Sollevare un peso: schiena dritta o schiena flessa?

Sollevare un peso: schiena dritta o schiena flessa?

Sollevare un peso? non convincerti che faccia male

C’è una regola che tutt’oggi regna in maniera sovrastante su come sollevare un peso, che sia una forchetta caduta per terra od un pacco di 3 kg appena consegnato dal corriere: evitare di chinarsi in avanti e mantenere la schiena dritta per evitare di sforzare troppo la schiena.

La realtà è che tanti fisioterapisti, chiropratici  ed esperti del movimento ancora ad oggi consigliano questo comportamento, specialmente nei confronti di chi soffre di mal di schiena, ma la domanda è:

  • sollevare oggetti mantenendo la schiena dritta è un bene od un male per la nostra schiena?

  • Qual è la tecnica migliore per sollevare un peso, anche pesanti?

  • Quali sono le attuali credenze sul mal di schiena e sollevare un peso?

  • Ma soprattutto, quali tecniche di sollevamento di un peso  i fisioterapisti percepiscono come più sicura, ed  perché  tali credenze?

 

Rispondiamo all’ultima domanda: il 75% dei fisioterapisti, tramite uno studio condotto sui social, hanno scelto  il modo di sollevare un peso con la schiena dritta, soprattutto sulla base del fatto che evitava la flessione della schiena.

Sollevare un peso: inversione di marcia

Ma perché continuiamo ad istruire i nostri pazienti in questo modo quando le stesse evidenze scientifiche ci dicono che nonostante l’utilizzo di tutte le “regole” per sollevare dei pesi non si è ridotta la probabilità di sviluppare mal di schiena?

La lombalgia (LBP) è un problema ampio e in crescita nelle società occidentali ( Deyo et al., 2009 ), e l’assenza dal  lavoro a causa del mal di schiena è socialmente ed economicamente dispendiosa ( Maniadakis e Gray, 2000 ).

Le ragioni di questo crescente problema sono molto dibattute, ma ciò che è chiaro è che il mal di schiena (LBP), specialmente quello persistente, è un disturbo complesso guidato da una serie di fattori attraverso un ampio spettro biopsicosociale ( Pransky et al., 2011 ).

In un nostro articolo si ribadisce il concetto di non focalizzarsi troppo sulla zona del corpo che duole e come si debba invece andare a fondo per capirne la vera genesi.

A questo proposito, sebbene vi siano prove che le richieste di lavoro fisiche siano associate a mal di schiena, esse rappresentano solo una modesta percentuale di Low Back pain (mal di schiena) nella forza lavoro (Waddell e Burton, 2001 ).

Ad oggi, nella prevenzione del mal di schiena, i datori di lavoro seguono e fanno seguire comunemente una formazione per la movimentazione manuale e specifica del carico al proprio personale.

Questa formazione spesso implica insegnare alle persone come sollevare oggetti, poiché il sollevamento inteso come carico a livello della colonna vertebrale è spesso citato come provocatorio in termini di mal di schiena (Coenen et al., 2014 ).

Tuttavia, la prova che il sollevamento è un fattore di rischio per LBP è discutibile. Siamo forse di fronte all’ennesima leggenda metropolitana sulla gestione clinica del mal di schiena?

Anche in un altro articolo ci si dibatte: piegare e ruotare la schiena, specialmente sottosforzo, è considerato il rischio maggiore per il quale si verificano lesioni, infortuni e traumi di vario genere?

Il carico cumulativo sul dorso è stato associato a LBP ( Coenen et al., 2013 ), ma sappiamo anche che  non esiste alcun legame causale comprovato tra il sollevamento dei carichi ed il mal di schiena (Wai et al., 2010a ).

Più specificamente, non vi è evidenza, in vivo, che il sollevamento di un carico con la schiena flessa sia un fattore predittivo di mal di schiena, né che sollevare con una schiena dritta sia più sicuro, nonostante questa convinzione diffusa.

Questo può aiutare a spiegare il perché insegnare alle persone come sollevare un oggetto non si è dimostrato efficace nella prevenzione della mal di schiena ( Hignett, 2003 , Maher, 2000Bos et al., 2006 , Martimo et al., 2008 .

Le convinzioni che stanno alla base della teoria che è bene sollevare un carico a schiena dritta è che la colonna vertebrale è una struttura vulnerabile e necessità costantemente di protezione. Queste credenze, adottate in gran parte dai medici di base influiscono sulla gestione clinica, con conseguenza devastanti.

Qual è il miglior consiglio che si può dare per sollevare un peso?

Un approccio attuale è quello che consigliare di proteggere la schiena da una flessione durante il sollevamento di un carico non è un azione utile nella gestione di un mal di schiena.

Di fatto, può alimentare credenze e pensieri negativi che portano alla paura ed alla protezioni di muoversi, fattori responsabili del mantenimento del disturbo.

Figuriamoci in presenza di un’ernia cosa possa accedere: il soggetto con mal di schiena, dalla paura di far schizzare la sua ernia, pistola alla testa si rifiuterebbe di chinarsi in avanti anche solo di un grado!!

Sappiamo inoltre che il nostro sistema produce dolore anche di fronte ad una situazione di pericolo percepito. E’ un sistema di allarme molto sensibile: ci fa percepire dolore anche prima di subire un danno tissutale.

Sollevare un peso e letteratura scientifica

Ad esempio, è stato dimostrato che pazienti con mal di schiena tendono a sollevare oggetti, anche non pesanti, con cautela: oltre a muoversi più lentamente, piegano meno la loro schiena e co-attivano i muscoli che sostengono la colonna vertebrale, il tutto per non sentire il dolore, pienamente convinti.

Sappiamo però che questa modalità di movimento e di comportamento è meno efficiente ed è legato a un carico spinale maggiore che può essere nocivo-selettivo ( Marras et al., 2001).

Ma purtroppo ancora oggi questo modo prudente di sollevamento riflette anche le strategie di sollevamento comunemente insegnate, in cui si consiglia agli individui di mantenere la schiena dritta e piegare le ginocchia.

La teoria che sollevare un carico mediante squat con la colonna estesa è il modo più sicuro di sollevamento di un carico deriva da dati in vitro che suggeriscono che è più difficile farsi male mantenendo la colonna nella sua posizione fisiologica evitando quindi la flessione ( Callaghan e McGill , 2001 ).

Tuttavia, questo non è stato confermato in vivo ( Dreischarf et al., 2016 , Kingma et al., 2010 ). 

In effetti, il sollevare un carico con la colonna flessa è dimostrato essere più efficiente ( Holder, 2013). Insegnare a persone con mal di schiena a mantenere la schiena dritta quando sollevano un carico e convincerli di questo può in effetti essere inutile.

 

Conclusioni: alleniamo la nostra schiena a sollevare pesi 

C’è una mancanza di prove chiare sulla relazione tra danno, danno tissutale e dolore alla schiena ( Brinjikji et al., 2015 , Jarvik et al., 2005 ). Oggi si parla di approccio biopsicosociale.

Se tutti gli elementi concorrono tra loro e pesano tutti in egual misura nell’esperienza dolorosa, collegare tutte le ipotetiche cause anziché cercare di accanirci nel voler cercare una sola unica causa è la via migliore ed efficace per gestire il dolore.

Tuttavia, è stato dimostrato che il sollevamento dello squat (schiena più dritta e piegamento del ginocchio più profondo) è meno efficiente di uno stile più arrotondato ( Holder, 2013 ).

Sappiamo inoltre che l’esercizio specifico e graduato a carico  della colonna lombare è in grado modificare il contenuto metabolico del disco intervertebrale, invertendo quel processo di disidratazione con riduzione del ph con conseguente degenerazione discale.

GIONATA PROSPERI, FT, SPT, SM.

  • Esperto In Terapia Manuale nelle cefalee, emicrania
  • Fisioterapista dei disturbi dell’articolazione Temporo – Mandibolare
  • Fisioterapista dei Disturbi Vestibolari
  • C.E.O. del Centro della Colonna vertebrale di Massa
  • Fisioterapia ecoguidata

 

Dolore cronico e mancanza di sonno, che rapporto c’è?

Dolore cronico e mancanza di sonno, che rapporto c’è?

Dolore e mancanza di sonno: associazione

L’associazione tra dolore cronico e mancanza di sonno si sta dimostrando un filone di ricerca sempre più interessante e soprattutto importante.

Ormai è chiaro, da una serie di ricerche scientifiche sulla popolazione che i disturbi del sonno sono un indicatore affidabile di possibili nuovi episodi di dolore nonché della riacutizzazione dello stesso dolore cronico.

Ulteriori studi che invece utilizzano valutazioni di tipo sia oggettivo che soggettivo del dolore e del sonno, avvalorano la teoria che i disturbi del sonno tendano ad acuire l’esperienza del dolore.

In generale i ricercatori hanno mostrato come la mancanza di sonno possa compromettere quelli che sono considerati i processi principali e più importanti del riposo tanto da, in linea di principio, bloccarne  l’inibizione del dolore cronico, endogeno e articolare.

 

Dolore cronico e mancanza di sonno: i risultati

Vediamo di comprendere che relazione ci sia trai vari disturbi del sonno e l’esperienza del dolore cronico:

  • In generale quando si soffre di insonnia grave aumentano anche le possibilità che un mal di testa peggiori oppure che si verifichino nuovi casi.
  • Le possibilità che aumenti il dolore cronico di tipo muscolo-scheletrico, nei casi in cui si dorma poco e male, aumentano in modo significativo.

Gli studi prospettici indicano che:

  • Le persone che non hanno alcun dolore cronico potrebbero svilupparlo.
  • Dormire male provoca un chiaro peggioramento della prognosi per tutti i casi di cefalea e dolore muscolo-scheletrico.
  • L’insonnia, in più, può causare cambiamenti importanti nella sensazione di dolore .

Gli stessi sintomi dell’insonnia aumentano la possibilità di sviluppare, nel futuro, disturbi e anche dolore cronico in persone che non ne hanno mai sofferto.

Al contrario il dolore, anche molto intenso, non è un indicatore affidabile di insonnia.

In generale studi più approfonditi e specifici sui disturbi del sonno suggeriscono che l’insonnia sia un predittore molto affidabile sulla possibilità di avere dolore cronico.

Anche in una serie di analisi e studi che coinvolgevano fattori importanti come:

  • depressione;
  • ansia;
  • sonno;
  • affaticamento.

Dolore cronico e mancanza di sonno hanno dimostrato una chiara relazione diretta.

Allo stesso tempo dormire bene ha mostrato di:

  • Migliorare la possibilità di una guarigione completa dal dolore cronico.
  • Migliorare la prognosi a lungo termine per le persone che soffrono di emicrania, cefalea di tipo tensivo, e dolore muscolo-scheletrico.

Sono stati effettuati esperimenti per capire la relazione tra privazione del sonno e il dolore:

  • È aumenta la sensibilità al dolore.
  • Persone in buone condizioni dopo soltanto due notti in cui gli era stato tolto il sonno solo parzialmente (4 ore di meno), hanno sperimentato la comparsa di dolore fisico spontaneo.
  • Tale effetto è anche incrementato con l’aumento delle notti senza dormire.
  • È stato visto come la privazione del sonno possa anche portare a condizioni di iperalgesia (aumento patologico della sensibilità agli stimoli dolorifici).

Nei soggetti affetti da artrite reumatoide hanno riportato:

  • depressione.
  • Aumento del dolore.
  • Ulteriore affaticamento.
  • Ansia

Ormai è certo come la privazione del sonno (parziale) induca a un cambiamento dei sintomi psicosociali e psicologici in persone affette da artrite reumatoide.

 

Cosa fa la privazione del sonno agli inibitori del dolore?

Il nostro corpo ha una serie di eccitatori, ma anche inibitori, del dolore, che si attivano in determinate situazioni. La privazione del sonno tende a diminuire l’efficacia degli inibitori.

Per parametrare l’inibizione del dolore si usa una determinata scala detta CPM (Conditioned Pain Modulation) che, quando è ridotta, determina una scarsa capacità di inibire il dolore.

Insonnia, privazione del sonno o una pessima qualità del sonno hanno sono chiaramente associati a una peggiorata efficacia della CPM.

In pratica chi dorme poco o male tende ad avere inibitori del dolore che non funzionano a dovere e in modo particolare nelle persone affette da:

  • Fibromialgia.
  • Artrite reumatoide.
  • Disturbo temporomandibolare.

I pazienti che hanno subito la privazione del sonno hanno mostrato di avere una riduzione della soglia del dolore “termico”. Sembrerebbe che tale condizione tenda a rendere irregolari quelli che sono conosciuti come “sistemi oppioidi endogeni”.

Gli oppioidi endogeni sono sostanze prodotte dal nostro corpo, tra le quali abbiamo:

 

  • Endorfine
  • Endomorfine
  • Encefaline
  • Dinorfine
  • Morfina (prodotta in quantità minima).

Sostanze che, tra le altre funzioni, hanno quella importantissima di “diminuire” il dolore. Ciò potrebbe anche aumentare il rischio di quella che viene conosciuta come sensibilizzazione.

Ansia e sedentarietà: che ruolo hanno sul TUO mal di schiena

Conclusioni

C’è sicuramente una relazione importante tra dolore cronico e mancanza di sonno che va studiata per stabilire in modo chiaro e preciso che associazione c’è tra questi due elementi.

Si stanno facendo moltissime ricerche per riuscire a curare il dolore cronico tanto che si è arrivati a comprendere come ci sia una relazione con la qualità del sonno.

È importante che tutti, pazienti e medici, si rendano conto quanto il sonno incida non solo sul trattamento del dolore ma anche sulla sua stessa prevenzione.

Come abbiamo già detto dormire male ha il potenziale per poter interferire con gli stessi inibitori del dolore aumentando i marker che contribuiscono all’infiammazione e che hanno un ruolo diretto in una serie di fastidi.

Chiunque soffre di dolore cronico dovrebbe tenere conto della qualità del sonno, ciò non significa che ogni persona che dorme male ne sia soggetta, e neanche il contrario. In modo particolare si raccomanda di monitorare chi:

  • Non ha miglioramenti anche con le varie terapie.
  • Addirittura peggiora.

In questi casi potrebbe risultare utile una valutazione del rapporto tra dolore cronico e mancanza di sonno.

GIONATA PROSPERI, FT, SPT, SM.

  • Esperto In Terapia Manuale nelle cefalee, emicrania
  • Fisioterapista dei disturbi dell’articolazione Temporo – Mandibolare
  • Fisioterapista dei Disturbi Vestibolari
  • C.E.O. del Centro della Colonna vertebrale di Massa
  • Fisioterapia ecoguidata
glutei: qual è il miglior esercizio

glutei: qual è il miglior esercizio

Glutei: esercizio 

Quali sono gli esercizi che focalizzano l’attenzione sui muscoli glutei riducendo al minimo l’attivazione del tensore della fascia lata? Valutazione elettromiografica mediante elettrodi a filo-guida

Biomeccanica dell’anca

Le azioni muscolari primarie all’anca sono ben note; la parte centrale del medio gluteo (GMED) è un abduttore mentre il grande gluteo (GMAX) è un estensore e rotatore esterno.

Tuttavia, la parte superiore del GMAX (SUP-GMAX) agisce anche come un abduttore d’anca durante il passo.

Per le loro azioni, si raccomanda di incrementare le prestazioni del GMED e GMAX al fine di controllare l’eccessiva adduzione e intrarotazione d’anca durante le attività di carico.

 

La letteratura sui glutei

Studi recenti hanno cercato di determinare quali siano i migliori esercizi per l’attivazione dei muscoli glutei;

Gli esercizi raccomandati hanno incluso il side bridge, il wall squat, il forward step-up, quadruped extremity lift, standing hip abduction e sidelying hip abduction.

Una limitazione comune a tutti questi studi è che usavano l’elettromiografia di superficie (EMG) per valutare l’attività muscolare.

L’uso di elettrodi di superficie per rilevare l’attività muscolare ha il potenziale di contaminare il segnale EMG del muscolo desiderato con quello dei muscoli vicini (cross-talk).

Gli elettrodi a filo-guida limitano il cross-talk perché, a differenza degli elettrodi di superficie, applicati sulla pelle, vengono inseriti direttamente nel muscolo bersaglio mediante un piccolo ago.

 

Una seconda limitazione degli studi che hanno valutato l’attività del GMED e GMAX durante vari programmi di esercizio terapeutico è che, ad eccezione di 2 studi, non hanno quantificato l’attività del tensore della fascia lata (TFL).

Il TFL, oltre ad essere un abduttore, è un rotatore interno d’anca. Esso può anche esercitare una forza laterale sulla rotula tramite connessioni alla banda ileotibiale, che è collegata alla rotula e al retinacolo laterale.  Un’eccessiva rotazione interna dell’anca e uno spostamento laterale della rotula sono stati collegati a condizioni patologiche come il dolore femoro-rotuleo.

Per alcune condizioni, pertanto, sembrerebbe appropriato progettare programmi di riabilitazione utilizzando esercizi terapeutici che promuovano l’attività del GMED e del GMAX riducendo al minimo il reclutamento del TFL.  

Scopo dello studio

Lo SCOPO del presente studio era di studiare l’attivazione dei muscoli abduttori dell’anca mediante EMG a filo-guida per un numero selezionato di esercizi terapeutici; in particolare, si è cercato di determinare quali esercizi avrebbero attivato maggiormente il GMED e il SUP-GMAX riducendo al minimo l’attività del TFL.

Le informazioni ottenute da questo studio possono essere utili per la pianificazione di programmi di allenamento terapeutico specifici per alcuni disturbi muscoloscheletrici degli arti inferiori.

Hanno partecipato allo studio 20 soggetti volontari sani (10 uomini e 10 donne) di età compresa tra i 18 e 50 anni. I soggetti sono stati reclutati dalle comunità dell’University of Southern California (Los Angeles, CA) e della Western University of Health (Pomona, CA).

I soggetti erano esclusi se riferivano patologie muscoloscheletriche del tronco o degli arti inferiori o una qualsiasi condizione neurologica.

Lo scopo dello studio era confrontare l’ampiezza del segnale EMG dei muscoli abduttori d’anca durante esercizi terapeutici selezionati per determinare quali avrebbero maggiormente attivato il GMED e il SUP-GMAX riducendo al minimo l’attivazione del TFL.

Riduciamo al minimo l’attivazione del tensore della fascia lata

L’indagine attuale si basa sulla premessa che un’eccessiva attivazione del TFL durante gli esercizi terapeutici potrebbe essere controproducente nel trattamento di persone con disturbi muscoloscheletrici in cui l’eccessiva rotazione interna dell’anca fosse un fattore contribuente.

I risultati dell’ANOVA e dei test di contrasto hanno dimostrato che nella maggior parte degli esercizi valutati erano attivati prevalentemente i muscoli glutei limitando il reclutamento del TFL.

Risultati

Questi esercizi includevano il QKF, QKE, UniBRG, BiBRG, SQUAT, SIDESTEP e CLAM. Tutti questi esercizi hanno prodotto ampiezze EMG superiori del 50% per entrambi i muscoli glutei rispetto al TFL.

  • Durante l’ABD, solo il GMED ha mostrato un’ampiezza EMG significativamente maggiore rispetto al TFL.
  • Per STEP-UP, LUNGE e HIKE, le ampiezze EMG dei muscoli glutei e TFL non erano statisticamente differenti, con l’eccezione del SUP-GMAX, che mostrava un’ampiezza EMG più bassa rispetto al TFL durante l’HIKE.
  • La più grande ampiezza EMG per il GMED si è verificata durante gli esercizi di ABD e HIKE. Questi risultati sono in accordo con i dati riportati da Bolgla e Uhl, che hanno raccomandato entrambi questi esercizi per l’attivazione del GMED; tuttavia, questi autori non hanno misurato l’attivazione del TFL.

 

Nello studio in corso, sono state osservate anche le maggiori ampiezze EMG del TFL durante entrambi questi esercizi.

  • Durante ABD, il GMED era significativamente più attivo del TFL; tuttavia, non c’era alcuna differenza statisticamente significativa tra questi 2 muscoli per HIKE. Ciononostante, l’attività del TFL era significativamente maggiore di quella del SUP-GMAX in entrambi gli esercizi.
  • I nostri risultati per l’esercizio ABD sono anche in accordo con lo studio EMG di superficie di McBeth et al, che ha riferito che il GMED aveva un’attività significativamente maggiore rispetto al TFL e che il TFL aveva un’attività significativamente maggiore rispetto al GMAX.
  • L’ampiezza EMG per il SUP-GMAX è stata la più alta nell’esercizio CLAM e la seconda più alta nell’UniBRG. Questo risultato può essere attribuito al fatto che questi esercizi incorporano maggiori quantità di rotazione esterna ed estensione dell’anca rispetto agli altri esercizi valutati.
  • Sia il SUP-GMAX che il GMED hanno avuto un impatto maggiormente significativo nelle attività rispetto al TFL.
  • Dei 7 esercizi in cui entrambi i glutei hanno mostrato un’ampiezza EMG significativamente maggiore rispetto al TFL, il BiBRG e lo SQUAT hanno prodotto ampiezze EMG relativamente basse sia del GMED che del SUP-GMAX. Ad esempio, i livelli di ampiezza EMG di tutti i muscoli testati nell’esercizio BiBRG erano circa la metà di quelli dell’UniBRG.
  • Durante l’esercizio SQUAT, i muscoli glutei hanno dimostrato ampiezze EMG ancora più basse. Pertanto, abbiamo sviluppato l’indice GTA per caratterizzare meglio gli esercizi in base alla loro capacità di attivare preferenzialmente i glutei rispetto al TFL, pur esibendo ampiezze EMG fortemente normalizzate.

 

Tra gli esercizi esaminati, il CLAM, SIDESTEP, UniBRG, QKE e QKF avevano valori di indice GTA pari o superiori a 50 (TABELLA 2). Questi esercizi sarebbero quindi i più specifici per produrre alti livelli di attività GMED e SUP-GMAX riducendo al minimo l’attivazione del TFL.

 

Inoltre, questi 5 esercizi hanno prodotto ampiezze del segnale EMG superiori al 25% MVIC per ciascuno dei glutei e meno del 20% MVIC per il TFL. La CLAM aveva l’ampiezza EMG del SUP-GMAX più alta e una delle più basse ampiezze di TFL di tutti gli esercizi esaminati.

Questi fattori hanno contribuito al suo indice GTA più alto. Questo risultato è coerente con il fatto che la CLAM richiede più rotazione e abduzione esterna dell’anca rispetto agli altri esercizi.

Inoltre, era 1 dei 2 esercizi eseguiti con resistenza esterna (tubi elastici). Il SIDESTEP ha avuto una delle più basse ampiezze EMG del TFL, che ha contribuito al suo avere il secondo indice GTA più alto. Il SIDESTEP è stato eseguito in una posizione di squat con un tubo elastico attorno alle cosce distalmente e sia la posizione che la resistenza potrebbero determinare un’aumentata attivazione dei glutei.

Cambridge et al. hanno studiato un esercizio simile e hanno riferito che il TFL aveva un’ampiezza del segnale EMG di superficie inferiore rispetto al GMED ma un’ampiezza maggiore rispetto al GMAX. Questo è in contrasto con le nostre scoperte, in cui il TFL aveva un’ampiezza del segnale EMG significativamente inferiore rispetto a GMED e SUP-GMAX.

Tuttavia, Cambridge et al. non hanno effettuato confronti statistici tra i muscoli, né hanno valutato in modo specifico il SUP-GMAX. Pertanto, non è possibile determinare con precisione la natura delle relazioni tra i muscoli nel loro studio e confrontare i 2 studi.

Gli esercizi di ABD, STEP-UP, HIKE e LUNGE hanno prodotto indici GTA inferiori a 40 (TABELLA 2). Inoltre, questi esercizi non hanno dimostrato un’ampiezza EMG significativamente maggiore di entrambi i muscoli glutei rispetto al TFL, sulla base di test statistici.

Pertanto, questi esercizi non sono consigliati per attivare preferenzialmente il GMED e il SUP-GMAX, riducendo al minimo l’attivazione del TFL. Gli esercizi BiBRG e SQUAT sarebbero stati considerati favorevoli sulla base dei risultati degli ANOVA e dei test di contrasto, nonché dei relativi rapporti di attivazione dei glutei e TFL.

 

Tuttavia, questi esercizi erano nella parte inferiore del ranking dell’indice GTA (TABELLA 2). I valori dell’indice GTA relativamente bassi per ciascuno di questi 2 esercizi mettono in discussione la loro utilità per scopi di riabilitazione

La TABELLA 2 presenta gli esercizi testati in ordine di grandezza decrescente dell’indice GTA, illustrando come questo indice potrebbe essere utilizzato per formulare raccomandazioni per la prescrizione di esercizi terapeutici. Una limitazione dello studio corrente è che gli esercizi CLAM e SIDESTEP hanno usato una resistenza elastica che non è stata quantificata in termini assoluti o relativi. Inoltre, è possibile che senza la resistenza aggiunta, questi esercizi avrebbero avuto ampiezze di EMG e indici GTA più bassi.

Conclusioni

Se l’obiettivo della riabilitazione è quello di attivare preferenzialmente i muscoli glutei riducendo al minimo l’attivazione del TFL, gli esercizi CLAM, SIDESTEP, UniBRG, QKE e QKF sembrano essere i più appropriati.

Questo si basa sul fatto che tutti questi esercizi hanno prodotto un EMG significativamente maggiore sia nei muscoli GMED sia nei muscoli SUP-GMAX rispetto al TFL.

Dolore al collo: quando allarmarsi…. e quando no!

Dolore al collo: quando allarmarsi…. e quando no!

Dolore al collo? non allarmarti

Spesso senza ragione temiamo il dolore alla colonna vertebrale più di quanto si abbia paura di altre forme di dolore: collo e schiena ci danno l’idea di essere tanto vulnerabili a patologie gravi da terrorizzarci non appena abbiamo qualche fastidio.

Il paradosso è che nella stragrande maggioranza dei casi la nostra schiena e la nostra cervicale stanno bene, in perfetta (o quasi) salute. Come dire che spesso il sintomo (il dolore) è effettivamente la parte peggiore della condizione, un sintomo e basta, anche se a volte molto fastidioso.

Non stiamo parlando di situazioni al limite, come ad esempio subito dopo un incidente in cui è necessaria una visita medica specialistica con eventuali analisi strumentali, questo è un articolo per quelle che sono situazioni di dolore comune, non d’emergenza.

Se hai fastidio da molto tempo, e non passa, allora qui troverai alcune informazioni di base che hanno la duplice utilità di rassicurarti e farti conoscere i meccanismi del dolore al collo.

 Dolore al collo e bandiere rosse (Red Flag)

La paura che ormai abbiamo tutti è che una patologia grave, e spesso incurabile, ci aggredisca. Quindi il dolore è un campanello d’allarme che ci scatena dubbi e paranoie che di solito non hanno motivo di esserci.

Pur essendo difficile è possibile che il dolore che colpisce il collo possa indicare una possibile malattia autoimmune, infezione, cancro o anche una lesione del midollo spinale.

Sono condizioni che spaventano e, oltre al dolore al collo, portano anche alcuni sintomi molto specifici e chiari che permettono una diagnosi abbastanza rapida e accurata. Quindi se sono presenti è fondamentale andare subito a farsi controllare.

Quelle che vedremo in seguito sono le cosiddette bandiere rosse (Red Flag) che sono degli indicatori di una delle suddette gravi patologie.

La regola base che si dovrebbe seguire è che siano presenti 3 specifiche Red Flag riguardo al dolore al collo per andare da un medico:

  1. Il dolore dura da più di 6 settimane,
  2. Il dolore è intenso e resta costante o, addirittura, tende a peggiorare (ma comunque non migliora).
  3. È presente un’altra delle Red Flag che vedremo nella lista più sotto.

 

Per quanto possa sembrare banale ai più c’è una condizione in cui si dovrebbe andare subito a farsi visitare, senza attendere varie settimane: se si è stati vittime di un incidente violento da poter arrecare danni strutturali alla colonna vertebrale o anche al collo.

Capita spesso, più di quanto si creda, che persone soggette a dolore al collo persistente siano soltanto state vittime di qualche incidente!

 

Le principali Red Flag!

Di seguito una lista sommaria di quelle che sono considerate le principali bandiere rosse riguardo al collo e alla schiena. Se alcune di queste sono presenti, o si hanno dubbi, è il momento di andare dal proprio medico, ma senza inutili allarmismi!

 

Le red flag non sono un motivo per preoccuparsi, ma per controllare.

 

 

 

  • Mal di testa forte che arriva all’improvviso. Spesso sono emicranie passeggere che svaniscono nell’arco di alcune ore, se non dovesse accadere andranno investigate cause e sintomi.

  • La febbre o brividi, che non hanno altre spiegazioni mediche, potrebbero in rari casi essere il campanello d’allarme per patologie più gravi (soprattutto se si soffre già di diabete).

  • Se invece si ha mal di testa, difficoltà e/o incapacità a piegare il collo in avanti e/o febbre c’è la possibilità che possa trattarsi di meningite (infiammazione delle membrane che coprono il cervello e il midollo spinale, causate dall’infezione o da effetti collaterali di alcune droghe).

  • Perdita di peso senza che si stia seguendo un regime alimentare per dimagrire.

  • Un doloroso picchiettio sulla colonna vertebrale (segnale per un possibile cancro).

  • Un dolore grave di tipo costrittivo e/o palpitante potrebbe essere causato da un problema a una arteria con il rischio di infarto o ictus.

  • Esistono anche moltissimi segni di un possibile problema al collo che, però, non provocano dolore cervicale ma problemi agli arti come ad esempio una scarsa coordinazione motoria (alle mani), debolezza, atrofia, pesantezza o insensibilità diffusa. Capita spesso che le persone abbiano sia dolore al collo che una serie di altri sintomi senza però capire che sono correlati.

  • Un problema alla rachide cervicale potrebbe essere accompagnato da alcuni sintomi specifici come: vertigini, nausea e vomito. Si tratta di una Red Flag che spesso viene presa sottogamba ed etichettata come un problema generale di salute mentre andrebbero investigati con molta attenzione.

  • Altri fattori di rischio sono l’uso di steroidi, l’abuso di droghe e alcol e la presenza di patologie come l’HIV.

  • Come sottolineato in precedenza il dolore cervicale potrebbe essere solo il sintomo che indica una malattie autoimmune. I segni principali sono: rigidità mattutina, eruzioni cutanee, occhi arrossati e irritati senza apparente ragione, difficoltà nella digestione, ereditarietà e peggioramento di tali sintomi sopra i 40 anni di età.

 

Come si nota le Red Flag sono moltissime e spesso i sintomi possono portare a diagnosi errate per questo si raccomanda sempre di rivolgersi a specialisti senza farsi prendere da ansia e stress.

 

Invece i segni dell’artrosi NON sono bandiere rosse!

Tra le varie preoccupazioni che si hanno, dovute ai sintomi al collo, non sono particolarmente importanti condizioni come:

  • Artrosi
  • Malattie degenerative del disco.
  • Usura della colonna cervicale.

 

Tanti pazienti che presentano segni molto chiari di degenerazione dovuta all’artrosi non avranno mai sintomi oppure, in caso, solo di lieve entità.

LINEA GUIDA COMPLETA SUL TUO DOLORE CERVICALE

Persino all’età di appena 20 anni c’è un gran numero di soggetti con una qualche forma, seppur leggera, di artrosi vertebrale. Si tratta di “segnali” che vengono sovrastimati non soltanto dai pazienti, ma anche purtroppo dagli stessi medici e specialisti.

I sintomi che indicano artrosi sono sempre segnalati con una serie di altri sintomi ben definiti. Il dolore, anche se acuto, non può e non deve essere preso come parametro che indichi la gravità del tuo problema: il dolore è più comune di quanto si creda, la degenerazione grave dei tessuti invece non lo è.

 

Il dolore al collo più lancinante e improvviso è quasi sempre un falso allarme

Un dolore improvviso, acuto simile a una pugnalata non è di per sé una Red Flag! Per quanto possa sembrare assurdo in questi casi è rarissimo che si tratti di qualcosa di cui ci si deve preoccupare.

Quando si verificano, sempre nella maggior parte dei casi, indicano soltanto che si ha una infiammazione (più o meno forte) alla zona cervicale che si palesa con un forte dolore.

Le cause gravi che portano a un dolore cervicale (es. tumore) hanno di solito come sintomo un dolore lancinante e costante, non sono quindi simili a una pugnalata!

Quelli improvvisi e acuti sono principalmente dei falsi allarmi neurologici dovuti a problemi di tipo muscolo scheletrico di poca importanza. In pratica il cervello ha una reazione non commisurata, eccessiva quindi, rispetto al dolore.

Il nostro cervello si è sviluppato per proteggere la colonna vertebrale e quindi ha una reazione eccessiva che porta a una sensibilizzazione della zona, per questo avvertiamo fitte tremende pur non avendo nulla di veramente grave.

A questo va aggiunto anche che la rachide cervicale è “avvolta” da una rete di nervi assai fitta. Sono difficili da irritare, ma non è una cosa impossibile.

Molti dolori acuti che vengono spesso causati da neuropatie minori che, nel peggiore dei casi, nell’arco di qualche giorno o settimana tendono a sfiammarsi. È un processo di guarigione fastidioso, ma alla fine sopportabile soprattutto se si sa che è solo una condizione passeggera.

Stress e ansia perché si ha paura di essere affetti da qualche grave patologia, di cui il dolore cervicale è solo un sintomo, sono spesso la cosa più difficile da gestire.

Il torcicollo può indicare la presenza di qualcosa di grave?

La domanda è tanto semplice quanto la risposta diretta: molto di rado. La maggior parte dei casi di dolore muscolo scheletrico del collo è dovuto alla rigidità della sua muscolatura.

Quello che accade è che le varie strutture si irritano leggermente creando una rete di fastidi che diventano dolore e provocano l’indurimento dei muscoli con conseguente difficoltà a fare determinati movimenti.

La “rigidità nucale” causata dalla meningite è forse l’unica situazione di torcicollo da considerare importante proprio perché sintomo di una patologia ben più grave che, però, è accompagnata da altri sintomi!

Se si soffre di torcicollo (o una meno specifica rigidità cervicale) a lungo, allora sarà opportuno fare valutazioni e analisi approfondite per capirne una eventuale causa. Di solito si tratta di condizioni transitorie ma se sono presenti più “bandiere rosse”, senza inutili allarmismi, è utile fasi visitare da uno specialista.

Una serie di cause di dolore al collo che potrebbero significare che non hai nulla di grave

Di seguito andremo a elencare alcuni problemi medici che potrebbero, pur non essendo indicatori di nulla di grave, causare un dolore al collo anche intenso.

La maggior parte dei problemi della lista non è grave, anche se possono risultare molto fastidiosi e peggiorare alquanto la qualità della vita di chi ne soffre.

  • Alcune patologie della pelle potrebbero causare dolore al collo. Ad esempio il fuoco di Sant’Antonio.

  • Una condizione che causa moltissimi sintomi, e che è quindi assai difficile da diagnosticare, è l’infiammazione della tiroide. Se oltre ai problemi al collo si aggiungono aumento o perdita di peso, depressione, affaticamento, costipazione, confusione e altri sintomi altrettanto generici è possibile che il problema sia dovuto a questa ghiandola.

  • La malattia di Bornholm. Una patologia abbastanza aggressiva che da sintomi come dolore al petto e ai polmoni e può provocare anche dolore al collo. Se si ha dolore al collo, e si fatica a respirare potrebbe esserne la causa, anche se si tratta di una diagnosi più che improbabile!

  • Arterite temporale: infiammazione delle arterie presenti nelle tempie che provoca vari sintomi come emicrania, febbre, problemi di vista o ronzio alle orecchie, dolore alla mandibole, dolore al collo. Solitamente compare in persona sopra i 50 anni affette da altre patologie.

  • Linfoadenopatia: è un’altra condizione in cui i linfonodi del collo, a causa di una infezione o altra patologia, si gonfiano.

  • La Trichinosi è una malattia parassitaria causata dal consumo di carne di maiale cruda o poco cotta e selvaggina. Causa malessere diffuso, spasmi allo stomaco nonché dolore al collo. Solo nei casi peggiore può risultare anche fatale.

  • La cosiddetta sindrome di Parsonage-Turner (malattia comunque molto rara) causa l’infiammazione dei nervi che escono dal rachide cervicale, le cause sono tutt’ora ignote. Può causare una serie di sintomi di vario genere come dolore alle spalle, atrofia dei muscoli delle braccia e dolore al collo.

  • Poi esistono condizioni rarissime e anomale come la Sindrome dell’aquila in cui si ha un allungamento anomalo di un osso che si trova nella parte posteriore della gola (processo stiloideo).

Le condizioni che possono provocare fastidi al nostro collo sono davvero tante. Questa era solo una lista sommaria di alcuni dei più bizzarri e meno noti che dovrebbe far capire come l’autodiagnosi sia spesso forviante.

Il dolore al collo a volte è solo dolore al collo…

Quando preoccuparsi del dolore al collo? In linea di principio la preoccupazione non porta a nulla di buono, causa invece ansia e stress che sono invece dei moltiplicatori del fastidio.

FALSI MITI SUL DOLORE SULLA CERVICALGIA

Per cui è sempre meglio non agitarsi ed eventualmente rivolgersi a specialisti della schiena per capire quale ne possa essere la causa reale.

Ci sono alcune zone del nostro corpo – zona lombare, mascella, pancia e appunto collo – che sono sensibili a periodi di dolore senza che ci sia una reale e spiegabile motivazione. Di solito scompare da sé, senza bisogno di fare nulla ed è dovuto, si ipotizza, a una iperattività del cervello.

Il dolore è una reazione del nostro organismo che la scienza non è ancora stata in grado di spiegare appieno. È certo che oltre a una componente “fisica” ce ne sia una “mentale” altrettanto importante. Si ipotizza che questi due componenti lavorino insieme senza però sapere quale sia preponderante sull’altra, e quando.

Di certo è ormai riconosciuto da tutti gli specialisti che la preoccupazione di sentire dolore ne provoca un aumento, quindi avere paura del dolore al collo e focalizzarsi costantemente su di esso è un fattore di rischio che ne acuisce l’esperienza.

Questo articolo serve per mostrare quanto il dolore al collo sia troppo spesso travisato e considerato preoccupante quando invece è solo causato da qualche “problema” fisiologico, condizioni normali con l’aggiunta di stress e ansia ci spingono a credere erroneamente di avere qualcosa di grave.

GIONATA PROSPERI, FT, SPT, SM.

  • Esperto In Terapia Manuale nelle cefalee, emicrania
  • Fisioterapista dei disturbi dell’articolazione Temporo – Mandibolare
  • Fisioterapista dei Disturbi Vestibolari
  • C.E.O. del Centro della Colonna vertebrale di Massa
  • Fisioterapia ecoguidata
CERVICALGIA: FALSI MITI e REALTÀ SCIENTIFICA

CERVICALGIA: FALSI MITI e REALTÀ SCIENTIFICA

Cervicalgia: informazioni “storpiate e mal condivise”

 

Il dolore cervicale (o cervicalgia) è una problematica molto diffusa. Si stima che circa il 70% della popolazione soffrirà di male al collo almeno una volta nella vita, con notevole costo economico in termini di assenza dal lavoro e cure assistenziali.

Può colpire individui di tutte le età, inclusi bambini e adolescenti.

Ovunque si parla di cervicalgia (o ‘’cervicale’’), ma le informazioni che vengono date in tv (pubblicità martellanti di farmaci e macchinari miracolosi), o che si trovano su riviste settimanali di gossip, siti internet di ogni genere e pagine Facebook gestite da chissà chi, sono spesso in parte o del tutto errate.

A loro volta, poi, queste informazioni vengono ulteriormente ‘’storpiate’’ e ricondivise, e si diffondono come un virus, contribuendo alla continua nascita di nuovi ‘falsi miti’.

La cervicalgia e le sue credenze

 

Secondo il database delle Revisioni Sistematiche Cochrane (che raccoglie informazioni in campo clinico-sanitario su trattamenti di qualsiasi tipo per diffonderle in tutto il mondo) sono 7 le “credenze” più comuni sulle problematiche cervicali:

1. Il decorso del dolore cervicale è favorevole e la maggior parte dei pazienti va incontro a completa guarigione.
FALSO! Al contrario, da un’analisi di diversi studi condotti su pazienti che hanno subito un colpo di frusta emerge che il dolore cervicale è caratterizzato da:
– elevata tendenza a recidivare (cioè a ripresentarsi)
– numerose esacerbazioni del dolore;
– non completa scomparsa dei sintomi anche dopo più di 1 anno dal colpo di frusta.

2. I farmaci antinfiammatori non steroidei (FANS) sono la miglior scelta per il trattamento del dolore cervicale in fase iniziale. FALSO! Al contrario, non vi sono evidenze scientifiche che dimostrino che i FANS siano efficaci nel trattamento del dolore cervicale.

3. L’utilizzo delle elettroterapie* nella gestione del dolore cervicale è supportato da diversi studi scientifici. FALSO! Allo stato attuale delle conoscenze tale affermazione non è supportata dalle evidenze scientifiche, che sono limitate e contrastanti. Non si può quindi dichiarare nulla di definitivo sull’argomento elettroterapia e dolore cervicale.

 

4. La maggior parte dei pazienti con dolore cervicale non ha bisogno di sottoporsi a sedute di terapia manuale*. I pazienti con dolore cervicale migliorano, e in egual misura, anche senza ricorrere a trattamenti di terapia manuale. FALSO! Al contrario, la letteratura scientifica ci dice che la terapia manuale è efficace nel trattamento del dolore cervicale (sub-acuto/cronico, con o senza mal di testa).

5. Per la maggior parte dei pazienti con dolore cervicale è sufficiente svolgere esercizio “generico” per guarire, e non è necessario seguire uno specifico programma di esercizi con indicazioni da parte di un fisioterapista. FALSO! Al contrario, è dimostrato che l’esercizio terapeutico specifico può essere efficace nel trattamento del dolore cervicale (acuto e cronico, con o senza mal di testa)

6. L’educazione sugli esercizi da eseguire a domicilio è efficace quanto l’esercizio terapeutico con supervisione da parte di un fisioterapista. FALSO! Al contrario, diversi studi scientifici hanno dimostrato che per quanto riguarda il trattamento del dolore cervicale “meccanico” e del dolore cervicale con radicolopatia, l’educazione del paziente non dà gli stessi benefici dell’esercizio supervisionato.

7. Per il rinforzo dei muscoli del collo sono sufficienti gli esercizi cervicali isometrici. FALSO! Diversi studi RCT hanno dimostrato i benefici di diversi tipi di esercizio: allenamento dei muscoli cervicali profondi, allenamento progressivo per la resistenza dei muscoli cervicali, allenamento per la forza ad alta intensità per i muscoli del collo e delle spalle, esercizi di stabilizzazione con utilizzo di fascia elastica (tipo Thera-Band).