzionale-mirato.
  • E anche esercizi di tipo prettamente aerobico scelti in base alla condizione fisica del paziente.

In effetti chi soffre di lombalgia acuta aspecifica tende a contrarre eccessivamente i muscoli della colonna portando a un aumento della rigidità e, di conseguenza, anche del dolore.

 

Rilassare tali fasce muscolari, e anche quelle del tronco, con movimenti mirati e “morbidi” permette di scaricare lo stress dalle strutture spinali sensibilizzate permettendo anche un miglioramento della mobilità.

Per quanto riguarda tutte le terapie manuali, in generale, hanno un miglior effetto per contrastare i sintomi (il dolore su tutti) nelle fasi acute o subacute soprattutto se sussistono blocchi che non permettono al soggetto di muoversi liberamente.

 

 

 

Come detto anche lo stila di vita può essere una causa, o comunque una aggravante di una lombalgia acuta. In generale i comportamenti a rischio sono:

  • Vita sedentaria.
  • Scarsa igiene personale.
  • Obesità.
  • fumo
  • Inattività.

È di grande importanza far capire quanto lavorare ed essere attivi, anche se all’inizio potrebbe sembrare difficile per via del dolore, sia utile per arrivare a una guarigione o comunque migliorare il quadro clinico. Esistono gruppi di persone che soffrono di lombalgia acuta che sono più a rischio.

Si tratta di persone con elevati livelli di paura, ansia, stress e angoscia. Gli interventi verso queste persone devono essere mirati a un lavoro sia dal punto di vista fisico che psicologico per alleggerire il carico psicosomatico della patologia. Andranno usate tecniche di tipo motivazionale, interviste e spiegazioni accurate della condizione per farne comprendere l’effettiva gravità.

A questo vanno aggiunte sessioni che permettano un ripristino del movimento normale attraverso la ripetizione anche di movimenti che invece provocano dolore intenso. Tale procedura permetterà una sorta di desensibilizzazione al timore del dolore e la ripresa di determinate attività.

Conclusioni

Ricapitolando per valutare e affrontare in modo più efficiente la gestione delle persone che soffrono di lombalgia acuta si dovrebbe seguire un percorso preciso in cui ci sia:

  • Un triage per la valutazione di specifiche patologie.
  • Una attenta valutazione che vada ad analizzare possibili rischi dal punto di vista psicosociale.
  • Dare al paziente le giuste conoscenze affinché lui stesso disattivi paure e stress che sono elementi aggravanti della LBP.
  • Una riabilitazione attiva che spinga la persona a diventare parte integrante della cura e non soltanto un elemento passivo.
  • E un uso sempre minore di strumenti diagnostici per immagini che spesso producono risultati errati.
  • Uno screening mirato, con analisi specifiche, per casi in cui il dolore sia molto acuto oppure siano presenti altri sintomi che potrebbero far pensare alla presenza di patologie gravi.
  • Gestione del dolore con strumenti psicologici, farmaceutici e terapeutici.
Risonanza e rx:  utili per il tuo mal di schiena?

Risonanza e rx: utili per il tuo mal di schiena?

RISONANZA MAGNETICA E RX PER DIAGNOSTICARE IL MAL DI SCHIENA

In linea di principio le principali guide mediche raccomandano caldamente di non utilizzare i Raggi X e anche la risonanza magnetica per diagnosticare il mal di schiena perché, tali metodologie, producono un grandissimo numero di falsi-positivi.

La risonanza magnetica è certamente uno strumento di grande utilità in campo biomedicale: ottenere quindi immagini chiare di quelli che sono conosciuti come “tessuti molli”, anche in profondità nel nostro corpo, è fondamentale per fare molte diagnosi.

 

Quando la risonanza magnetica è utile è il vero punto da prendere in considerazione. Si ha purtroppo la tendenza a utilizzarla quando invece sarebbe meglio dare molta più importanza alla clinica.

Per fortuna la medicina ha fatto veramente dei passi in avanti che hanno fatto sì che si capisse quando effettivamente usarla e quando invece risulta inutile.

 

Nel caso di una lombalgia non solo è inutile, ma c’è addirittura il rischio che sia dannosa per la possibilità, per altro non remota, di dare risultati falsati che quindi spingano a terapie inutili, costose o anche dannose.

 

Gli esperti si sono resi conto ormai da tempo che fare una diagnosi di lombalgia attraverso Raggi X e la stessa Risonanza Magnetica non è un metodo affidabile, anzi. Il loro abuso può portare a dei veri e propri disastri!

La risonanza magnetica e raggi X sono utili per diagnosticare la lombalgia? No, lo sappiamo da tempo

A dimostrazione di questa battaglia contro l’uso insensato di tali strumenti è esplosa nel 2007 quando American College of Physicians e dalla American Pain Society hanno creato delle vere linee guida per la cura della lombalgia, escludendoli come metodi diagnostici affidabili.

Raccomandano ai medici di prescrivere radiografie o risonanze magnetiche solo in casi palesemente gravi in cui fossero presenti determinati sintomi neurologici gravi e soprattutto persistenti.

Gli stessi autori delle linee guida hanno sottolineato con forza l’importanza di evitare un abuso di tali strumenti mettendo l’accento sui rischi che i falsi-risultati potrebbero portare al paziente.

In realtà è una raccomandazione che dovrebbe essere ancora più netta tanto che uno studio del 2007 mostra che anche in tantissime persone sane, utilizzando questi due metodi, siano visibili segni di degenerazione tissutale quando questi non hanno davvero alcun problema.

Gran parte dei falsi allarme mostrati sono il più delle volte condizioni fisiologiche dovute in modo particolare all’invecchiamento e altri danni “normali” e non associabili al mal di schiena e al dolore.

 

 

 

 

Per quale motivo Raggi X e Risonanza magnetica non vanno utilizzati per diagnosticare il mal di schiena?

Appare chiaro come avere un falso-positivo, con relative preoccupazioni, è qualcosa che tutti vogliamo evitare. Ma in effetti qual è il maggior problema che sia ha con una diagnosi errata?

In alcuni casi potrebbe non procurare nulla di grave, ma in altri due casi specifici il danno potrebbe essere molto importante:

  1. Non tutti amano fare i Raggi X o anche la Risonanza magnetica. Sono diagnosi strumentali che spaventano moltissimo perché avvalorano l’idea che ci possa essere qualcosa di molto grave. Come abbiamo visto in altro articolo (Mal di schiena quando preoccuparsi) si ha spesso una percezione allarmistica della lombalgia. La paura è un elemento che aumenta la percezione del dolore, crea ansia e stress che non sono di certo indicati per chi soffre di mal di schiena, soprattutto se cronico.
  2. Non riescono quasi mai a dare un quadro generale chiaro e preciso dell’effettiva situazione. Anzi, capita spesso che dopo una risonanza o i raggi X si generi ancora più confusione. C’è una mole incredibile di documenti e studi scientifici che asseriscono senza ombra di dubbio quanto il mal di schiena sia diagnosticabile con questi strumenti. Sono frequenti casi di persone che sembravano avere tutti i segnali “negativi” pur essendo in salute! Capita di conseguenza che le diagnosi, e i trattamenti, vengono indirizzati nella direzione sbagliata andando anche, e questo è un altro elemento da tenere a mente, ad aumentare moltissimo i costi sanitari per la cura del mal di schiena.

 

Ovviamente ci sono anche delle rare situazioni in cui l’immagine va a scoprire effettivamente qualcosa di importante. Questi strumenti diagnostici, quindi, possono essere utilizzati con efficacia solo in alcuni tipi di lombalgie gravi e persistenti.

Resta comunque il fatto che non sono modi validi per diagnosticare e capire un mal di schiena.

Ad esempio è stata fatta una ricerca in cui i pazienti venivano valutati solo attraverso la RM, senza quindi conoscere informazioni cliniche del paziente.

I risultati sono stati a dir poco disastrosi diagnosticando in molti pazienti problemi di varia natura alla colonna vertebrale, come la stenosi, partendo dal presupposto che il restringimento del canale spinale sia sempre doloroso.

Ciò che dovrebbe far capire quanto tali strumenti diagnostici siano poco utili è che solo una piccola percentuale delle persone aveva effettivamente questi problemi quando molti, invece, avevano il canale spinale “ristretto” pur non sentendo alcun dolore.

Una donna, 10 risonanze magnetiche, 10 diagnosi diverse

Questo esperimento avrebbe qualcosa di comico se non fosse che mette in evidenza importanti errori medici sulla diagnosi della lombalgia.

Nel 2016 una donna con conclamati problemi di sciatica e di mal di schiena è stata mandata in ben 10 strutture diverse per fare una risonanza magnetica e avere quindi una diagnosi. Come detto ciò che colpisce è la difformità di risposte date dai medici in base ai risultati diagnostici.

Si comprende come le evidenze scientifiche siano ormai inequivocabili sul fatto che la valutazione precisa del mal di schiena non sia fattibile in modo valido attraverso tali strumenti.

Tristemente, ad oggi, è nella norma, quando si soffre di dolori alla schiena, essere sottoposti ai Raggi X o alla Risonanza Magnetica soprattutto nelle prime fasi del mal di schiena. I pazienti devono imparare e capire che alcune procedure, costose, possono essere davvero inutili e a volte anche deleterie perché danno spesso falsi-positivi.

Una RM o anche i Raggi-X avrebbero ragione di essere usati qual’ora si avessero condizioni “gravi” già da subito, come ad esempio la perdita di sensibilità o mobilità agli arti inferiori.

Quindi se si soffre di lombalgia non ha alcun senso allarmarsi ma neanche prenderla sottogamba. Si consiglia una visita medica da uno specialista che possa fare una valutazione dei sintomi e una diagnosi senza l’utilizzo indiscriminato di strumenti diagnostici che la medicina ha mostrato essere poco utili.

GIONATA PROSPERI, FT, SPT, SM.

  • Esperto In Terapia Manuale nelle cefalee, emicrania
  • Fisioterapista dei disturbi dell’articolazione Temporo – Mandibolare
  • Fisioterapista dei Disturbi Vestibolari
  • C.E.O. del Centro della Colonna vertebrale di Massa
  • Fisioterapia ecoguidata
zaino come causa del mal di schiena?

zaino come causa del mal di schiena?

ZAINO E MAL DI SCHIENA: QUALI CORRELAZIONI?

Lo zaino fa venire il mal di schiena a ragazzi e bambini? Da sempre esiste la leggenda metropolitana che il classico zainetto sia un pericolo pubblico per i più piccoli e che aumenti il rischio futuro di soffrire di lombalgia o simili.

La nota rivista inglese BJSM (Journal of Sports Medicine) ha di recente pubblicato un articolo nel quale si mostra come non ci sia alcuna prova che indichi una correlazione diretta tra uno zaino pesante e il mal di schiena nei ragazzi.

Secondo la maggior parte degli esperti il peso dello zaino dovrebbe essere al massimo tra il 5% e il 20% del peso corporeo dello scolaro. Tali linee guida sono proposte da moltissimi enti e organizzazioni per la salute dei ragazzi.

A quanto si evince dallo studio inglese non sembrerebbe esserci una correlazione che indichi la presenza di mal di schiena e lo zainetto “troppo” pesante.

I ragazzi, anche i più piccoli, hanno mal di schiena con una discreta frequenza tanto che negli adolescenti, secondi molti studi, la frequenza di tale disturbo è quasi uguale a quella negli adulti.

A questo va aggiunto che se un adolescente tende ad avere dolori alla schiena durante questi anni ha una elevata probabilità di soffrirne anche in seguito.

La realtà mostra che le cause specifiche che causano lombalgia nei ragazzi sono ancora sconosciute o almeno non chiarite con la massima certezza. Ciò deriva soprattutto dalla mancanza, purtroppo, di studi specifici che mettano in evidenza anche gli stessi fattori di rischio.

 

Alcuni studi precedenti sulla postura

In un articolo abbiamo visto come non ci sia una correlazione diretta tra cattiva postura e dolore alla schiena.

Molti studi hanno quindi tentato anche di valutare se ci sia una correlazione tra postura (o posizione del corpo) e il portare uno zaino pesante, mostrando invece un cambiamento della stessa postura, per distribuire il peso, attraverso il piede.

Le ricerche sono state molte soprattutto per capire se lo zaino possa portare a un cambiamento della curvatura della colonna vertebrale.

Anche in questi casi è stato evidenziato che non ci sono differenze molto significative, di contro ha mostrato che potrebbero esserci delle modificazioni nella curvatura della colonna vertebrale, nel lungo periodo, se si porta una borsa solo da un lato.

C’è da dire che la stessa misurazione della curvatura spinale è un’operazione assai complessa soprattutto quando si vogliono fare studi su larga scala. Questo perché tale misurazione va fatta utilizzando strumenti complessi (e costosi) come i Raggi X.

Altre ricerche hanno invece dimostrato che lo zaino mono-spalla avrebbe effetti negativi sulla capacità respiratoria e sulle funzioni polmonari.

Come visto si tratta di molte ricerche per capire quale sia il miglior zaino per i ragazzi e se esso possa incidere negativamente sulla salute. Però nessuno studio, fino ad ora, aveva indagato appieno se ci fosse una qualche relazione diretta tra mal di schiena.

 

Il mal di schiena è per colpa dello zaino? Gli studi più recenti cosa dicono?

Lo studio della BJSM è stato un lavoro sistemico su altri studi precedentemente effettuati, di cui 5 prospettici eseguiti su un totale di 1.800 adolescenti e bambini, e 63 studi trasversali.

Le principali prove che dovrebbero indicare una correlazione tra zaino e dolore alla schiena derivano dagli studi definiti, appunto, “trasversali”.

Si tratta di misurazioni che vengono effettuate in un momento specifico su tutti i partecipanti agli studi per poi confrontare le caratteristiche tra i gruppi di persone.

Tali ricerche sono più “deboli” e meno precise rispetto a quelle ottenute con gli studi prospettici che, invece, seguono nel tempo l’evoluzione delle condizioni di ogni singolo individuo.

Tra i 63 studi trasversali si evidenziato:

  • 4 studi in cui c’era una associazione tra zaino troppo pesante e mal di schiena.
  • 3 studi in cui il modo con cui si trasportava lo zaino era correlato con il dolore.
  • 3 studi in cui più si portava lo zaino e maggiore era la presenza di dolore.
  • 1 solo studio ha messo in evidenza come il 75% dei ragazzi con il mal di schiena dicessero che portare lo zaino ne acuisse il dolore.

È quindi probabile che tutte le convinzioni in cui si associa il mal di schiena con lo zaino troppo pesante nascano proprio da ricerche di questo genere che davano solo indicazioni parziali e venivano effettuate con metodi non molto validi dal punto di vista scientifico.

Cosa dicono gli studi prospettici (scientificamente più attendibili)?

Questa tipologia di valutazione è certamente più adatta a uno studio sulla eventuale correlazione tra mal di schiena e zaino.

  • 2 studi hanno evidenziato come non ci fosse alcuna evidenza diretta e chiara tra zaino e dolore.
  • 2 che il peso percepito, o la difficoltà a trasportare lo zainetto, era associato al mal di schiena nei ragazzi di età compresa tra i nove 9 e i 14 anni.
  • 1 studio ha indicato come non ci fosse alcun rapporto, per i ragazzi, tra dolore e zaino.

Alla domanda, posta ai ragazzi con un’età media di 15 anni, di quale fosse la causa del loro mal di schiena, o cosa l’aggravasse, nessuno ha menzionato il portare uno zaino.

Cosa fare quindi per i ragazzi e il loro mal di schiena

Dagli studi appena visti sembra chiaro che la tipologia di zaino, o almeno il suo peso, non sia una causa diretta di mal di schiena.

È palese, invece, che se un adolescente o un bambino soffrono già di una lombalgia il trasportare un peso eccessivo sia senza dubbio un’aggravante del fastidio. Allo stesso tempo è evidente come lo zaino non ne sia la causa scatenante.

Molte associazioni come ad esempio la Australian Physiotherapy Association, grazie a questi nuovi studi abbiano modificato il loro approccio indicando che zaini moderatamente carichi non siano la causa del mal di schiena.

Non esistono ricerche che indichino una relazione diretta tra zaino e mal di schiena proprio per le difficoltà di carattere tecnico ed etico.

I prossimi studi sulle cause del mal di schiena nei giovani dovranno prendere in considerazione un grandissimo numero di fattori di rischio nonché lo stile di vita che, a sistema, potrebbero contribuire al dolore.

  • In primis fare poca attività fisica contribuisce in modo negativo alle condizioni di salute dei ragazzi.
  • I genitori non dovrebbero preoccuparsi troppo che uno zaino “pesante” possa causare problemi futuri alla salute dei figli.
  • Il vero fattore discriminante è che uno zaino di questo tipo potrebbe spingere il bambino a farsi sempre accompagnare in macchina o con l’autobus per evitare di camminare abituandolo a uno stile di vita poco dinamico.

Se il bambino ha già mal di schiena allora è opportuno, proprio per evitare che ci possano essere dei peggioramenti, non mandarlo a scuola con uno zaino molto pesante partendo dal presupposto, però, che non è la causa del dolore ma al massimo una possibile aggravante.