Lesione alla cuffia dei rotatori: come comportarsi

Lesione alla cuffia dei rotatori: come comportarsi

LESIONE ALLA CUFFIA DEI ROTATORI

  • UN TENDINE DELLA SPALLA SI È LESIONATO! MI OPERO O NO?
  • QUANDO DEVO FARE UNA RISONANZA MAGNETICA?
  • HO UNA LESIONE ALLA CUFFIA DEI ROTATORI: COME DEVO MUOVERMI?
  • LESIONE ALLA CUFFIA DEI ROTATORI: QUANDO OPERARSI?
  • LA FISIOTERAPIA COME PRIMA SCELTA IN CASO DI LESIONE ALLA CUFFIA DEI ROTATORI
  • UNA FISIOTERAPIA SPECIFICA PER LA CUFFIA DEI ROTATORI
  • ALCUNI CONSIGLI PER GESTIRE AL MEGLIO UNA LESIONE ALLA CUFFIA DEI ROTATORI

Un argomento attuale molto delicato per la maggior parte delle persone, infatti una lesione alla cuffia dei rotatori ha una percentuale di prevalenza pari attorno al 14% nella popolazione attiva.

Tali disturbi non sono sempre episodi di breve durata ma, al contrario, potrebbero rappresentare una condizione clinica persistente. Infatti, sebbene una percentuale di persone possa riprendersi nei primi mesi dall’esordio, alcuni continuano a manifestare sintomi a lungo termine.

UN TENDINE DELLA SPALLA SI È LESIONATO! MI OPERO O NO?

Ti risponde Physiotherapy

Molte persone giungono presso il nostro studio con una diagnosi medica approssimativa di “tendinite” o “periartrite scapolo omerale”, magari facendo un singolo test, di dubbia utilità,  di conflitto subacromiale, o semplicemente dopo aver eseguito un’ecografia muscolo – scheletrica.

Prima di tutto c’è da dire che…

…la gestione conservativa di una tendinopatia alla cuffia dei rotatori  rappresenta per il fisioterapista una sfida difficile perché i meccanismi responsabili di questo disturbo non sono ancora completamente conosciuti, perché non esiste un gold standard nel trattamento e perché il possibile coinvolgimento del sistema nervoso centrale (SNC) nel dolore persistente è poco indagato.

Quindi cosa è meglio fare? Chi si deve interpellare per ricevere una diagnosi corretta? A quali trattamenti è meglio sottoporsi?

FACCIAMO CHIAREZZA


La spalla è un’articolazione molto complessa con numerosi gradi di libertà. La sua stabilità è garantita sia da strutture passive (ossa e legamenti) e sia da strutture attive (muscoli e relativi tendini). In passato si è data molta importanza all’integrità di queste strutture accusandole spesso e volentieri di essere la fonte dei sintomi dolorosi.

In realtà esistono evidenze scientifiche che dimostrano che non sempre la causa del dolore è da attribuire a lesioni o degenerazioni  di queste strutture evidenziate attraverso l’esecuzione o di un esame ecografico, o di una risonanza magnetica.

Chiedi sempre un consulto ad un ortopedico specializzato sulla spalla oppure un fisioterapista esperto in terapia manuale ortopedica

QUANDO DEVO FARE UNA RISONANZA MAGNETICA?

Sappiamo che la risonanza magnetica e l’ecografia hanno una buona accuratezza diagnostica  nelle rotture a tutto spessore nei pazienti che presentano dolore alla spalla, ma sappiamo anche che questa accuratezza diminuisce  in maniera significativa ma man che l’estensione della lesione diminuisce.

Infatti, proprio per la presenza di questa scarsa correlazione tra lesioni anatomiche e percezione del dolore le principali linee guida sconsigliano  l’uso di un indagine diagnostica prima delle 6 settimane dall’insorgenza del sintomo.

Un ulteriore studio, a dimostrazione di quanto detto,  dimostra come spesso siano presente alterazioni strutturali a carico dei tessuti molli anche nella popolazione asintomatica, cioè in persone che non manifestazione alcun dolore.

Quindi un referto di un’ indagine strumentale non potrà mai dire da dove viene il dolore, al massimo potrà evidenziare quali sono le differenze rispetto all’anatomia ritenuta “normale”, in poche parole un’ecografia potrà spiegare l’anatomia della spalla, ma di certo non il motivo per cui il paziente lamenta dolore.

HO UNA LESIONE ALLA CUFFIA DEI ROTATORI: COME DEVO MUOVERMI?

Da qui la necessità di una valutazione adeguata in quanto il dolore può avere svariate origini e quindi si consiglia sempre di rivolgersi a professionisti qualificati come Fisioterapisti esperti in Terapia Manuale Ortopedica  oppure ad Ortopedici specialisti di spalla.

Queste figure saranno in grado di dirvi quale sia il vostro problema, consigliarvi la migliore soluzione ed eventualmente richiedervi un’indagine strumentale se e solo se la vostra situazione lo richiede.

LESIONE ALLA CUFFIA DEI ROTATORI: QUANDO OPERARSI?

Generalmente il trattamento conservativo è la prima scelta terapeutico in caso di lesione alla cuffia dei rotatori.

Soltanto alcune lesione della cuffia dei rotatori richiedono l’intervento di un chirurgo ortopedico. Le lesioni parziali non necessitano di un intervento chirurgico nella maggior parte dei casi: solo se il dolore è persistente e non si risolve con la fisioterapia ci si può orientare verso la chirurgia.

Stessa cosa per quanto riguarda le lesioni a tutto spessore: in alcuni casi i disturbi sono contenuti o comunque con una giusta fisioterapia la spalla può smettere di far male. Questo quadro è tipico delle persone più anziane (dai 60 anni in su) e che non richiedono grandi sforzi alla spalla.

Se invece siamo di fronte a una persona più giovane, nel pieno dell’attività lavorativa, e soprattutto se l’attività svolta richiede un certo impegno della spalla, si può ricorrere all’intervento.

 

LA FISIOTERAPIA COME PRIMA SCELTA IN CASO DI LESIONE ALLA CUFFIA DEI ROTATORI

L’obiettivo del trattamento dovrebbe essere quello di aumentare la capacità di carico dei tendini della cuffia dei rotatori tramite l’esercizio terapeutico basato sul carico progressivo, ovvero aumentare la capacità dei tendini di resistere alle sollecitazioni, per ridurre la sintomatologia e migliorare la funzionalità.

In pratica, l’esercizio basato sul carico progressivo dovrebbe favorire l’adattamento del tendine, del muscolo, dell’unità miotendinea e della catena cinetica.

In base agli studi clinici e all’opinione degli esperti, l’esercizio terapeutico dovrebbe essere la principale scelta di trattamento nei soggetti con lesione alla cuffia dei rotatori. I pazienti dovrebbero effettuare l’esercizio terapeutico basato sul carico per almeno 3 mesi prima di considerare altre opzioni di trattamento.

 UNA FISIOTERAPIA SPECIFICA PER LA CUFFIA DEI ROTATORI

 DEVI SAPERE CHE:

  • Il riposo dovrebbe essere limitato esclusivamente alla fase reattiva e al periodo iniziale della fase di alterata riparazione per evitare una possibile progressione del disturbo;
  • Sono consigliati 2-3 giorni di recupero tra attività molto impegnative per favorire il turnover del collagene; nelle fasi finali della riabilitazione, con l’aumentare della capacità di carico del tendine e della catena cinetica, il tempo di recupero può diminuire;
  • Il turnover del collagene è ridotto con il passare degli anni, quindi atleti meno giovani potrebbero necessitare di tempi di recupero maggiori;
  • Il riposo prolungato riduce la capacità di carico del tendine e della catena cinetica. Negli sportivi, inoltre, un riposo eccessivo potrebbe ridurre la performance;
  • Evitare un riposo eccessivo potrebbe avere un impatto positivo sullo stato di salute generale del paziente in quanto le tendinopatia sono spesso associate a disturbi metabolici, come diabete mellito e ipercolesterolemia;
  • L’esercizio terapeutico è supportato dal più alto livello di evidenza e rappresenta la stratega conservativa più utilizzata nel trattamento delle lesioni alla cuffia dei rotatori. Vieni a scoprire presso il studio i nostri protocolli di trattamento;
  • La valutazione della catena cinetica è una componente raramente considerata nei programmi di riabilitazione proposti;

 

Bene, abbiamo capito che l’esercizio rappresenta una soluzione ottimale per recuperare al meglio una spalla con lesione di cuffia, ma ci sono altre strategie di intervento?

 Altre strategie di intervento sono spesso utilizzate nella gestione di una lesione alla cuffia dei rotatori: terapia manuale, dry needling, agopuntura, infiltrazioni (acido ialuronico coricosteroidi, etc.), onde d’urto, laser, taping, FANS.

Ma nessuna di queste strategie è efficace come l’esercizio terapeutico

Non modificano la capacità di carico del tendine, la forza della catena cinetica ed il possibile coinvolgimento del sistema nervoso centrale.

MA

Se utilizzate in associazione all’esercizio terapeutico potrebbero ridurre i sintomi e favorire l’aderenza del paziente

 

ALCUNI CONSIGLI PER GESTIRE AL MEGLIO UNA LESIONE ALLA CUFFIA DEI ROTATORI

  • Mai affidarsi a soluzioni non supportate da solide basi scientifiche.
  • Rivolgersi sempre a professionisti come Fisioterapisti altamente esperti in Terapia Manuale Ortopedica e Ortopedici specialisti della spalla.
  • La chirurgia non è  sempre l’intervento più indicato per risolvere definitivamente il dolore ad una spalla.
  • Un programma di esercizi calibrato sulle capacità del paziente eseguito sotto la supervisione di un fisioterapista rappresenta spesso il miglior intervento sostenuto da prove di efficacia scientifiche.
  • Le indagini strumentali forniscono informazioni limitate e non sempre sono necessarie.

 

GIONATA PROSPERI FT, SPT, SM.

  • Fisioterapista esperto In Terapia Manuale nelle cefalee, emicrania
  • Fisioterapista dei disturbi dell’articolazione Temporo – Mandibolare
  • Fisioterapista dei Disturbi Vestibolari
  • C.E.O. del Centro della Colonna vertebrale di Massa
  • Fisioterapia ecoguidata

 

legamento crociato anteriore: cosa c’è da sapere

legamento crociato anteriore: cosa c’è da sapere

  • LO SAPEVI CHE…
  • COME SI ROMPE IL LEGAMENTO CROCIATO ANTERIORE?
  • LEGAMENTO CROCIATO ANTERIORE: ANATOMIA
  • HO UNA LESIONE DEL LEGAMENTO CROCIATO ANTERIORE, DEVO QUINDI OPERARMI?
  • TI SEI APPENA OPERATO AL LEGAMENTO CROCIATO ANTERIORE E PRATICHI SPORT AD ALTO LIVELLO?
  • PHYSIOTHERAPY RACCOMANDA UNA RIABILITAZIONE PREOPERATORIO
  • L’INTERVENTO DI RICOSTRUZIONE DEL LEGAMENTO CROCIATO ANTERIORE: COSA FARE

 

LEGAMENTO CROCIATO ANTERIORE: LO SAPEVI CHE…

  1. Le lesioni del legamento crociato anteriore (LCA) sono un infortunio frequente nella popolazione attiva e negli USA sono stimate circa 200.000 ricostruzioni chirurgiche ogni anno? Secondo i dati del Ministero della Salute nel 2005 sono state eseguite 21.621 interventi chirurgici.
  2. La ricostruzione del legamento crociato anteriore è un comune trattamento per tutti gli atleti che si infortunano a livello del ginocchio? L’incidenza di un infortunio al legamento crociato anteriore in assenza di un trauma diretto sembra essere maggiore negli atleti di età compresa tra i 15 ed i 40 anni e che praticano sport in cui richiedono rotazioni di ginocchio continue, come calcio, pallacanestro, sci e pallavolo.
  3. Ogni anno, circa il 3% degli atleti amatoriali si infortuna al legamento crociato anteriore? e che questa percentuale sale al 15% se si alza il livello a professionistico?
  4. Che il sesso femminile ha più del doppio la probabilità di subire un infortunio rispetto al sesso maschile?

LEGAMENTO CROCIATO ANTERIORE: ANATOMIA

I due legamenti principali del ginocchio che forniscono la stabilità sono il LEGAMENTO CROCIATO ANTERIORE E POSTERIORE (pivot centrale). Essi si oppongono alle sollecitazioni esterne abnormi e sono chiamati in questo modo perché si incrociano al centro dell’articolazione, tra tibia e femore. Altri due legamenti, più periferici, sono rappresentati dai collaterali, interno ed esterno.

COME SI ROMPE IL LEGAMENTO CROCIATO ANTERIORE?

In base al tipo di sport, sono diverse le situazioni che mettono a dura prova i legamenti:

  • Rapidi cambiamenti di direzione
  • Frenate improvvise
  • Un atterraggio sbagliato
  • Contatto diretto o collisione, ad esempio un placcaggio da calcio

 

Se sei un giocatore di calcio o di pallacanestro, sai bene di cosa stiamo parlando. Una distorsione, lieve o grave che sia, rappresenta un vero e proprio incubo. La tua mente, subito dopo l’infortunio si pone già la domanda se il crociato è stato lesionato o meno.

MA QUALI SONO I SEGNI ED I SINTOMI DI UNA LESIONE AL LEGAMENTO CROCIATO ANTERIORE?

I sintomi possono variare in modo significativo da paziente a paziente; il quadro tipico è caratterizzato da dolore intenso, gonfiore marcato che insorge rapidamente e sensazione di cedimento/instabilità (“giving away”) con importante limitazione funzionale

La diagnosi si basa sull’esame clinico che si avvale di opportuni test per valutare la stabilità passiva del ginocchio (Pivot – shift, Lachman test, il test del cassetto e il varo-valgo test),  accompagnato il più delle volte da una risonanza magnetica (RMN) per valutare eventuali lesioni associate.

CONTATTA PHYSIOTHERAPY PER UNA CONSULENZA RAPIDA E GRATUITA!

HO UNA LESIONE DEL LEGAMENTO CROCIATO ANTERIORE? DEVO QUINDI OPERARMI?

DIPENDE!

Il trattamento varia a seconda delle esigenze di ogni singolo individuo, dipende sempre dalla gravità della lesione e dal livello di attività! Facciamo chiarezza:

  • Sei un giovane atleta che pratichi sport che richiede una grande agilità? Allora molto probabilmente dovrai sottoporti ad un intervento chirurgico.
  • Sei una persona meno attiva, magari di età superiore? Magari potrai tornare ad uno stile di vita normale senza finire sotto i ferri!

TI SEI APPENA OPERATO AL LEGAMENTO CROCIATO ANTERIORE E PRATICHI SPORT AD ALTO LIVELLO?

NON RIFIUTARTI DI LEGGERE QUANTO SCRITTO QUA SOTTO!

LO SAPEVI CHE…

  • che un recente studio Australiano condotto nel 2018 ha affermato che  molti atleti ricevono una riabilitazione insufficiente dopo la ricostruzione del legamento crociato anteriore ?
  • che solo il 5% degli atleti amatoriali riceve una riabilitazione che segue le linee guida basate sull’evidenze scientifiche? Questo programma consiste in almeno 6 mesi di riabilitazione sport specifico!
  • che il 45% degli atleti non effettua un controllo clinico dopo il terzo mese post-operatorio e che il 70% non esegue esercizi di agilità o di salto. Dopo un anno dall’intervento, i criteri considerati fondamentali della forza del quadricipite e dell’esecuzione del test di salto superiori al 90% sono stati mostrati rispettivamente nel 31% e nel 53% degli atleti non trattati adeguatamente.
  • che il legamento crociato anteriore contiene dei meccanorecettori i quali a loro volta influenzano direttamente il controllo neuromuscolare del ginocchio? Una lesione al legamento potrebbe quindi essere considerata una disfunzione neurofisiologica e non una semplice lesione muscolo scheletrica.
  • Un numero di atleti riprende sì a praticare sport, ma ad un livello inferiore rispetto a quello praticato prima di farsi male?
  • Il 35% degli atleti operati di legamento crociato anteriore non ritornano ad un livello pre infortunio entro i due anni?
  • Che la metà degli operati riferisci di ritornare ad un livello sportivo inferiore per colpa del legamento operato?
  • Il rischio di una recidiva è molto alto? Anche per lesioni al legamento crociato contro laterale?
  • Cambiamenti nelle strategie di controllo motorio potrebbero portare a cambiamenti nella propriocezione, nel controllo posturale e nella forza muscolare?

 

PHYSIOTHERAPY RACCOMANDA UNA RIABILITAZIONE PRE-OPERATORIA

Lo sapevi che:

  • Un deficit in estensione prima dell’intervento è considerato un fattore di rischio per deficit di estensione dopo l’intervento?
  • Un deficit di forza quadricipitale del 20%può portare ad un peggior risultato a 2 anni dall’intervento?
  • Una riabilitazione prima dell’intervento garantisce un miglior risultato funzionale del ginocchio a 2 anni dall’intervento?

 

DOPO L’INTERVENTO DI RICOSTRUZIONE DEL LEGAMENTO CROCIATO ANTERIORE PHYSIOTHERAPY RACCOMANDA:

  • Una continua riabilitazione di 9 – 12 mesi a seconda dello sport ed in base agli obiettivi del paziente
  • Un carico immediato tollerato solo se presente un corretto schema del passo, in assenza di dolore e senza alcun versamento sia durante il cammino e dopo aver camminato.
  • L’utilizzo della crioterapia per ridurre il dolore fino ad una settimana dopo l’intervento, senza produrre nessun effetto nel drenaggio post operatorio.
  • Gli esercizi isometrici, utili e sicuri sin dalla prima settimana dopo l’intervento
  • L’utilizzo dell’ elettrostimolazione in aggiunta alla riabilitazione specifica, in quanto potrebbe essere più efficace nel migliorare la forza fino a 2 mesi dopo l’intervento.
  • Un utilizzo di esercizi in catena cinetica aperta a partire dalla 4° settimana post intervento, in un range di movimento 45° -90°, con o senza resistenza extra.
  • L’utilizzo di esercizi in catena cinetica chiusa già dalla seconda settimana post intervento.

 

Se la pratica clinica non segue le linee guida basate sull’evidenze, non offriamo il meglio ai nostri atleti. PHYSIOTHERAPY segue sempre queste linee guida!

 Physiotherapy non tratta un ginocchio, ma una persona che ha un problema al ginocchio!

CONTATTACI PER UNA CONSULENZA RAPIDA E GRATUITA

 

GIONATA PROSPERI FT, SPT, SM            

 

  • Esperto In Terapia Manuale nelle cefalee, emicrania
  • Fisioterapista dei disturbi dell’articolazione Temporo – Mandibolare
  • Fisioterapista dei Disturbi Vestibolari
  • E.O. del Centro della Colonna vertebrale di Massa
  • Fisioterapia ecoguidata
SPALLA

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LESIONE ALLA CUFFIA DEI ROTATORI: COME INTERVENIRE

  • UN TENDINE DELLA SPALLA SI È LESIONATO! MI OPERO O NO?
  • QUANDO DEVO FARE UNA RISONANZA MAGNETICA?
  • HO UNA LESIONE ALLA CUFFIA DEI ROTATORI: COME DEVO MUOVERMI?
  • LESIONE ALLA CUFFIA DEI ROTATORI: QUANDO OPERARSI?
  • LA FISIOTERAPIA COME PRIMA SCELTA IN CASO DI LESIONE ALLA CUFFIA DEI ROTATORI
  • UNA FISIOTERAPIA SPECIFICA PER LA CUFFIA DEI ROTATORI
  • ALCUNI CONSIGLI PER GESTIRE AL MEGLIO UNA LESIONE ALLA CUFFIA DEI ROTATORI

 Un argomento attuale molto delicato per la maggior parte delle persone, infatti una lesione alla cuffia dei rotatori ha una percentuale di prevalenza pari attorno al 14% nella popolazione attiva.

Tali disturbi non sono sempre episodi di breve durata ma, al contrario, potrebbero rappresentare una condizione clinica persistente. Infatti, sebbene una percentuale di persone possa riprendersi nei primi mesi dall’esordio, alcuni continuano a manifestare sintomi a lungo termine.

UN TENDINE DELLA SPALLA SI È LESIONATO! MI OPERO O NO?

Ti risponde Physiotherapy

Molte persone giungono presso il nostro studio con una diagnosi medica approssimativa di “tendinite” o “periartrite scapolo omerale”, magari facendo un singolo test, di dubbia utilità,  di conflitto subacromiale, o semplicemente dopo aver eseguito un’ecografia muscolo – scheletrica.

Prima di tutto c’è da dire che…

…la gestione conservativa di una tendinopatia alla cuffia dei rotatori  rappresenta per il fisioterapista una sfida difficile perché i meccanismi responsabili di questo disturbo non sono ancora completamente conosciuti, perché non esiste un gold standard nel trattamento e perché il possibile coinvolgimento del sistema nervoso centrale (SNC) nel dolore persistente è poco indagato.

Quindi cosa è meglio fare? Chi si deve interpellare per ricevere una diagnosi corretta? A quali trattamenti è meglio sottoporsi?

FACCIAMO CHIAREZZA

La spalla è un’articolazione molto complessa con numerosi gradi di libertà. La sua stabilità è garantita sia da strutture passive (ossa e legamenti) e sia da strutture attive (muscoli e relativi tendini). In passato si è data molta importanza all’integrità di queste strutture accusandole spesso e volentieri di essere la fonte dei sintomi dolorosi.

In realtà esistono evidenze scientifiche che dimostrano che non sempre la causa del dolore è da attribuire a lesioni o degenerazioni  di queste strutture evidenziate attraverso l’esecuzione o di un esame ecografico, o di una risonanza magnetica.

Chiedi sempre un consulto ad un ortopedico specializzato sulla spalla oppure un fisioterapista esperto in terapia manuale ortopedica

QUANDO DEVO FARE UNA RISONANZA MAGNETICA?

Sappiamo che la risonanza magnetica e l’ecografia hanno una buona accuratezza diagnostica  nelle rotture a tutto spessore nei pazienti che presentano dolore alla spalla, ma sappiamo anche che questa accuratezza diminuisce  in maniera significativa ma man che l’estensione della lesione diminuisce.

Infatti, proprio per la presenza di questa scarsa correlazione tra lesioni anatomiche e percezione del dolore

le principali linee guida sconsigliano  l’uso di un indagine diagnostica prima delle 6 settimane dall’insorgenza del sintomo.

Un ulteriore studio, a dimostrazione di quanto detto,  dimostra come spesso siano presente alterazioni strutturali a carico dei tessuti molli anche nella popolazione asintomatica, cioè in persone che non manifestazione alcun dolore.

Quindi un referto di un’ indagine strumentale non potrà mai dire da dove viene il dolore, al massimo potrà evidenziare quali sono le differenze rispetto all’anatomia ritenuta “normale”, in poche parole un’ecografia potrà spiegare l’anatomia della spalla, ma di certo non il motivo per cui il paziente lamenta dolore.

HO UNA LESIONE ALLA CUFFIA DEI ROTATORI: COME DEVO MUOVERMI?

Da qui la necessità di una valutazione adeguata in quanto il dolore può avere svariate origini e quindi si consiglia sempre di rivolgersi a professionisti qualificati come Fisioterapisti esperti in Terapia Manuale Ortopedica  oppure ad Ortopedici specialisti di spalla.

Queste figure saranno in grado di dirvi quale sia il vostro problema, consigliarvi la migliore soluzione ed eventualmente richiedervi un’indagine strumentale se e solo se la vostra situazione lo richiede.

LESIONE ALLA CUFFIA DEI ROTATORI: QUANDO OPERARSI?

Generalmente il trattamento conservativo è la prima scelta terapeutico in caso di lesione alla cuffia dei rotatori.

Soltanto alcune lesione della cuffia dei rotatori richiedono l’intervento di un chirurgo ortopedico. Le lesioni parziali non necessitano di un intervento chirurgico nella maggior parte dei casi: solo se il dolore è persistente e non si risolve con la fisioterapia ci si può orientare verso la chirurgia.

Stessa cosa per quanto riguarda le lesioni a tutto spessore: in alcuni casi i disturbi sono contenuti o comunque con una giusta fisioterapia la spalla può smettere di far male. Questo quadro è tipico delle persone più anziane (dai 60 anni in su) e che non richiedono grandi sforzi alla spalla.

Se invece siamo di fronte a una persona più giovane, nel pieno dell’attività lavorativa, e soprattutto se l’attività svolta richiede un certo impegno della spalla, si può ricorrere all’intervento

 

 

LA FISIOTERAPIA COME PRIMA SCELTA IN CASO DI LESIONE ALLA CUFFIA DEI ROTATORI

L’obiettivo del trattamento dovrebbe essere quello di aumentare la capacità di carico dei tendini della cuffia dei rotatori tramite l’esercizio terapeutico basato sul carico progressivo, ovvero aumentare la capacità dei tendini di resistere alle sollecitazioni, per ridurre la sintomatologia e migliorare la funzionalità.

In pratica, l’esercizio basato sul carico progressivo dovrebbe favorire l’adattamento del tendine, del muscolo, dell’unità miotendinea e della catena cinetica.

In base agli studi clinici e all’opinione degli esperti, l’esercizio terapeutico dovrebbe essere la principale scelta di trattamento nei soggetti con lesione alla cuffia dei rotatori. I pazienti dovrebbero effettuare l’esercizio terapeutico basato sul carico per almeno 3 mesi prima di considerare altre opzioni di trattamento.

 

UNA FISIOTERAPIA SPECIFICA PER LA CUFFIA DEI ROTATORI

 DEVI SAPERE CHE:

  • Il riposo dovrebbe essere limitato esclusivamente alla fase reattiva e al periodo iniziale della fase di alterata riparazione per evitare una possibile progressione del disturbo;
  • Sono consigliati 2-3 giorni di recupero tra attività molto impegnative per favorire il turnover del collagene; nelle fasi finali della riabilitazione, con l’aumentare della capacità di carico del tendine e della catena cinetica, il tempo di recupero può diminuire;
  • Il turnover del collagene è ridotto con il passare degli anni, quindi atleti meno giovani potrebbero necessitare di tempi di recupero maggiori;
  • Il riposo prolungatoriduce la capacità di carico del tendine e della catena cinetica. Negli sportivi, inoltre, un riposo eccessivo potrebbe ridurre la performance;
  • Evitare un riposo eccessivo potrebbe avere un impatto positivo sullo stato di salute generale del paziente in quanto le tendinopatia sono spesso associate a disturbi metabolici, come diabete mellito e ipercolesterolemia;
  • L’esercizio terapeutico è supportato dal più alto livello di evidenza e rappresenta la stratega conservativa più utilizzata nel trattamento delle lesioni alla cuffia dei rotatori. Vieni a scoprire presso il studio i nostri protocolli di trattamento;
  • La valutazione della catena cinetica è una componente raramente considerata nei programmi di riabilitazione proposti;

 

Bene, abbiamo capito che l’esercizio rappresenta una soluzione ottimale per recuperare al meglio una spalla con lesione di cuffia, ma ci sono altre strategie di intervento?

 Altre strategie di intervento sono spesso utilizzate nella gestione di una lesione alla cuffia dei rotatori: terapia manuale, dry needling, agopuntura, infiltrazioni (acido ialuronico coricosteroidi, etc.), onde d’urto, laser, taping, FANS.

Ma nessuna di queste strategie è efficace come l’esercizio terapeutico

Non modificano la capacità di carico del tendine, la forza della catena cinetica ed il possibile coinvolgimento del sistema nervoso centrale.

MA

Se utilizzate in associazione all’esercizio terapeutico potrebbero ridurre i sintomi e favorire l’aderenza del paziente

 

ALCUNI CONSIGLI PER GESTIRE AL MEGLIO UNA LESIONE ALLA CUFFIA DEI ROTATORI

 

  • Mai affidarsi a soluzioni non supportate da solide basi scientifiche.
  • Rivolgersi sempre a professionisti come Fisioterapisti altamente esperti in Terapia Manuale Ortopedica e Ortopedici specialisti della spalla.
  • La chirurgia non è  sempre l’intervento più indicato per risolvere definitivamente il dolore ad una spalla.
  • Un programma di esercizi calibrato sulle capacità del paziente eseguito sotto la supervisione di un fisioterapista rappresenta spesso il miglior intervento sostenuto da prove di efficacia scientifiche.
  • Le indagini strumentali forniscono informazioni limitate e non sempre sono necessarie.

GIONATA PROSPERI FT, SPT, SM.

 

  • Esperto In Terapia Manuale nelle cefalee, emicrania
  • Fisioterapista dei disturbi dell’articolazione Temporo – Mandibolare
  • Fisioterapista dei Disturbi Vestibolari
  • E.O. del Centro della Colonna vertebrale di Massa
  • Fisioterapia ecoguidata
PROTESI DI GINOCCHIO? VEDIAMO INSIEME PERCHE’ FARLA E QUANDO TORNERAI ALLA NORMALITA’

PROTESI DI GINOCCHIO? VEDIAMO INSIEME PERCHE’ FARLA E QUANDO TORNERAI ALLA NORMALITA’

Condizioni degenerative dell’articolazione del ginocchio sono molto frequenti e sono determinate sia dall’invecchiamento della popolazione attiva sia post trauma, sviluppando un quadro alterazione della matrice cartilaginea che comporta dolore e incapacità di svolgere le principali attività di vista quotidiana. In presenza di processi degenerativi importanti la cartilagine che ricopre le superfici delle ossa del ginocchio si può usurare (artrosi) a tal punto da esporre le ossa sottostanti che, sfregando tra loro, possono essere causa di forti dolori, deformità e diminuzione della mobilità

È possibile evitare l’intervento chirurgico?

Purtroppo la modifica dello stile di vita, la fisioterapia e la terapia farmacologica possono aiutare a gestire tutte le problematiche determinate da un quadro degenerativo dell’articolazione ma non a guarire definitivamente; quindi, se hai già fatto tutta la terapia conservativa possibile ma il tuo ginocchio ti impedisce di svolgere ciò che più ti piace allora è arrivato il momento di fare l’intervento.

Sono troppo giovane o troppo vecchio per l’intervento?

 Fino a qualche anno fa l’intervento protesico veniva sconsigliato a persone di età inferiore ai 60 anni, onde evitare poi un reimpianto protesico dopo tot anni; oggi con l’evoluzione delle tecniche d’intervento e dei materiali utilizzati per effettuare protesi sia mono-compartimentali che totali non ci sono più limiti d’età; una volta consolidato il fatto che l’unica soluzione al problema è la protesi di ginocchio questa viene fatta, indipendentemente dal fatto che il paziente abbia 20 anni. Solito discorso per pazienti di età avanzata, se non ci sono problematiche concomitanti che rendono l’intervento cruento rischioso e vi è la volontà del paziente di tornare a condurre una vita attiva viene consigliato l’impianto protesico. L’impianto ha una durata che varia oltre che in base all’età del paziente anche al peso corporeo e all’attività fisica svolta; generalmente le linee guida prefissano una durata di 15/20 anni.

In cosa consiste l’intervento e ha dei rischi?

L’intervento è fatto sotto anestesia, viene effettuata un’incisione che può variare tra i 6/15cm sulla parte superiore del ginocchio per intervenire sulla zona danneggiata e inserire la protesi che può essere mono-compartimentale, totale o di revisione; la maggior parte degli interventi non comporta alcuna complicazione anche grazie all’uso di antibiotici, anticoagulanti e ambienti chirurgici asettici. La protesi generalmente è composta da una lega metallica di titanio o cromocobalto con al suo interno del materiale plastico (polietilene).

 

Avrò dolore dopo l’intervento? E quanto rimarrò in ospedale?

 Generalmente il dolore è presente ma viene gestito con terapia medica stilata dall’ortopedico insieme ai medici anestesisti e dal fisioterapista con la terapia antalgica; il ricovero ospedaliero ha la durata di circa 3 giorni dopodiché il paziente viene dimesso e prosegue la riabilitazione a casa all’interno del percorso denominato Fast Track. Con questa nuova gestione il periodo d’inabilità è ridotto ai minimi termini poiché il paziente fin dal primo giorno post intervento può compiere i primi passi con l’aiuto di due stampelle.

Chi mi aiuterà nel mio processo di guarigione?

Il fisioterapista avrà il ruolo cardine di guidare il paziente il tutto il percorso riabilitativo post operatorio fino al raggiungimento di obiettivi prefissati dal paziente secondo quelle che sono le sue richieste/aspettative; la riabilitazione sarà incentrata sul recupero precoce della mobilità passiva e attiva, sul rinforzo muscolare locale e globale e sul ripristino del controllo motorio.

Quando potrò riprendere le mie attività di vita quotidiana?

Il periodo varia dalle 3 alle 6 settimane, a seconda delle caratteristiche del paziente e del tipo di protesi impiantata (mono-compartimentale o totale); generalmente il paziente torna a guidare non appena il fisioterapista ritiene opportuno rimuovere l’utilizzo delle stampelle (generalmente alla 4°/5° settimana). Per quanto concerne l’attività lavorativa se non comporta lo stare a lungo in statica eretta, sollevare carichi e sforzi fisici impegnativi può essere ripresa già dalla 2°/3° settimana altrimenti si dovrà attendere dopo i 2 mesi. La stessa cosa vale per i lavori domestici, per i primi due mesi è opportuno evitare attività domestiche che richiedono carichi eccessivi a livello dell’articolazione. La vita sessuale non prevede alcuna restrizione particolare quindi può essere ripresa a discrezione del paziente.

Per quanto concerne le attività sportive, il paziente tornerà al termine del percorso riabilitativo ad effettuare attività ludiche che prevedono un basso impatto come ad esempio il cammino, la bicicletta, il nuoto; successivamente non è detto che non possa effettuare anche sport a più alto impatto come il calcio, il tennis etc ma chiaramente dovranno essere svolti con moderazione e sempre dopo i 4/6 mesi dall’intervento.

CLAUDIO CECCARELLI, PT – OMPT

  • Fisioterapista
  • Orthopaedic Manipulative Physical Therapist (OMPT)
  • Assistente alla Didattica Università di Roma “Tor Vergata”, Master in Terapia Manuale Applicata alla Fisioterapia
  • Specializzato nella Riabilitazione dei Disordini  Muscoloscheletrici di Spalla, Gomito e Mano
  • Membro del gruppo di ricerca scientifica G.E.R.I.C.O (Generic Elbow Rehabilitation and Integrated Orthopaedic Collaboration)
Comunicazione in fisioterapia: la grande importanza delle parole

Comunicazione in fisioterapia: la grande importanza delle parole

Comunicazione in fisioterapia: premessa

Le parole possono, e spesso hanno, un impatto incredibile nella nostra vita. Ma non solo, possono anche aiutare durante un percorso impegnativo e complesso come per la riabilitazione muscolo-scheletrica. Lo scopo della comunicazione in fisioterapia sta proprio in questo: quello di migliorare la compliance con ogni paziente.

Non parliamo soltanto da un punto di vista teorico, ma proprio sul risultato finale tanto che hanno un impatto significativo sull’esito clinico della terapia.

Le parole sono benefiche se usate nel modo corretto, possono essere invece un ostacolo alla guarigione se non utilizzate a dovere.

Una persona che soffre di una patologia è spesso preda di paure. Il non sapere, o anche il fraintendere, sono condizioni che generano forte ansia e stress. Per evitare che accada è sufficiente imparare a usare nel modo più corretto ed empatico possibile le parole, in modo tale da rendere efficace la comunicazione in fisioterapia.

Nella gestione del mal di schiena acuto e cronico, la comunicazione gioca un ruolo chiave: Il paziente deve essere informato e responsabilizzato sulla natura del suo dolore. 

Andremo quindi ad analizzare le potenti conseguenze delle parole, che vengono usate nella pratica clinica, e come modificare e adattare il linguaggio usato comunemente per aiutare la riabilitazione muscolo-scheletrica.

 

Le parole come fondamento della giusta comunicazione in fisioterapia

Guidare un paziente, durante la riabilitazione muscolo-scheletrica, è un percorso difficile che ha come fondamento essenziale la capacità del terapista di comunicare.

Le persone si trovano in una condizione di stress, paura, e soprattutto sono angosciate e molto vulnerabili (vedi: Mal di schiena quando preoccuparsi). Fisioterapisti e medici dovrebbero tenere in grande considerazione tali elementi e imparare a gestirli al meglio anche con l’uso delle “parole giuste”.

Le parole scelte, come detto, hanno la capacità meravigliosa di guarire (o per essere più precisi di aiutare la guarigione) ma anche di fare del male. Sono simili a droghe che modificano le percezioni di chi ne fa uso! una comunicazione in fisioterapia che sia efficace è un fattore di cui non se ne può fare a meno.

Le parole possono modificare pensieri, convinzioni, idee. Rompere barriere ma anche le solide basi che ognuno di noi utilizza per stare a galla in questo Mondo.


Esse sono più potenti di quanto ci rendiamo conto: sono in grado di far provare sensazioni belle e anche brutte in un istante andando a portare cambiamenti, in chi ne è il destinatario, a volte anche molto profondi e importanti.


Possono spingere e convincere a compiere azioni buone o azioni cattive. Pensiamo ai giovani che si lasciano manipolare con tanta facilità da quello che gli dicono i ragazzi più grandi, gli amici o i personaggi dello spettacolo.

Quando una persona soffre di un problema muscolo-scheletrico (es. lombalgia, dolore cervicale ecc), anche il solo ipotizzare che divenga una condizione cronica può abbatterla, spingendola a cercare informazioni e risposte.

Purtroppo ci sono ormai troppe informazioni in giro (vedi internet) utilizzate con una superficialità disarmante che spinge in tanti a farsi autodiagnosi improbabili.

Siamo a un singolo “click” dal confermare le nostre peggiori paure o a darne vita a nuove che non avevamo mai preso in considerazione.

Il dolore, la mente e le parole: la comunicazione in fisioterapia

Da molti studi si è evidenziato come i fattori psicologici, rispetto a quelli patogenici, siano dei migliori predittori dei livelli di dolore.

I fattori psicologici devono essere presi in considerazione durante una terapia e vanno riconosciuti e compresi, utilizzandoli con attenzione per aiutare nella riabilitazione.

L’incomprensione e l’ignoranza di tali fattori, da parte dei terapisti o dei medici, comporta il serio rischio che si arrivi a un risultato non positivo fino anche negativo del trattamento.

Un altro grave problema è che le terapie si focalizzano quasi esclusivamente su questioni biomediche enfatizzando un tipo di linguaggio pato-anatomico spesso di difficile comprensione per chi non ha una laurea in medicina!

Nonostante ci sia ormai una crescente consapevolezza della grande importanza dei fattori psicologici, e della forza delle parole e del linguaggio, ancora manca un modo “giusto” di dire e informare i pazienti.

Il campo della riabilitazione muscolo-scheletrica, in modo particolare, è un vero e proprio campo minato fatto di parole che sembrano minacciose e altre così ambigue da generare paure al solo sentirle.

Ormai è necessario modificare la stessa “idea del dolore” che non può più essere valutato con strumenti che diano risultati oggettivi, ma invece va visto come un’esperienza diversa per ognuno di noi.

 

Incontrare un altro umano significa incontrare un altro mondo

 Con questo in mente non ci può essere una semplice ricetta o formula per come si possono usare il linguaggio e le parole all’interno della pratica clinica.

Un buon medico (o fisioterapista) è consapevole ed attento, durante la riabilitazione muscolo-scheletrica, delle parole che utilizza e nel modo con cui comunica con il proprio paziente.

Un essere umano è formato da muscoli, ossa, tessuti, organi eppure le parole che usiamo in terapia possono influenzare profondamente la percezione che si ha della propria condizione e del proprio corpo.

Una parola usata male potrebbe far credere al paziente di avere una grave patologia quando invece questo non è vero, oppure acuire una sua paura del dolore aumentando l’ansia che a sua volta farà incrementare il dolore.

Alcuni termini potrebbero sembrare neutri, se non addirittura delicati per un terapista invece, all’orecchio del malato, potrebbero dare l’idea che qualcosa di molto pericoloso sia in atto nel suo corpo.

Scherzando potremmo dire che le parole sono come il dentifricio: una volta uscito non possiamo rimetterlo dentro, e il danno è fatto. I terapisti hanno quindi l’obbligo di avere una maggiore sensibilità e attenzione ai bisogni di rassicurazione e conoscenza del paziente.

Spiegargli quindi cosa sta accadendo al loro corpo ma con strumenti semplici e chiari che non inneschino infondate paure o ansie catastrofiche. Disinnescare autodiagnosi errate che, magari, ai loro occhi potrebbero avere tutti i sintomi di cui soffrono.

Questo è senza dubbio un parametro importante per comprendere la validità di un terapista e di come approccia al problema. Ogni individuo è diverso e si deve imparare a modulare la comunicazione al fine di fargli comprendere la sua reale condizione.

Come parlare a un paziente: saper comunicare

Ormai ci sono molte evidenze scientifiche che indicano come il dire le medesime cose ma con parole diverse ne disattivi alcuni fattori negativi.

 

Basi pensare alla grandissima quantità di stress, ansia e paura che alcuni termini suscitano, riuscire a usarne altri che siano altrettanto precisi ma meno “negativi” è già di base un buon aiuto per il paziente.


Ad esempio molte persone ricevono di routine radiografie, risonanze a altri esami diagnostici per valutare e capire le cause di eventuali sintomi.

 

Anche il linguaggio utilizzato con i pazienti durante la stessa diagnosi – e in seguito nella terapia – riveste un ruolo molto importante.


L’utilizzo di determinati termini per la valutazione dei risultati delle stesse scansioni (come per esempio la presenza di un ernia) potrebbe generare ansie e paure nonché la nascita di vere e proprie credenze popolari non supportate dalla scienza medica.

Le prove dimostrano che se il medico impara a riformulare i risultati (e diagnosi) in modo sempre più attento ed efficacie, che non terrorizzi, possa liberare da una serie di paure assolutamente infondate ed errate.

Il linguaggio dovrebbe concentrarsi sugli elementi positivi, come la guarigione e il recupero, piuttosto che su quelli negativi.

 

Le parole e le aspettative

In molte scienze sociali, come ad esempio l’economia, si utilizzano termini più o meno evocativi per suscitare emozioni e avere un forte impatto su quelle che comunemente sono chiamate aspettative.

Spesso più che un piano economico è l’aspettativa che esso funzioni ad avere un effetto positivo e di crescita anche su un intero Paese.

In medicina è un po’ la stessa cosa. Una persona con aspettative di guarigione scarse avrà molte meno possibilità di guarire di chi, invece, è più ottimista. E le parole incidono proprio su tutto questo.

Nella riabilitazione muscolo-scheletrica, parole come:

  • può,
  • forse,
  • potrebbe,
  • …e simili…

possono facilmente determinare risposte emotive negative. Un gran numero di pazienti che hanno patologie di tipo muscolo-scheletrico sono ansiosi per il loro futuro e quindi tendono, in generale, a vedere in modo negativo l’esito del loro trattamento.

Per quanto possa sembrare paradossale, se si è di umore pessimo e si sta male fisicamente, si cercano teorie e informazioni che supportino le nostre vulnerabilità.

 

Un piccolo traduttore per comunicare meglio con i pazienti

Come abbiamo visto in tutto l’articolo l’importanza della giusta comunicazione è elevata tanto da incidere sulla stessa guarigione.

Parole e aspettative, ma anche stress, paura e ansia non sono elementi da ignorare ma spesso sono fondamentali come e quanto la stessa terapia manuale.

Non esistono parole “giuste” o “sbagliate”, anche se alcune portano con sé un aurea più o meno negativa che colpisce chi ne è predisposto in quel momento (una persona malata ad esempio).

Disinnescare questi processi è possibile facendo attenzione a usare termini che risultino il più neutri possibili e che non siano così assertivi, in negativo, da non lasciare spazio alla speranza di guarigione.

 

Alcuni esempi di comunicazione in fisioterapia: 

 

Dovrai imparare a conviverci Dovrai fare alcuni cambiamenti
Malattia Condizione
Cronico Persistente
Diagnostica Raggi X o scansione
Neurologico Sistema nervoso
Instabilità Più forza per controllarlo
Non ti preoccupare Andrà tutto bene
Lordosi La normale curva della tua schiena
Cambiamenti degenerativi cronici Normali cambiamenti dovuti all’età
Risultati negativi dei test Tutto sembra normale
Parestesia Sensazioni alterate
Cifosi La normale curva della tua schiena

 

Questi sono solo alcuni dei modi con cui si possono comunicare determinate informazioni senza spaventare o allarmare troppo il paziente.

Non sono leggi immodificabili ma solo lo spunto per capire quanto effettivamente una parola o un’altra possano offrire una percezione diversa di ciò che accade. la comunicazione in fisioterapia, quella giusta, influenza positivamente l’outcome.

GIONATA PROSPERI, FT, SPT, SM.

 

  • Esperto In Terapia Manuale nelle cefalee, emicrania
  • Fisioterapista dei disturbi dell’articolazione Temporo – Mandibolare
  • Fisioterapista dei Disturbi Vestibolari
  • C.E.O. del Centro della Colonna vertebrale di Massa
  • Fisioterapia ecoguidata
Crunch per gli addominali, fa male o no alla schiena?

Crunch per gli addominali, fa male o no alla schiena?

Il famoso Crunch, forse l’esercizio più noto per gli addominali, fa male? È pericoloso?

Ecco la verità supportata dalla scienza per spazzare via tutte le leggende metropolitane che ci sono a riguardo.


Ormai l’estate è giunta e tutti, anche in inverno a dire il vero, ambiscono ad avere una pancia piatta fino anche alla tanto ambita “tartaruga”. Si passano molte ore in palestra proprio per far venire fuori e mostrare con orgoglio i 6-packs!

In generale si è convinti che il Crunch sia valido per gli addominali ma pericoloso per la schiena. Ci sono un gran numero di trainer che arrivano addirittura a bandirlo dalle loro schede di allenamento portando a comprova fantomatiche ricerche scientifiche.

In realtà ci sono molti studi che indicano come, ad esempio, se si desideri un determinato incremento della massa muscolare, il Crunch come altre sue varianti, è invece un esercizio raccomandato.

A cosa serve il Crunch?

Se invece il fine ultimo dell’allenamento è di mantenere la flessibilità e tonicità, lo stesso Crunch può andar bene ma deve essere modificato sia come viene eseguito che diminuendo i pesi (lo sforzo).

È un esercizio come un altro, questo è il punto di partenza, e come tale offre alcuni benefici ma anche rischi se viene effettuato nel modo scorretto.

Farne un numero eccessivo, quindi sforzando troppo la zona addominale e di conseguenza obbligare il resto dei muscoli a una compensazione potrebbe essere rischioso.

Ma questo può accadere per qualsiasi esercizio: il problema non è il Crunch ma la disinformazione e la scarsa applicazione.

Partendo da queste considerazioni possiamo però dire, visti gli studi ormai conclamati, che forse il Crunch su palla potrebbe essere meno “rischioso” rispetto a quello classico a terra. Questo perché il primo, su palla, permette una più ampia varietà di movimenti, compresa la flessione spinale.

 

Che rapporto c’è tra Crunch, postura e funzionalità?

Secondo molti allenatori si tratta di un esercizio dannoso che ha anche il difetto di peggiorare sia la postura che la funzionalità, diventando quindi inutile se non addirittura dannoso per gli atleti.

Diciamo che credere che il Crunch modifichi la tua postura rendendola più flessa, che ti faccia quasi “chiudere su te stesso”, è un’idea folle!


A questo va aggiunto che alcuni trainer evitano proprio gli esercizi in cui c’è una “flessione spinale” per lavorare meglio gli addominali, isolandoli ritenendo che questo approccio sia più funzionale per la pratica sportiva.


Vengono chiamati esercizi di stabilità,ma in realtà si tratta solo di semplici esercizi isometrici.  Gli esercizi di stabilizzazione a nostro avviso da soli non sarebbero in grado di togliere completamente il dolore, e di questo ne abbiamo discusso proprio in quest’altro articolo!

 

Dal calcio alla boxe, dal karate al golf… crunch tutti i giorni!

Dal combattimento in gabbia (MMA) al tennis è innegabile il ruolo fondamentale che riveste il movimento del tronco e la sua forza per effettuare determinati movimenti.

Non è di certo possibile immaginare Cristiano Ronaldo che stacca di testa e colpisce il pallone senza però muovere il busto! Sarebbe ridicolo ma soprattutto non riuscirebbe a imprimere al pallone alcuna forza.


Per capire la grande importanza che la schiena ricopre nello sport basta fare un esperimento banale che però darà un’idea chiara:

  1. Prendi una palla medica di circa 3 kilogrammi e fai quello che è un tiro simile a un “fallo laterale”. In pratica lancia la palla con due mani facendola passare sopra la testa e usando anche la schiena per avere più forza.
  2. Ora ripeti lo stesso esercizio questa volta, però, tenendo bloccata la schiena.

Immagino che tu abbia già compreso quale dei due tiri andrà più lontano!

 

Se si vuole massimizzare le proprie prestazioni sportive, o anche solo restare in forma, ha più senso allenare proprio quei muscoli responsabili della flessione vertebrale per massimizzare forza e resistenza.

Conclusioni

Possiamo dire che il Crunch non è un esercizio pericoloso, anzi. Aiuta a fortificare la muscolatura addominale dando aiuto e supporto anche alla schiena.

 

Il problema è sempre la qualità degli esercizi, non solo come vengono svolti ma anche il loro grado di intensità in base alle proprie condizioni. Il rischio di strappi, contratture o anche ernie è concreto se non si esegue un regime di allenamento strutturato e tarato sul se stessi. Abbiamo visto infatti in un altro articolo come spesso usiamo male la nostra potente e ben strutturata schiena. 

Soprattutto se si soffre, ad esempio, di lombalgia, dolore cronico alla schiena o altre condizioni della colonna vertebrale, è opportuno allenarsi con moderazione e sotto l’occhio attento di un allenatore capace o, ancora meglio, di un fisioterapista.

GIONATA PROSPERI, FT, SPT, SM.

  • Esperto In Terapia Manuale nelle cefalee, emicrania
  • Fisioterapista dei disturbi dell’articolazione Temporo – Mandibolare
  • Fisioterapista dei Disturbi Vestibolari
  • C.E.O. del Centro della Colonna vertebrale di Massa
  • Fisioterapia ecoguidata